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Complottomania

LIBERAL BIMESTRALE
di Giuseppe Bedeschi
Anno II n. 13 - Agosto - Settembre 2002

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 In Italia, dal 1947 (cioè da quando De Gasperi escluse i comunisti dal governo) al 1992, non c’è stata una vera democrazia: c’è stata, invece, una democrazia solo formale, retta apparentemente dalla Carta costituzionale, ma in realtà gravissimamente ipotecata dalla subalternità dei governi italiani agli Stati Uniti e all’alleanza atlantica, i quali hanno sempre messo il veto alla partecipazione del Partito comunista alla gestione della cosa pubblica, distorcendo così gravemente la dialettica democratica. I servizi segreti americani sono intervenuti pesantemente per finanziare, addestrare, manovrare ecc., gruppi e movimenti che si adoperavano per arrestare la marcia dei comunisti verso il potere; i servizi segreti italiani, a loro volta, si sono mossi nella stessa direzione, in combutta con uomini politici, settori e articolazioni delle forze armate e della pubblica amministrazione. Da questo intreccio perverso sono sorti gli attentati, le stragi e tutti gli episodi violenti e oscuri che hanno caratterizzato oltre un quarantennio di vita repubblicana. In Italia, quindi, non ha mai veramente operato lo Stato democratico (o vi ha operato in maniera ridotta e distorta), bensì ha operato un doppio Stato, ovvero uno Stato duale, costituito da una parvenza di istituzioni legittime, il cui funzionamento è stato gravemente coartato, e da un nucleo occulto (l’unico veramente efficace), sottratto a qualunque controllo: una sorta di anti-Stato, dal quale venivano però a dipendere le decisioni più delicate dello Stato «ufficiale».
La teoria del «doppio Stato» è stata esposta in questi termini da due studiosi - Paolo Cucchiarelli e Aldo Giannuli - nell’introduzione che precede un’antologia di documenti raccolti dalla Commissione stragi: «si dà Stato duale - essi hanno scritto - quando una parte delle élites istituzionali, a fini di conservazione, si costituisce in potere occulto, dotato di un proprio principio di legittimazione - estraneo e contrapposto a quello della Costituzione formale - per condizionare stabilmente il sistema politico attraverso metodi illegali, senza giungere al sovvertimento dell’ordinamento formale che conserva una parte della propria efficacia» (Lo Stato parallelo, Roma 1997, p. 18). La teoria del «doppio Stato» ha avuto una diffusione larghissima nell’opinione pubblica e nella cultura politica della sinistra, fino a diventare lo strumento fondamentale per intendere la storia della nostra repubblica. All’origine di tale teoria c’è stato, negli anni Cinquanta e Sessanta, il mito della «Resistenza tradita». Secondo tale mito, divenuto assai presto la bussola di tutte le forze «progressiste», in Italia non c’era vera democrazia perché gli ideali della Resistenza erano stati accantonati e seppelliti dalle forze conservatrici ritornate al governo dopo la breve stagione resistenziale. Naturalmente, gli ideali della Resistenza venivano interpretati dai comunisti e dai loro alleati secondo i loro moduli ideologico-politici: quegli stessi moduli che li portavano a vedere nelle cosiddette «democrazie popolari», che languivano sotto il tallone del totalitarismo sovietico, un mondo nuovo, una vera e integrale democrazia. Da noi, invece, c’era il «fanfascismo» (del resto, non era stato Fanfani un ammiratore del corporativismo fascista?). Lelio Basso, uno dei massimi esponenti del Psi frontista, arrivò a scrivere un libro intitolato: Due totalitarismi: fascismo e Democrazia cristiana. La nostra, dunque, era una democrazia solo apparente, che non degenerava in dittatura aperta solo per la forza organizzata della sinistra, ma che era condizionata, in tutte le decisioni più importanti per la vita del Paese, dal volto bieco e torvo (e spesso occulto) della «reazione».
Questa è storia di ieri, certo. Ma per quanto possa apparire incredibile questo approccio costituisce ancora oggi la clavis aurea di molte ricostruzioni storiche di studiosi che militano a sinistra. Il documento più interessante (e più impressionante) in tal senso, è l’ampio saggio che Nicola Tranfaglia ha pubblicato nella Storia dell’Italia repubblicana, curata da F. Barbagallo per i tipi di Einaudi (1997): Un capitolo del «doppio Stato». La stagione delle stragi e dei terrorismi, 1969-1984. Esaminare il saggio di Tranfaglia può essere utile e istruttivo per capire su quali presupposti, accorgimenti, adattamenti, forzature, omissioni e travisamenti si basa la teoria del «doppio Stato», che tanta fortuna ha incontrato nella sinistra, dai giornali alle pubblicazioni degli accademici. «Se si tengono presenti - dice Tranfaglia - alcuni elementi di fondo che hanno caratterizzato il quindicennio delle stragi e dei terrorismi (un quadro internazionale che dà all’Italia una sovranità limitata, la persistenza del più forte Partito comunista occidentale tollerato ma non legittimato al governo, il ripetersi di atti di gravissima rilevanza penale, la presenza di organizzazioni criminali colluse con apparati dello Stato, una corruzione politica ramificata, l’emergere frequente di organizzazioni occulte) si ha la conferma che soltanto una categoria chiara e precisa come quella appena indicata [il “doppio Stato”, appunto] è in grado di offrire un criterio di interpretazione dei tragici avvenimenti che hanno segnato la nostra storia e delle responsabilità storiche addossabili a una parte esigua della classe dirigente di governo di quel periodo» (pp. 9-10). In questo quadro, viene ad avere un’importanza rilevantissima l’organizzazione detta «Gladio», la quale subisce, nella ricostruzione datane da Tranfaglia, una trasfigurazione impressionante. Tale organizzazione, infatti, sorta per sviluppare una resistenza clandestina e per favorire azioni di guerriglia in caso di conflitto bellico e di invasione del nostro territorio nazionale da parte dell’Armata Rossa, si trasforma senz’altro, nelle mani di Tranfaglia (il quale attinge, come a un vangelo, alla relazione della Commissione stragi presieduta dal senatore Pellegrino), in un’organizzazione offensiva, usata contro il pericolo di «sovvertimenti interni», sicché viene collocata «all’interno di quell’arcipelago di organizzazioni segrete che negli anni precedenti come nei successivi caratterizzerà la lotta anticomunista in Italia» (p. 19). E non solo. La struttura di Gladio viene «gonfiata» da Tranfaglia sino ad assumere dimensioni mastodontiche. Tale organizzazione constava in realtà, secondo l’elenco trasmesso dal Servizio segreto militare (Sismi) alla Commissione stragi, di seicentoventidue nomi. «Ma noi sappiamo - dice Tranfaglia - da più di un documento che altri, accanto a quello più palese [di “stare dietro” le linee, in caso di occupazione nemica], erano gli obiettivi di una struttura segreta come quella di cui parliamo: ed è dunque assai probabile, come peraltro emerge dall’assenza in quell’elenco di personaggi che con Gladio ebbero sicuramente a che fare, che accanto ai seicentoventidue, come risulta anche da atti processuali, ci sia stato un numero più alto di “gladiatori” […]. Si deve su questa base ipotizzare la presenza di un secondo livello, parallelo a quello riconosciuto ufficialmente nella relazione di Andreotti, e addetto a quelle “operazioni coperte” di cui restano ampie tracce negli accordi bilaterali rinvenuti (che sono con tutta evidenza parte di un tutto più ampio) tra i servizi segreti americani della Nato e quelli italiani. È difficile enunciare numeri precisi, anche se la Commissione stragi ipotizza la cifra di almeno milletrecento “gladiatori” da aggiungere ai seicentoventidue resi noti. Ed è probabile che, proprio in questo secondo elenco, che non siamo ora in grado di ricostruire, avrebbero potuto trovarsi personaggi caratterizzati politicamente e tali da permettere di ricostruire i legami di sicuro esistenti tra le strutture militari e di sicurezza e una parte della classe politica di governo legata alla “doppia lealtà” di cui parla Franco De Felice» (p. 20). Ho sottolineato con i corsivi una serie di espressioni usate da Tranfaglia, che rendono assai bene la sua «tecnica» di ricostruzione storica: è assai probabile, si può ipotizzare che, non siamo in grado ora di ricostruire, ecc. ecc. Senonché, da tutte queste ipotesi, da tutte queste supposizioni, da tutti questi sospetti, Tranfaglia ricava delle certezze assolute e granitiche, che usa poi come grimaldelli per spiegare alcuni degli episodi più oscuri (mai chiariti fino in fondo) e più sanguinosi della nostra storia recente (le stragi, gli attentati, ecc.). Così, naturalmente, tutti i conti gli tornano e la teoria del «doppio Stato» viene da lui «dimostrata» ad abudantiam.
Ma questa tecnica non va incontro solo a obiezioni di merito; essa va incontro anche a infortuni incredibili e stupefacenti di carattere storico-politico. Cossiga, per esempio, ha raccontato (La passione e la politica, Rizzoli, 2000, p. 143) di aver preso parte all’organizzazione di Gladio, ma ha precisato: «In realtà io mi sentivo e mi sento uno che in Gladio ha svolto un ruolo davvero minimo. Certo ero completamente e perfettamente a conoscenza dell’organizzazione, anche se non ero tenuto al corrente di tutta l’attività che vi si svolgeva. Ogni tanto mi raccontavano degli episodi: sapevo come era organizzata, a che cosa serviva, avevo visitato come altri la base logistica in Sardegna, ma non facevo parte del giro ristretto delle persone più significative e importanti dal punto di vista della gestione. Esse erano certamente Moro, Taviani e Andreotti e tutti quelli che facevano parte del ministero della Difesa all’epoca del concepimento di Stay Behind. Io allora ero il sottosegretario al quale, per istruzioni di Moro, era stato affidato un compito». Dunque, secondo questa testimonianza di Cossiga (della quale non c’è ragione di dubitare, sia per l’onestà intellettuale del personaggio, sia per il carattere di rievocazione storica del tutto disinteressata che tale testimonianza ha), i principali «gestori» di Gladio furono Moro, Andreotti e Taviani. Ma il primo - è perfino superfluo ricordarlo - fu il principale protagonista dell’esperienza di «solidarietà nazionale» che portò il Pci (non senza forti contrasti all’interno della Democrazia Cristiana) nell’area di governo, mentre il secondo presiedé i governi espressi da quell’esperienza. Da ciò, però, consegue - sulla base della «ricostruzione» di Tranfaglia - che Gladio fu una vasta, potente e pericolosissima organizzazione, che aveva come scopo precipuo quello di sbarrare il cammino del Pci, e che al tempo stesso i suoi principali responsabili in sede politica furono quegli stessi che realizzarono l’incontro fra la Democrazia Cristiana e il Pci nella seconda metà degli anni Settanta! Come si vede, lo schema storiografico di Tranfaglia funziona a meraviglia!
Ma le disavventure del nostro storico non finiscono qui. Dopo aver elencato tutte le stragi e gli attentati che hanno avuto luogo in Italia dal 1969 in poi, e dopo averli ricondotti (sempre con molta sicurezza) all’intreccio fra terrorismo nero, servizi segreti deviati, P2 e quant’altro, Tranfaglia non può non dar conto, nel suo saggio, del terrorismo rosso, che negli anni Settanta e nei primi anni Ottanta insanguinò l’Italia in un crescendo drammatico, colpendo intere categorie sociali (magistrati, giornalisti, sindacalisti, ecc.). Certo, il terrorismo rosso - se si bada alle finalità perseguite dai suoi protagonisti, che erano quelle di instaurare un regime comunista in Italia - non può essere ricondotto alla teoria del «doppio Stato». Ma Tranfaglia ha una soluzione pronta: il terrorismo rosso, in realtà, fu infiltrato e manovrato dai poteri occulti che combattevano l’avanzata dei comunisti, e dunque, nella sostanza, è pienamente riconducibile alla teoria del «doppio Stato». Dice infatti il Nostro: «Dopo il parziale fallimento dell’eversione di destra subalterna ai servizi di sicurezza e dei colpi di Stato in senso autoritario, mutata la situazione internazionale e accantonata l’ipotesi di insediare in Italia un regime come quello greco, si punta più nettamente a una stabilizzazione in senso moderato […] sfruttando contro i comunisti e la sinistra che vi si allea un’opera di infiltrazione nei gruppi estremisti puntando a conquistarne la guida o almeno a sfruttarne l’azione ai propri fini. Ed è, a nostro avviso, soprattutto la seconda possibilità a realizzarsi nella vicenda che connota in Italia il terrorismo «rosso»: allo stato almeno delle fonti a disposizione […] sembrerebbe fondata l’ipotesi interpretativa che accredita una certa autonomia, almeno iniziale, alle organizzazioni terroristiche che si richiamano al terrorismo e alla sinistra, senza peraltro escludere infiltrazioni e successive anche pesanti strumentalizzazioni a mano a mano che la loro azione diventa più centrale e significativa nella crisi italiana» (p. 46).
Per rendere plausibile questo suo assunto (non dico per dimostrarlo, perché l’autore non possiede uno straccio di prova), Tranfaglia opera una singolare (e incredibile) riduzione delle dimensioni del terrorismo rosso. «Una parte, - egli afferma - che si può dire maggioritaria, fu spinta dagli avvenimenti del ’69 -’70 a proseguire all’interno delle organizzazioni della sinistra, essenzialmente i gruppi extraparlamentari (dal Manifesto a Lotta Continua ad Avanguardia Operaia) la propria battaglia politica accettando, sia pure con molte esitazioni, le scadenze elettorali e, con molti limiti, la logica della lotta politica parlamentare. Un’altra parte, sicuramente minoritaria (nella quale possiamo far rientrare i collettivi operai, a cominciare dal nucleo storico di Potere Operaio) ritenne che i margini esistenti per una battaglia a quel livello fossero consumati e che la lotta dovesse condursi ormai al di fuori delle istituzioni affidandosi alla spontaneità d’inventiva delle masse operaie o dei marginali o piuttosto all’organizzazione ferrea di avanguardie in grado di sostenere sulle proprie spalle il peso e i rischi di uno scontro frontale con l’apparato repressivo dello Stato. Un’altra parte ancora fu portata dalle delusioni subite a rinunciare», rientrando nei partiti della sinistra storica o ritirandosi nel «privato». Donde, inevitabilmente, la conclusione: «È insomma una minoranza, relativamente piccola, quella che già tra il ’69 e il ’70 sceglie il terreno della lotta armata, che si traduce assai presto in terrorismo, come l’unica praticabile per perseguire - così si dice e si scrive in quel momento - gli obiettivi rivoluzionari che erano stati di tutto il “movimento”» (p. 48). Né sulle dimensioni del terrorismo rosso (e delle solidarietà di cui esso godeva) Tranfaglia torna più, pur esaminando le sue diverse fasi. Il perché di ciò è evidente: infatti, per sostenere che quel terrorismo, pur avendo avuto all’inizio «una certa» autonomia, fu poi infiltrato e pesantemente strumentalizzato a mano a mano che la sua azione diventava più forte e più incisiva nella crisi italiana - per sostenere ciò, il nostro storico deve sostenere che quel terrorismo fu composto, tutto sommato, da «una minoranza, relativamente piccola».
Il minimo che si possa dire a proposito di questa «ricostruzione», è che essa è stupefacente. Certo, il numero dei terroristi rossi organizzati non fu molto elevato (né poteva essere diversamente, dovendo essi vivere in clandestinità): è stato calcolato che le Brigate Rosse furono composte da circa trecento elementi regolari e da due o tre mila irregolari, mentre Prima Linea avrebbe contato su un gruppo di fuoco di duecento persone. Ma quello che Tranfaglia «cancella», o comunque tace, è l’ampiezza delle solidarietà e delle simpatie di cui il terrorismo rosso godette nel nostro Paese. Un fenomeno impressionante. «È probabile - ha scritto a questo proposito Piero Melograni - che alcuni milioni di italiani nutrissero simpatie per i terroristi di sinistra». Quella di Melograni è una valutazione tutt’altro che esagerata. L’elenco dei simpatizzanti dovrebbe aprirsi infatti con la quasi totalità degli appartenenti ai gruppi e ai movimenti collocati alla sinistra del Pci (un arcipelago assai frastagliato e ramificato). Nel 1971 il Manifesto invocava la guerriglia nelle fabbriche, esaltava la «popolazione delle carceri» sperando che essa fosse utilizzabile per scardinare lo Stato, e dedicava intere pagine alle direttive impartite dai Tupamaros uruguaiani per coordinare guerriglia e lotta di massa. Bisognerebbe poi tener conto di settori cospicui dell’elettorato comunista e degli stessi militanti del partito, buona parte dei quali, fin dai tempi della Resistenza e di Pietro Secchia, non avevano mai cessato di sognare il ritorno alla lotta armata. Bisogna inoltre includere una frazione importante della cultura cattolica più radicale, che era portata in quegli anni a esasperare la sua opposizione alla modernizzazione capitalistica (cfr. P. Melograni, Dieci perché sulla Repubblica. Per capire l’Italia dal 1943 a oggi, Rizzoli, 1994, pp. 139-40).
Il terrorismo rosso aveva dunque un vasto seguito nel Paese, godeva di vaste simpatie, e non può quindi essere considerato come una piccola frangia, facilmente «infiltrabile» e manovrabile da pretese forze occulte anticomuniste. Esso aveva inoltre obiettivi politici molto precisi. Ciò, naturalmente, non rientra nello schema storiografico di Tranfaglia, e mette in crisi la sua ricostruzione storica tutta basata sul «doppio Stato». Ma tant’è: anche questo dimostra, se pur ce ne fosse bisogno, tutta la fragilità e l’inconsistenza della teoria del «doppio Stato». È significativo, del resto, che nel suo saggio Tranfaglia non spenda una parola sull’atteggiamento della sinistra italiana verso il terrorismo rosso: un atteggiamento che fu per molto tempo incerto e ambiguo. Come ha giustamente osservato Melograni, tale atteggiamento mutò gradualmente, e si possono grosso modo distinguere in esso tre fasi. In una prima fase i comunisti negarono sostanzialmente l’esistenza del terrorismo rosso. La sinistra continuò a parlare di «stragi di Stato», attribuendo i delitti ai servizi segreti, alla Cia, ai fascisti, e nello stesso tempo promuovendo battaglie sindacali e politiche - come ad esempio quella per il disarmo delle forze di polizia - che creavano un terreno favorevole alle azioni estremistiche. In una seconda fase, la sinistra ammise l’esistenza del partito armato e ne criticò i metodi, ma con varie esitazioni. Perfino intellettuali e scrittori del calibro di Moravia e di Sciascia, si dichiararono equidistanti dallo Stato e dai terroristi. Soltanto durante la terza fase, iniziata nel 1978, il partito armato cominciò a essere condannato con risolutezza dalla sinistra.
Come si vede, con la teoria del «doppio Stato» non si va molto lontano nell’interpretazione della nostra storia repubblicana, e restano del tutto inesplicati fenomeni formidabili come quello del terrorismo rosso, dei suoi motivi ispiratori e delle sue radici ideologico-politiche (il famoso «album di famiglia» di cui parlò Rossana Rossanda), del suo vasto seguito nel Paese, per cui si può dire che esso ha costituito senz’altro la sfida più pericolosa alle nostre istituzioni democratiche. È appena il caso di aggiungere che Tranfaglia svolge un ampio capitolo sul rapimento e l’uccisione di Moro, vedendo in questa vicenda un tassello decisivo della teoria del «doppio Stato». «Se si mettono insieme - egli dice a questo proposito - i punti ancora oscuri dell’intera vicenda e le considerazioni suggerite dal Memoriale [di Moro], dal suo contenuto e dalle sue due edizioni gestite - così appare - secondo un preciso piano politico, si è oggi in grado non di risolvere i misteri che ancora sovrastano il caso Moro ma di trarre, con maggior chiarezza di quanto pure abbia fatto la Commissione stragi, alcune ipotesi che appaiono come le più fondate o, in certi casi, le uniche fondate su quel che effettivamente avvenne allora. A chi scrive pare ormai di fatto accertata una volontà politica prevalente all’interno del governo guidato da Andreotti e negli apparati repressivi e di sicurezza che da quel governo dipendevano che si esprimeva nel lasciare mano libera ai brigatisti prima di nascondere la prigione in cui era rinchiuso l’uomo politico democristiano, poi di ucciderlo e di restituirlo nella maniera teatrale e macabra che si realizzò» (p. 70). E ancora: «Se le cose andarono nel senso indicato, è chiaro che vi fu condizionamento e strumentalizzazione dell’azione terroristica da parte di un blocco di potere annidato nel governo e nelle istituzioni che, da una parte, aveva interesse a far fallire il “compromesso storico”, cioè l’incontro di maggioranza tra democristiani e comunisti, ed era costretto perciò a eliminare, o a favorire l’eliminazione di Aldo Moro che quel progetto aveva finito per impersonare all’interno del partito cattolico» (p. 72). Del resto, aggiunge Tranfaglia, un simile obiettivo corrispondeva in quel momento a un interesse internazionale che aveva il suo centro non solo nei servizi di sicurezza americani ma anche nel governo e nel Dipartimento di Stato, come risulta dai contrasti tra Kissinger e Moro nei mesi precedenti alla nascita del quarto governo Andreotti (ma il presidente degli Stati Uniti a partire dal 1976 non era il mite Carter?). «Se le cose stanno così, - conclude il Nostro - è inevitabile chiedersi in che cosa sia consistito il condizionamento delle Br, se nel vertice brigatista ci siano stati prima o allora uomini dei servizi, quale peso tutto ciò abbia avuto nella nascita e nello sviluppo del terrorismo “rosso”», ecc. (p. 72). Come si vede, siamo di nuovo alla raffigurazione del terrorismo rosso come longa manus dei poteri occulti, della Cia, del Dipartimento di Stato americano (ecco perché Tranfaglia scrive sempre terrorismo «rosso», fra virgolette: perché per lui quel terrorismo è stato semplicemente una marionetta della reazione in agguato). Peccato che tutte le elucubrazioni del nostro storico (e di tanti altri come lui) vadano incontro a obiezioni elementari: i capi brigatisti, a partire da Moretti (tutti condannati a lunghe pene detentive), hanno sempre negato qualunque infiltrazione ai vertici delle Br e hanno sempre rivendicato la piena autonomia della loro azione; i molti processi sul rapimento e l’uccisione di Moro non hanno arrecato alcun elemento a favore del «complotto» ipotizzato dai teorici del «doppio Stato». Inoltre, se l’obiettivo dell’azione di via Fani era semplicemente quello di uccidere Moro, per togliere di mezzo la mente principale del «compromesso storico», perché il dirigente democristiano non fu ucciso subito? Perché i brigatisti scelsero la strada, rischiosissima, del sequestro, del «carcere del popolo», dei lunghi interrogatori, dei comunicati, della sfida allo Stato ecc.? La risposta, in realtà, è semplice. Come ha scritto Giovanni Sabbatucci: «Prendere l’ostaggio vivo, sequestrarlo, processarlo, erano in realtà gli obiettivi dei brigatisti: i quali, come hanno mille volte raccontato, scelsero Moro non perché volevano bloccare l’operazione solidarietà nazionale (che andò comunque in porto all’indomani del sequestro, anzi ebbe dal sequestro la spinta decisiva), ma perché vedevano in lui uno degli uomini-simbolo dell’esecrato regime, il terminale di chissà quale viluppo di poteri e interessi nascosti (alla teoria del doppio Stato, loro ci credevano davvero, anzi furono loro a formularla tra i primi e a cercarne la conferma proprio negli interrogatori del presidente della Dc)» (G. Sabbatucci, I misteri del caso Moro, in AA. VV., Miti e storia dell’Italia unita, Il Mulino, 1999, p. 220). Proprio così: la teoria del «doppio Stato» fu una costruzione dei brigatisti rossi (senza virgolette), fatta propria successivamente dagli storici «democratici». A ciascuno il suo. Ma la demonizzazione degli avversari politici fatta dalla sinistra è andata ben al di là della vicenda Moro. Basti pensare alla visione manichea propugnata con grande enfasi da Enrico Berlinguer negli ultimi anni della sua vita, quando sostenne che tutti i partiti politici italiani - a eccezione dei comunisti, naturalmente - avevano gravemente degenerato, procurando al Paese ogni sorta di disastri e di sciagure. «I partiti di oggi - disse Berlinguer nel 1981, in una intervista a Scalfari - sono soprattutto macchine di potere e di clientela... Gestiscono interessi i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli senza perseguire il bene comune». In breve, i partiti politici (escluso il Pci, purissimo) erano diventati delle associazioni a delinquere: a partire dal Partito socialista e da Craxi, ai quali Berlinguer non perdonava la politica di autonomia dai comunisti. Il Psi, secondo il segretario comunista, aveva subito una «mutazione genetica», cioè era perduto per la democrazia.
Da allora tante cose sono cambiate: l’impero comunista è crollato, il partito comunista ha cambiato nome, lo schieramento di sinistra è più articolato e variegato, e nel 1996 ha vinto le elezioni politiche (a testimonianza del fatto che in passato il cammino della sinistra non era bloccato né dalla Cia né dai complotti, bensì dai suoi legami con l’impero sovietico: legami che alienavano alla sinistra le simpatie di vasti settori della pubblica opinione). E tuttavia qualcosa di molto importante, di molto solido, di molto pervicace si è conservato in quello schieramento: la tendenza, sempre riemergente come un riflesso condizionato, a considerare gli avversari politici come corrotti, come degenerati, come un ostacolo sulla via del progresso civile e politico. Essi vengono indicati, conseguentemente, come una minaccia per le istituzioni repubblicane e per la democrazia. La quale diventa così, di nuovo, per la sinistra, una falsa democrazia, o comunque una democrazia in grave pericolo (in barba alla maggioranza degli elettori che si è liberamente espressa). Continua dunque, più viva e vegeta che mai, la teoria del «doppio Stato».

 

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