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L'attrazione fatale

Liberal Fondazione
di Fiamma Nirenstein

Anno II n. 13 - Agosto/Settembre 2002

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 Fu un panorama soprattutto agricolo quello in cui si avventurò il cuore al tempo in cui il terzomondismo era giovane e gli Stati Uniti cominciavano a essere odiati. Non accadde molto dopo che gli Stati Uniti stessi avevano liberato l’Europa da Hitler, vincendo la guerra in modo tale che non restasse dubbio sulla necessità di un futuro democratico per l’Europa. Questa elementare verità, ovvero che la democrazia aveva vinto, fu poco apprezzata da subito, ovvero dall’avvio di una guerra fredda che metteva di nuovo in campo due categorie dello spirito, la democrazia e il totalitarismo. Per strano che possa apparire, dopo la tempesta totalitaria l’Europa non anelava alla democrazia, e anzi vastissimi gruppi giovanili e intellettuali fantasticarono, fino alla violenza, mondi in cui la questione sociale - la riscossa dei poveri - era in prima linea, ma non lo era affatto una scelta liberale. Mentre da una parte, nei pressi delle parrocchie, crescevano i vitelloni e i poveri ma belli, gran parte dei giovani nati nel dopoguerra - quando negli anni Sessanta il paesaggio tendeva a divenire urbano, le periferie a crescere, il benessere comprava la Seicento a tutti gli italiani e immaginava benefici industriali per tutti - si arruolarono in svariati eserciti: quello africano post coloniale, quello africano anti-apartheid, quello latino americano di Cuba e delle guerriglie nelle foreste e nelle praterie, quello vietnamita, quello cinese, con poca adesione emotiva anche quello sovietico e alla fine quello arabo-mussulmano. Avrei fatto prima a dire che i giovani divennero, sulla scia e per ordine dell’Unione Sovietica, terzomondisti e antioccidentali, specialmente antiamericani. Ma in ogni piega della vicenda c’è molto di più: a ogni latitudine si dispensavano consigli per l’abbigliamento, la musica, il modo di parlare e soprattutto la morale che hanno forgiato e cambiato la nostra vita fino a rendere frastagliata la nostra stessa identità e hanno ibridato una strana bestia che mentre si dichiara il migliore difensore dei diritti umani, sviluppa un’indifferenza profonda per la vita umana, una cecità morale che oggi potrebbe impedirci addirittura di affrontare la battaglia contro il terrorismo. Deliberatamente, e con dispiacere, da vecchia combattente per i diritti umani lascio da parte i buoni motivi fattuali, la lista di imperdonabili misfatti, per cui potevamo disprezzare e biasimare, a Cuba Fulgencio Batista y Zaldivar, o a Teheran (meno) lo scià Reza Pahlavi: le loro prepotenze, la loro smania di potere, le loro crudeltà, la feroce volgarità del primo e la pretenziosa modernizzazione totalitaria del secondo, vanno insieme a tante insopportabili prevaricazioni inferte ai popoli ribelli. Diamo per scontato (certo Batista era peggio dello scià), con gradazioni, il senso di tutte le rivolte antimperialiste e antitotalitarie. Mi interessa invece quello che di specifico, fino alla cecità morale di cui parlavo, ci è venuto da ogni vicenda. Da ognuna, abbiamo ricavato il succo della cultura del secolo passato: senso di solidarietà per i popoli oppressi, desiderio di aiutare i deboli, autodeterminazione dei popoli, antimperialismo. Belle cose. E poi, abbiamo ricavato alcuni specifici peccati capitali (di cui ricordo la genesi nella mia stessa biografia) che rischiano di fare di noi delle vittime e degli sciocchi. Latino americani: in generale, ci sono costati il senso dell’ordine e della compostezza, dell’educazione e della distinzione. Gabriel Garcia Marquez ci ha gettato, a Macondo, in un samba convulso e involuto, pieno di gente che spara, che va a letto con questo o con quello, di donne feroci, di uomini sporchi, di colori contadini. Ci ha buttato a ritmo di samba in un sistema di equivalenze morali, in cui il colore sostituisce il chiaroscuro: la piattezza della luce del Sud sulla polvere e gli sterpi e il bianco della calce cancellano la pietra serena e il bugnato (io vivevo a Firenze da piccola). Cuba, Que linda es Cuba e Comandante Che Guevara insieme al Nordeste, Virgolino e il Certão fecero una zuppa nuotando nella quale non ci domandammo, se non molto distrattamente, che fine si faceva nelle prigioni cubane, quanta smania di potere mediatico e di sparare e usare il machete per fini impropri c’era nella scelta di Che Guevara di abbandonare il potere per la giungla, quanto odioso poteva essere un lider maximo che parla dieci ore a una folla immobilizzata in piazza, fa fuori gli omosessuali, tiene in galera i dissidenti, fucila un suo ministro mentre tira aria di traffico di coca, guida come Mussolini il raccolto della canna da zucchero falciando a torace nudo... Giovani belli e sexy come Fidel e il Che guidavano la classifica dei gridolini, gareggiavano con Eros e con Priapo, ci facevano vestire a colori violenti con brutte imitazioni di camicie indie. Così guardavamo a formazioni assassine (“Sendero luminoso”, i Tupamaros, fino ai Farc) con senso di ammirazione. Guantanamera e Comandante Che Guevara si cantavano senza pietà a ogni occasione, le musiche latino americane erano particolarmente gettonate, perché il loro ritmo era stupido, orecchiabile fino all’ossessione. Gli Inti Illimani a ogni festival dell’Unità lo ripetevano senza scampo: El pueblo unido jamas sarà vencido. E anche, però, El condor pasa. Sullo sfondo, l’imperialismo americano contro la pace delle Ande, le gambe delle cubane, il berretto di Fidel, la fatica contadina, la zappa, il machete e il fucile. L’Urss sullo sfondo non la vedevamo, non vedevamo l’orrore del terrorismo, ci interessava solo battere l’imperialista. Avevamo letto Lenin. La Cina riguardò un altro aspetto importante della nostra educazione etica, ovvero il silenzio della coscienza di fronte a un totalitarismo sistematico sotto un’apparenza spontaneista (ciò che oggi si ritrova in molte organizzazioni terroristiche) feroce e sterminatore. La lettura giovanil-radicale italiana di Mao Tze Tung, peraltro meno condivisa della passione leninista romantica latino-americana, fu quella legata alla suggestione della rivoluzione permanente: erano tempi in cui siedevamo in assemblee e riunioni affumicate giorno e notte, la vita doveva essere un tutt’uno con la politica, rivoluzione permanente momento dopo momento; la spontaneità, la destrutturazione dell’università e del sapere tradizionale, come lo chiamavamo, portò come insegna anche inconscia il faccione di Mao. Se l’Urss era burocrazia, la Cina, nella nostra superficialità, ci apparve invece spontanea. Il Libretto rosso, la rivoluzione culturale, gli intellettuali che crepavano nelle porcilaie, la diffusione di massa della simpatica istituzione del colpo alla nuca, che non ha ancora per niente perso la sua attualità, l’assalto (di nuovo) della campagna povera contro i cittadini corrotti... non esitammo ad adorare l’assassinio di massa.
Che Guevara, Fidel, i latino americani aveva regalato l’eskimo al nostro abbigliamento. I cinesi ci dettero pantaloni larghi e comodi, ma camicie agganciate e strette al collo, come un cappio. Monaci rossi anticonsumisti, come i ragazzi di Servire il Popolo, vivevano in «comuni»; erano ascetici su imitazione cinese. Ovvero, non praticavano la rivoluzione sessuale, se la proibivano da soli a meno di sposarsi con rito rivoluzionario. Altri, dalla Toscana alla Sicilia, presero in affitto dei casali per coltivare la terra con le loro mani, le comuni fiorirono, la rivoluzione sessuale prendeva molto dall’ideologia, anche se fare di Mao un eroe sexy non era proprio possibile. Ci sforzavamo di ammirare qualche suo ritratto da giovane, durante la prima lunga marcia. Il bagno nello Yan Tze era invece comunque un po’ ridicolo, sgonfio. Il Libretto rosso invece che il tragico simbolo di milioni di persone assassinate durante la Rivoluzione culturale diventò una bandiera da sventolare durante le manifestazioni; facemmo svariate brevi-lunghe marce nei centri cittadini, alla faccia di chi veniva processato in mezz’ora e fucilato in un minuto, senza che movimenti di massa contro la pena di morte si sognassero mai di invadere le strade. Sul mito del collettivismo maoista si creò un altro peccato capitale: l’insensibilità alla dittatura, alle gerarchie geriatriche, all’omicidio politico. Io in Cina ci sono stata un paio di volte per lavoro: chi vedeva quella immensa prigione capiva subito di che cosa si trattava. Mi capitò di parlare a lungo con un omossessuale intellettuale che aveva lavorato nel film L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci. Faceva la parte del maestro, ed era un interprete. Aveva subìto la rivoluzione culturale: la sua conoscenza dell’italiano, di Dante e di Boccaccio, fu giudicata dalla Guardie Rosse un peccato antirivoluzionario. Fu «rieducato» dieci anni in campagna. Un’altra esperienza traumatica fu vedere la paura dei bambini per la strada nel rifiutare, guardandosi intorno, un pezzo di cioccolata che la straniera porgeva loro. Incontrai Deng Tziao Ping, era molto basso e vecchio, il suo immenso potere lo metteva di ottimo umore, quando la sua auto passava, col corteo degli ospiti italiani, le sue guardie motorizzate lo precedevano facendo letteralmente schizzare via i ciclisti che finivano per terra. Era facile accorgersi di che cosa si trattava, ovvero di una brutale dittatura fascista: non è facile capire come i frequenti visitatori nostrani non ci fecero caso. Due parole sulla Russia e dintorni: fra i peccati capitali del Terzomondismo immorale non si può elencare l’amore per l’Urss. Non ci fu amore, se non nei vecchi del Pci. Ci fu invece omertà. Provavamo, se non si apparteneva a formazioni «cinesi», un sentimento di timoroso rispetto, la consideravamo una signora terribile cui ubbidire, specie nella sua politica «antimperialista» e «anticolonialista», anche se non ci era simpatica. Era una fastidiosa ma rispettabile zia burocratica e verbosa, persino ottusa e piena di antipatiche pretese. Molti che avevano viaggiato all’Est l’avevano vista in faccia, anche, in un viaggio in Romania, dove un ragazzo incontrato per caso pregava chi viaggiava insieme a me di cedergli i blue jeans. Il mio compagno di viaggio, comunista, gli chiese: «Preferisci i blue jeans o il comunismo?». Quando a quella domanda così pazzoide il ragazzo saggiamente rispose «i blue jeans», il mio compagno esclamò: «E allora non avrai niente». La situazione cambiò con i carri armati sovietici a Praga, ma ormai dall’Unione Sovietica, mentre la criticavamo, avevamo assorbito il cinismo verso i dissidenti, l’idea della storia come complotto dei cattivi (gli Stati Uniti e in genere i Paesi capitalistici), e di nuovo la supina accettazione delle gerarchie, le parate, la corruzione e l’allineamento degli intellettuali, la militarizzazione travestita da rivoluzione. I vietnamiti: ci apparvero come minuscoli angeli aggrediti, le foto dei grandi americani cattivi che oltretutto non sostenevano le loro stesse ragioni ma si autodivoravano di critiche, furono le sole immagini che avevamo deciso di guardare. Con il film Il cacciatore di Michael Cimino, il pubblico si stupì che gli angioletti fossero anche dei viziosi torturatori. Ma ormai avevamo digerito l’idea della perfidia fisica degli americani (Song My!) ed eravamo anche ipnotizzati dall’idea pazzesca che autodeterminazione e socialismo dovessero essere un tutt’uno (in Africa, in Mediorente, ogni Stato «autodeterminatosi» ha avuto sempre i confini disegnati col righello dai suoi ex padroni coloniali, fosse una «democrazia socialista» o un «socialismo democratico») che un viso esotico e stanco come quello di Ho Chi Min fosse sinonimo di «buono». Sulla guerra del Vietnam, che è il punto di svolta insieme alla Guerra dei Sei Giorni in cui l’antioccidentalismo fa un tutt’uno col neopacifismo defezionista, dovremmo scrivere pagine e pagine: è qui comunque che il divieto di vincere per le democrazie si fece decisivo; Israele vinse soltanto perché ne andava della sua vita mentre tutto il mondo le chiedeva, per restare legittimata a sinistra, di perdere come sempre, come gli ebrei hanno sempre fatto. Gli americani, invece, che se lo potevano permettere, accolsero il dictat dell’opinione pubblica. E noi interiorizzammo da qui un’altra idea dagli effetti oggi disastrosi: che i «poveri», gli underdog, alla fine vincono.
Giusto per non tralasciare un altro tema molto importante, quello della negritudine, mi limito a ricordare il parallelismo fra le lotte anti-apartheid del Sud Africa, i movimenti americani per i diritti civili, i movimenti anticoloniali da cui è poi nata un’Africa che è la disperazione di tutti gli uomini di buona volontà, per i problemi sociali e politici, per le guerre fra gruppi etnici, per i dittatori implacabili che hanno infestato il continente salvo rare eccezioni. Da questa larga couche, oltre alle canzoni di Miriam Makeba e all’entusiasmo per Martin Luther King e Nelson Mandela (la cui parte nell’uso disinvolto e feroce del terrore e della criminalità comune fu tuttavia ignorata, e continua a esserlo tutt’oggi), cominciavano a fuoriuscire come malvagi germogli i mussulmani neri, le accuse agli Stati Uniti di essere responsabili di tutti gli orrori dello schiavismo (mentre non c’è civiltà né religione che non abbia utilizzato, comprato venduto, ammazzato schiavi; gli arabi ancora li usano in Mauritania e in Sudan), l’odio antisemita, gli atteggiamenti antioccidentali estremisti di molti leader uniti a insopportabili dittature. Ma per noi il nero è rimasto comunque il colore più lucido e puro, i loro ritmi ci sono parsi più belli dei nostri, mentre la loro innocente crudeltà nelle guerre fratricide in cui avvengono veri e propri stermini e si mandano eserciti di bambini a combattere e farsi mutilare, un problema secondario. Da quel mondo, il peccato capitale interiorizzato è il senso di colpa paralizzante e che tutto semplifica, il contentarsi della «fame nel mondo» e del «debito» come slogan che ci mettono al riparo dal dovere di condannare regimi inconsulti, corrotti, adusi a incamerare il denaro degli aiuti per comprare armi e rimpinguare conti in Svizzera. Ai tempi della Battaglia di Algeri di Gillo Pontecorvo, la rivolta mussulmana iniziò come lotta alla colonizzazione e acquisì giustamente un carattere giustamente positivo; ma solo allora la guerra di liberazione degli arabi è diventata un lied, uno squillo di tromba e fu equiparata alle altre rivoluzioni. Una rivoluzione con la kefia. Questo grande fazzoletto bianco e nero che ha sostituito l’eskimo come segnale di ribellione, è diventato da copricapo dei fellah (i combattenti contro il colonialismo francese) sciarpa dei fedayn, che promettendo la liberazione della Palestina (ben prima del 1967 era dell’occupazione dei Territori) facevano strage degli atleti di Monaco o uccidevano a sangue freddo gli ebrei sugli aerei sequestrati, fino a diventare la maschera onnicoprente, salvo che per gli occhi, con cui i terroristi suicidi si mostrano alle manifestazioni, dead men walking, sparando in aria e urlando il loro odio per Israele e anche per gli americani. Non mi soffermerò sugli aspetti storici della vicenda mediorentale se non per ripetere che il ’67 dà il via allo stravolgimento più totale della realtà: un Paese aggredito, che vince legittimamente contro forze più grandi delle sue e contro un intero mondo circostante, venne invece considerato colpevole delle più ignomignose violazioni dei diritti civili, della cultura più violenta. La Guerra Fredda dette qui il suo meglio in termini di goebbelsiano travisamento della realtà: il Medio Oriente fu ridefinito e ridescritto nella mente dell’Occidente come una zona in cui gli arabi, che si aggiustavano allora in svariate forme dittatoriali collegate con Mosca, furono considerati detentori della somma ragione dei deboli, nonostante il petrolio, nonostante il rifiuto della Partizione dell’Onu del 1948. Mentre l’unica vivissima democrazia dell’area più volte aggredita, che oltretutto già si era esercitata e ancora lo avrebbe più volte fatto nella formula inventata apposta per lei e del tutto inedita «Pace contro terra», veniva tacciata di imperialismo, fascismo, il suo esercito di popolo veniva guardato come una specie di macchina da guerra assetata di sangue. Lo stravolgimento di valori che inizia in quegli anni è lo stesso che oggi non ci consente di guardare in faccia con senso di realtà all’attacco terrorista di matrice estremista islamica che è in corso, e che probabilmente si allargherà nei prossimi mesi e anni. L’acceccamento era già evidente quando, allora vestiti da sessantottini, capelli lunghi e kefia al collo, i terroristi di Monaco che uccidevano un atleta israeliano l’ora, fino all’eccidio finale, apparivano in affollate conferenze stampa mentre gli israeliani erano prigionieri dentro le baracche degli atleti. I giornalisti che vi partecipavano avevano più o meno le loro stesse facce, lo stesso abbigliamento: i leader palestinesi stabilirono che non era affatto rilevante l’aspetto morale della faccenda, ma la sua rilevanza mediatica. Che fu enorme; e intanto, i giochi non vennero sospesi, i tedeschi rifiutarono a Israele il diritto di intervenire per salvare i loro ragazzi. La potenza mediatica è stata la prima grande vittoria dell’Islam da quando ha perduto nel 1683 sotto le mura di Vienna. Esso ha obliterato le persecuzioni anticristiane, l’antisemitismo dilagante e più volgare che mai, l’uso indiscriminato della violenza come arma privilegiata e infine l’orrore del terrorismo suicida. Si sono cercate molte giustificazioni all’attento contro le Twin Towers, se ne sono trovate decine a quelli, altrettanto catastrofici, contro Israele. Le peggiori violazioni dei diritti umani sono state seppellite sotto montagne di risoluzioni dell’Onu contro Israele. Il processo per cui il nostro terzomondismo si sarebbe trasformato in una totale indifferenza morale è arrivato al dunque negli anni dell’Intifada. Ma mentre fin’ora per la nostra stupidità non avevamo pagato pegno, mentre cubani, sudafricani, e per ora anche i cinesi (per ora) restano lontani, una resa dei conti con la nostra acquiscenza, non è lontana: ostinarsi a essere liberali con un nemico posseduto da una febbre suicida, è operazione assai rischiosa.

 

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