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Il Sant'Uffizio

LIBERAL BIMESTRALE
di Sergio Romano
Anno II n. 13 - Agosto - Settembre 2002

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La parola che meglio riassume la strategia della sinistra comunista e massimalista negli anni della Prima Repubblica è probabilmente «viscerale». L’aggettivo accompagna generalmente la parola «anticomunista» ed è usato nel significato di uterino, isterico. È la definizione con cui vengono bollati tutti coloro che mettono in discussione la legittimità democratica del Partito comunista o osano ricordare i suoi legami con l’Unione Sovietica. Sembra ammettere implicitamente l’esistenza di anticomunisti non viscerali, ma viene esteso a tutti gli avversari. Nell’uso corrente diventa rapidamente sinonimo di «fascista» e comporta quindi una sorta di scomunica democratica. Non so chi l’abbia usato per primo (sarebbe interessante accertarlo), ma lo spirito dell’espressione è già presente nella durezza con cui Palmiro Togliatti, da poco approdato a Salerno, cerca di stroncare un breve saggio di Benedetto Croce sul materialismo dialettico. Quando parla di Croce e commenta i suoi articoli, Togliatti può essere più sprezzante e sarcastico di quanto fosse Mussolini negli anni in cui il filosofo napoletano e la sua rivista erano una spina nel fianco del regime. Questa tattica è perfettamente comprensibile. Il Pci sa di avere alle sue spalle una storia controversa. Ha negato o giustificato la guerra contro i kulaki, le purghe staliniane, la brutale eliminazione dei comunisti italiani in Urss, il patto di amicizia con la Germania, i protocolli segreti con Hitler per la spartizione dell’Europa orientale, i metodi spicci con cui i commissari dell’Armata Rossa hanno insediato gli uomini di Mosca nei Paesi occupati dopo la fine della guerra e, negli anni seguenti, l’inizio di nuove purghe contro gli ebrei sovietici e gli eretici «titoisti» nei Paesi satelliti. Non basta. Alle colpe di Stalin e dell’Urss si aggiungono quelle personali del gruppo dirigente del Pci. Nella sua storia vi sono molti scheletri. Vi è anzitutto il caso di Antonio Gramsci, che il partito ha abbandonato al regime e che Togliatti intende recuperare per la conquista dell’intellighenzia italiana. E vi è la complicità dei comunisti italiani con i comunisti jugoslavi alla fine della guerra, mentre Tito cerca di annettere, oltre all’Istria, Trieste e Gorizia. Per non finire sul banco degli accusati il Pci ha una buona carta: il suo ruolo nella Resistenza dopo l’8 settembre. Per consolidarlo, tuttavia, occorre dimostrare che i comunisti italiani hanno una impeccabile tradizione democratica e che il fascismo è una minaccia incombente. Prende corpo così una sorta di sillogismo o teorema, costituito da alcune «verità» che occorre diffondere nella società italiana. Prima verità: il fascismo è una patologia dei regimi moderati e capitalisti, un virus latente, un vizio genetico contro cui occorre disporre una continua vigilanza. Seconda verità: il Partito comunista è, con altri partiti «fratelli», l’unica forza politica che abbia saputo combattere efficacemente il fascismo, prima in Spagna, poi in Italia. Terza verità: il Partito comunista è l’unico baluardo contro la recrudescenza del virus fascista nella società italiana. Quarta verità: il Partito comunista è indispensabile alla sopravvivenza della democrazia italiana. Quinta verità: chiunque attacchi il Partito comunista è, sotto mentite spoglie, un nemico della democrazia, un fascista. Esiste quindi un fascismo genetico che giustifica una sorta di razzismo ideologico. Se il moderato non vuole essere accusato di fascismo e divenire così, agli occhi del Pci, un untermensch, dovrà riconoscere che i comunisti sono una componente indispensabile della democrazia italiana. Il teorema si scontra, per alcuni anni, con coloro che conoscono la storia italiana e europea degli anni precedenti. Uomini come Einaudi, Sforza, De Gasperi, Sturzo, Scelba, Pella, Vanoni sanno perfettamente come rispondere alle argomentazioni di Togliatti. Ma altri sono pronti, con qualche riserva mentale, a prenderle per buone. Vi è l’ala massimalista del Partito socialista, ipnotizzata dal mito dell’unità proletaria. Vi sono gli azionisti, convinti che i comunisti siano un ingrediente necessario alla rigenerazione della società italiana e possano essere convertiti alla democrazia. Vi sono i cattolici di sinistra, persuasi che in ogni comunista vi sia un cristiano fuorviato e inconsapevole. Vi è la generale convinzione che la nuova democrazia italiana debba essere «di sinistra». E vi sono gli intellettuali. Quasi tutti hanno lavorato per il regime e hanno cominciato a prenderne le distanze soltanto nel 1942, quando le sorti della guerra sono ormai segnate. Qualcuno è attratto dal Pci perché il comunismo, come il fascismo, promette la nascita di un «uomo nuovo» e soddisfa le loro attese messianiche. Altri sono alla ricerca di un nuovo principe che assicuri onori e prebende. Il Pci di Togliatti acquista, in queste circostanze, il potere di Minosse sulle soglie dell’inferno. Può condannare e relegare l’imputato nel girone dei reprobi. Può lavare i suoi peccati e ammetterlo nel campo della democrazia progressista. Per ottenere l’assoluzione occorre entrare nel partito o, almeno, riconoscere il suo indispensabile ruolo nella costruzione della democrazia italiana. Occorre non essere, in altre parole, un «anticomunista viscerale».
Questo è il quadro dell’Italia nei primi anni dopo la fine della guerra. Il Pci è divenuto il maggiore partito di sinistra ed esercita una forte attrazione su molti intellettuali. Ma il Paese è prevalentemente moderato e la Dc è guidata da un gruppo di cattolici liberali o sturziani - De Gasperi, Scelba, Pella, Vanoni, Piccioni, Zoli, Segni - che possono contare sul sostegno della Chiesa, degli industriali, dei commercianti e degli agricoltori. La guerra fredda e i progressi dell’integrazione europea, nel frattempo, hanno costretto i governi italiani a prendere decisioni internazionali che hanno l’effetto di chiarire ulteriormente il quadro politico nazionale. L’Italia è membro della Nato, dell’Ueo (Unione dell’Europa occidentale) e della Ceca (Comunità europea per il carbone e l’acciaio), vale a dire di organizzazioni che il Pci considera militariste, imperialiste, capitaliste. Il partito conferma in tal modo di essere, in politica estera, al servizio dell’Urss e dovrebbe, in epoca di contrapposizioni frontali, perdere una buona parte del credito acquisito durante la Resistenza. Considerati alla luce dei suoi peccati passati, gli attacchi del Pci contro le scelte internazionali dei governi «centristi» dovrebbero relegarlo, come accadde in Germania, ai margini della società politica. Accade tuttavia il contrario. Anziché perdere credito, il Pci mette a segno alcuni successi. Evita di misura l’applicazione della nuova legge elettorale, con cui De Gasperi intendeva rafforzare in Parlamento il cartello dei partiti moderati, e riesce a impedire l’alleanza che comincia a prendere corpo nel 1960 fra la Dc e il Movimento sociale italiano. In ambedue i casi il Pci si accorge di poter contare su un largo numero di intellettuali liberal e scopre di poter diffondere in tal modo nella società italiana la versione che maggiormente corrisponde ai suoi interessi. La legge di De Gasperi diventa da quel momento «legge truffa» e tale rimarrà sino al giorno in cui molti si accorgeranno che aveva soltanto lo scopo di rendere l’Italia, per quanto possibile, più governabile. Le manifestazioni di Genova contro il congresso del Msi diventano da quel momento «Resistenza», vale un soprassalto di legittima rabbia democratica contro le tentazioni fasciste del moderatismo italiano; e tali rimarranno per una larga parte dell’opinione pubblica sino a nostri giorni. Il fatto che tra i due avvenimenti il Pci abbia una volta di più, per assecondare gli interessi internazionali dell’Urss, respinto l’adesione italiana al Mercato comune, non ha evidentemente, agli occhi di molti italiani, alcuna importanza. Sconfitto alle elezioni del 1948, il Pci sta vincendo la battaglia che gli sta maggiormente a cuore. È democratico e antifascista, anzi è il solo partito che possa impedire al fascismo di rialzare la testa. Le riflessioni di Enrico Berlinguer sul compromesso storico, l’eurocomunismo, la strategia di Aldo Moro e i governi di solidarietà nazionale hanno l’effetto di confermare, agli occhi dell’opinione pubblica, queste definizioni. La battaglia è ormai vinta. Sono democratici, in Italia, soltanto i partiti che rendono omaggio alle virtù del Pci. Per consolidare questa convinzione viene riscritta la storia nazionale e inventata la teoria del «doppio Stato». Viene sacralizzata la Costituzione e l’era del Cln diventa una specie di «età dell’oro» di cui occorre perpetuare la memoria e il culto. Viene inventata una assise morale definita «arco costituzionale»: un «Sant’Uffizio» a cui spetta il compito di sorvegliare la vita pubblica e verificare l’ortodossia democratica dei partiti. Anche dopo la fine dei governi di solidarietà nazionale, il Pci è membro di diritto del Sant’Uffizio. La centralità del Parlamento e i regolamenti parlamentari gli garantiscono, per molte materie, una sorta di diritto di veto. Chiunque contesti questi diritti e cerchi di mettere in discussione il suo ruolo diventa antidemocratico e virtualmente fascista. Ne fa le spese, tra gli altri, Bettino Craxi. Nulla di tutto questo sarebbe accaduto, tuttavia, se una larga parte della società italiana non avesse «collaborato». L’aspetto più sorprendente della storia italiana degli ultimi cinquant’anni non è la pretesa del Pci di imporre i propri canoni di giudizio. L’aspetto più sconcertante è la docilità con cui la società moderata e per molti aspetti la stessa Chiesa accettano le regole comuniste della democrazia italiana. Il risultato è una sorta di grigio unanimismo in cui tutti sono, con molte sfumature, «di sinistra». Gli imprenditori stanno al gioco. Come avevano accettato il fascismo e indossato, all’occorrenza, la camicia nera, così ora accettano questo nuovo regime in cui non può esistere una destra e in cui anche il centro, come disse un giorno persino De Gasperi, deve andare a sinistra. Qualcuno si rifugia all’ombra di Ugo La Malfa, vale a dire dell’uomo politico che maggiormente conosce le loro esigenze ma crede nella collaborazione con i comunisti ed è quindi politicamente inattaccabile. Da allora sono accadute molte cose. La riforma della legge elettorale e l’ingresso in scena di Berlusconi hanno modificato la forma del sistema politico. Una buona parte del Partito comunista è divenuta socialdemocratica. Esiste ormai un sistema bipolare in cui gli elettori possono scegliere tra una coalizione di centrodestra e una coalizione di centrosinistra. Ma le vecchie consuetudini sono dure a morire e la parola destra continua a evocare lo spettro del fascismo incombente. Il centrodestra preferisce definirsi «centro» e il centrosinistra preferisce definirlo «destra». Non basta. La destra continua a essere «impresentabile», le sue politiche e i suoi atteggiamenti sono intolleranti, minacciosi, polizieschi, repressivi, faziosi. La parola «fascista» riappare in particolare ogniqualvolta il ministero minaccia di governare «a colpi di maggioranza», vale a dire pretende di fare ciò che in altri Paesi sarebbe l’essenza della democrazia. Esiste una parte della sinistra, in altre parole, che non intende rinunciare al suo diritto di condannare e assolvere... Ed esiste una Italia moderata che non osa sfidare l’ultimo tabù della Prima Repubblica. «Io sono di sinistra» continua a essere la formula cautelare e propiziatoria con cui gli italiani, all’inizio di una conversazione, si azzardano a esprimere, di tanto in tanto, opinioni liberali o moderate.
 

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