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La Welfare generation

Liberal Fondazione
di Giuliano Cazzola

Anno II n. 13 - Agosto/Settembre 2002

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 Dopo 150 anni un altro fantasma si aggira per l’Europa. Non ha più nulla di quella classe operaia che, secondo il «Manifesto» del 1848, aveva da perdere solo le proprie catene e un mondo da conquistare. E ha ben poco da spartire anche con gli epigoni degli anni Settanta, quando la tipologia socio-politica del «ribelle assistito» divenne il riferimento portante della dialettica sociale. Se gli anni Sessanta avevano rappresentato l’avvio della fase che, nell’autunno caldo del 1969, avrebbe sconvolto l’Italia del dopoguerra, fu il decennio successivo a dar modo (rincorrendo le grandiose lotte sindacali) alla sinistra comunista di «governare dall’opposizione» e di introdurre «elementi di socialismo». Il sonno della ragione e le distorsioni ideologiche cominciarono a generare mostri. Il ribelle aveva scoperto lo Stato-balia, il quale doveva assicurargli, tra le tante cose, un appartamento a equo canone, un salario «variabile indipendente» e un meccanismo di rivalutazione automatica delle retribuzioni (quella scala mobile, a punto unico, che diventò una fabbrica dell’inflazione e massacrò i valori professionali con gli effetti perversi di un egualitarismo becero), la sanità, di mano pubblica, totalmente gratuita, un sistema pensionistico generoso (l’introduzione del metodo retributivo - pensato per distribuire pingui dividendi alle generazioni in attività - risale ad allora). Ci sono voluti anni per smontare, pezzo per pezzo, quel castello di errori intessuti di ideologia e di opportunismo. Lo abbiamo demolito solo in parte. Il Paese ha rischiato un irreparabile declino, sotto i colpi convergenti dell’inflazione a due cifre e del terrorismo. Poi, all’inizio degli anni Ottanta (quelli che la sinistra dipinge ancora come l’epoca dello sfascio) è cominciata la risalita. Ci è rimasto in eredità un debito pubblico tra i più elevati d’Europa, a prova dell’attitudine a vivere al di sopra delle nostre reali possibilità.
Oggi, i «ribelli» non vogliono più rinnovare la società, ribaltare i rapporti economici, dare a ognuno secondo i suoi bisogni. Per loro anche l’idea di rivoluzione ha mutato segno: il nuovo rivoluzionario è diventato un intransigente difensore della realtà esistente. Enrico Berlinguer, ai suoi tempi, diceva che un buon comunista è contemporaneamente rivoluzionario e conservatore. Quelli di oggi sono rimasti soltanto dei conservatori. Di tutto. Dagli ordinamenti istituzionali al Welfare State; dalla scuola pubblica (che nessuno mette in pericolo) alla pajata (minacciata dai cibi transgenici); dai bucatini all’amatriciana all’albero sotto casa e di quant’altro pare destinato a cambiare. Con Candide, hanno scoperto di vivere (nella vecchia Europa) nel «migliore dei mondi possibili» e sono disposti a scendere in piazza, a fare le barricate affinché tutto rimanga come prima. I suoi nemici sono tanti: dal processo di globalizzazione dell’economia agli organismi geneticamente modificati. E proprio perché quelle innovazioni a cui ha dichiarato guerra si sviluppano nei sistemi capitalistici avanzati e nelle società aperte (altrove ci sono fame, disperazione e miseria), il nuovo rivoluzionario si avvale degli stanchi miti di un tempo: dall’immondezzaio della storia ha recuperato il pacifismo a senso unico (purtroppo gli è rimasto da solidarizzare solo coi palestinesi) e la cultura stantia del yankee go home, ancorché sia costretto a camuffarne i simboli, scaricando la propria avversione nei confronti delle multinazionali accusate di incorporare l’ultima frontiera dell’imperialismo. Così, nei movimenti di moda sono stati riciclati i soliti cattocomunismi alla Rosy Bindi (la quale ha scoperto di stravedere per Sergio Cofferati), ma anche i nostalgici della «falce e martello». E si sono trovati in compagnia di settori (per fortuna largamente minoritari) del mondo giovanile (purtroppo al seguito di tanti «cattivi maestri», ormai calvi, canuti e sovrappeso, ma sempre attivi e irriducibili) che scelgono l’emarginazione come modello di vita (quale tratto distintivo di una identità generazionale, al pari dei pezzi di metallo che si infilano dappertutto) e che ha fatto della battaglia no global la propria bandiera. E come i vecchi «movimenti» anche quelli nuovi sono condannati a prosperare sulla menzogna, a fondare le proprie speranze sul nulla. Basta considerare le loro analisi, nessuna delle quali si misura con un solo dato di fatto, ma si limitata soltanto a inseguire il fumo dell’ideologia anche a costo di negare l’evidenza. Secondo i no global il mondo sviluppato è prigioniero di processi economici (di globalizzazione, appunto) voluti e guidati dalle multinazionali (la versione aggiornata del Sim caro alle Br). Questa congiura a livello internazionale (impostata al vertice di Rambouillet nel 1984) mortifica i Paesi poveri, le cui popolazioni vengono vilipese e sfruttate dalle nuove forme del neocapitalismo. Così, da Seattle in poi, ogni riunione internazionale, proprio perché espressione del potere nemico, diventa un’occasione di lotta, anche violenta, per la quale si dà appuntamento tutto lo squadrismo militante (la globalizzazione comporta anche la libera circolazione dei teppisti). Naturalmente, i medesimi potentati perversi che si accaniscono contro i Paesi emergenti, da noi cospirano contro le storiche conquiste del mondo del lavoro, di cui i frequentatori dei Centri sociali non fruiscono perché sono privi di un requisito fondamentale: quello di svolgere un’attività lavorativa. Loro sono contro la precarietà (tanto che, se capita, devastano di tanto in tanto qualche agenzia di lavoro interinale). Piuttosto che farsi sfruttare dai padroni preferiscono non lavorare affatto.
*****
Qui sta il primo errore, anzi la prima bugia. Se è vero che la globalizzazione è nemica delle nazioni povere perché esse sono le prime a difenderla e a volerla sviluppare? Si vada con la memoria indietro di qualche mese, all’attentato alle Twin Towers e al Pentagono, in quel maledetto 11 settembre 2001. Si diceva, allora, che quegli eventi avrebbero cambiato il corso dell’economia mondiale, al punto da colpire a morte la prospettiva della globalizzazione e da riportare in auge le teorie di J. M. Keynes dopo la ventata di liberismo che spirava ininterrottamente da oltre vent’anni. Certo, il terrorismo ha ferito profondamente l’anima della società aperta. Quando sono colpite la sicurezza e la mobilità delle persone, quando l’appartenere a diverse razze, religioni o nazionalità diventa una causa di inquietudine e di sospetto reciproco (in società condannate dalla storia a divenire un caleidoscopio etnico), è la cultura stessa della globalizzazione a essere stravolta (poiché l’immigrazione è l’altra inscindibile faccia dell’economia globale). Per giunta, al di là delle rituali condanne, il terrorismo internazionale (come già fece quello interno) ha una particolare sensibilità politica a mettersi in sintonia con le contraddizioni aperte nelle società occidentali e a dialogare con alcuni settori, per fortuna minoritari, dell’opinione pubblica (segnatamente, i movimenti no global) che assumono come propri nemici gli stessi riferimenti divenuti bersaglio dei terroristi. Ma i valori dell’Occidente (democrazia politica ed economia di mercato) non hanno subìto alcuna battuta d’arresto. Non solo sul piano militare, ma anche su quello economico. In tanti - come a prendersi qualche vendetta - preconizzavano che sarebbe stata nuovamente la spesa pubblica a divenire il motore dell’economia. In realtà, costoro facevano confusione tra aspetti congiunturali e strutturali. È successo altre volte che le spese militari (necessariamente pubbliche) abbiano fatto da volano per lo sviluppo economico. Anzi, ai tempi di Ronald Reagan, furono proprio le spese per il riarmo che si accompagnarono agli intensi processi di liberalizzazione, destinati ad attraversare l’Oceano e a cambiare la storia del mondo. Se vogliamo tener conto dei fatti politici, non possiamo ignorare che, sotto i nostri occhi, dopo l’11 settembre, la globalizzazione ha compiuto un importante passo avanti. Certamente sul piano politico, nel senso di una nuova governance del pianeta (che non fu possibile durante la Guerra del Golfo), fondata su di una triarchia di ex nemici irriducibili: Usa, Russia e Cina. In tale contesto, alcuni Paesi emergenti, destinati a una funzione importante in futuro - come il Pakistan - hanno svolto un ruolo fondamentale. Ma questi interessanti sviluppi politici hanno avuto pure un rilevante riscontro sul terreno economico. Si tratta del round del Wto che si è svolto, nell’autunno scorso, nell’Emirato del Qatar. Il successo politico è stato evidente e tanto più significativo - in quella situazione - dopo il fallimento del vertice di Seattle, svoltosi in un quadro di condizioni assolutamente più favorevoli (crescita economica, pace, ecc.). L’allargamento dell’organizzazione del commercio alle due Cine è un passo avanti irreversibile verso la globalizzazione. Anche i risultati del negoziato meritano una particolare evidenza. La spinta a un’ulteriore liberalizzazione è venuta proprio dalle nazioni in via di sviluppo; e, nuovamente, va sottolineato il contributo dell’India e del Pakistan. Sono stati gli Usa e soprattutto l’Unione europea a recitare la parte dei no global, ponendo l’esigenza di clausole protezionistiche (in particolare per l’agricoltura e i prodotti tessili). L’Europa, addirittura, ha inventato delle «barriere doganali» di natura sociale: l’estensione di uno zoccolo minimo di diritti, respinta dai Paesi poveri, i quali hanno ben compreso quale fosse la trappola che si preparava ai loro danni. Le nazioni ricche pongono tali esigenze di carattere sociale soltanto per tutelare se stesse e proteggere sistemi di Welfare incapaci di reggere la spinta della concorrenza e della competitività, che, per quanto attiene all’uso della manodopera (si tratta di una forza lavoro giovane, secolarizzata e flessibile), proviene dal Terzo Mondo. Il vertice del Wto ha sbugiardato i no global nostrani (non a caso cartelli contro il Wto si sono visti solo a Roma, nella manifestazione contro il vertice Fao del giugno scorso). Infatti, è emerso con chiarezza che la globalizzazione serve ai Paesi meno progrediti, che sono in grado di assicurare un ambito più ampio di convenienze alla libera circolazione dei capitali e delle merci. Ancora una volta, abbiamo toccato con mano l’insostenibilità del nostro modello sociale (e in generale di quello del Vecchio Continente) nel mondo globalizzato. Non è possibile affrontare le nuove sfide dell’economia, consegnando allo Stato la metà del reddito nazionale e difendendo un mercato del lavoro ingessato da regole che valgono solo per gli insiders. Certo, non è pensabile che, in Europa, mutino radicalmente consolidati modelli di vita. Ma se non vogliamo che il Continente si trasformi in un museo - in cui le altre popolazioni del pianeta custodiscano le proprie lontane radici, fino a pagare il biglietto per venirvi in visita - bisognerà pure capire che la logica redistributiva, su cui la socialdemocrazia ha poggiato le sue fortune nel secolo scorso, non ha più fondamento, perché non considera un aspetto essenziale: che la quantità totale del lavoro non la garantisce più nessuno, ma la si conquista con la competitività. Pertanto, se il lavoro viene a costare di più, si riduce la competitività, diminuisce la quantità del lavoro disponibile e aumenta la disoccupazione. Il livello elevato degli oneri sociali - stava scritto nel Piano di Jacques Delors all’inizio degli anni Ottanta - si pone come un ostacolo all’occupazione ed esercita un effetto dissuasivo, incoraggiando la sostituzione del capitale al lavoro e favorendo l’economia parallela, incidendo particolarmente sull’occupazione delle piccole e medie imprese e, infine, incentivando la delocalizzazione degli investimenti e delle attività. Venti anni dopo, analoghi concetti sono stati espressi da Antonio D’Amato, dipinto - a sinistra - come il presidente della Confindustria «nemico» dei valorosi sindacati. Nel suo intervento all’Assemblea che lo ha riconfermato, con una maggioranza bulgara, per il prossimo biennio, il leader degli industriali ha lanciato una sfida culturale, in primo luogo, agli interlocutori sindacali, poi all’intera classe dirigente. D’Amato ha preso le mosse dall’impegno che la Ue ha sottoscritto al vertice di Lisbona (non a caso ha affermato esplicitamente: «Per noi la nuova Maastricht si chiama Lisbona»), circa l’incremento del tasso di attività fino al 70%. Un obiettivo siffatto comporterebbe, per l’Italia, di costruire oltre 5 milioni di nuovi posti di lavoro, da ora al 2010. In altre parole, dovrebbero esservi 600 mila nuovi occupati in più, ogni anno, contro i 371 mila del 2001, che pur rappresentano un picco senza precedenti. Ecco i motivi di un’accelerata modernizzazione del Paese in ogni sua struttura, a partire dallo sviluppo dell’«economia della conoscenza» (scuola, università, ricerca, formazione). Soprattutto, bisogna intervenire su tre fronti: contenimento della spesa, riduzione del sommerso, rilancio dell’economia. Del resto, anche nel ricco Nord Est, dove è inadeguata e insufficiente l’offerta di lavoro, dove nascono più aziende che figli, il tasso di attività ufficiale non è in linea con gli standard migliori delle nazioni più competitive. Inoltre, sono le rigidità dell’occupazione tutelata ad aver determinato, in Italia, un flusso di investimenti a risparmio di lavoro e incentrati sull’innovazione di processo, non di prodotto. Tanto che il capitale fisso per addetto, che dagli anni Settanta a oggi è aumentato negli Usa del 37%, da noi è cresciuto del 125%. Così, gran parte degli occupati sfugge alle rigidità del mercato del lavoro regolare e 14,5 milioni di lavoratori, dipendenti e autonomi, non solo non sono coperti dall’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (un tormentone che si avvia a essere accantonato per sempre?), ma su di loro grava tutta la flessibilità di cui il sistema economico ha bisogno. A tali considerazioni ha fatto eco il governatore Antonio Fazio, quando il 31 maggio, nelle Considerazioni finali, ha tracciato un profilo inquietante del sistema produttivo italiano. «In Italia la dimensione media d’impresa, già contenuta rispetto agli altri principali Paesi, si è ridotta in misura maggiore. Nel settore manifatturiero - ha scritto il governatore - la quota di occupati in imprese con più di 500 addetti era del 31% nel 1971; è diminuita al 19% nel 1991 e ancora al 15% nel 1996. In Francia, tra il 1977 e il 1994, gli addetti nelle imprese più grandi sono passati dal 55 al 43% del totale; nel Regno Unito dal 54 al 50%. Negli Usa, a metà degli anni Novanta, il numero di occupati in imprese con più di 500 addetti era pari a quasi due terzi del totale. Il 95% delle nostre imprese - ha proseguito il governatore - ha meno di 10 addetti. Questa classe dimensionale ha un peso in termini di occupazione pari al 47%, contro il 21 in Germania, il 22 in Francia e il 27 nel Regno Unito. La dimensione delle imprese italiane dell’industria e dei servizi - ha concluso Fazio - è in media pari a circa il 60% di quella degli altri Paesi dell’Unione europea».

*****
In tale contesto frammentato, che incide negativamente sulla capacità di crescita, l’Italia si prepara alla sfida epocale di Lisbona (tasso di occupazione al 70%, con particolare riguardo al saggio del 60% per la componente femminile e del 50% per la popolazione compresa tra 55 e 64 anni) partendo da performance - ufficiali - molto depresse: con tassi rispettivamente del 53,5% per quanto riguarda l’occupazione globale, del 39,6% relativamente al lavoro delle donne e (la percentuale è quasi ridicola) del 27,8% nelle coorti degli ultra cinquantacinquenni (si pensi che dal 1996 a oggi è andato in pensione anticipata di anzianità un milione e mezzo di italiani). Va da sé che non si tratta di una gara a premi, alla quale dobbiamo partecipare per non fare brutta figura. Sono in gioco il benessere dei nostri figli e il futuro dell’Unione (una realtà che si avvia ad aprirsi ad altri Paesi) in un contesto planetario dominato dalla competizione e dalla globalizzazione. Se l’Europa non sarà in grado di attraversare, soprattutto in termini culturali, la soglia del nuovo secolo, se continuerà a coltivare modelli di vita e di solidarietà sempre più insostenibili, finirà per disperdere le grandi potenzialità che le sono rimaste. I flussi dello sviluppo passeranno altrove, lontano da noi. Ecco perché la partita decisiva del lavoro chiama in causa un intreccio di riforme non più eludibili, a cui si sottrassero, negli ultimi anni della passata legislatura, i governi di centrosinistra e con le quali il nuovo esecutivo non ha ancora dato prova di sapersi misurare. Al recente vertice di Barcellona l’obiettivo di una maggiore occupazione (da realizzare attraverso incisive riforme del mercato del lavoro all’insegna della flessibilità) si è saldato all’esigenza di riordinare i sistemi pensionistici, in primo luogo adeguando l’età di pensionamento effettivo (che è ovunque inferiore ai limiti legali) non solo alle necessità di allargamento della base occupazionale, ma anche alle conseguenze dell’allungamento delle aspettative di vita. In sostanza, lotta al lavoro sommerso, riduzione del «cuneo fiscale e contributivo» che taglieggia le buste paga e mortifica il lavoro, riforma dei sistemi pensionistici, diversificazione delle politiche sociali a tutela dei nuovi bisogni sono componenti inscindibili della medesima strategia. Certo, i cambiamenti sono difficili e si scontrano con potenti interessi precostituiti. L’Italia, però, non può più permettersi gli attuali squilibri: i due terzi di una spesa sociale - che assorbe un quarto del Pil - sono destinati al finanziamento di un sistema pensionistico non ancora reso efficiente ed equo, nonostante gli importanti passi avanti compiuti con le misure del decennio Novanta. Se il modello di solidarietà sociale deve servire all’espansione del lavoro, occorre investire di più in politiche di sostegno e difesa del reddito, in interventi di formazione e riconversione professionale, in strutture, pubbliche e private, capaci di assicurare la mobilità da posto a posto. Contro questo disegno di modernizzazione si sono organizzate forze imponenti, mentre non è ancora chiaro se altre realtà sono disposte a farsene carico, con coraggio e determinazione. Non è un problema solo italiano, purtroppo. I partiti socialisti e socialdemocratici, con la sola eccezione del Labour Party, sono prigionieri dei propri insediamenti tradizionali, tenuti insieme da un sistema di garanzie che diventa sempre più oneroso e meno egualitario, che vede trasformarsi in privilegi quelli che un tempo erano ritenuti diritti universali. Nell’oggettiva impossibilità di estendere a tutti le condizioni e le regole del bel tempo che fu e nell’incapacità di mettere in campo una grande operazione di rifondazione e redistribuzione dei diritti e delle tutele, la sinistra, politica e sindacale, non è in grado né di allargare la propria rappresentanza verso nuovi ceti produttivi (che invece ossessiona con uno statalismo pervicace e un fiscalismo opprimente), né di includere e cooptare nei processi evolutivi delle società quei settori condannati a una progressiva emarginazione. Succede, allora, che il Fronte Nazionale di Le Pen diventi in Francia il primo «partito operaio», soltanto perché vagheggia un ritorno alle certezze antiche attraverso la chiusura a ogni novità, sia essa l’euro o gli stranieri. Accade anche che la gauche democratica e moderata sia cacciata ovunque all’opposizione dopo alcuni anni di egemonia diffusa in tutto il Continente. E che, a sinistra, si formi, insidiosa, una componente anti-sistema (contestare la globalizzazione, in via di principio, ha senso come prendersela con la rotazione della Terra su se stessa e intorno al sole) che finisce per condizionare (è una maledizione quella di non tollerare «nemici a sinistra») anche i partiti socialisti e socialdemocratici. Se analizziamo la composizione sociale di questi movimenti, ecco ricomparire il ribelle-assistito. Nessuno meglio di José Bové è più rappresentativo di questo status di parassita arrabbiato. L’Unione spende il 46% del proprio bilancio per assistere (anzi mantenere) qualche milione di contadini, attraverso un reticolo di interventi e tutele, talmente burocratizzati da far sembrare l’economia sovietica ispirata a schietti principi liberisti. Di fronte alla crisi dell’Argentina i nostri no global se la sono presa con gli organismi internazionali, al solito colpevoli di chiedere la restituzione del debito. Tutti, però, hanno fatto orecchi da mercante quando il governo argentino ha domandato di poter esportare in Europa la carne prodotta nel Paese. Allo stesso modo nessuno ha fiatato quando la Fiat ha chiuso lo stabilimento di Cordoba. Intanto, la terribile coppia Casarini-Agnoletto annuncia spedizioni punitive contro i negozi Mc Donald’s e gli Ogm. Passi pure la guerra agli hamburger. Dovrebbero spiegare, però, le ragioni di un attacco ideologico a sperimentazioni scientifiche mirate a rivoluzionare la produzione del cibo con occhio attento ai fabbisogni attesi e all’esigenza di moltiplicare le risorse in un pianeta dove tanti milioni di persone muoiono ancora di fame. E le forze moderate di centrodestra? Lo scettro del comando sta tornando nelle loro mani. Si tratta di vedere se saranno in grado di costituire un essenziale punto di riferimento di un diverso blocco sociale, complesso e articolato, ma disposto all’innovazione, oppure se cercheranno di inseguire e recuperare, lungo una linea «populista», quei ceti sociali che si staccano dalla sinistra, perché non ne comprendono i timidi vagiti riformatori. La differenza c’è ed è tanta. Può accadere persino che i «ribelli assisti» riescano ad avere voce in capitolo anche nel centrodestra. Lo Stato-balia, in fondo, è una vulgata del pensiero hegeliano, che ha avuto una versione di destra e una di sinistra, ambedue sfociate nei totalitarismi del Ventesimo secolo.
 

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