Felici i popoli che non hanno bisogno di eroi». Questa paradossale asserzione era forse applicabile al suo autore, Bertolt Brecht, che il 30 ottobre 1947 davanti alla Commissione per le attività antiamericane, non ancora dominata dall’attivismo accusatorio del senatore McCarthy, negò risolutamente di essere mai stato membro del partito comunista e addirittura di esser marxista. Eppure tutto ciò che, essendo straniero, avrebbe rischiato se avesse detto la verità sarebbe stato di dover lasciare gli Stati Uniti, il che d’altronde egli aveva già l’intenzione di fare, come in effetti fece qualche giorno dopo per stabilirsi prima in Svizzera e nel 1949 nell’appena creata Repubblica democratica tedesca. Quest’ultima però, malgrado l’aforisma brechtiano, il suo eroe lo ebbe. Si chiamava Walter Ulbricht ed era il dittatore comunista che Stalin aveva nominato quale suo emissario nell’ultima nata della corona di satelliti europei. Ufficialmente egli ricopriva la carica di segretario generale della Sed, Sozialistische partei deutschlands, il partito comunista cui era stato annesso forzatamente quello socialdemocratico. Dell’eroismo di Ulbricht si sarebbe fatto cantore un altro poeta molto meno noto - certo Horst Salomon - che così ne avrebbe rievocato le gesta principali: «La repubblica prosperava / quando il nemico (era un 17 giugno) / sputò menzogne e idiozie… / “Rovesciate il potere degli operai e dei contadini” / urlavano i fascisti. La croce uncinata ghignava insolente / all’occhiello dei putschisti… / Ma tu rimanesti saldo, compagno Ulbricht, / con il coraggio di Stalingrado». Il 17 giugno era quello di cinquant’anni fa e l’empito lirico del poeta aveva indubbiamente un po’ semplificato le cose. È vero però che quello fu un periodo se non eroico certamente duro per Walter Ulbricht. Tre mesi e mezzo prima c’era stata la morte di Stalin, che aveva creato grande sconforto in lui come negli altri dirigenti comunisti europei. Sconforto e dubbi. Chi sarebbe succeduto al defunto «padre dei popoli»? E che cosa significava la «dirigenza collettiva» che i signori di Mosca avevano subito proclamato? Avrebbero voluto che anche negli altri Stati del sistema si seguisse il loro esempio? Per ogni eventualità ciascuno dei principali esponenti del partito al potere a Berlino-est aveva da tempo scelto il suo protettore al Cremlino; tuttavia adesso si trattava di vedere chi dei vari protettori avrebbe avuto la meglio nella lotta che si stava ingaggiando. Né Ulbricht, infatti, né i suoi rivali Zaisser e Herrnstadt, membri influenti del Comitato centrale della Sed, credevano che la «dirigenza collettiva» sarebbe durata a lungo. Non c’era stata - ed era quindi scomparsa nel volgere di pochi anni - anche dopo la morte di Lenin? C’erano anche altre preoccupazioni: anzitutto la situazione economica, che nell’ultimo anno si era drammaticamente deteriorata, e in secondo luogo le voci secondo cui a Mosca c’era ancora chi pensava di risolvere il problema tedesco unificando, magari in una confederazione, e neutralizzando i due Stati appena sorti. I sospetti di Ulbricht non erano del tutto infondati. Alla fine di maggio, infatti, durante una riunione del segretariato del Pcus, Beria avrebbe detto: «A che serve questa Repubblica democratica tedesca? Noi abbiamo bisogno di una Germania amica; che sia socialista o no, per noi è perfettamente uguale». Il problema economico era la diretta conseguenza della decisione solennemente adottata l’anno prima di accelerare la trasformazione della repubblica in uno Stato pienamente socialista. In pratica la «creazione dei fondamenti del socialismo» aveva significato la nazionalizzazione di tutte le imprese industriali e commerciali, comprese quelle piccole e quelle artigianali, l’espropriazione di tutte le proprietà terriere e la loro collettivizzazione, la lotta contro le chiese a meno che non si dichiarassero disposte a collaborare all’opera dello Stato e del partito comunista per costruire il socialismo. Un socialismo quello tedesco - disse Ulbricht - «che avrebbe dimostrato la sua superiorità sul capitalismo ormai imperante nella Germania occidentale». Poiché però si supponeva che gli espropriati avrebbero reagito, era stata necessaria anche un’energica «azione repressiva anticipata», sia in seno al partito - la Sed - sia nel governo, nei partiti satelliti, nella società: in dieci mesi furono arrestate 67 mila persone, ne furono processate e condannate per crimini contro lo Stato 4.170, di cui 26 all’ergastolo e sei alla pena di morte.
Come aveva detto Stalin, i successi del socialismo avrebbero reso più acuta la lotta di classe ma, poiché si poteva prevedere che il socialismo avrebbe avuto molti successi, era necessaria una lotta di classe più dura. Tuttavia la situazione economica era notevolmente peggiorata, tanto che il governo di Berlino-est aveva dovuto chiedere aiuto a Mosca perché concedesse urgentemente dei crediti per evitare una bancarotta. La risposta nell’aprile del 1953 era stata deludente: tutto ciò che i sovietici avevano concesso era stato di ridurre del 20% per un anno la quota dei beni e le indennità che i tedeschi orientali dovevano consegnare loro quale indennizzo per i danni di guerra. Di aiuti concreti, e di crediti in particolare, non se ne parlava nemmeno. Piuttosto, suggeriva la nota dei sovietici, possiamo darvi un consiglio: «Rallentate il ritmo di costruzione del socialismo». Ulbricht interpretò il suggerimento come un indizio della volontà di Mosca di perseguire l’unificazione e la neutralizzazione della Germania, che avrebbe avuto la conseguenza di distruggere la Repubblica democratica tedesca e il suo potere. Non era proprio un consiglio da amici, quello dei sovietici. La sua reazione fu perciò totalmente contraria alla raccomandazione di Mosca. In quei giorni, infatti, scrisse sul quotidiano del partito: «Dobbiamo accelerare e rafforzare lo sviluppo dell’industria pesante e delle macchine utensili». Sapeva benissimo che sarebbero ancora diminuiti i già scarsi beni di consumo, compresi quelli essenziali, ma riteneva che fare marcia indietro sarebbe stato un grave smacco. Perseverando nella sua politica comunque egli era certo che la popolazione, date le precedenti misure repressive, non avrebbe osato protestare. Quando i compagni sovietici lo convocarono per il 2 maggio a Mosca, Ulbricht dovette immaginare che cosa gli avrebbero detto. Vi si recò con il presidente del Consiglio Otto Grotewohl, ex socialdemocratico, e con un membro del Politburo Fred Oelsner. Si trovarono di fronte una diecina di alti dirigenti del Pcus e del governo sovietico: Beria, Malenkov, Molotov, Kruscev, Bulganin, Mikojan. Difficile anche per gli ospiti tedeschi capire chi tra costoro sarebbe emerso vincente dalla lotta per il potere. Il discorso che essi fecero era però univoco. Si stigmatizzava la loro «impazienza», a seguito della quale - ricordarono impietosamente - in un anno e mezzo erano fuggiti 450 mila cittadini verso la Germania occidentale; si condannava la collettivizzazione delle terre che aveva prodotto una paurosa carestia; si sottolineava che era stato uno sbaglio sia puntare sull’industria pesante a danno di quella dei consumi sia inimicarsi le chiese... Ulbricht dovette temere per un momento che questa serie di duri rilievi preludesse a una sua liquidazione e fu con sollievo che alla fine ne ascoltò la conclusione: «Non vi facciamo alcun rimprovero. Sappiamo bene che noi stessi vi avevamo consigliato di agire così e, quindi, i nostri sono soltanto degli amichevoli avvertimenti di cui certamente terrete conto». In realtà i consigli rivelatisi catastrofici erano stati dati quando Stalin era ancora in vita, per cui la responsabilità della situazione era implicitamente scaricata sul defunto dittatore. Comunque l’avvertimento era chiaro e fu ripetuto anche bruscamente: bisognava annullare le misure adottate anche se ciò avrebbe significato perdere la faccia. Fu fatto anche capire a Ulbricht che le solenni, e costose, manifestazioni che stava facendo preparare per il suo sessantesimo compleanno (a somiglianza di quelle che erano state fatte per Stalin nel dicembre del 1949), erano, data la situazione, del tutto inopportune. Sarebbe stato meglio annullarle. Con rammarico Ulbricht accettò.
Il 5 maggio a Berlino il Politburo fu informato delle precise richieste di Mosca. Alcuni membri, tra cui Ackermann e Hermann, sollevarono critiche allo «stile di governo» di Ulbricht, che tuttavia riuscì a evitare che fosse messa in pericolo la sua posizione proponendo la creazione di una commissione di cinque persone per esaminare il problema; ne avrebbe fatto parte pure lui. Si decise quindi di mettere in atto le raccomandazioni dei sovietici: si sarebbe negoziato con le chiese, a cui sarebbero stati restituiti i locali sequestrati, sarebbe stata aumentata la produzione di beni di consumo, sarebbero state adottate misure per favorire le piccole imprese e l’artigianato, ai contadini che l’avessero desiderato sarebbe stato concesso di uscire dalle aziende collettive, sarebbero state restituite le carte annonarie che erano state tolte ai «borghesi». Al rovesciamento completo della politica, al «nuovo corso» proclamato dalla Sed, fu data anche una giustificazione patriottica: «Vogliamo l’unificazione della Germania, che richiede misure che facilitino l’avvicinamento dei due Stati tedeschi che costituiscono la nazione e stiamo facendo la nostra parte». La popolazione non si fece certo ingannare da queste e simili coperture ideologiche. Era chiaro che la marcia indietro era stata imposta dai sovietici (nulla avveniva senza i loro ordini); era anche evidente che se il partito aveva cambiato rotta lo aveva fatto perché vi era stato costretto dalla situazione economica che esso stesso aveva creato. Comunque, in quelle misure c’era del buono per una parte della popolazione. Per quale parte? Per quella formata dai piccoli borghesi, dagli intellettuali, dai contadini, dalle chiese, ma non per i lavoratori manuali. Nei comunicati del Politburo non c’era neanche un accenno al proletariato o agli operai. Eppure il 14 maggio precedente era stato decretato un aumento delle norme di lavoro di almeno il 10%. Esso avrebbe avuto effetto a partire dal 30 giugno, giorno anniversario di Ulbricht: era una specie di regalo che la classe operaia avrebbe fatto al suo amato leader. Ma l’orario di lavoro era già abbastanza elevato, non si vedeva come sarebbe stato possibile aumentarlo ulteriormente. C’è da chiedersi perché mai i dirigenti comunisti avessero ignorato il malessere e la crescente insoddisfazione degli operai. Probabilmente pensarono che, proprio per aver allentato la morsa sui settori della società di cui dovevano riguadagnare l’appoggio o almeno la neutralità, non avevano bisogno di favorire la classe rappresentata per antonomasia dal partito. E comunque neppure i sovietici avevano sollevato il problema delle «norme». Infine qualcuno doveva pur sacrificarsi per trarre la repubblica dalle grandi difficoltà economiche. E chi se non la classe operaia che della repubblica era «egemone»?
Che l’aumento delle norme di lavoro fosse una decisione «giusta» che sarebbe stata mantenuta malgrado il malcontento serpeggiante in seno agli interessati fu ribadito dal quotidiano dell’organizzazione sindacale in un articolo apparso la mattina del 16 giugno. Sostenere che quella misura equivaleva a una riduzione del salario - aggiungeva Tribüne - era fare «un’affermazione reazionaria». Fu questo articolo a mettere il fuoco alle polveri della rivolta? Certo il malcontento durava da diversi giorni e dalla provincia erano stati segnalati scioperi parziali di protesta, ma che proprio il giornale del sindacato (e sia pure governativo) dovesse bollare con insulti le esigenze dei lavoratori apparve il colmo ai primi operai che quella mattina si recarono al lavoro a Berlino. Erano gli edili che lavoravano nel centro della città per ricostruire interi quartieri ancora distrutti dalla guerra. Furono loro, all’inizio poche centinaia, a decidere che non si poteva accettare una decisione profondamente ingiusta. In breve furono migliaia, praticamente tutti i lavoratori dell’edilizia della città. Ne risultò una grande dimostrazione, si decise che quel giorno non si sarebbe lavorato. D’altronde lo sciopero non era forse previsto a chiare lettere nella costituzione della Repubblica democratica tedesca, anche se nessuno fino ad allora aveva osato ricorrervi? Nel primo pomeriggio la folla dei dimostranti giunse davanti al palazzo dei ministeri, protestando ma ancora in maniera pacifica. Si chiese a gran voce che Grotewohl e Ulbricht si presentassero per spiegare le ragioni per cui il provvedimento non era stato annullato. Ma i due, che avevano avuto notizia già il giorno precedente degli scioperi in provincia senza però attribuire a essi molta importanza, di fronte alla manifestazione di Berlino si erano rifugiati in preda al panico in qualche stanza remota del palazzo e non intendevano affrontare la folla. Mandarono alla fine un ministro pressoché sconosciuto per cercare di calmarla, ma le urla e le proteste non consentirono al poveretto di farsi udire. «Vogliamo libertà, diritti, pane», si gridava. C’erano anche insulti e scherni per Ulbricht e gli altri dirigenti, ma costoro sempre barricati nel palazzo dei ministeri, cominciavano a chiedersi preoccupati che cosa sarebbe avvenuto il giorno seguente. Si era fatta sera, infatti, e i dimostranti dopo aver percorso altre strade decisero di sciogliersi ma per rivedersi l’indomani, giorno, decisero, in cui anzi avrebbe avuto luogo uno sciopero generale.
Durante la notte Grotewohl e Ulbricht si precipitarono al quartier generale sovietico alle porte di Berlino per chiedere consigli e soprattutto l’aiuto dell’Armata Rossa se - essi spiegarono al maresciallo Gretschko, comandante delle forze armate nella Repubblica democratica tedesca - la «polizia del popolo» non fosse stata in grado di mantenere l’ordine messo in pericolo, assicurarono, da alcuni provocatori giunti da Berlino occidentale. (Bisogna ricordare che tra le due parti dell’ex-capitale del Reich pur divisa in quattro zone non esisteva ancora il muro). Era la stessa tesi sostenuta dai quotidiani del mattino che scrivevano: «È in atto una manovra degli imperialisti per destabilizzare il primo Paese socialista in terra tedesca». Ma gli operai quel mattino del 17 giugno non lessero i giornali, disertarono le fabbriche e gli altri posti di lavoro e si concentrarono in alcune piazze e strade. Non soltanto a Berlino, ma anche nelle altre grandi città della Germania orientale. La notizia della protesta del giorno prima infatti si era diffusa rapidamente, anche attraverso la radio di Berlino occidentale, ascoltata in tutta la repubblica. In perfetta contraddizione con la tesi della manovra fascista organizzata in Occidente, il Politburo si riunì per discutere la proposta urgente di alcuni suoi membri di revocare l’aumento dell’orario di lavoro. La discussione durò a lungo. L’annullamento - si chiedevano alcuni membri - non sarebbe stato visto come una resa o almeno un segno di debolezza? Essa si concluse tuttavia con l’approvazione della proposta, ma altro tempo fu perduto prima che la decisione del partito fosse resa pubblica. Tempo prezioso: nel frattempo lo sciopero generale era stato messo in atto in 14 delle 15 circoscrizioni della repubblica, in 113 città grandi e meno grandi. E dovunque erano in corso delle manifestazioni a cui parteciparono non meno di 500 mila lavoratori. Non dimostravano più soltanto per la revoca delle norme, ma anche per obiettivi politici: chiedevano ormai elezioni libere e segrete, le dimissioni del governo, le libertà politiche e sindacali, la liberazione delle migliaia di prigionieri politici. In una parola si metteva in discussione il regime. Molte sedi del partito - a Lipsia, Jena, Halle, Magdeburg e in altre città - furono assaltate e saccheggiate, i simboli del partito distrutti, un operaio - il camionista Horst Ballentin - strappò la bandiera rossa che sventolava sulla porta di Brandenburgo. Affiorava già tra i vari motivi della rivolta l’aspetto nazionale e in qualche gruppo si cantava il Deutschland über alles. A questo punto Ulbricht e tutti i membri del Politburo della Sed e del governo si rifugiarono al quartier generale sovietico. La Sed, lasciata senza direttive e rifiutata dai suoi iscritti, aveva in pratica cessato di esistere. La situazione fu presa in mano dai sovietici, che pure da tempo avevano riconosciuto la Repubblica democratica tedesca e si trovavano sul suo territorio soltanto «per tutelare gli interessi dell’Urss» e non, almeno formalmente, per assicurare l’ordine pubblico. E in effetti l’ordine pubblico non esisteva più. Malgrado avesse cominciato a piovere, a Berlino una folla di migliaia di persone assediava le sedi della Sed, del governo e delle organizzazioni fiancheggiatrici. Alcuni reparti della Volkspolizei cercarono, spesso senza successo, di opporsi ai dimostranti e di impedire che attaccassero gli uffici pubblici. Alcuni poliziotti ne approfittarono per passare senza ritorno nella zona occidentale. Alle undici Berlino-est era nelle mani dei rivoltosi. Fu allora che intervennero le forze armate sovietiche. Alle 12,45 il loro comando - non il governo di cui non c’era traccia - proclamò lo stato d’assedio: erano proibite le riunioni di più di tre persone e alle ventuno sarebbe cominciato il coprifuoco. Contro i contravventori i soldati avrebbero sparato. I carri armati sovietici presero posizione in tutte le piazze e reggimenti di fanteria nelle vie principali. Anche la Volkspolizei riprese coraggio e si associò ai sovietici. Sui rivoltosi fu fatto fuoco; essi cercarono di reagire alla meglio, ma non erano armati né preparati per una battaglia nelle strade. Potevano solo urlare la loro rabbia anche contro i sovietici e raccogliere alcuni dei loro feriti, che secondo le cifre governative furono 294. Alle nove di sera di quel 17 giugno la rivolta era stata repressa. Ufficialmente vi furono 33 dimostranti uccisi dai sovietici e 17 dalla «polizia del popolo». I sovietici avevano anche istituito dei tribunali volanti che condannarono a morte 18 «capi della rivolta» presi spesso a caso per spaventare gli altri. Le condanne furono subito eseguite. Gli arrestati furono circa ottomila. Nei mesi seguenti vi saranno 5.583 processi con 1.526 condanne a varie pene detentive, compresi tre ergastoli. Due imputati furono condannati a morte.
In quei due giorni l’Occidente era rimasto a guardare. La radio americana di Berlino aveva soltanto informato sugli avvenimenti, ma si era astenuta dal pronunziare la parola rivolta. Le autorità alleate temevano che un loro comportamento «imprudente» spingesse i sovietici ad approfittare dell’occasione per violare lo statuto di Berlino occidentale e che ne derivassero più gravi complicazioni. La parola d’ordine era non interferire, non ingerirsi, seguire tutt’al più con speranza la lotta degli operai. Furono infatti soltanto loro a scendere e protestare nelle piazze; non furono appoggiati né dagli intellettuali, né dagli studenti, né dal clero protestante, né dai borghesi. E tuttavia, o forse per questo, fu quella una grave sconfitta per la Sed, il partito degli operai, che in quei due giorni si era dissolto come nebbia. La sera del 17 Ulbricht rientrò a Berlino dal suo nascondiglio sovietico e, con lui, riapparvero gli altri membri del Politburo. Il pericolo era passato e si trattava adesso di regolare i conti, stabilire chi dovesse pagare per gli «errori» e per la tragedia che ne era derivata. Herrnstadt e Zaisser accusavano Ulbricht, che con la sua decisione di aumentare le norme aveva provocato il malcontento popolare, il segretario generale faceva osservare che tutto l’ufficio politico era stato d’accordo nell’adottare quella misura. Ma non sarebbero state le ragioni degli uni o degli altri a contare. In definitiva il duello sarebbe stato deciso dai sovietici ed essi si pronunziarono in favore di Ulbricht per la semplice ragione che egli si era appoggiato a Malenkov e Molotov mentre il protettore dei suoi avversari non era altri che Beria. Questi alla fine di giugno fu «smascherato» e arrestato per essere quindi giustiziato. Zaissen e Herrnstadt furono destituiti dalle loro cariche nel partito. Paradossalmente quindi la rivolta aveva finito per favorire colui che con la sua politica l’aveva resa inevitabile. Il 21 giugno Neues Deutschland, il quotidiano della Sed, pubblicò una lettera con cui Bertolt Brecht manifestava a Ulbricht il suo attaccamento alla Sed. Due giorni dopo in un’altra lettera il drammaturgo (a cui proprio allora il governo aveva concesso il sospirato teatro per il suo Berliner Ensemble) spiegava che la rivolta era stata «opera di elementi fascisti organizzati», aggiungendo che «soltanto grazie al rapido e accurato intervento delle truppe sovietiche i tentativi della teppa fascista di far scoppiare una nuova guerra mondiale erano stati frustrati». Alla fine dunque anche Brecht aveva avuto bisogno di eroi: i soldati dell’Armata Rossa, che avevano represso la prima rivolta operaia in uno dei Paesi satelliti dell’Urss. Non sarebbe stata l’ultima.