Io il nozionismo lo ho incontrato per la prima volta al Cairo, a quindici anni, nell’anno scolastico 1964-1965. Aveva le fattezze di un professore di storia. Si chiamava don Odello. Piemontese. Salesiano. Fascista. Animatore e guida di gruppi di boy-scout italiani che si avventuravano ai suoi ordini nei più sperduti angoli d’Egitto. Forse, se ho sempre detestato il nozionismo, e, sempre che sia lecito, lo detesto tuttora, è anche per via di don Odello. Al Cairo mi ero ritrovato quasi all’improvviso, al seguito dei miei genitori: non ho mai capito perché, ma avevano deciso di andare per qualche tempo a lavorare là, tra l’Istituto di cultura e i licei italiani, che erano due, uno femminile, l’altro maschile. Quest’ultimo, un istituto salesiano, stava allo sprofondo, in un quartiere molto povero che si chiama, se la memoria non mi tradisce, Rod El Farag. Fu lì che conobbi don Odello. Venivo da Roma, e dal Tasso, dove frequentavo il quinto ginnasio, sezione E. La storia, già allora, mi piaceva moltissimo. Ed ero molto bravo. Almeno secondo la professoressa Horn, una di quelle professoresse di ginnasio che valevano, da sole, più di un odierno consesso di docenti universitari. Secondo don Odello, invece, no. Mi interrogò quasi subito. Mi diede cinque: a me, che in storia prendevo sempre otto. Alle mie rimostranze di giovanottino laico, democratico e di sinistra, rispose gridando che me lo dovevo schiaffare bene in testa: la storia era fatta di dati e di date, niente di più e niente di meno, e quindi era il caso che mi mettessi a studiare, se non a memoria, quasi, sull’orrendo manuale che allora imperava nelle scuole cattoliche, il Moroni. Cominciai a detestarlo, e non cambiai atteggiamento fino a quando restai al Cairo. Due anni scolastici. Tutte e due le volte promosso con ottimi voti, fatta salva la storia, in cui a stento conquistavo la sufficienza, e che però il professore non riuscì a farmi odiare, come probabilmente era nei suoi piani. Non potevo immaginare, in quei Sessanta che ruggivano, per noi ragazzi italiani di buona famiglia, anche nell’Egitto nasseriano, che un giorno anche don Odello avrebbe goduto dei benefici influssi del revisionismo storico, e sarebbe stato riabilitato. Ero ingenuo, da giovane.
Quando divenni più grande, ci fu il Sessantotto: per fortuna non ero più al Cairo, ma a Roma, facoltà di Lettere e Filosofia. Il Sessantotto fu estremista e tutto quello che volete, ma non fu, alla faccia dei luoghi comuni adesso in voga, ignorante: tanto che venne definito la rivoluzione dei trenta e lode, cioè fatta da gente che trenta e lode lo prendeva già prima. Io ero sempre antinozionista, anche se questo non mi sembrava proprio il problema più importante. Per la sessione estiva avevo in programma un paio di esametti facili facili (Sociologia, Antropologia culturale) e un esamone: Storia romana, con il professor Mazzarino. Nonostante fossi convinto che gli-intellettuali-dovessero-negarsi-in-quanto-tali, studiai come un pazzo, e con grande passione. Ero stanco al limite dell’esaurimento nervoso: a un certo punto, mi convinsi persino di avere il tetano. Alla fine, conoscevo a menadito Rostovzev e potevo dare dei punti a chiunque su Massimino il Trace. Presi trenta e lode, un trenta e lode vero, non politico.
A Mazzarino debbo molto, e non solo in termini di conoscenze (presto dimenticate) su Massimino il Trace. Grazie a lui, ai suoi libri, al suo esame (al suo corso no, perché all’epoca avevamo troppo da fare per seguire un corso di storia romana, anche il migliore) dimenticai don Odello. Pensai di aver capito (e a grandi linee, credo, capii) la differenza tra il nozionismo, che continuai e continuo a ritenere pessima cosa, e la conoscenza, che dalle nozioni non può prescindere, ma è un’altra cosa. Attorno a me cominciarono a fiorire esami più o meno politici, e anch’io, ci mancherebbe, ne diedi qualcuno. Ma non pensai mai, come mi capitò di sentire da un amico e compagno in un’interrogazione di storia moderna, che Weimar fosse un personaggio politico. E quando mi capitò di convincere una mia carissima amica operaista che la politica di basculla di Caterina de’ Medici fosse stata dettata da un Jean Jacques Basculla, capo di una rivolta di lanaioli, temetti che lo ripetesse all’esame, e in extremis le rivelai la mia menzogna.
Studiai. Anzi: studiavamo. Se non proprio tutti, molti. Anche tra quelli (io non c’ero) che teorizzavano il rifiuto del lavoro e il rifiuto della scuola. Altri, e io tra questi, sostenevano l’esatto contrario, e divennero anche un po’ pierini. Citammo moltissimo un italiano che studiò assai (si chiamava Antonio Gramsci) e sosteneva che lo studio era in primo luogo fatica. Coltivammo (io la coltivai da responsabile nazionale degli studenti comunisti) un’utopia, e cioè che la scuola potesse e dovesse diventare di massa e qualificata, che al diritto a uno studio serio potesse e dovesse corrispondere il diritto a un lavoro stabile e qualificato. Pensammo che anche e forse soprattutto di qui passasse (Dio mi perdoni) l’emancipazione del lavoro.
A quelli come me vengono quotidianamente richiesti tanti e tali pentimenti che almeno io, che pure ho cominciato a farlo in netto anticipo sulla maggior parte degli attuali esaminatori, andandomene dal Pci, e smettendo anche di votarlo, all’inizio degli anni Ottanta, mi sono stufato di pentirmi. In particolare, non mi pento affatto di aver coltivato, 150 ore comprese (do you remember?), l’utopia, o se preferite la speranza, di cui sopra. Che non c’entra niente con il Libro Nero del Comunismo e neppure con gli esami di maturità di Ecce Bombo.
Mi rifiuto energicamente, infatti, di rivalutare don Odello, la messa mattutina obbligatoria ogni mattina a Rod El Farag, i figli della povera gente che andavano nei capannoni della scuola professionale e noi che salivamo al primo piano nelle aule del liceo, le avventure tra le piramidi di quei boy-scout cui già allora non volli aderire, la storia fatta di dati e di date. E non apprezzo neanche troppo l’idea che precocemente si separino i percorsi scolastici dei predestinati (da chi?) a imparare il prima possibile un mestiere e di quelli che andranno avanti negli studi, fino all’università e oltre. Continuo a credere, infatti, che l’innalzamento del livello medio di istruzione e di conoscenza, e insomma del general intellect, abbia parecchio da spartire con le fortune economiche e sociali, ma anche civili, di un Paese, persino quando questo Paese si chiama Italia.
Direte voi: e il nozionismo, con tutto questo discorso, che cosa c’entra? C’entra, c’entra. Formalmente, è (direbbe Pizzul) in grande spolvero. Non c’è in pratica persona che non ne canti le lodi, e non deprechi i guasti irreparabili, signora mia, provocati da chi lo ha contestato, con le parole o con le opere. Ideologicamente antinozionisti non si dichiarano più, forse, neanche i professori dei Cobas. Il guaio è, però, che il nozionismo ha già perso su tutta la linea, e non solo nella pessima, indifendibile versione don-odelliana. E a celebrare i suoi fasti, a portare invitte le sue bandiere nel Terzo Millennio, non è l’antinozionismo ideologico ma l’antinozionismo tout court, nutrito di banalità, culto del luogo comune, abuso del gossip, e spesso, molto spesso, autentica ignoranza, indossata, anzi, esibita con allegria. Tutti parlano di tutto. Ma quasi nessuno, almeno nel campo di quelle che un tempo si chiamavano scienze umane, sembra avere nozione di nulla. Una marmellata universale.
Un mio prozio bolzanino che si chiamava Felice e non era mai riuscito a prendere, in una famiglia di professori, neanche un diploma, insomma lo zio simpatico, mattacchione e inconcludente per antonomasia, aveva per orgoglioso motto: «Chi sa come mi sa sa, chi sa più de mi sa massa», chi sa come me sa il giusto, chi sa più di me sa troppo. I miei familiari, gente tutto sommato semplice, non immaginarono mai, credo, che il motto del barba Felice, nel 2000, sarebbe stato assunto come valore universale.