archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Il Danaro e l'essere

LIBERAL BIMESTRALE
di Jacques Garello
Anno II n. 13 - Agosto - Settembre 2002

Torna al sommario
cop17_th  
 Cinquant’anni fa, il Reverendo Padre Lebret, s.j., discepolo e amico di François Perroux, aveva creato il gruppo Economie et Humanisme e aveva pubblicato, con lo stesso titolo, un libro che si occupa dello sviluppo del Terzo Mondo. L’Enciclica Popularum Progressio è stata in parte ispirata da queste analisi. Oggi, siamo di nuovo di fronte al problema di «rimettere l’uomo al centro dell’economia». L’espressione è bella, l’intenzione lodevole, ma questa formula contiene alcune ambiguità: esistono diversi modi di leggerla. Due di questi mi sembrano erronei, e nocivi. Infatti, suggerendo di rimettere l’uomo al centro dell’economia, si sottintende che non vi si trovi più: o ne è stato cacciato, oppure non c’è mai stato. La prima versione è un attacco appena dissimulato contro il capitalismo. Dalla caduta del muro di Berlino, l’economia globalizzata è sottomessa alla legge del mercato e del profitto. I capitalisti si sono sbarazzati dei socialisti, difensori della giustizia sociale, dei valori di solidarietà e di ridistribuzione. Gli stessi socialdemocratici si sono visti costretti a retrocedere di fronte all’ondata neoliberale, che ha spazzato via qualsiasi ostacolo si sia trovata di fronte, senza risparmiare l’uomo. La seconda versione è una contestazione più generale dell’economicismo, del denaro, del «produttivismo», del consumismo. Riscuote, senz’altro, la simpatia di alcuni socialisti, ma anche l’adesione di persone sinceramente preoccupate dai progressi del materialismo, dell’immoralità, dell’egoismo che attribuiscono all’importanza che ricopre oggi la vita economica, all’ossessione per la ricchezza e per una competitività che mina lo spirito di solidarietà e il sentimento comunitario.Credo che sia importante distinguere questi due modi di reagire, nonostante siano accomunati dalla contestazione dell’economia contemporanea (o dall’ideache ne hanno), poiché conducono a due proposte di diversa natura: la prima porta all’umanesimo reale, o al socialismo umanitario, due espressioni che sono sinonimi nel recente pensiero marxista, ad esempio in Althusser; la seconda porta a un rifiuto puro e semplice del progresso economico, almeno che non lo si possa comprendere al di fuori dell’azione umana. Se la prima dobbiamo denunciarla come un nuovo tentativo per riabilitare il collettivismo e rimettere in auge il socialismo marxista, la seconda è semplicemente frutto dell’ignoranza della logica di mercato, un’ignoranza che si basa, questo è vero, sul discorso di parecchi economisti, ma che possiamo e dobbiamo sradicare per permettere agli uomini di partecipare allo straordinario progresso economico promesso dalla Nuova Economia.

1. Dall’umanesimo filosofico all’umanesimo reale
Negare l’uomo per meglio riscoprirlo
Prima ancora della caduta del muro di Berlino, quando il fallimento economico, politico e sociale del comunismo era già evidente, quando non si potevano più nascondere i crimini e gli abomini del regime stalinista, alcuni filosofi marxisti hanno cercato di salvare l’essenziale del messaggio comunista, a costo di compromettersi con il vocabolario e i concetti del nemico di classe. Hanno addirittura inventato, per sostenere questa causa, una nuova Urss corrispondente alla propria idea, che apriva la strada a una società senza classi. Paradossalmente, per far dimenticare gli abusi commessi nella patria del comunismo, questa si trasformava tutt’a un tratto in modello per la società futura: la dialettica permette tali acrobazie intellettuali. Uno degli autori che hanno sostenuto questa tesi nel modo più brillante è Louis Althusser. Fin dal 1963, si è interrogato sul «socialismo umanista». Ha messo in luce le ambiguità di questa espressione, e le ha preferito quella di «umanesimo reale». L’ambiguità, secondo lui, derivava dalla necessità di non confondere questo umanesimo con quello che porta con sé il discorso «liberale e razionale». Questo discorso propone un’ideologia costruita a partire dal concetto d’uomo, un concetto che non ha contenuto scientifico e che, pertanto, non saprà fornire una teoria della realtà sociale. Lo stesso Marx, nelle sue opere giovanili, è stato tentato da questa visione ideologica dell’umanesimo.
Fortunatamente, qualche anno dopo, Marx costruisce una teoria rigorosa dell’evoluzione delle società, scoprendo che quest’evoluzione è dettata dal modo di produzione. Questo modo di produzione a sua volta determina un’organizzazione politica e giuridica, e un’ideologia. Si può esprimere la stessa idea sostenendo che il modo di produzione è «infrastruttura», tutto il resto è «sovrastruttura». Come qualsiasi infrastruttura, l’ideologia è legata al modo di produzione caratteristico della società. L’ideologia dell’umanesimo liberale è, quindi, un sottoprodotto della società di classe. È il tramite grazie al quale gli individui possono capire e accettare la società in cui vivono. In una società classista, coloro che dominano imprimono un’ideologia dell’uomo che gli fa comodo: questo umanesimo «per la buona causa» di un uomo libero e razionale, responsabile del proprio destino, quando invece libero non è, e la sua sorte è determinata dalla situazione della forza produttiva e dal dominio dei detentori del capitale. È evidente che non è questa l’ideologia da prendere in considerazione per definire l’umanesimo reale che è esso stesso un’ideologia, ma adattata alla società senza classi. Bisogna infatti rimanere fedeli alla teoria marxista: ogni modo di produzione porta con sé la propria ideologia. Esiste quindi un’ideologia umanista che corrisponde alla società comunista. Resta, però, da vedere quale sia il contenuto di tale umanesimo. È, senz’altro, reale perché parte dall’unica realtà caratteristica nella nuova società, quella delle relazioni sociali. La società senza classi genera il senso d’appartenenza all’interno della collettività, dà a ciascuno la sensazione di partecipare alla costruzione di nuovi rapporti sociali scevri dall’egoismo, dall’interesse personale, dal profitto, dall’avidità del guadagno e così via.
Cercando di precisare ulteriormente le caratteristiche di questo umanesimo reale, Althusser ci sorprende: da una parte ritiene possibile osservare questo nuovo umanesimo in Unione Sovietica, dove si edifica la nuova società comunista, finalmente liberata dagli errori staliniani (siamo ancora nel 1963!); dall’altra parte, per rispondere ai problemi reali di questa società, propri di questo «nuovo periodo storico», compaiono nuove forme di sviluppo individuale dal momento che «lo Stato non prende più in carico, con la forza, la direzione e il controllo del destino individuale, di cui ogni uomo è oramai padrone, ovvero il difficile compito di sviluppare, da solo, la propria identità». Se possiamo, al limite, capire l’errore d’osservazione sulla situazione in Urss, una società in decomposizione più che in costruzione, quel che risulta più sorprendente è vedere l’umanesimo «reale» tradursi nella ricerca dello sviluppo individuale, nella soddisfazione personale e nella definizione della propria personalità, elementi che evocano irrimediabilmente il buon vecchio umanesimo liberale. Siamo quindi tentati di chiederci se il socialismo umanista non sia nient’altro che un artificio linguistico, per non dire un argomento propagandistico. Sembra proprio che i restauratori del marxismo abbiano voluto conciliare l’inconciliabile: da un lato, il principio del primato della società sull’individuo, che arriva fino alla negazione del concetto d’uomo, dal contenuto «non scientifico»; dall’altro, il rispetto dell’autonomia della persona. Ci troviamo di fronte a un ragionamento sorprendente: il modo migliore per ognuno di affermare la propria individualità, seguendo una scelta personale, consiste nel fondersi in un destino collettivo guidato dalla Storia, essa stessa dominata dall’evoluzione dei modi di produzione. Uno dei due pilastri di questa costruzione è di troppo.
Penso che il riferimento all’umanesimo sia ridondante. Potevamo sospettarlo fin dall’inizio, visto che Althusser, prima di lanciarsi nella dimostrazione, ci avvertiva di quel che aveva di bizzarro: l’umanesimo è un paravento, quel che resta è il socialismo. Arrivando a questa conclusione, ho la sensazione di sfondare una porta aperta. Tutti sanno che il socialismo è «intrinsecamente perverso», proprio perché si fonda su un errore riguardo alla natura umana, e non è altro che una negazione dell’uomo stesso. Il tentativo degli intellettuali socialisti di legittimare il proprio errore sostenendo che il concetto di uomo non è scientifico, non cancella il fatto che si sono sbagliati. Ritrovare la dimensione umana dell’economia tramite il socialismo è un tentativo vano. Non è altro che retorica. I socialisti, dopo aver osservato il fascino che esercita sui nostri contemporanei il concetto di umanesimo, hanno deciso di appropriarsi di questa parola, svuotandola di significato. Hanno l’abitudine di sovvertire il significato delle parole, come ha brillantemente spiegato Thierry Maulnier. Ma allora perché la loro manipolazione intellettuale ha avuto presa su un pubblico tanto vasto? La mia risposta è che hanno coltivato un terreno fertile, si appoggiavano su una convinzione profondamente radicata in molti spiriti: l’economia non prende in considerazione l’essere umano. Venivano incontro all’anti-economicismo, un sentimento più ampio, più profondo del collettivismo anti-individualista.


2. Dall’economia reale all’umanesimo mercantile
È l’economia che ignora l’uomo o è l’uomo che ignora l’economia?
Se un così gran numero di persone nutre oggi un’avversione nei confronti del capitalismo e dell’economia di mercato, è perché l’opinione pubblica è stata abituata a uno schema erroneo della vita economica ed è incoraggiata in questa ignoranza. Se fossi marxista, chiamerei questo schema «l’economia reale». Purtroppo, ritroviamo il principio di questo schema nell’opera della maggior parte degli economisti dalla fine del Diciottesimo secolo. Senza dubbio la paternità di tale principio appartiene a Ricardo, «il grande precursore di Marx», che, al contrario di Adam Smith e dei suoi discepoli francesi (Jean Baptiste Say et Frédéric Bastiat), ha presentato l’economia come un meccanismo sapientemente regolato, come un gioco di forze che si organizzano a partire dai calcoli razionali di un individuo puramente utilitario. Ricardo s’iscriveva senz’altro nella tradizione di Turgot e Adam Smith che avevano scoperto l’esistenza delle leggi economiche. Ma, mentre i padri fondatori dell’economia avevano dedotto tali leggi dal comportamento di uomini liberi in cerca del proprio benessere, animati da «sentimenti morali», l’opera di Ricardo apriva una nuova era intellettuale, che si diceva scientifica, dando all’economia l’immagine di una semplice aritmetica di interessi finanziari. In questa prospettiva, la maggior parte dei marginalisti e quasi la totalità dei neoclassici fonderanno l’economia sulla razionalità dell’homo oeconomicus, questo essere senza spessore, senza passione, quest’individuo che non possiede alcuna particolarità, quest’uomo che non è una persona. Nei discorsi degli economisti (diventati gradualmente equazioni), il posto riservato all’essere umano è effettivamente sempre più ridotto o, per essere più precisi, l’uomo è stato strumentalizzato. L’economia è progressivamente diventata un anti-umanesimo, incitando in questo modo gli umanisti a diventare ostili all’economia.
Oggi, pochi sanno che la scienza economica, grazie alla Scuola austriaca, si è ricollegata alla grande tradizione umanista dei padri fondatori. Questo ritorno alle origini è stato reso necessario dal momento in cui gli economisti neoclassici si sono trovati nell’incapacità di spiegare il mondo moderno, e non c’è da meravigliarsi: ne avevano puramente e semplicemente escluso il ruolo determinante «dell’azione umana» (L. Von Mises). Le loro analisi risultavano inefficaci nella lotta contro la disoccupazione, l’inflazione, la povertà permanente, il sottosviluppo e così via. Sempre più hanno ignorato la realtà dei comportamenti umani, delle scelte individuali soggettive, per rifugiarsi nell’astrazione degli aggregati macroeconomici, dell’equilibrio generale: eccola l’economia «reale». Sempre meno attenti alle realtà umane, gli economisti sono ritornati ai tempi dei mercantilisti: consiglieri del principe, capaci di giustificare contro qualsiasi logica e qualsiasi giustizia la spoliazione del popolo perpetrata dai governanti e l’asservimento degli uomini nel nome della ragion di Stato, ribattezzata «interesse generale». Ci si può chiedere per quale ragione i drammatici errori degli economisti hanno così lunga vita. La ragione è questa: il tema «l’economia ignora l’uomo» fa comodo a molti.

1. Conviene prima di tutto a quelli che, a torto o a ragione, rifiutano il progresso economico. Come ogni progresso, presuppone un cambiamento. Come ogni cambiamento esige un adattamento. Ora, ci sono parecchie persone che si considerano soddisfatte dello stato di cose anteriore e non vogliono perdere la posizione, lo status o i diritti che hanno acquisito nel periodo precedente al cambiamento; questo è vero in particolare per coloro che hanno vissuto fino a quel momento di rendita, ovvero che hanno delle entrate senza alcun collegamento a una qualsiasi attività produttiva, a un qualsiasi servizio reso alla comunità. Altre persone hanno particolare difficoltà ad adattarsi per mancanza di educazione, di formazione o addirittura per scarsa propensione a compiere degli sforzi. Questi saranno lasciati da parte e il progresso andrà avanti a loro scapito. Per gli uni e per gli altri, sarà facile accusare l’economia di quello che dovrebbe essere messo in conto alla loro incuria e alla loro ignavia. Il discorso che tende a gonfiare all’estremo i «costi umani» del progresso economico è facilmente accettato da entrambi: sgrava gli individui di ogni responsabilità nelle difficoltà che incontrano, che dipenderebbero dalle spietate e incontrollabili leggi dell’economia.

2. Conviene, in secondo luogo, a quanti si propongano di alleviare i «costi umani» del progresso economico e di umanizzarlo. Eccoci adesso davanti alla schiera dei buoni Samaritani. Sono qui per sfruttare le paure collettive, rinforzeranno la propria situazione grazie alla credulità della gente inquieta e disorientata davanti al cambiamento. Beninteso, si tratta soprattutto di uomini di Stato: non è la loro missione di venire in aiuto ai diseredati? Ma ci sono anche tutti i professionisti del «sociale»: i sindacalisti, i «chierici», e più recentemente le Ong, queste organizzazioni non governative che fioriscono principalmente nella serra no global. Si inventa così la dialettica dell’economico e del sociale. Si oppone la legge del profitto al desiderio di condivisione, la redditività alla solidarietà. Non stupisce che si raggiunga facilmente il discorso neomarxista, e che si inventi un umanesimo «reale» che sia d’ispirazione per la lotta contro l’economia «reale» disumanizzata. Questo è il genere di collusioni che abbiamo incontrato a Rio de Janeiro e in seguito a Seattle, a Genova e a Porto Alegre; questa è una delle basi del concetto di «sviluppo durevole».

Tali convinzioni, lo ripeto, possono essere sostenute solo ignorando totalmente cosa sia l’economia. All’opposto dell’economia «reale», la vera economia è fatta dall’uomo, a misura d’uomo. E la scienza economica è a giusto titolo un ramo della scienza dell’azione umana, della «prasseologia» (Mises), che ha come scopo di comprendere i fenomeni sociali a partire dai comportamenti individuali, spiegando il modo in cui le libere scelte si coordinano tra loro, e a quali condizioni tale coordinazione sbocca nell’armonia sociale. La Scuola austriaca, a cui faccio riferimento, ha dimostrato precisamente il modo in cui la coordinazione delle azioni umane si armonizza grazie all’azione del mercato, grazie agli stessi imprenditori guidati dalla concorrenza e dal profitto. In quest’ottica, l’economia è naturalmente umana: umana per le sua finalità, umana per il suo svolgimento. A forza di concentrare la scienza economica sulla produzione e sulla creazione di «ricchezze», abbiamo perso di vista l’oggetto dell’attività economica, che non è produrre ma consumare. Pochi economisti nel corso del Diciannovesimo secolo, prima della Scuola austriaca e del suo fondatore Carl Menger, avevano prestato attenzione al ruolo del consumatore. Solamente Frédéric Bastiat ne aveva preso la difesa, contro gli interessi dei produttori che cercano spesso di evitare la concorrenza per imporre le proprie condizioni agli acquirenti. Bastiat aveva chiaramente inteso che la «ricchezza» non consiste nell’accumulare oro o argento, né nel moltiplicare i prodotti dell’agricoltura o dell’industria, ma, piuttosto, nel soddisfare i bisogni degli esseri umani. Creare ricchezza non è altro che rispondere a una necessità umana. E se gli uomini decidono di accontentarsi di quello che hanno e di non prendersene neanche cura, non ci sarà nessun progresso, nessun cambiamento. È proprio perché vogliono conservare la propria situazione e migliorarla, che gli uomini si mettono in testa di produrre o di partecipare alla produzione. La crescita economica non è determinata dalla volontà di alcuni Grandi, responsabili delle decisioni, pianificatori di governo o dirigenti di multinazionali riuniti a Davos, è il risultato del desiderio di milioni di persone di vivere in un altro modo, se non di sopravvivere. Il progresso economico è una scelta umana.
Per mettere in pratica questa scelta, l’economia si fonda sullo scambio. Molto velocemente gli uomini hanno capito che era possibile soddisfare i propri bisogni solo cercando di soddisfare quelli degli altri. Come dice sempre Bastiat, l’economia è uno scambio di servizi, e qualsiasi cosa ha un valore che dipende dall’importanza del servizio reso agli altri, che sono i soli a poter giudicare tale importanza. In questo senso la pianificazione è antieconomica perché disumana. Infatti, ha la fallace pretesa di dare alle cose un valore arbitrario e omogeneo, senza tenere conto delle preferenze individuali (se non quelle dei dirigenti per rinsaldare il proprio potere). La pianificazione ha adottato anche il metodo della coordinazione centralizzata, che esclude i processi di scambio e che esenta quelli che agiscono dal verdetto degli altri. Al contrario, l’economia di mercato organizza un «plebiscito quotidiano», ognuno vi contribuisce controllato dagli altri, il che obbliga a tenere conto dei desideri di ciascuno. Non esiste nulla di più aperto di un’economia di mercato. Ha la reputazione di incoraggiare l’egoismo e il ripiegamento su se stessi, quando invece per il suo stesso principio impone di essere all’ascolto della comunità, e per il suo stesso metodo prende le mosse dai contrasti e dalle convenzioni che responsabilizzano l’uomo. In questo senso, «il mercato» non è un essere mitico o un luogo misterioso dove si prenderebbero decisioni sulla sorte degli uomini, senza che possano esprimere la propria opinione. Il mercato è un modo d’espressione dei bisogni umani in cui ognuno ha l’occasione di affermare i propri gusti, le proprie capacità, la propria personalità. Il mercato diventa in questo modo il prolungamento necessario dell’intelligenza e della libertà dell’essere umano. Personalmente, uso volentieri il termine: «umanesimo mercantile». Lungi dall’ignorare l’uomo, l’economia fondata sul mercato è interamente orientata al servizio degli uomini, tramite gli uomini. L’economia è la traduzione naturale delle attitudini e dei desideri dell’essere umano; sbocca su un’armonia tra gli uomini grazie al principio di mutualità, dal momento che nulla è possibile senza che ci sia responsabilità e reciprocità. Tuttavia, secondo me, non è questo il punto essenziale: non solo l’economia è fatta dall’uomo e per l’uomo, ma soprattutto ha l’effetto di nobilitarlo, e di dare un senso alla sua libertà.

3. Dall’umanesimo mercantile all’umanesimo liberale
L’economia della libertà valorizza la persona
Quando l’umanesimo ha mosso i primi passi nella storia del pensiero, è apparso come una reazione contro la rassegnazione, contro il fatalismo che aveva segnato gli animi durante l’Alto Medioevo. Persuasi che la vita terrena si riassumesse nel «traversare una valle di lacrime», molti cristiani erano più preoccupati della salvezza eterna che della vita quotidiana. Se vi aggiungiamo la frammentazione dello spazio europeo determinata dalle grandi invasioni e dal dissolvimento dell’Impero romano d’Occidente, risulta evidente che nessun elemento era veramente propizio al commercio e alla produzione. Dopo il cambiamento apportato al paesaggio europeo dalla riscoperta dell’Oriente (in seguito alle Crociate), dalla pace di Dio e dalla rivoluzione del diritto, divenne evidente che l’uomo aveva la capacità di migliorare il suo modo di vivere, senza rinnegare la fede o perdere la sua anima. Se le opere di Erasmo facevano ancora scandalo, il «Papa umanista» Nicola V doveva essere uno dei primi a sottolineare la missione dell’uomo che consisteva nel prolungare la Creazione, nel «dominare la terra». L’umanesimo è quindi velocemente diventato l’affermazione del genio creativo dell’essere umano, il marchio della sua intelligenza, la prova che è stato creato «all’immagine di Dio». L’economia, fondata sulla soddisfazione dei bisogni umani grazie allo scambio, diventava così una delle attività umane più nobili, visto che permetteva alla persona di mostrare le sue capacità al servizio della comunità. Questo resta vero a tutt’oggi: l’economia dà la misura dell’uomo. Nell’atto economico, l’uomo è spinto a dimostrare le sue capacità, ma anche i suoi limiti. L’economia ci rivela un uomo creatore, un uomo servitore, un uomo peccatore.
L’economia è fatta di innovazione, di creazione. L’uomo creatore è all’origine di ogni ricchezza. A lungo, la prosperità economica è stata ricondotta alle «ricchezze naturali»: una convinzione propria dei secoli dell’agricoltura, in cui la fertilità e l’estensione delle terre determinavano apparentemente l’abbondanza del raccolto - mentre lo sforzo del contadino passava in secondo piano. Siamo ormai sicuri che la vera ricchezza è il prodotto dello spirito dell’uomo, di conoscenze acquisite, di talenti personali e del loro sviluppo. «L’uomo è la migliore risorsa per l’uomo». Questa constatazione del Papa Giovanni Paolo II è la stessa fatta dalla scienza economica contemporanea, che insiste sull’importanza del «capitale umano» nello sviluppo dei Paesi poveri e nella crescita durevole dell’economia - come ad esempio dice Gary Becker che, tra le altre cose, sottolinea l’importanza della famiglia nella formazione e nella crescita di questo capitale umano. Tuttavia, questa creazione acquista senso solo se è volta a soddisfare bisogni, se sfocia su un servizio reso agli altri. Produrre per produrre non ha senso; tutta l’attività produttiva deve essere orientata verso le attese della clientela, a tutti i livelli. E il profitto non fa altro che registrare la convergenza tra i piani del produttore e le attese del consumatore. I migliori risultati di un’impresa mostrano che a tutti i livelli della produzione è stato portato avanti un buon lavoro: i prodotti, che siano beni o servizi, si vendono meglio e rendono redditizi gli sforzi e i mezzi finanziari impiegati. Così come la perdita è motivo di biasimo collettivo, il beneficio è un incoraggiamento da parte dell’intera comunità e un’indicazione su quello che bisogna fare. Il livello dei prezzi e dei profitti costituisce un’informazione preziosa sull’orientamento da dare all’attività economica, e spetta all’imprenditore interpretarla per evitare sprechi e penuria. Appare chiaro che il mercato porta a mettere l’economia al servizio della comunità e che l’uomo creatore non è altro che l’uomo servitore
Malgrado tutto, alcuni errori di valutazione possono sopraggiungere in questa permanente ricerca dell’opportunità economica. Gli uomini non dispongono dell’intero sapere. La vita economica si svolge in un clima d’incertezza, che può andare fino all’ignoranza radicale, all’impossibilità d’immaginare il futuro in ogni dettaglio. È una stupida pretesa dei pianificatori nell’economia pianificata credere di poter dominare il futuro ed eliminare il caso. Non hanno capito che le capacità umane, benché considerevoli, non sono illimitate e che bisogna permanentemente rimettersi in discussione. La crescita economica non è una strada lastricata, segue un percorso puntellato di tentativi ed errori; bisogna semplicemente trarre giovamento dagli errori per imboccare in seguito una strada più sicura. Esistono numerosi difetti e disfunzioni nel corso della vita economica: è il riflesso dell’imperfezione dei progetti umani, è il prezzo che l’uomo paga perché è peccatore e fallibile. «Imperfetto ma perfettibile», diceva Bastiat. Negare l’imperfezione vuol dire negare la vita, negare l’uomo. Quanti hanno proposto un’immagine meccanicistica dell’economia si sono sbagliati ugualmente su questo punto. Non hanno voluto riconoscere l’esistenza delle approssimazioni, dei ritardi e degli errori: hanno sognato un mondo perfetto sottomesso a un equilibrio generale. Ecco che poi ci fanno credere che c’è un’irregolarità nel mercato ogni volta che si verifica un incidente, ogni volta che bisogna correggere la marcia. Riconoscere la possibilità all’errore non significa ammettere l’irresponsabilità, al contrario. In un’economia di mercato l’uomo è doppiamente responsabile: non solo per gli errori che ha commesso, ma anche per non aver saputo imparare da questi errori. Il sistema di responsabilità si mette in opera grazie all’esistenza della proprietà privata. Come ancora una volta afferma Bastiat, esiste un legame indissolubile tra libertà, capacità e proprietà, e ancora tra libertà e responsabilità. La proprietà privata permette di dare a ciascuno secondo i propri meriti. Nell’azione economica, l’uomo esprime la propria differenza, la propria particolarità portando come prova le sue capacità. Ma come portare una tale prova se non è concessa l’appropriazione, se un individuo non può far riconoscere ciò che è dovuto al proprio lavoro e ciò che è dovuto a quello degli altri? Solo la proprietà permette la responsabilità. Essere proprietari, possedere qualcosa, significa risponderne. E la libertà non acquista pieno significato se non è associata alla responsabilità: bisogna assumere le conseguenze dei propri atti, se sono liberi e volontari. La libertà non ha senso in sé, si giustifica unicamente nella prospettiva di un servizio reso agli altri e della dignità della persona. La libertà economica, o l’economia libertà, permette quindi a ciascuno di sentirsi più responsabile, di conoscersi e di essere meglio riconosciuto: permette all’uomo di costruirsi la propria personalità attraverso l’azione. L’economia, quindi, dà all’uomo l’occasione di diventare se stesso, di sfruttare al massimo le proprie capacità e di andare in fondo alla propria vocazione, ma non solo per il proprio interesse personale (senza escludere questa considerazione), ma anche per rendere miglior servizio agli altri. Questa è la grande e stimolante avventura dell’economia a cui gli uomini sono invitati a partecipare dall’inizio dei tempi, e in particolare da quando hanno accresciuto la fiducia in se stessi, da quando l’umanesimo ha preso consistenza. Questa avventura prende oggi una dimensione mondiale. Invece di vedere in questa globalizzazione una nuova minaccia per l’essere umano, bisogna interpretarla come una nuova possibilità per milioni di persone e come l’occasione per tutti gli uomini di crescere nel benessere e nella dignità. Come ricorda Micheal Novak, possiamo costruire in tal modo questa «civiltà dell’amore» portatrice di pace e di prosperità.


(Traduzione dal francese di Elisa Loche)

 

web agency Done Communication