Per fortuna, la sinistra non è mai fatta soltanto dai suoi partiti. Sfortunatamente, almeno, ma non soltanto, in Italia, la sinistra politico-partitica ha sempre avuto enormi difficoltà a rapportarsi con i suoi referenti sociali. E ha sempre avuto, più o meno consciamente, la tendenza a pensare che la «politica», quella vera, dovesse essere monopolizzata dai partiti (anzi, dal «partito» per eccellenza), mentre la società doveva essere la portatrice di acqua e di voti. A lungo, è stato proprio così. Poi, una società cresciuta, anche grazie ai partiti, ha rivendicato suoi spazi, suoi momenti di autonomia, una sua capacità di intervento e di influenza. E ha sfidato i partiti, protestando, oppure uscendone e collocandosene fuori. Nella famosa terminologia di quel grande studioso e democratico che è Albert Hirschman, quella parte di società che si riferiva alla sinistra ha fatto ricorso alle opzioni prima della voice e poi dell’exit. In un certo, molto importante, senso, le assemblee del lungo Sessantotto italiano sono state straordinari luoghi e momenti di incontro, di protesta (voice), di partecipazione e, non da ultimo, di manipolazione. Di conseguenza, sono malamente ripiegate su se stesse, non soltanto per la confluenza minima di alcuni assemblearisti nella lotta armata, ma in special modo per la delusione, il riflusso e il rifiuto della politica della maggioranza di coloro che erano stati coinvolti in quelle esperienze. Difficile, oggi, dire quanti di loro stiano tornando a esperienze di coinvolgimento collettivo, tipo i girotondi (che assumo come emblematici), ma sicuramente per alcuni si tratta davvero di un ritorno.
Nel Sessantotto, una nuova generazione, che aveva goduto del massimo di ricchezza e di opportunità socio-economiche mai sperimentate nel Belpaese, domandò e tentò di rompere la cappa gerarchica che tutte le istituzioni italiane, dalla Chiesa alla burocrazia, dai partiti alle scuole, università compresa, e alle famiglie, avevano sempre imposto a coloro che ne facevano parte senza poterne uscire. Quella cappa opprimeva e separava, atomizzava chi entrava a farne parte poiché, tenendolo separato/a da compagni e compagne, lo/a rendeva più vulnerabile e più malleabile. In quelle istituzioni, nessuno doveva e, in effetti, nessuno poteva fare domande, meno che mai esprimere dissenso, pena l’emarginazione. La subordinazione, prima ancora di essere imposta con sanzioni, era psicologica. Un deviante era tollerato poiché la sua esistenza segnalava la generosità del sistema e la magnanimità di coloro che occupavano ruoli di potere. Oltre non si poteva andare e, comunque, qualsiasi organizzazione dei devianti/dissenzienti veniva combattuta duramente, con l’isolamento, con l’espulsione. Cosicché, quando fecero la loro comparsa, un po’ dappertutto, grazie all’ineliminabile fenomeno dell’imitazione/contagio, le prime assemblee a composizione variabile e non predeterminata, alcune delle quali «autogestite», esse rappresentarono la liberazione di energie, più o meno creative, fino ad allora represse. Prima gli studenti con altri studenti e i lavoratori con altri lavoratori, fino ad allora tenuti separati, s’incontrarono, poterono vedersi (e toccarsi), scambiare informazioni e esperienze: per queste, cruciali furono le famose «testimonianze» portate da compagni che venivano da luoghi spesso esotici, ma che talvolta erano distanti non più di duecento chilometri. L’incontro di studenti di età diversa, di provenienza sociale diversa, di facoltà diverse, di per sé sembrò potenziare e moltiplicare le energie. «Siamo tanti» veniva annunciato ripetutamente nelle assemblee e, a conferma, si leggevano le adesioni, di altre scuole, di altre fabbriche e, qualche volta, di docenti: i famosi «democratici conseguenti» (e di collettivi di docenti). La sensazione di un’espansione inarrestabile, a macchia d’olio, era inebriante. Poi, i discorsi: non formali non paludati più o meno infiammatori con il richiamo prevalente al marxismo, nelle versioni leninista, trotskista, gramsciana, e al guevarismo (e, naturalmente, con abbigliamenti consoni, ma anche per chi poteva permetterselo, con le barbette leniniste, gli occhialini trotskisti, la pettinatura alla Gramsci e il basco del Che).
Le assemblee furono effettivamente luoghi di partecipazione, ma quasi esclusivamente nel senso di «fare parte», vale a dire di essere presenti alle interminabili discussioni nelle quali emersero i primi veri professionisti del megafono. Per molti quello che contava era «esserci», mentre per i «liderini» quello che contava era la potenza della voce e la capacità di durata. Naturalmente, uno straordinario vantaggio iniziale era posseduto da coloro che avevano già avuto modo di sperimentarsi nelle parrocchie e, più raramente, nelle sezioni di partito. I «primi della classe», a condizione che fossero estroversi, ebbero anche loro numerosi momenti di gloria. «Fare parte» di un’assemblea è bello: s’incontra gente, si prova solidarietà, ci si eccita insieme, si definiscono nemici comuni, vicini e lontani, dai baroni, meglio se riformisti, all’imperialismo, naturalmente americano. Si lanciano proclami, si costituiscono gruppi di lavoro, dove almeno ci si riesce a conoscere davvero, si stilano (e ciclostilano) documenti. Quella partecipazione, per quanto gratificante, rimase sempre poco incisiva. Non fu quasi mai un «prendere parte» alle decisioni, neppure nelle stesse assemblee. Queste erano preconfezionate fuori dell’assemblea, dai professionisti. L’Assemblea serviva, da un lato, a creare consenso dopo un dibattito vivace, ma ristretto ai soliti noti, dall’altro, a scaricare le tensioni, dall’altro, ancora, a caricare i partecipanti fino al momento, certamente liberatorio dello «scazzo», dal battibecco fino agli spintoni, sedato o con la fuoriuscita dei dissenzienti oppure con la fuoriuscita di tutti: «corteo corteo corteo».
Il corteo serviva a portare fuori dell’assemblea, a spasso per la città, le contraddizioni e le controversie, a esibirle, non sempre in maniera gioiosa, come alcuni attempati «partecipanti» vogliono farci pensare, ma soprattutto a spaventare i «borghesi» («padroni, borghesi ancora pochi mesi»). E, naturalmente, a mostrare loro di quanto figli e figlie avessero già saputo sfuggire dal loro controllo affettivo e apprensivo. Dal punto di vista della partecipazione democratica, le assemblee furono uno straordinario fenomeno diseducativo. Sicuramente istruttive, per chi rifletteva per imparare, da almeno un punto di vista: la democrazia diretta ha anch’essa bisogno di regole per incanalare il dibattito, definire le alternative, consentire una scelta meditata fra quelle alternative. Le assemblee dimostrarono concretamente come la democrazia diretta possa essere molto peggiore, non soltanto nelle modalità decisionali, ma persino nella didattica, nella distribuzione di informazioni, della democrazia rappresentativa. Non soltanto la maggioranza dei partecipanti non venne mai adeguatamente e sufficientemente informata della posta in gioco, ma il pubblico fluttuante delle assemblee permetteva che venissero prese decisioni prive di una maggioranza, da spostamenti occasionali, o da incursioni inaspettate o, semplicemente, attraverso la stanchezza procurata dai professionisti dei devastanti tornei oratori che precedevano qualsiasi, importante e persino quasi irrilevante, decisione. E gli oratori professionisti si trasformarono rapidamente in manipolatori del loro pubblico. Nessuna regola certa, nessun criterio preciso: pochi sapevano se, come e quando e su che cosa si sarebbe votato e deciso. Nessuno, dopo qualunque votazione, era in grado di indicare con certezza di chi era la responsabilità di quella decisione e della sua attuazione: «scazzo scazzo», «corteo corteo».
Senza mai poterlo dire alto e forte, perché, altrimenti sarebbero stati accusati di riformismo piccolo borghese, molti partecipanti rimasero assolutamente insoddisfatti dell’assemblearismo. Percepirono di essere usati nell’interesse di alcuni capi ambiziosi - che oggi troviamo fra i giornalisti e fra i politici: le due professioni con le più basse barriere di ingresso…, ma non riuscirono mai, se non con atti isolati, a rompere il cordone sanitario che separava l’assemblea dagli altri, studenti e operai, che avrebbero voluto contare se li si fosse lasciati contare, se fosse stato possibile andare a conte «democratiche». Cambiata e migliorata l’università? Rivitalizzati i partiti? Migliorata la loro democrazia interna e quella dei sindacati? Diventata più partecipante, più impegnata, più civica la cultura politica di una generazione? Deflusso e riflusso furono il prodotto non tanto e non soltanto del mancato conseguimento di obiettivi che, comunque, perché riformisti, venivano regolarmente rifiutati e sconfitti nelle assemblee, ma dell’insoddisfazione individuale e collettiva di centinaia di migliaia di giovani (e non più tanto giovani). Forse, i sociologi diranno che con l’assemblea, dentro e fuori le assemblee, i giovani avevano ampliato il repertorio delle loro azioni collettive: uso degli spray, sit-in, sbeffeggiamenti (i famosi cori, dal non troppo elevato contenuto culturale: «scemo scemo»), espropri proletari. Certamente, rotta la cappa della soffocante gerarchia e dell’onnipresente burocrazia, non si erano aperte, ma nessuno dei leader del Sessantotto ha mai pensato che si dovessero aprire, le molteplici strade di una democrazia regolata e partecipata (e viceversa) e innervata da un vigoroso e rigoroso senso civico.
Se, poi, l’assemblea voleva sfidare i riti della sinistra partitica e sindacale, nel suo svolgimento tumultuoso aveva sicuramente conseguito l’obiettivo, ma nel suo esito concreto non riuscì mai ad andare oltre il ben più efficace e lungamente sperimentato e inscenato rito del compagno dirigente del partito venuto dal «centro» che, alla fine del dibattito in sezione e in federazione, dettava, a prescindere dagli interventi, la linea, ovvero del compagno sindacalista che traeva le conclusioni già perfettamente preparate prima di quella e di qualsiasi altra «iniziativa». Anche per queste prassi, i leader del movimento non trovarono nessuna difficoltà a inserirsi in posizioni intermedie nelle burocrazie di partito e di sindacato: erano culturalmente predisposti e, nella misura del possibile, hanno fatto carriera. Se il marchio del successo di un’operazione socio-culturale si riscontra nelle imitazioni alle quali dà vita e linfa, va subito detto che l’assemblea come luogo e momento d’incontro, di partecipazione, di comune sentire, è venuta oramai del tutto meno. Non è un rito logorato; è un rito esaurito (e non rimpianto). Sono decenni che gli studenti non si «autoconvocano» in assemblea. Semmai, qualche volta, sono i loro insegnanti, cioè quegli studenti di una volta, a raccogliersi in assemblea. Le perplessità e le delusioni riguardanti la democrazia assembleare ovvero anche, molto più semplicemente, le modalità assembleari di affrontare e risolvere problemi sono diventate tali da mettere l’assemblea a uno degli ultimi posti nella scala delle opzioni da azionare e praticare. Magari non tutti concorderanno sul fatto che quegli anni saranno stati pure «formidabili» per chi controllava l’accesso al tavolo della presidenza e al microfono, anzi al megafono, e poteva in casi di difficoltà ricorrere alle spranghe dei katanghisti come strumento per convincere i dissenzienti, ma non hanno segnato nessuna crescita di senso civico, di impegno democratico, di etica pubblica in giovani che, peraltro, godevano delle migliori opportunità in materia.
Grande è la tentazione di pensare che due generazioni dopo sono i nipoti del Sessantotto che rilanciano antiche forme di incontro e di azione. Non è così. Sono, invece, sostanzialmente gli stessi partecipanti di allora che, appena hanno smesso di rincorrere pateticamente l’evanescente «pantera» studentesca, si riversano adesso nei girotondi. Lì si ritrovano in base alla stessa logica coloro che sentono la voglia di stare insieme. Il desiderio è legittimo, intessuto di sentimenti: bisogno di riconoscimento e di affetto; sensazione di contare qualcosa; tentativo di sfuggire all’imbarazzante quesito: «dove eravate quando Berlusconi vinceva le elezioni?»; accettazione della necessità di espiare. Tuttavia, ben collocati nelle rispettive scale di popolarità, di professionalità, di reddito nelle carriere prescelte, i girotondisti, apprezzabili per il tempo che dedicano a questa attività, anche se non poche potrebbero essere le alternative più funzionali dei girotondi, scendono in piazza, sfilano in corteo, circondano palazzi, sfidano i dirigenti della sinistra (ma, per carità, nessuno di loro si dichiara apertamente disponibile a sostituirli di persona: «chi lascia la carriera vecchia per la nuova male si trova»). Di fronte a questa situazione, non possiamo neppure dire «siamo alle solite» perché le somiglianze con le adunanze assembleari sono molto minori delle differenze. Certo, non si fa fatica a intravedere la presenza nelle assemblee d’antan di Francesco (Pancho) Pardi, non ancora professore, ma già sicuro di sé, almeno quanto Paolo Flores d’Arcais. Più difficile è collocare in un’assemblea il professor Paul Ginsborg che, qualche anno fa, scriveva un libretto sulle piccole virtù degli italiani, che o non c’erano proprio, e le aveva viste soltanto lui, oppure, subito prima/dopo la vittoria di Berlusconi sono sparite quasi tutte, le rimanenti rifugiatesi nei girotondi oppure in un’assemblea, bentornata!, infuocata di critica al D’Alema che, comunque, ribadisce ossessivamente di non volere fare autocritica.
Come le assemblee, e forse più, i girotondi, convocati elettronicamente, mettono insieme partecipanti disparati, ma socialmente di gran lunga più omogenei degli studenti del Sessantotto. Come le assemblee, i girotondi sono occasionali, ma più delle assemblee sono «monotematici»: giustizia, informazione, televisione, critica della sinistra. Come le assemblee, i girotondi non hanno regole: e come le assemblee trovano sempre qualcuno che usa il microfono più spesso degli altri, senza contraddittorio. Come le assemblee, i girotondi sembrano avere come bersaglio principale i partiti (anzi, il «partito», è sempre lo stesso anche perché i suoi dirigenti non sono sostanzialmente cambiati nello stile e nei comportamenti) di sinistra; come le assemblee, ma oggi più sorprendentemente di allora, nessuno dei girotondi critica il sindacato e la sua ampia, potente, impermeabile burocrazia. Come le assemblee, i girotondi fanno incontrare molte persone, ma a differenza delle assemblee chi si incontra nei girotondi ha già vaste e ottimamente funzionanti reti di relazioni interpersonali. I girotondisti non sono insoddisfatti di quello che hanno acquisito nella vita. Non sono subordinati alle gerarchie e alle burocrazie. Spesso sono professionisti affermati e datori di lavoro. Posseggono altri strumenti, se lo volessero, se lo avessero voluto, per influenzare la politica. A differenza degli assemblearisti, i girotondisti partecipano per partecipare: la ricompensa è esserci/trovarsi. La loro è una partecipazione di tipo «affettivo-espressivo», non di tipo strumentale. Non vogliono necessariamente contare. Sembra che preferiscano contarsi: di nuovo, «siamo tanti» - e la battaglia di cifre viene combattuta dalle questure, dagli organizzatori e dai direttori di giornali per i quali contano i numeri e non la qualità, ad esempio, delle domande e delle proposte, mai sottoposte a vaglio critico.
Proprio perché la partecipazione nei girotondi non si è data sbocchi precisi, non è facile valutarla, ma non è neppure facile mantenerla. Uno sbocco potrebbe essere riuscire a mandare a casa coloro che non consentiranno alla sinistra di vincere nei prossimi vent’anni: non Berlusconi, ma proprio i dirigenti di quella sinistra. L’obiettivo, se era tale, non è (ancora?) stato raggiunto anche perché i girotondisti sono «buonisti», ma, in special modo, i dirigenti della sinistra non hanno nessuna intenzione di assumersi la responsabilità delle sconfitte elettorali. Le assemblee erano luoghi confusi, ma effervescenti. Per molti degli assemblearisti la ricompensa psicologica della loro presenza stava tutta nell’esserci insieme ad altri studenti e studentesse che altrimenti non si sarebbero incontrati mai. Invece, i «liderini» delle assemblee avevano altri obiettivi, spesso personalistici, e spesso li conseguirono. Anche i girotondisti sembrano soddisfatti del loro accompagnarsi nelle catene umane, nei cortei, nelle sfilate. Finora non hanno chiesto «convenzioni» (assemblee?) con regole per scegliere le priorità programmatiche. Non hanno chiesto primarie per scegliere i candidati alle cariche elettive, anche di vertice, della sinistra. Non hanno chiesto ai «loro» parlamentari di essere presenti, di spiegare, di tenere i contatti con l’elettorato. Soprattutto, non hanno individuato nulla di originale in termini di organizzazione della politica, di innovazione nella comunicazione, di influenza sulle decisioni.
Le assemblee rompevano vecchi riti, per inscenarne di nuovi, allora dirompenti. I girotondi sono epidermici e ripetitivi. Come le assemblee sono, comunque, fenomeni minoritari, confinati nella sinistra, senza forza propulsiva, senza capacità penetrativa. Girano, per l’appunto, in tondo. Non può essere questa la nuova politica. Da questa non nuova politica non può nascere nessuna nuova sinistra. Continua a non esserci nessuna carica di democraticità in queste forme di espressione. Non appare chiaro quali siano le effettive richieste di trasformazione e chi possa esprimerle, incanalarle, guidarle, governarle. Le assemblee del Sessantotto durarono anni. I girotondi del 2002 rischiano di durare al massimo il tempo di una piovosa primavera. Una sinistra che gira in tondo è destinata ad assistere al deflusso di partecipanti benintenzionati che, in assenza di risultati, se ne torneranno a casa (exit). Oppure, al crollo per stanchezza («tutti giù per terra») dei sostenitori di una forma di mobilitazione che, se non è tradotta in nuove organizzazioni, rischia di esaurirsi. Ancora una volta, la sinistra politico-partitica, incapace di approntare gli strumenti per sfruttare l’energia dei partecipanti, porterà buona parte della responsabilità del fallimento di una richiesta diffusa di trasformazione. Tuttavia, gli stessi girotondisti avranno la loro parte di responsabilità se decideranno di non «sparare», come intimò il compagno Mao e come ha ripetuto il compagno Nanni Moretti, «sul quartier generale». Enfin, assemblee, girotondi, cortei: sono queste le modalità di organizzazione e azione politica delle sinistre europee? E, se no, non sarà anche colpa della sinistra sociale italiana, che non sa andare oltre fenomeni pittoreschi, se la sinistra politica non si rinnova e rimane chiaramente minoritaria?