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Ayn Rand

Nel 1938 con “Anthem” la scrittrice russa, esule negli Stati Uniti, descrive la terribile anomia
di una società fondata sull’eguaglianza coatta

di Nicola Iannello

Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003

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Tra le prime distopie del Novecento figura l’opera di una scrittrice russa emigrata negli Stati Uniti all’età di ventuno anni; Ayn Rand (al secolo Alyssa Rosenbaum, San Pietroburgo, 1905-New York, 1982) però pubblicò Anthem a Londra nel 1938, vista la difficoltà di reperire un editore americano. Il contenuto anticomunista del breve romanzo infatti non era di facile digeribilità neanche in America in quello che viene chiamato dagli storici red decade. Alla scrittrice non mancò invece fortuna in Italia; sull’onda del successo di Noi vivi, Anthem fu subito tradotto come La vita è nostra, pur riscuotendo un successo più tiepido e un rapido oblio. Nel mirino della romanziera è una società futura completamente collettivizzata. Se nella sua opera d’esordio, We The Living, del 1936, Ayn Rand aveva attinto alla sua drammatica esperienza giovanile per descrivere i disastri della prima fase di realizzazione del socialismo in Unione Sovietica, in Anthem la scrittrice batte i sentieri allora poco esplorati della science fiction per dipingere il quadro di un collettivismo compiuto e affermato da lungo tempo. Protagonista del romanzo è Eguaglianza 7-2521. In un mondo in cui esiste solo la parola «noi» per designare l’unico soggetto grammaticale e politico conosciuto dagli uomini, non si può parlare neppure di individui; tutti infatti si percepiscono come parte di un’entità più grande. L’artificio retorico-narrativo cui ricorre la Rand è infatti presentare il romanzo come il diario redatto segretamente dal protagonista, diario che racconta della sua emancipazione dalla schiavitù del collettivismo. Eguaglianza e tutti i personaggi parlano in prima persona plurale rivolgendosi agli altri sempre al plurale. Nessuno ha un nome, solo una sigla. A questo assorbimento dell’individualità nel collettivo contribuisce anche un’eugenetica sociale che sottrae completamente al singolo la sfera affettiva e sessuale; gli accoppiamenti avvengono in base a indicazioni dall’alto e hanno il solo scopo di procreare. La famiglia è scomparsa e l’educazione dei nati è affidata alla società. Dopo la Casa dei Bambini, la formazione prosegue nella Casa degli Studenti. Il destino di ognuno è deciso da vari Consigli, tutti diretti dal Consiglio Mondiale; il lavoro è scelto dal Consiglio delle Vocazioni che, dopo lo studio, indirizza ciascuno al mestiere ritenuto più adeguato. Il protagonista della vicenda, ad esempio, è uno spazzino cui non è stato possibile coltivare la predisposizione allo studio e alla ricerca. Alla fine della vita lavorativa, le «sigle» sono attese nella Casa degli Inutili per trascorrere la vecchiaia. Eliminata la libera iniziativa, la società risulta arretrata sotto i punti di vista, soprattutto nel livello di vita dei suoi componenti. In questo mondo statico e regolato, tuttavia, Eguaglianza 7-2521 trova il modo di vedere la luce e di scoprire la Parola proibita «io». La sua salvezza è opera della combinazione di due fattori: i suoi talenti intellettuali e l’amore per una donna. Eguaglianza scopre infatti i resti della civiltà - i Tempi Innominabili - che ha preceduto l’avvento del collettivismo; la sua curiosità, inappagata nella società egualitaria che lo ha destinato a un lavoro manuale, lo conduce a indagare sul passato e a sottoporre a vaglio critico il presente. Il protagonista di Anthem si rende così conto che l’imposizione dell’egualitarismo ha provocato un regresso dell’umanità. Siamo qui di fronte a un elemento fondamentale dell’opera della Rand: la società collettivistica non può essere opulenta e progredita, come immaginato da altri scrittori distopici, ma povera e stagnante perché manca il motore dello sviluppo: l’individualità. In questo senso la scrittrice fa un passo indietro rispetto, ad esempio, all’Evgenij Zamjatin di My, del 1922, ma pubblicato prima che in russo in traduzione inglese nel 1924 e in francese nel 1928, e all’Aldous Huxley di Brave New World, del 1932; in queste due distopie gli autori, le cui immaginarie società «evolute» si ispirano rispettivamente a Taylor e a Ford, si concentrano su come la tecnologia influenza i modi di produzione e l’organizzazione sociale, senza però interrogarsi su cosa determina il livello della tecnologia stessa. Impressionati dalla razionalizzazione del lavoro di fabbrica - la prima catena di montaggio alla Ford è del 1913, e costituisce un’applicazione del taylorismo - Zamjatin e Huxley pensano che il progresso tecnologico sia una variabile indipendente della società moderna, gravida di consenguenze potenzialmente negative per la vita dell’uomo, soprattutto in termini di irreggimentazione e gerarchizzazione, estese dai luoghi di produzione alla società tutta. La Rand va più in profondità e comprende come la tecnologia sia un effetto e non una causa dello stato di avanzamento di una civiltà; la tecnica - lungi dall’essere un fattore autonomo di «progresso» - dipende a sua volta dalla libertà e dallo sviluppo dell’individualità.
La caratteristica dell’utopia negativa randiana sta nel fatto che la tecnologia - elemento tipico del genere distopico, dove si immagina sempre un futuro «progredito» - «da sola» non va da nessuna parte, nel senso che senza gli «Atlanti» non c’è progresso in nessun campo. Il tema dello scontro tra collettivismo e individualismo tornerà in un’altra opera randiana di science fiction, quell’Atlas Shrugged che è la summa del pensiero della scrittrice filosofa la quale infatti abbandonerà la narrativa, considerando compiuta la sua opera, per dedicarsi alla saggistica. Anche in questo caso siamo proiettati nel futuro, ma in un futuro di cui sono più nette le coordinate sia spaziali, sia temporali; la «rivolta degli Atlanti» avviene in un’America prossima ventura che sta riducendo gli spazi di libertà per mezzo di una regolamentazione sempre più minuta della vita sociale ed economica. Guidati da John Galt, un gruppo di imprenditori «sciopera» - The Strike era il primo titolo immaginato dalla Rand - contro il potere e decide di dar vita a una nuova società fondata sulla libertà. Anche in questo caso, dal lato dell’individualismo sta la tecnologia, ovvero la capacità di innovazione, di invenzione, di intrapresa; il collettivismo non può opporre nulla alla forza della libertà. Il punto focale di Atlas Shrugged è il discorso di John Galt a tutta la nazione, proprio attraverso un trasmettitore di nuova concezione che il potere non riesce a contrastare. In Anthem il livello di vita è da società preindustriale, il lavoro è prevalentemente manuale e sono scomparse tutte le conquiste tecnologiche con cui siamo familiari (è da tener presente che il romanzo è del 1938). La semplicità quasi primitiva dell’esistenza dei personaggi è resa dalla Rand con un inglese spoglio, fatto di frasi molto brevi; la lingua in cui è scritto il diario di Eguaglianza racconta dello stupore ingenuo verso i fenomeni della natura da parte di un uomo che vive in una società ai limiti della superstizione. Perse le memoria del passato, si sa solo che la Grande Rinascita è avvenuta dopo una guerra che ha spazzato via la malvagità per instaurare la società degli eguali. L’applicazione di Eguaglianza sui resti della civiltà perduta lo conduce alla riscoperta dell’energia elettrica; arrestato per essersi sottratto ai ritmi e ai doveri della vita comune (la sera Eguaglianza si reca di nascosto in una galleria dove ha rinvenuto strumenti con cui condurre esperimenti), il protagonista evade con l’ingenua intenzione di presentare agli Studiosi e alla società il frutto del suo talento. Il Consiglio Mondiale degli Studiosi rifiuta sdegnosamente l’offerta: il «noi» che non conosce la parola «io» non può accettare le conquiste del singolo. Eguaglianza fugge e conquista la libertà. Qui si intreccia il secondo aspetto della ribellione individuale.
Il tema della rivolta tramite la scoperta dell’amore è un topos classico della distopia del primo Novecento. Nei già citati My di Zamjatin e Brave New World di Huxley, come in Ninteen Eighty-Four di George Orwell i ribelli - D-503, John Savage, Winston Smith - sono spalleggiati da un’eroina che ha un ruolo di catalizzatore delle energie contro il sistema; il sesso, meglio l’attrazione sessuale, è un elemento per definizione imprevedibile e come tale inviso al potere che fa ogni sforzo per eliminarlo, blandendo tramite la droga e una morale edonistica dai costumi disinibiti (come in Zamjatin e Huxley), o reprimendo tramite la proibizione, il controllo e una morale puritana (come in Orwell). In parallelo alla sua scoperta dei resti dei Tempi Innominabili, Eguaglianza 7-2521 incontra una donna, Libertà 5-3000. Tra loro scatta un’attrazione che li porta a sfidare le proibizioni del potere fino a darsi l’un l’altro - cosa assolutamente vietata - dei nomi: l’Invitto e l’Aurea. Nell’universo randiano il valore dell’individuo è qualcosa che può essere conculcato ma mai cancellato. Dopo l’evasione di Eguaglianza e il tentativo fallito di presentare agli Studiosi la sua scoperta, la donna raggiunge il suo uomo in clandestinità. Insieme l’Invitto e l’Aurea riescono a sottrarsi al controllo della società per annunciare l’avvento di una nuova schiatta di uomini eroici, pronti a combattere pur di riportare l’umanità intera sul sentiero della libertà. In un finale ricco di riferimenti simbolici i due protagonisti si ribattezzano Prometeo e Gea, per sottolineare la missione di rigenerazione di cui consapevolmente si investono. Il sapere e l’amore, la conoscenza e il sesso sono gli elementi di rinascita dell’uomo che supera gli ostacoli messi sul suo cammino da un potere collettivista. I due scoprono la Parola proibita «io» e tutto ciò che l’individualità comporta, nella sua fisicità, nella sua moralità e nella sua intellettualità. Il finale del romanzo è aperto all’ottimismo al contrario degli altri classici del genere distopico dove la rivolta viene sconfitta. Prometeo e Gea non tentano di sovvertire l’ordine della società collettivizzata ma secedono per dar vita a una società tutta loro e libera, chiamando a parteciparvi tutti coloro in cui non è spento definitivamente il barlume dell’individualità. Il loro gesto porta alla scoperta della Parola proibita «io» e all’adozione, come insegna della loro comunità, della parola «ego», con cui Anthem termina. Questo romanzo non fa che sottolineare l’interna coerenza della narrativa e della filosofia randiane. La secessione degli «Atlanti» è il finale di speranza di Atlas Shrugged, dove John Galt chiama a raccolta tutti gli individualisti sulle Montagne Rocciose sotto il segno del dollaro. L’ego (o self secondo la radice germanica) viene sacralizzato dall’etica randiana esposta in The Virtue of Selfishness; l’«egoismo razionale» si definisce così per il peso determinante assegnato all’individuo e al suo interesse per sé e alla ragione come strumento principe dell’uomo. A livello di istituzioni sociali, l’egoismo è in armonia con una società capitalistica fondata sui diritti individuali - primo fra tutti il diritto di proprietà - e il governo limitato che da questi diritti trae l’unica legittimità. All’opposto sta l’etica altruistica, che fonda lo statalismo e il collettivismo. Al centro dell’interesse morale e politico randiano sta l’uomo della società capitalistica con la sua energia creatrice. Politicamente Ayn Rand si definisce una radical for capitalism. In senso lato, appartiene alla famiglia liberale con una forte connotazione favorevole al libero mercato (laissez-faire capitalism nel suo lessico) ed è considerata come un riferimento da molti libertarians, anche se la scrittrice ha sempre riufiutato questa etichetta. Anthem è un lavoro davvero particolare nel genere distopico, anche se è quasi sconosciuto, persino agli specialisti. Tra l’altro Rand non ha mai scritto nulla sulla letteratura di genere né i «distopici» a lei successivi hanno mai citato la sua opera del 1938. Eppure Anthem è un romanzo che si inserisce a pieno titolo tra i classici del genere coi quali non mancano somiglianze anche lampanti. Il tema della contrapposizione tra «noi» e «io» si trova già in My dell’altro emigrato russo Zamjatin, dove il protagonista - anche qui tutti sono contrassegnati da una sigla - tiene un diario, come Eguaglianza e come lo Wilbur Smith di 1984. Il controllo politico della sessualità a fini riproduttivi è comune a Zamjatin, Huxley e Orwell. Se in qualche modo tutti gli autori di distopie sono figli di Zamjatin, Ayn Rand batte un sentiero originale, radicalmente individualista per la caratteristica già segnalata del carattere «regressivo» della sua utopia negativa.
In questo senso, tra gli scrittori di genere successivi, è Orwell a essere tributario della Rand - anche se non ci sono prove che lo scrittore inglese conoscesse Anthem - per il fatto che l’Ingsoc di 1984 è una società della scarsità economica e della precarietà tecnologica, anche se il controllo avviene tramite apparecchi di telecomunicazione relativamente sofisticati. In ogni caso, il futuro collettivistico non può certo produrre la nave spaziale Integrale di cui parla Zamjatin o i mezzi di trasporto aerei che immagina Huxley. Il punto da fermare quando si parla degli autori di questo genere di science fiction è che nel Novecento si scrivono solo distopie in quanto si realizzano esperimenti sociali di ricostruzione ab imis delle istituzioni con esiti disastrosi; la caratteristica del secolo appena trascorso è proprio quella di aver proposto una realtà che ha superato in orrore qualsiasi pessimistica previsione di qualunque scrittore pessimista. Preda di ideologie totalizzanti, lo Stato ha preteso e ottenuto un potere estesissimo sulla vita, la libertà, e le proprietà dei propri sudditi, arrivando a ucciderli in massa, a imprigionarli, a deportarli, a depredarli come mai in precedenza. Il Ventesimo è stato il secolo dello Stato onnipotente, dei totalitarismi, delle guerre mondiali, di Auschwitz, dei Gulag, di Hiroshima. L’Urss da cui fugge Ayn Rand, la Germania di Hitler, la Cambogia di Pol Pot, la Corea del Nord dei Kim sorpassano, nella loro tragica realtà, la fantasia di qualunque autore. Il Novecento ha visto il fallimento delle maggiori realizzazioni dell’ideologia comunista, a sua volta la più conseguente incarnazione del culto del potere che l’umanità abbia mai coltivato. Il crollo del comunismo ha significato anche il discredito per l’agenzia che più ha rappresentato il braccio esecutivo di questa ideologia: lo Stato. Pur non scomparso del tutto (Corea del Nord, Vietnam, Cuba, Cina), il comunismo ha cessato di rappresentare il «sol dell’avvenir» per le masse dell’Occidente anche se i suoi presupposti culturali e ideologici non hanno perso tutto il loro fascino. Tra questi, l’eguaglianza continua a essere un’aspirazione largamente condivisa, anche se con risvolti paradossali. Gli egualitari, infatti, tranne rarissimi casi di estremismo delirante, non propongono mai il raggiungimento completo dell’eguaglianza, ammettendo gli effetti perniciosi del livellamento e dell’uniformità. Certo, resta da chiarire come si possa considerare un valore qualcosa di cui si auspica non la realizzazione totale ma quella parziale. In quest’ottica, le distopie anti-egualitarie ci aiutano a comprendere come l’eventuale - e per fortuna impossibile - realizzazione integrale dell’eguaglianza comporti la distruzione dell’individualità e delle sue energie creatrici. Per questo un romanzo del 1938 come Anthem di Ayn Rand ha ancora qualcosa da insegnarci.

 

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