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L'impero del Male

LIBERAL BIMESTRALE
di Paolo Guzzanti
Anno II n. 13 - Agosto - Settembre 2002

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 Quando arrivarono gli americani a Roma nel giugno del ’44, il trauma fu liberatorio: dalla notte stivaluta al passo dell’oca segnata dagli ordini gutturali dei tedeschi che minavano i ponti, si passò al rombo dei carri armati Sherman e nel giro di poche ore all’impazzimento del «bolgie-woogie» in mezzo alle strade. Un soldato nero coperto di polvere della guerra e gli occhi rossi di congiuntivite e di insonnia, mi passò sporgendosi dal carro e sorridendo un dolce militare, un cake, di cui sento ancora nelle mani la robusta consistenza. I carri erano parcheggiati su tre file ordinatissime in piazza Cairoli, di fronte al ghetto che aveva conosciuto la razzia del 16 ottobre e le delazioni di chi per cinquemila lire aveva venduto alla Gestapo la mappa dei nascondigli degli ebrei romani. Quel mondo era morto, sconfitto, in vergognosa ritirata. E le forze del bene, guidate dal vanitoso generale Clark avevano portato il mio soldato nero con la retina dell’elmetto piena di sigarette e gomme vitaminizzate da masticare fino a me e ai miei quattro anni scarsi. Ma mia madre, appena arrivati a casa, mi tolse bruscamente il dolce dalle mani e lo frullò dalla finestra. Fu il primo gesto antiamericano che incontrai nella mia vita (oggi ho una moglie e una figlia americane): la propaganda fascista aveva avvertito le mamme d’Italia che gli americani, questa accozzaglia di selvaggi, con tutta probabilità avrebbero dato dolci avvelenati e giocattoli esplosivi ai bambini dei vinti.
A scuola, pochi mesi dopo, una maestra ancora sfrenatamente nostalgica della Berlino hitleriana (ormai rasa al suolo) ci avvertì che l’orribile chewing-gum era fatta con ossa di morti e che la Coca Cola è accertato che abbia il potere di liquefare in una sola notte i denti umani. E se la notte del «bolgie-woogie» tutti i romani eccitati e sfrenati ballavano e urlavano nelle strade chiamandosi reciprocamente «Ah Giònzon!» (Johnson), nel giro di dieci anni molti di loro avrebbero sfilato in massa, o quasi, al grido cadenzato tribale di «Giònzon-boia». Ogni presidente americano avrebbe da allora meritato il titolo di «boia»: quando il 27 febbraio del 1969 venne in visita a Roma, nel corso di un vasto giro europeo, anche Nixon-boia, i comunisti romani chiamarono a raccolta l’intera sinistra per una sdegnata manifestazione contro l’imperialismo americano. Il pretesto era il Vietnam, ma in realtà il Vietnam passava in seconda linea rispetto alla strategia americana che cercava di ottenere l’isolamento politico del Pci in Italia. Henry Kissinger notò sul suo diario che «Roma fu la sola capitale dove Nixon venne accolto da manifestazioni antiamericane di qualche rilievo». Come mai proprio l’Italia e soltanto l’Italia aveva manifestato una irritazione così vasta, che certamente andava oltre le dimensioni (vaste) e le capacità organizzative (vastissime) del Partito comunista più forte d’Occidente? C’era o non c’era, nella penisola, qualcosa che rendesse il suo antiamericanismo più specifico, più forte e greve di quello francese, o spagnolo, o tedesco? La risposta è sì: in Italia una chiamata alle armi contro il nemico americano poteva sempre far conto sulla sinergia di tre grandi forze, tutte e tre italianissime, tutte e tre decisamente antiamericane. La prima era l’Italia fascista, la seconda era l’Italia cattolica, la terza l’Italia comunista. E poiché non c’era italiano che non fosse cattolico, che non fosse stato fascista e non fosse tentato dal Partito comunista, il sentimento e il risentimento mobilitabile in Italia era molto speciale e molto forte, ed è il padre diretto dell’antiamericanismo (catto-fascio-comunista) sceso in piazza per la Guerra del Golfo e che poi ha indossato le tute dei no-global ai nostri giorni.
Allora, primi anni Sessanta, l’Italia che nutriva ancora un doloroso rancore che affondava le sue radici nel passato fascista, aveva riciclato la frustrazione in un sentimento bifido: era ancora gonfia di disprezzo verso la potenza economica americana, contrapposta a valori individuali europei del tutto leggendari, ma al tempo stesso accettava come male minore l’americanismo come baluardo contro il comunismo. Ma, ed è questo l’aspetto periodicamente riemergente in Italia, gli ex fascisti o i nostalgici fascisti, in speciali occasioni si trovavano a condividere alcuni sentimenti fortemente anti-occidentali, e dunque antiamericani, molto simili, anzi geneticamente annuncianti l’antiamericanismo di Al-Qaeda: l’America va mantenuta in vita come produttrice di macchine, ma va uccisa come nemica di «valori» che si sentono, e giustamente, sconfitti. L’America degli anni Sessanta era quella che si stava impantanando nel Vietnam, che aveva fallito lo sbarco a Cuba della baia dei Porci, che aveva sfidato l’Urss nella confrontation dei missili, che era protesa a contendere ai russi lo spazio della decolonizzazione.
La Chiesa cattolica apostolica romana stava intanto approdando alla nuova dimensione conciliare e post-conciliare che avrebbe introdotto come nuova figura cristiana i curas, i curati del pueblo e della foresta, centro e sudamericani, con crocefisso e mitra. Anche in Italia si sviluppava questa nuova Chiesa nel mito dei gesuiti del Paraguay (Mission, il buon selvaggio protetto dalla buona Chiesa contro l’imperatore, contro il cattivo governatore, contro lo schiavista). La croce era per i poveri e il mitra per i ricchi, sostenuti dagli amerikani col kappa, dagli uomini della Cia mitizzati come invincibili assassini tecnologici, freddi e crudeli come uomini della Gestapo, ma più volgari, meno eleganti, più stupidi e più rozzi. Nella Ddr il regime comunista manteneva a libro paga un partito neonazista, soltanto per drenare tutte le forze dell’antimaericanismo, riscosse dall’archivio dei soldati sconfitti, degli ufficiali che si sentivano oltraggiati nell’onore e che preferivano mille volte un regime comunista in stivali e saluto militare, che un orrido regime «democratico», sorvegliato da ufficiali negri che bevono la Coca Cola poggiando i piedi sul tavolo. Il mondo dell’Europa assassina, dell’Europa perfida e genocida, era comunque un mondo hegeliano, sofisticato, stremato, esangue ma elegante. Il mondo americano era vitale e rozzo, ignorante e arrogante. Gli esangui tendevano (e tendono) a far comunella contro l’impero della rozzezza.
Va infatti tenuto d’occhio l’aggettivo «rozzo»: è un attributo fortemente ideologico, certificato sia dalla sinistra comunista che dalla destra aristocratica, pronta a trovare un accordo sulla crociata contro la rozzezza, questo nemico che sbarca dalla East Coast. Viene così sprezzantemente liquidata come «rozza» ogni critica radicale al comunismo; «rozzi» i suoi portatori, «rozzi» gli argomenti, i giornali e persino i vestiti di chi pretende di combattere, come i rozzi americani, per un cosiddetto «Mondo Libero» che è soltanto l’etichetta di imballaggio dell’imperialismo americano. «Mondo libero» viene liquidato negli anni Sessanta come espressione «da guerra fredda», tipica di Readers’s digest (in Italia Selezione), che è anche la guida colonialista dell’American Way of Life e ricettacolo di tutte le odiose falsità (rivelatesi tutte verissime) sull’inferno a Est, lo sterminio fisico, lo sterminio della volontà e della dignità. Finché la Chiesa pacelliana aveva i suoi cardinali polacchi e ungheresi in prigione con le unghie strappate, l’ombrello americano era accettabile. Ma dopo, con l’apertura a sinistra (voluta in Italia proprio dalle teste d’uovo americane del partito democratico, per cauterizzare l’Italia dalla contaminazione gollista), l’apparente disgelo, la coesistenza pacifica dell’era kruscioviana (e kennedyana e giovannea) la musica cambiava: gli americani, utili ma repellenti come i lombrichi, venivano ricondotti alle categorie di provenienza: quella del materialismo (cui compete l’aggettivo «sfrenato»), della volgarità («estrema»), della canonica rozzezza (va da sé), e dalla passione (sudicia) per il denaro, utile per mascherare anche l’antisemitismo sempre alla ricerca di paraventi per manifestare la sua antica forza e rielaborare la vecchia e gloriosa sinergia fra il Gran Muftì di Gerusalemme e Adolf Hitler.
Dietro il «sudiciume» tipico della cartamoneta (specialmente se verde) sta infatti quasi sempre un banchiere: americano sì, ma specialmente ebreo. E se la Teologia della liberazione sancisce di fatto la legittimità della lotta armata contro l’oppressore capitalista, colonialista e di classe, sul fronte mediorientale si passa con dolcezza quasi inavvertita a un atteggiamento pragmantico (l’internazionalizzazione dei luoghi santi in Terrasanta) sempre più filopalestinese e poi filoarabo, specialmente dopo la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Il sentimento diventa immediatamente antisraeliano (e incorpora silenziosamente tutte le vene dell’antisemitismo) e per la proprietà transitiva accentua decisamente il suo carattere antiamericano. Bin Laden, come il Golem, è già in laboratorio, muove incerto i suoi primi passi, ma già contempla l’attacco al World Trade Center come l’attacco simbolico all’Occidente giudaizzante degli Stati Uniti. Quando l’America era ancora considerata dalla Chiesa Cattolica come «l’ombrello» (anche Enrico Berlinguer, sia pure su suggerimento e con il permesso di Mosca, inneggiò sul Corriere della Sera al parapioggia per alludere alla Nato, un altro sinonimo di America), la stessa Chiesa romana stentava a liberarsi dalle scorie di un dissanguante flirt filotedesco. Accettava per necessità l’America, ma ne prendeva le distanze con sarcasmo e disprezzo: «Sono cattolico anch’io, signora», si dice che abbia risposto il papa Eugenio Pacelli all’ambasciatrice americana Clara Boothe Luce che aveva osato spronarlo troppo energicamente contro il pericolo comunista. Soltanto in Italia si può dunque odiare l’America da una posizione integralista cattolica (non cattolico-liberale) in sinergia con un sentimento e un risentimento fascista in snervante evoluzione verso la dimensione culturalmente egemonica del Partito comunista, tenendo conto che soltanto in Italia le tre matrici hanno un marchio di originalità e un timbro di fusione altrettanto unici. Questa fusione, per funzionare alla giusta temperatura deve partire da una condivisione di giudizi, e anzi di pregiudizi, felicemente indipendenti dalla realtà, dalla verità, dai fatti. E i principali elementi di condivisione sono questi: gli americani non sono soltanto rozzi e ignoranti, ma sono dominati da poteri occulti (ebrei, Cia, massoneria, finanza, potere militare). Inoltre, i loro operai, antropologicamente ottusi, sono inconsapevoli di far parte di una classe. Gli intellettuali americani sono in genere irrilevanti a meno che non emergano come nemici del loro stesso Paese e in radicale posizione critica. Gli americani non hanno memoria storica, anzi non hanno storia. Non hanno avuto vere guerre sul loro suolo, e dunque gli farebbe bene una bella occupazione straniera preceduta da bombardamenti, fame ed epidemie. Gli americani non sanno nulla dell’Europa, sono soltanto macchine per far denaro, nel migliore dei casi dei pallidi e sudati commessi viaggiatori, ma più frequentemente dei violenti capaci di uccidere per divertimento. Gli americani non hanno rispetto per la vita (uso della pena di morte, mania di scatenare rappresaglie contro chi li attacca), non sanno vestirsi se non in maniera ridicola e volgare. Quando parlano, si esprimono in un sottodialetto sguaiato e disgustoso della lingua di Sheakespeare. Le loro arti non sono arti, ma accozzaglie di suoni africani e di musei riempiti derubando l’Europa. Non parlano altre lingue. Il loro caffè è ridicolo.
Il pregiudizio razziale contro gli americani è denso e spesso come il lardo, e come il lardo è rancido e difficile da rimuovere. Viene loro rimproverata la bomba atomica di Hiroshima (92.233 morti) e Nagasaki (23.753) contro una previsione di morte di 500 mila soldati inglesi e un milione e mezzo di americani (fonte Winston Churchill il quale si basava sul fatto che nella sola battaglia di Manila erano morti 6 mila americani, 20 mila giapponesi e 100 mila filippini). Che i ragazzi dell’Oklahoma o dell’Arkansas siano venuti a farsi ammazzare nel Paese che ha inventato il fascismo e aiutato Hitler a venire al mondo, è un dettaglio fastidioso per l’antiamericano italiano. Il quale, se è di ceppo cattolico, ridicolizzerà i divorzi americani e i loro costumi sessuali. Se l’italiano antiamericano è ateo, ne ridicolizzerà il fanatismo religioso e la sessuofobia. I cimiteri di guerra fra i papaveri di Nettuno, Pisa, Salerno, sono dettagli che creano qualche imbarazzo. Ma come sappiamo da Al-Qaeda, l’antiamericanismo ha una sua autonomia universale, quando l’antiamericanismo si esprime in un atteggiamento di radicale ostilità contro la civiltà occidentale. Gli americani sono portatori di due colpe irrimediabili: essere gli unici che hanno capito (o quelli che hanno capito di più) come affrontare e risolvere qualsiasi problema pratico diventando quindi insostituibili, ed essere insostituibili per essere i soli ad aver capito. Ma la loro colpa più segreta, quella che nessuno riesce a verbalizzare compiutamente, è che la loro civiltà è tutta protesa alla difesa della vita, compresa la pena di morte che è un paradossale estremismo di questa difesa. L’America ha assorbito la civiltà laica, liberale, anche cattolica oltre che calvinista, ma più che altro quella giudaica che si basa sul primum vivere: gli americani spendono il 16% delle tasse in armamenti che li fanno sentire salvi e liberi da minacce. Ma più che altro sanno che se si deve ricorrere a un buon avvocato o a un buon medico, sarà bene cercarne uno ebreo, perché gli ebrei americani hanno il culto della sopravvivenza: Woody Allen con la sua ipocondria e la sua incombente madre che non cessa di proteggerlo e ossessionarlo con consigli vitali, è l’eroe americano che ricorre allo psicoanalista, prende mille pillole, legge manuali curativi, ha il terrore di essere assassinato, di essere umiliato, di finire in fumo su per le cappe dei camini europei e dei loro dannati campi, delle fosse comuni in Bosnia e Kosovo, delle loro foibe, delle rabbie etniche.
Gli americani sono imperdonabili perché sul loro territorio arabi, ebrei, cinesi, siciliani, greci, svedesi, africani, si sentono tutti americani e piangono calde lacrime con la mano sul cuore quando si alza la loro bandiera. Questo loro melenso patriottismo li rende odiosi. Non rispettano che la comodità, il piacere di togliersi di dosso i vestiti, le cravatte, le scarpe e le giacche, per correre in jeans a rosolare i loro maledetti hot dogs, su quelle maledette griglie che chiamano «Ba Be Q» e bevono la loro birra. Gli americani, visti dall’Italia, sono una spina nel fianco, perché hanno un sacco di nomi e cognomi italiani che dimostrano come è facile saper essere americani e vincere al cinema, negli affari, nella vita di tutti i giorni. Basterebbe copiarli per evitare la loro insostituibilità, ma nessuno vuole affrontare i sacrifici necessari. In fondo, non è banale il fatto che canadesi, australiani e neozelandesi vengano dalla stessa cultura inglese, lingua inglese e dall’impero inglese. Ma la differenza fra Canada e Stati Uniti, è gigantesca: il Canada sembra Europa, sembra Irlanda, sembra Francia. E tuttavia, a parte una certa indulgenza dei canadesi ad aggiungere un curioso «né» alla fine delle frasi, sembra che si tratti della stessa gente. E, controprova, nessuno è anticanadese e nessuno considera i canadesi «americani» benché vivano in America e siano uguali come gocce d’acqua agli americani. Per loro, per i canadesi, non valgono i pregiudizi razziali che usiamo nei confronti degli americani statunitensi (i quali rivendicano il diritto a farsi chiamare «americani» perché hanno scelto di chiamare il loro Paese «Stati Uniti d’America», includendo il nome del continente nel loro menoma, a differenza dei messicani e dei canadesi) e se venite a sapere che quelli seduti al tavolo accanto sono dei canadesi, vedrete anche che nei loro confronti scatterà semmai un pregiudizio positivo, amicale.
Che cosa hanno dunque di diverso? E perché mai noi italiani, specialmente se di sinistra, vomitiamo all’istante se sentiamo dire che quell’americano che ci viene presentato non soltanto è americano, ma anche un italo-americano, ovvero la quintessenza del tradimento. In fondo, gli americani hanno un vero complesso soltanto nei confronti dei francesi. E vanno a farsi spiegare quanto sono volgari e detestabili sotto la torre Eiffel. Ma, l’antiamericanismo francese, solo apparentemente affine a quello italiano, viaggia per conto suo: negli Stati Uniti non ci sono emigrati francesi, ma semmai dei discendenti dell’Ame-rica francese, della Louisiana e del Quebec, per non dire della Martinica e Haiti. Miss Liberty con la fiaccola in pugno nel porto di New York evoca Lafayette e Tocqueville, e quella della marina americana alleata di quella francese durante le guerre napoleoniche, con gli ufficiali americani impiccati dagli inglesi ai pennoni come traditori e spie del nemico. Inoltre, la Francia e soltanto la Francia ha avuto la forza culturale, militare, economica e coloniale di creare una civiltà che potesse essere di modello al mondo, sfidando e combattendo quella inglese. È per questo che quando i francesi, parlando degli americani, lo fanno da impero a colonia, da Europa ai figli dispersi e scapestrati, ai quali giova ricordare con didattico disprezzo che cosa sia un vero formaggio e un vero vino.
Anche i tedeschi hanno elaborato un loro proprio antiamericanismo che affonda le sue unghie sia nel nazismo che nel comunismo, con l’aggravante della comunista Repubblica democratica tedesca di Ulbricht e Honecker che manteneva un piccolo partito neonazista antiamericano. Ma il più fecondo, e vicino all’Italia, è l’antiamericanismo dei sudamericani, esemplarmente messo in ridicola mostra nel Manual del Perfecto Idiota Latino-Americano dei due Vargas Llosa, padre e figlio: quell’odio anti-yankee nasce dalla sconfitta iberica con l’Inghilterra, replicata con la guerra delle Falkland-Malvinas, terminata il 14 giugno del 1982. Terminata, giova ricordare, con la sconfitta militare della giunta fascista di Buenos Aires (come la sconfitta del fascismo in Italia o dei colonnelli in Grecia) e proseguita nel grande sogno paranoico di una miseria da addebitare all’imperialismo gringo. I Norteamericanos sono infatti colpevoli di colonialismo, pratica golpista, corruzione, sostegno dei tiranni e odio per il popolo.
Non è difficile capire, attraverso l’analisi dei vari modelli di antiamericanismo, quale sia il carattere e quali i problemi dei vari antiamericani: l’antiamericanismo dice molto su chi lo professa e in genere nulla, assolutamente nulla sugli americani, i quali leggono in media il doppio di quanto leggano gli italiani, producono e consumano una massa di cultura enorme, elaborano profondi studi su se stessi e l’Europa, coltivano gruppi di lavoro e di inchiesta che non hanno l’uguale nel resto del mondo. Arnold Beichman, un veterano della Hoover Institution, ha scritto il suo libro più bello Miti anti-americani, cause e conseguenze, scandito in «Nove Bugie», che sono i fondamenti stessi dell’antiamericanismo: l’America è un Paese fascista, America vuol dire genocidio; l’attentatore di sinistra è un elemento di forza morale; l’operaio americano è un imbecille; il sistema politico americano è un imbroglio; i valori americani sono materialistici; l’America è pazza; il popolo americano è colpevole; l’America ha bisogno di una rivoluzione violenta. È uno studio sull’antiamericanismo visto da un americano dieci anni fa. Oggi l’antiamericanismo è diventato invece una guerra aperta: è l’antiamericanismo del dopo 11 settembre, sul quale anche i cliché italiani hanno dovuto rimodularsi. Da quel giorno, l’antiamericanismo non sarà più lo stesso.
 

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