LIBERAL BIMESTRALE di Enrico Cisnetto Anno V n. 34 - Marzo - Aprile 2006
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Sostenibile è lo sviluppo che soddisfa i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle generazioni future di soddisfare i propri». Questa è la dichiarazione che sancisce la nascita stessa del concetto di sviluppo sostenibile, e su cui penso tutti si trovino d'accordo in termini di principio, in uno spirito di concordia e condivisione che oggi va sotto il nome di «bipartisan». Questa dichiarazione risale al 1987 e rappresenta l'alpha e l'omega del lavoro della Commissione mondiale per l'ambiente e lo sviluppo delle Nazioni Unite, presieduta dalla norvegese Gro Harem Bruntland, che pubblicò il famoso rapporto Our Common Future (apparso in Italia nel 1988 con il titolo Il futuro di tutti noi). È doveroso premettere che da quel momento la stessa definizione di sviluppo sostenibile è divenuta una sorta di aggettivo qualificativo che accompagna ogni forma di attività dell'uomo che in qualche misura è riconducibile alla sfera sociale. Mobilità sostenibile, agricoltura sostenibile, turismo sostenibile, energia sostenibile, ecc. Insieme con il prefisso «eco» (eco-compatibile, eco-efficiente, eco-sostenibile ecc.) è divenuta una sorta di must, di prerequisito per rendere politically correct ricerche, sperimentazioni, articoli, testi di legge, financo le politiche di governance delle aziende. Insomma lo sviluppo sostenibile è stato ridotto a una tipica icona, a una moda, a una nouvelle vague, dietro alle quali però spesso si cela il nulla, non solo in termini programmatici, ma anche e soprattutto in termini pratici. Mentre invece occorre considerare lo stesso sviluppo sostenibile come nuovo Zenith esistenziale, capace di conciliare fra loro due concetti, individuo e comunità, resi antitetici fra loro lungo tutto il corso dello scorso secolo, di pari passo con l'affermarsi del binomio liberalismo-capitalismo. Per meglio comprendere questo approccio occorre fare un passo indietro e un'incursione nel mondo della filosofia e delle dottrine politiche. Se possiamo concisamente definire il liberalismo come la dottrina che si assume la difesa e la realizzazione della libertà in campo politico, dobbiamo altresì doverosamente ricordare che proprio da questo postulato nacque un coacervo di indirizzi politici, anche in aperta contraddizione tra loro, che si sono a vario titolo richiamati alla paternità del liberalismo. Ai nostri fini è sufficiente ricordare come, nel corso della sua nascita e affermazione, si sia distinto in due macro fasi. La prima poggiò sostanzialmente sui seguenti indirizzi dottrinali: il giusnaturalismo, che riconosce nell'individuo diritti originali e inalienabili; il contrattualismo, che riconosce la società umana e lo Stato come frutto di una convenzione fra individui. è la fase del liberalismo economico, che avversa l'intervento economico dello Stato nelle faccende economiche, agevolandone il naturale corso e svolgimento. Possiamo dire che in questa fase si teorizza la coincidenza dell'interesse individuale privato con quello collettivo. Parafrasando una famosa frase in voga fra certi illustri esponenti del capitalismo italiano del secolo scorso, diciamo che «ciò che fa bene all'individuo, fa bene alla comunità». Si sanciva quindi una forma di individualismo, che in qualche misura sottraeva l'individuo all'azione dello Stato. La seconda fase, invece, si definì quando questo postulato entrò in crisi, posto che nella precedente versione il liberalismo era teso a realizzare sul terreno economico e politico gli interessi della sola borghesia, allora classe in ascesa e verso la sua definitiva consacrazione. Il momento focale di questa nuova fase coincide con la pubblicazione del Contratto sociale di Jean-Jacques Rousseau (1762), nel quale si riafferma senza indugio la superiorità dello Stato sull'individuo, poiché solo nello Stato l'uomo è libero. Con una semplificazione efficace e degna della sua pungente cultura, Francesco Cossiga, ha detto che «si può essere liberali in virtù di Locke, o di Rousseau». Ecco quindi che ci troviamo oggi, all'alba del Terzo millennio, nuovamente in una fase in cui si debbono ridefinire i contorni e i rapporti fra l'individuo e la comunità. Ma bisogna farlo tenendo presenti altre due componenti che in questo confronto sono protagonisti non meno importanti: la natura e l'uomo di domani. L'umanità ha compiuto prodigiosi passi in avanti sulla strada dell'evoluzione e della crescita e di questo va dato atto appunto al binomio liberalismo-capitalismo, ma come spesso succede questa coppia denuncia pericolosi segni di cedimento e di erosione. Soprattutto non è più in grado di dare convincenti risposte circa la complessa interazione fra individuo e società, tipica dei nostri tempi. Diciamo anche che, per amor di verità, proprio perché uscito vincitore dal decennale confronto con i totalitarismi e con le false profezie sociali che hanno inquinato buona parte del secolo scorso, il liberalismo ha finito per acuire il suo accento egoistico, avallando una bieca e strabica allocazione delle risorse funzionale alla crescita economica più che allo sviluppo sociale. E questa deviazione tipica delle società più avanzate, ha prodotto pericolosi effetti emulativi nei Paesi in via di sviluppo, aggravando il problema, già molto serio, della sperequazione delle risorse. Senza indugiare però nelle nuove teorie immanentiste e catastrofiste, spesso astratte e monotematiche, che per semplicità potremmo definire «no global», è proprio nel liberalismo e in una sua rilettura attenta e distaccata, in una sua ri-postulazione alla luce delle nuove aspettative dell'umanità oggi e a un attento screening delle sue reali necessità, non solo tangibili e materiali ma anche intime e spirituali, che troviamo una piattaforma culturale idonea e adeguata. Dovremmo tornare infatti a ragionare in termini inclusivi e complementari fra individuo, di oggi e di domani, e società. Scopriremmo così che, reimpostando i parametri dell'economia verso lo sviluppo compiuto e completo della comunità, nascerebbe un nuovo circolo virtuoso per effetto del quale, i benefici degli uni potrebbero essere i benefici degli altri. Bisogna tornare a pensare che il bene individuale non deve realizzarsi necessariamente a discapito degli altri, e che il progresso della comunità alla quale si appartiene è anche la somma dei singoli progressi individuali e viceversa. Non è utopia: è la comprensione del fatto che società complesse come le nostre si trovano di fronte a una grande sfida, quella cioè dell'inclusione all'interno dei processi di sviluppo e non della gestione, spesso paternalistica e pietista, della crescente quota di coloro che proprio da questi processi sono emarginati. Concretamente è sufficiente pensare alla crescente richiesta di nuovi profili professionali resi necessari dalle nostre nuove forme associative. A questo dobbiamo aggiungere anche la dimensione ambientale, da considerarsi rigorosamente come una risorsa di cui disporre con intelligente lungimiranza, alla luce di quel concetto di equità intergenerazionale che ci impone ruoli e comportamenti responsabili. Senza considerare ovviamente la terra come la nuova icona, padrona dell'uomo e dei suoi destini, tipica immagine scolpita nella mente dei tanti orfani di culture sconfitte dalla storia e perennemente in cerca di un nuovo eroe da mitizzare e di un nuovo nemico da combattere, per dare un senso compiuto alle proprie esistenze. Equilibrio, armonia, saggezza, in altri termini common sense sono gli elementi fondanti, necessari per affrontare la reimpostazione dei parametri di sviluppo dell'uomo attraverso quella che viene definita «economia sociale di mercato». Ma come ben sabbiamo l'intera esistenza dell'uomo sulla terra e il complesso rapporto fra l'uomo e i suoi simili, non può essere ridotto alla sola dimensione economica. Va invece ricondotto a un processo multidimensionale e compiuto, capace di interessare tutte le funzioni della società. Ed è qui che entra in gioco lo sviluppo sostenibile intendendolo infatti come un utilissimo orizzonte culturale, capace di una dimensione multidisciplinare e funzionale alla riscoperta di quei valori intimi e innati dell'uomo. Valori per troppo tempo avviliti, mortificati e annullati nell'ideologia socialcomunista, e assolutamente sottovalutati e sviliti nelle versioni estreme del liberismo economico. L'uomo ha valore di per sé, indipendentemente dalla sua collocazione nella catena di produzione del valore, e il concetto originale, a noi caro, di sviluppo sostenibile proietta l'individuo in una dimensione plurigenerazionale, dando al mondo una nuova dimensione antropologica. In questo modo ci avviamo a ridefinire il concetto stesso di bisogno avvertendo la necessità di mondarlo da quegli eccessi consumistici per effetto dei quali molte delle sensazioni di inadeguatezza e frustrazione che derivano oggi dall'interazione uomo-società rispondono solo all'appagamento di bisogni materiali, spesso inutili. Poiché l'uomo è fatto di carne e di spirito, siamo finalmente giunti a riconsiderare come degni e importanti anche quegli aspetti della vita che non necessariamente sono funzionali alla produzione. L'Italia paradossalmente, proprio per la sua millenaria storia fatta di piccole comunità e di abitudine alle relazioni interpersonali, si trova avvantaggiata in questo processo che potremmo definire di neo-umanesimo, che porta alla valorizzazione e alla riscoperta di antiche tradizioni mai sopite e alla comprensione - non soppressione - delle differenze. Ma come spesso succede è l'Italia stessa che non si rende conto dei propri tesori, dei propri assets da valorizzare e proprio per questo vanno intensificati tutti gli sforzi che mirano al rafforzamento di questa tendenza, di questa attenzione a tutto ciò che valorizza l'uomo di per sé. Lo sviluppo sostenibile si fa carico proprio di questo; nel solco della lunga storia del liberalismo, senza rinnegarne le origini, esalta il concetto stesso di libertà, che è anche comprensione delle differenze e del dialogo, riportando l'uomo al centro stesso del concetto di sviluppo che è ben altro e più della semplice crescita economica. Agli americani, ai quali deve essere riconosciuta una straordinaria capacità di sintesi, piace indicare questo nuovo ciclo come quello del «Gdp vs Ghni», o Pil contro Indice di felicità della nazione. Può apparire provocatorio, ma non lo è più di tanto se si compie una capillare ricerca sulla tendenza in atto e sull'attenzione rivolta a questo confronto. Infatti, complice il crescente numero di persone escluse dalla dinamica di creazione della ricchezza e di contemporanea erosione dalla classe media, cresce di pari passo anche il senso di ansia, di insoddisfazione dei molti cittadini che cercano rifugio nella certezza dei rapporti interpersonali e nella riscoperta di quei valori senza tempo, come solidarietà, sussidiarietà e complicità. Una comunità unita e solidale, capace di dialogo e confronto, affronta meglio ed esce prima dai periodi di crisi. Dando valore ad esempio, a quegli evergreen dell'umano convivere come l'amicizia, brillantemente definita come «la terapia dei poveri». Ci troviamo quindi di fronte al superamento definitivo di tutte quelle politiche astratte e subumane, frutto della teoria marxista e delle sue diverse interpretazioni, per cui la società doveva in qualche misura essere sempre terreno di contesa. Conflitto esterno fra impresa e lavoratori, conflitto interno fra uomo e consumatore nella sua dimensione intima. Passiamo quindi da una impostazione top-down che vede l'uomo oggetto passivo delle decisioni prese dalle nomenklature, politiche ed economiche, al raggiungimento di un più profondo stato di libertà effettiva, compiuta, che ci porta all'uomo soggetto. E con questo cresce ovviamente il processo di responsabilizzazione individuale, che porta i singoli a misurarsi tangibilmente con il complesso rapporto fra diritti e doveri. Certo, l'Italia quale patria dell'aberrante concetto dei «diritti acquisiti» di stretta derivazione proto-sindacale, deve rimpostarsi culturalmente, ma non può sottrarsi a questo trend che porterà inevitabilmente l'uomo di domani a prendere compiutamente atto della relazione causa-effetto, in merito alle proprie azioni e ai propri comportamenti sociali. I processi di convergenza sono ormai rapidissimi nelle società odierne, globalizzate economicamente e coscienti in tempo reale degli accadimenti nel mondo, grazie a Internet e alle reti telematiche, vero e proprio sistema nervoso del mondo. Oggi avvertiamo, causa i dolorosi effetti della transizione da un modello sociale a un altro, la necessità di reimpostare i nostri orizzonti di sviluppo. Ma dobbiamo anche riconoscere che da un'attenta analisi della realtà, emergono chiari segnali che indicano le diverse vie che possono portare a una progressiva risoluzione delle tante contraddizioni nel mondo. E in questo diventa fondamentale il passaggio attraverso quella fase di valorizzazione dei cosiddetti «beni intangibili», come appunto le relazioni interpersonali e la fruizione, non l'abuso, dei beni ambientali. Possiamo dire quindi che lo sviluppo sostenibile può essere l'ossatura, lo scheletro che sostiene una «felicità economicamente sostenibile», ove chiaramente la definizione di felicità non è appunto quella puerile di assenza di problemi e di trascendente astrazione dal mondo, ma di corretta e armoniosa interazione fra individui e società, capace di riconoscere come tali anche i bisogni dello spirito, non solo quelli materiali. Senza dover ricorrere a quei surrogati di tranquillità disponibili nel fornitissimo supermarket della spiritualità. Come abbiamo visto quindi, il nesso principale, lo snodo attraverso il quale si articola il complesso confronto dell'uomo di oggi con il mondo in fase di definizione, è tutto nella riscoperta di quel rapporto fra libertà, responsabilità, diritti e doveri. Con la consapevolezza che l'uomo assume ormai liberamente comportamenti e usi che influiscono direttamente sulla società e che viceversa la società non è altro che un agglomerato di individui, che interagiscono attraverso corpi intermedi come la famiglia e che ogni singola scelta riflette positivamente, o negativamente, i suoi effetti sugli individui che la compongono. Lo sviluppo sostenibile non è altro che la scoperta di questa complessa interazione continua, che agisce a tutti i livelli e che permea di sé ogni agire dell'uomo. Bisogna quindi produrre cultura a sostegno di un nuovo corso, di questo nuovo umanesimo, che metta al centro dello sviluppo l'uomo e che consideri la natura e le sue risorse come un bene del quale godere, ma senza abusarne, spostando sensibilmente l'orizzonte temporale delle scelte, in modo da considerare anche l'uomo di domani. Solo in questa dimensione si comprendono con maturità le diverse dinamiche che governano oggi il mondo: dinamiche che riguardano Stati, organizzazioni sovranazionali, imprese, comunità, ma che in ultimo sono sempre riconducibili a uomini. La grandezza della cultura occidentale-cristiana sta proprio nell'aver sempre promosso l'emancipazione dell'individuo. Se prima lo ha fatto emancipandolo dal bisogno, oggi deve farlo emancipandolo da quella selva di sovrastrutture che l'uomo stesso si è dato per costruirsi nuovi bisogni, rispondendo a una strabica deriva consumistica che lo porta a ipotecare con la produzione di oggi, le risorse che saranno necessarie per il suo domani. Lo sviluppo sostenibile non è quindi solo quell'aggettivo qualificativo che abbiamo visto in apertura, ma rappresenta quel naturale ensamble pluridisciplinare, necessario a riportare l'uomo nel solco della sua esperienza migliore, in una dimensione pienamente umana e non come anonima figura funzionale alla celebrazione delle liturgie totalitariste o al moloch dell'odierno consumismo.
Credo che Venezia, dove sono stato invitato a partecipare ai Colloqui organizzati dalla Fondazione liberal e che sempre in questa città si svolgono, sia il luogo ideale per ragionare su Israele. Da secoli è la porta d’ingresso dell’Oriente verso Occidente. Israele, in fondo, è una sorta di piccola Venezia, è un punto dell’Occidente in un mondo che non è ancora occidentalizzato, e che in Medio Oriente ha una sua reale esistenza. Ma occorre porsi una domanda: la condizione umana oggi è la stessa a Venezia e in Israele? Contrariamente a quanto molti ritengono, non credo che Israele e che il conflitto israelo-palestinese costituiscano un’eccezione nel mondo moderno. Come ha giustamente rilevato il mio amico Renzo Foa, Israele «è una democrazia assediata» e guardando a questa democrazia assediata si pensa all’Europa come a una sorta di democrazia non assediata: non credo che ciò corrisponda a verità, basta considerare il problema energetico, il ricatto sul petrolio che Putin ha già giocato contro l’Ucraina, la Georgia, e che molto presto riguarderà la Polonia e i Paesi Baltici e forse anche l’Unione europea (d’altro canto esiste già una grande alleanza di GasProm con il petrolio e il gas algerino, libico, dell’Uzbekistan). In breve, l’idea di una democrazia assediata non è così errata se si applica all’Unione europea. A questo si aggiunge la questione del Mediterraneo che negli anni Cinquanta un grande scrittore francese, Albert Camus, contrapponeva come luogo della gioia di vivere, del sole, della felicità e dell’armonia, all’Europa franco-russo-nichilista-terroristica, l’Europa come luogo del terrore, a partire da quello rivoluzionario francese fino ad arrivare al terrore leninista-rivoluzionario-nichilista. Oggi il Mediterraneo è un luogo in cui il terrorismo si rivela come rischio elevatissimo, anche se alcuni continuano a sognare un’Europa al di fuori della storia, trasformata in vacanza, come il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, secondo cui l’Europa è già fuori dalla storia, in anticipo su tutti i Paesi, soprattutto l’America, per la sua più che ragionevole volontà di evitare guerre, di non preoccuparsi della difesa nazionale e del rischio che comporta vivere in vacanza al di fuori dalla storia. Esiste dunque una grandissima inversione che rende il sogno mediterraneo di Camus il sogno europeo di oggi. Bisogna dunque convincersi che Israele non rappresenta un’eccezione, e che la condizione umana è la stessaa Venezia, a Gerusalemme e a Tel Aviv. Da sempre grandi uomini di Stato hanno pensato di trovare la soluzione definitiva ai problemi del Medio Oriente. Lo hanno fatto Carter e Clinton, lo fanno oggi due statisti, grandi nemici tra loro, ma entrambi sul punto di scomparire dalla scena mondiale: Blair e Chirac, che come ultimo atto della loro carriera vogliono pronunciare le parole dell’angelo della pace in Medio Oriente, come se il Medio Oriente fosse una bolla e fosse sufficiente essere molto saggi e fare la spola tra Gaza e Tel Aviv per risolvere tutti i problemi. Perché i problemi del Medio Oriente sono la chiave di volta dell’ordine mondiale. Il ministro degli Esteri italiano D’Alema ha parlato del contagio che deriva dal conflitto mediorientale che spiegherebbe il terrorismo universale. Attenzione, forse non siamo di fronte a qualcosa di così eccezionale, forse bisogna rinquadrare tutto in maniera diversa, forse è il caos del mondo che si manifesta nel conflitto tra palestinesi e israeliani, forse Israele è lo specchio, piuttosto che la causa, di tutto il male e di tutto il bene che esiste nel mondo.
I due anni di guerra condotta dalla Russia contro il piccolo popolo ceceno che conta meno di un milione di abitanti, hanno fatto più vittime che i cinquant’anni di conflitto tra Palestina e Israele. Ci sono state molte più vittime in Cecenia, e Grozny, la capitale, è stata due volte rasa al suolo, cosa mai più accaduta a opera di un esercito europeo dopo Varsavia. Nonostante questo, ci sono stati molti più dibattiti riguardo alla Palestina. E non perché i palestinesi sono musulmani, anche i ceceni lo sono, ma sicuramente perché vengono uccisi dagli israeliani, mentre i ceceni vengono uccisi dai russi. Si possono avere molte più vittime in Cecenia, e in maniera molto più cruenta, senza che la cosa rivesta molta importanza, perché non sono gli israeliani a uccidere i ceceni. Esiste una sproporzione legata all’idea che la fonte del contagio, il cuore del problema è costituito da Israele, quindi la fonte del contagio è il conflitto israelo-palestinese. Ma questo conflitto non spiega nulla, non spiega le vittime di Hamad, non spiega la guerra tra Iran e Iraq - che è una guerra anch’essa terribile per le popolazioni, tenuto conto delle vittime di quella del ‘14-’18 - non spiega il terrorismo algerino e islamico. Esiste l’idea di una sorta di zona magica in cui sarebbe sufficiente, per far regnare la pace mondiale, far sparire Israele: è un’idea mistica e folle. Tutto questo mi fa venire in mente quelle persone che un tempo prendevano delle bambole e le pungevano con aghi per agire a distanza su qualcuno a cui volevano male; abbiamo grandi uomini che dicono di voler risolvere il problema israelo-palestinese come se fossero in una bolla, e altri uomini che dicono di volerlo risolvere eliminando Israele. Tutte queste persone sembrano avere un comportamento magico, prendono una questione locale - malgrado tutto, di questo si tratta - per considerarla come la fonte di tutti i mali e la chiave dell’ordine mondiale. Occorre accettare l’idea che Israele non è la fonte di tutti i mali o del bene universale, ma che è semplicemente uno specchio del disordine mondiale.
Ma, andando al cuore della questione, cosa significa la condizione umana oggi? Questa non vuole essere una domanda filosofica… La sfida di Ahmadinejad e del governo iraniano che desidera dotarsi dell’arma nucleare e che dice di voler cancellare Israele dalla carta geografica, va presa sul serio oppure è solo una provocazione? Gli israeliani che prendono queste dichiarazioni seriamente sono ossessionati dalla Shoa e dal genocidio, quindi hanno ragione di ritenere che esista un grande pericolo in queste parole. La seconda domanda da porsi è: se viene soppresso Israele, l’ordine del mondo sarà migliore? Avremo la pace in quel caso? Si possono immaginare altre forme di soppressione di Israele, si potrebbero far emigrare tutti gli israeliani in Europa, ad esempio, che fu così accogliente con loro. Uno scrittore ebreo di New York ha riflettuto ironicamente su questo punto in un suo libro, affermando: «Sì, è la diaspora, quindi lasciamo Israele». Ma è una questione molto seria quella che si pone nei corridoi del ministero degli Esteri francese: in fondo il regno cristiano di Gerusalemme è esistito per un secolo e poi è scomparso. Israele esiste già da cinquant’anni, dobbiamo soltanto aspettare perché questo cancro in Medio Oriente, che è causa di ogni male, scompaia allo stesso modo. Dunque, bisogna prendere Ahmadinejad seriamente per quanto riguarda Israele e anche per quanto riguarda l’Europa? Perché in effetti i missili dell’Iran hanno una portata che può probabilmente arrivare a Venezia, in Europa. D’altro canto questi missili vengono forniti dal mercato internazionale, particolarmente dai compagni russi, e sicuramente possono subire anche miglioramenti tecnici. La mia risposta è sì, dobbiamo prendere seriamente tutto questo.
E motivo questa mia risposta attraverso voci che oggi sono scomparse. La prima viene da una dichiarazione resa nel ’68 da un amico di Papa Paolo VI, il filosofo francese Jean Guitton, che era piuttosto orientato a destra ed era naturalmente cattolico: «Ormai la metafisica e la morale - disse Guitton - non sono più relegate nella coscienza privata, non dipendono più dalle religioni. La filosofia e la morale lasciano il segreto delle coscienze e degli oratori, s’iscrivono nell’esperienza, nella politica, nei problemi internazionali, nei problemi strategici». Guitton dice una cosa davvero sorprendente: l’assoluto è disceso sulla terra. Quando è un cattolico a dirlo, in generale allude al Cristo. Ebbene, è disceso sulla terra tramite il terrore, l’evidenza sostituisce la fede, il ragionevole è esigibile. «Pericolo di morte»: queste parole sono scritte in maniera invisibile ovunque. La situazione è cambiata da allora, oppure viviamo sempre sull’orlo dell’abisso come è stato detto per cinquant’anni a proposito della politica della dissuasione, della deterrenza? Un altro filosofo, Jean-Paul Sartre, nell’ottobre del ’45, cioè due mesi prima di Hiroshima e sei mesi dopo l’apertura dei campi della morte di Auschwitz, scriveva alludendo alla comunità umana, che la comunità che è diventata guardiana della bomba atomica è al di sopra del regno naturale, perché è responsabile della propria vita e della propria morte, quindi ogni giorno e in ogni istante dovrà permettere di vivere. C’è chi considera Ahmadinejad, soltanto un folle. È sbagliato. La bomba atomica non era, all’epoca di Hiroshima, a disposizione del primo alienato venuto. Questo folle dovrebbe poprio essere un altro Hitler, un nuovo führer: di questo secondo führer, come del primo, saremmo tutti responsabili. Nel momento in cui è finita la seconda guerra mondiale, il cerchio si è chiuso in ognuno di noi, l’umanità ha scoperto la propria possibile morte e si è assunta la responsabilità della propria vita e della propria morte.
Tutto ciò è finito? Questa vita sull’orlo del baratro appartiene al passato oppure oggi è ancora più presente perché l’abisso si è ampliato? Abbiamo pensato che fosse finita insieme alla guerra fredda, con la scomparsa dei due blocchi, con il superamento delle grandi guerre e con la supremazia della razionalità. È stato Fukuyama a sostenerlo. Ma almeno da dieci anni abbiamo capito che non è vero che tutto è finito, lo hanno capito tutti quelli che non avrebbero voluto vedere un genocidio in Ruanda, il ritorno della guerra, il crollo delle Torri a Manhattan. Ma molti europei continuano appunto a non voler vedere. Il nuovo paradigma è sempre il terrore, la politica sull’orlo del precipizio. Ma le caratteristiche intrinseche del terrore sono cambiate: siamo passati dal terrore nucleare a quello del terrorismo, un terrorismo universale. Quello che non cambia è il fatto che viviamo in un’epoca tragica; anzi si potrebbe perfino dire che il Ventesimo secolo, in paragone, è stato un’epoca più felice perché i due pericoli ai quali alludono Guitton e Sartre - Auschwitz e Hiroshima - erano separati. Chi aveva le capacità di causare Hiroshima non aveva il fanatismo di chi che ha creato Auschwitz. Persino Stalin, quando ha avuto la bomba atomica, è stato frenato dalla seconda guerra mondiale, perché era troppo preoccupato della sua possibile sconfitta nel ’42 per ricominciare una guerra come se nulla fosse. Quando Mao Tse Tung chiarì che sarebbe stato sufficiente lanciare una bomba atomica ovunque perché almeno un terzo dei cinesi morissero grazie alla deterrenza, ma che i due terzi sopravvissuti avrebbero governato il mondo, ebbene a quel punto l’alleanza sovietica con Mao Tse Tung fu subito rotta. Nel Ventesimo secolo sono esistiti due tabù che hanno garantito la pace per cinquant’anni: Auschwitz e Hiroshima, e l’utilizzo della bomba atomica a fini di deterrenza è stato pensato per evitare Hiroshima, ritenendo che tutto la frenesia, la ferocia, la brutalità dell’uomo rivelata da Auschwitz costituiva un pericolo permanente. Gli esperti atomisti che redigevano la newsletter degli scienziati atomici avevano un orologio con la lancetta piccola sempre su mezzanotte mentre la lancetta più lunga si avvicinava o si allontanava rispetto alla mezzanotte atomica; in altre parole, la sopravvivenza dell’umanità era un conto alla rovescia e i due blocchi si mettevano d’accordo per evitare che la lancetta lunga arrivasse su quella corta.
Oggi siamo di fronte a un cambiamento: siamo passati dall’era della deterrenza nucleare all’era del terrorismo generale, dal terrorismo limitato a quello allargato. Proverò a descrivere questo paradigma in quattro punti. Il primo: vi sono ovunque, oggi, persone capaci di un fanatismo stile Auschwitz. Immaginate Mohamed Atta che lancia il suo aereo contro le Torri di Manhattan e immaginate che il suo sguardo incroci lo sguardo di una giovane donna che si occupa per esempio della pulizia delle toilette nelle torri di Manhattan. La donna si chiede: «Perché? Perché noi? Perché io?». Cosa potrebbe rispondere Atta? Certo, non ha nulla da dire, ma cosa potrebbe rispondere? La stessa cosa delle SS interrogate da Primo Levi in un lager. «Perché?», chiese Primo Levi? Un SS risponde: «Qui non c’è alcun perché». Credo che Atta avrebbe dato la stessa risposta. Nel terrorismo odierno c’è qualcosa che lascia aperte le porte di Auschwitz. Non sono del parere che questo terrorismo dipenda solo dal fanatismo religioso. Piuttosto da quella forma di nichilismo, del «prendere quello che vuoi», senza riguardi per nessuno, che accomuna i bambini africani - che non sono islamici ma che hanno in mano a tredici anni dei kalashnikov - allo spirito dell’armata russa in Cecenia. Get what you want!, prendi quello che vuoi, diceva una scritta su un braccialetto da polso di un soldato russo che ho incontrato in Cecenia, riferendosi a canzone dei Rolling Stones. Che però diceva: you can’t get what you want, non puoi prendere ciò che vuoi. Il terrorismo esercitato in Africa, in Cecenia, dai terroristi islamici, dal narco-marxismo dell’America Latina, è oggi un fenomeno universale. Alla fine della politica della guerra fredda, alla fine dei due blocchi, non è corrisposta la scomparsa dei guerrieri. La guerra fredda era fredda per noi ma era calda per tutto il pianeta: non vi sono mai state tante rivoluzioni, controrivoluzioni, dittature, sovvertimenti di regime quante ce ne sono state in quell’epoca. E i guerrieri sono sempre qui.
Secondo punto di questo nuovo paradigma è l’incontro tra la potenza nucleare di Hiroshima e la capacità di Auschwitz. Ahmadinejad ne è un esempio evidente perché dice che Auschwitz è una religione della Shoa, è una menzogna, un mito. E in fondo l’arma nucleare è un’arma come le altre, tutto dipende a quale fine la si utilizzi. Ahmadinejad immagina una guerra santa, una jihad nuclearizzata. Fine dunque del tabù di Hiroshima, fine del tabù di Auschwitz e incontro tra la capacità di Hiroshima e il fanatismo di Auschwitz. Un incontro generale. A Manhattan sono crollate le Torri gemelle ma se i terroristi fossero riusciti ad attaccare una centrale nucleare avremo avuto una Chernobyl deliberata. La capacità di Hiroshima e di Auschwitz si coniugano oggi anche se non si possiede la bomba atomica, a maggior ragione quando la si ha. Ciò non significa che Ahmadinejad la userebbe immediatamente, senza pensarci, ma se si autorizza l’Iran ad armare Hezbollah questo potrebbe creare disastri. Terzo punto: l’eliminazione del tabù di Hiroshima e di Auschwitz non riguarda soltanto gli Stati canaglia e i gruppi criminali. Putin ha dichiarato che la cosa più negativa per la Russia nel Ventesimo secolo è stato il dissolvimento nel ’91 dell’Unione Sovietica. Non la seconda guerra mondiale, non i campi di morte di Hitler, devastanti per l’intera Europa. Ciò significa che oggi esistono dei leader che non sono più ossessionati dai tabù di Auschwitz e di Hiroshima, che appartengono a un’altra generazione e che trafficano con l’Iran o con la Corea del Nord, in armi, razzi, missili, materiale nucleare. Dunque, non solo Stati canaglia e gruppi criminali, ma anche sponsor che giocano con il fuoco lasciando ad altri il compito di accendere la miccia. Penso che vi siano molti di questi Stati e la Cina e la Russia non è che siano molto rassicuranti. Dopo tutto la Corea del Nord e l’Iran non hanno trovato protettori, che pure esistono e sono sponsor attivi. Quarto punto: non c’è una internazionale del terrore, ma un mercato universale del terrore sì. La Corea del Nord ha traffici con l’Iran che a sua volta ha traffici con la Russia e con il Pakistan. Tra sunniti e sciiti, tra marxisti stalinisti e religiosi islamisti - come in passato tra il colonnello argentino e i generali brasiliani - vi è una sorta di commercio universale del male. Viviamo attualmente in un mondo dove non si vuole più costruire ma dove coloro che vogliono distruggere pensano a prendere tutto in mano. Confrontiamo Krushev e Putin: Krushev credeva ancora di poter raggiungere e superare gli Stati Uniti, lo aveva affermato; Putin sa che, se tutto va bene in Russia, riuscirà a raggiungere il Portogallo solo tra una quindicina d’anni, ma la sua potenza non deriva dalla capacità di costruire, bensì dalla capacità di distruggere, di nuocere e di trafficare con il ricatto del petrolio, con il mercato delle armi a capacità termonucleare. Questo modo di affermarsi è preoccupante non per l’ordine del mondo ma per il mantenimento del suo disordine.
Concludendo, la situazione di Israele e la situazione dell’Europa non sono diverse. Viviamo su un pianeta in cui la capacità di nuocere è condivisa universalmente da individui che non hanno più quei tabù che garantivano la deterrenza e che l’hanno garantita per cinquant’anni. Si crede che la deterrenza sia automatica, che se Ahmadinejad ha la bomba atomica non è poi così grave perché l’Iran in quel caso sarebbe soltanto un’altra delle grandi potenze nucleari contro la quale potrà essere esercitata la deterrenza. Ma la deterrenza non ha mai portato un equilibrio automatico, ci sono stati periodi di squilibrio, di guerre, di crisi che sono arrivate molto vicine all’esplosione, come quella di Cuba. Bisogna perciò che vi siano dei freni e che ritornino dei tabù un tempo costituiti da Hiroshima e Auschwitz, altrimenti deterrenza ed equilibrio diventano sempre più fragili. È per questo che il tentativo di accedere alle armi nucleari da parte dell’Iran è molto pericoloso. Questo significa che ci troviamo in una situazione disperata? Niente affatto. La pace è qualcosa che non si ottiene chiudendo gli occhi, bensì la si ottiene aprendoli bene. I rischi che ho analizzato, il nuovo paradigma del terrore generalizzato, è sotto gli occhi di tutti, basta solo volerlo vedere. La guerra in Libano, per esempio, non è una guerra tra due blocchi - il blocco dell’islam e il blocco occidentale. All’inizio di questa guerra abbiamo avuto la sorpresa di vedere diversi Paesi che non sono democrazie, come l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania, schierarsi contro Hezbollah. Esiste perciò una scissione all’interno di quello che stupidamente viene chiamato l’islam senza cognizione di causa. Ci sono musulmani che capiscono che le prime vittime del terrorismo islamista sono proprio i civili musulmani. Ad esempio in Iraq, ogni mese, il numero di vittime civili, appunto vittime del terrorismo, supera il numero totale di vittime dell’esercito americano dall’inizio della guerra, che si aggira intorno alle tremila. Non si tratta affatto di una situazione simile a quella del Vietnam, ma piuttosto di una situazione simile a quella somala. In Somalia infatti a morire sono i civili somali per mano di guerriglieri somali, e questo avviene da quindici anni. Esiste quindi la possibilità di trovare alleati per la pace nel mondo che chiamiamo musulmano. Non è sufficiente definirsi umanisti, l’umanesimo attualmente sembra essere schierato dalla parte dei pacifisti che hanno manifestato a Roma, che affermano di essere contrari alla forza e a favore di quei buoni sentimenti umanistici secondo cui si dovrebbe abbandonare l’Iraq e disinteressarsi di Israele. Al contrario, bisogna recuperare l’idea umanista della difesa delle popolazioni civili, bisogna essere in grado di sostenere i civili ceceni e i civili del Darfur che vengono sterminati dai terroristi sotto bandiere diverse, a volte islamiste, a volte razziste o nazionaliste. È questo il vero problema, la reale sfida da affrontare: sapere da che parte sta la giustizia. Il futuro dell’umanità si gioca proprio su questo punto e, nel mondo musulmano, si gioca con le donne, quelle donne che non vogliono che i loro figli diventino dei terroristi o che desiderano, come molte donne in Iran e Algeria, resistere al terrorismo dando prova di eroismo, un eroismo rarissimamente osservato nella storia dell’umanità. Ebbene, bisogna essere accanto a quelli che lottano per la libertà e contro quelli che opprimono con qualsiasi mezzo. C’è una fortissima forza di oppressione nel mondo ma ci sono anche moltissime persone che si rivoltano contro questa forza, che non desiderano che i loro figli vengano armati a tredici anni, che vogliono invece che vadano a scuola, anche quando abitano in bidonville. È al fianco di queste persone che conquisteremo la pace. È per questo che il problema della condizione umana nel nostro pianeta è proprio lo stesso ovunque, non è diverso a Tel Aviv, a Gerusalemme e a Venezia.
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