L’Irulandia di “1985” è il microcosmo di una dittatura statal-sindacal-burocratica che ha sostituito il Grande fratello nel dominio dell’uomo. E il protagonista, Bev Jones, rappresenta ciascuno di noi
di Giorgio Bianco
Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003
Torna al sommario

Londra, la settimana prima di Natale. Bev Jones, operaio in una fabbrica di dolciumi, torna a casa, dove lo aspetta la figlia Bessie, tredicenne, ritardata mentale a causa di una medicina prescritta per alleviare i dolori del parto, i cui effetti collaterali non erano stati previsti. «La medicina deve pur progredire, caro il mio uomo», gli aveva detto il medico. Nell’atrio vede un giovane del suo stesso palazzo disteso privo di conoscenza, quasi nudo, gli evidenti segni di un attacco pederastico multiplo. Sono stati i kumi na, nome di origine swahili che sta per «minorenne», tanto pericolosi quanto intelligenti e istruiti. Appena arrivato a casa, telefona all’ospedale in cui è ricoverata la moglie, ma al posto del centralino risponde un messaggio registrato che parla di operazioni di evacuazione e salvataggio. Dalla televisione apprende che dei piromani hanno probabilmente approfittato dello sciopero dei pompieri, giunto alla terza settimana, al quale si è aggiunto, per solidarietà, quello dei militari... Mentre il ministro della Pubblica sicurezza esorta i cittadini a prestare ascolto alle norme di prevenzione che saranno diramate «in assenza di servizi professionali antincendio», Bev si sta già precipitando all’ospedale, dove arriva appena in tempo per vedere il corpo devastato di sua moglie, che un attimo prima di diventare nulla più di un’esanime manciata di carne abbrustolita fa in tempo a sussurrargli: «Non permettere che vadano impuniti». È l’antefatto di 1985 di Anthony Burgess, manchesteriano, noto al grosso pubblico grazie ad Arancia meccanica, il film in cui Stanley Kubrick ha trasposto il suo A clockwork orange, prolifico tessitore di storie che si inseriscono in quel genere che va sotto il nome di distopia o utopia negativa, il cui indiscusso punto di riferimento è l’orwelliano 1984. Ed è naturalmente a Orwell che, fin dal titolo, Burgess guarda quando nel 1978 prova a riscrivere il capolavoro dello scrittore testimone della Catalogna. Ma davanti agli occhi ha anche un’Inghilterra dove lo Stato strappa di mano le imprese ai privati e i sindacati sono sempre più forti e più intolleranti, in grado di chiedere e ottenere qualunque cosa. Margaret Thatcher giungerà un anno dopo a spalancare le finestre, lasciando che una ventata di libertà sostituisse l’aria viziata di quello che ormai era diventato a tutti gli effetti un Paese socialista. Bev, di ritorno a casa, di fronte al corpo del giovane violentato in attesa di un’ambulanza che probabilmente quel giorno non arriverà più (era stato un ammonimento profetico?) si chiede come potrà spiegare alla figlia che la mamma è morta perché coloro il cui compito consiste nello spegnere gli incendi sono in sciopero da molte settimane, e l’esercito - «perché intimidito o forse per genuina convinzione ideologica del diritto a sospendere il lavoro» - si era unito ai pompieri. Non le dirà nulla per il momento. Ma così come in Irulandia (questo è il nuovo nome del Regno Unito) sospendere il lavoro per una questione di principio è universalmente accettato come un diritto, per lui è diventata una questione di principio esaudire la richiesta che la moglie gli ha fatto prima di morire. La memoria della morte di sua zia, chiusa in un polmone d’acciaio, a causa dello sciopero degli addetti all’energia elettrica, quella del decesso di 17 mila persone a Minneapolis per ipotermia, con una temperatura di 17 gradi sotto zero, e il rifornimento energetico sospeso dai sindacati per imporre le proprie assurde richieste salariali, e soprattutto quelle parole che ritornano come un refrain in tutto il romanzo, «non lasciare che vadano impuniti», gli hanno «affilato i denti». Il suo primo gesto è stracciare la tessera sindacale, ma solo per scoprire che dal sindacato - in base a una clausola che sembra portare all’assurdo la molto reale e ben nota logica italica del rinnovo automatico dell’iscrizione! - una volta entrati, non si può più uscire: «il fatto che tu abbia strappato la tessera non è nulla… Strappare il certificato di battesimo non fa sì che non si sia battezzati. Tu fai parte del sindacato e tale rimani… Fai parte del sindacato e non puoi uscirne. Lo dicono i registri e i registri sono come le tavole della legge mosaica». Il Regno Unito del 1985 sembra aver portato alle estreme conseguenze certe istanze di una subcultura che, in Italia, ha preso piede a partire dall’«autunno caldo» del 1969, con la sua enfasi posta tutta sui diritti e la sua totale indifferenza per i doveri (vogliamo tutto era uno degli slogan più diffusi a quei tempi, e ha dato il titolo a un noto romanzo di Nanni Balestrini del 1973). Nella società che si muove verso il «sindacalismo holistico», dove ogni sciopero diventerà uno sciopero generale, doveri e diritti - con un capovolgimento semantico a cui certamente non è estranea la memoria della «neolingua» del romanzo orwelliano - hanno perduto completamente il loro significato originario. «Chiedo - dice Bev - quale essere umano libero, il diritto di lavorare senza essere costretto a far parte di un sindacato… in determinate circostanze, un uomo ha il dovere di lavorare, il dovere di spegnere un incendio, se questo è il suo mestiere». Ma quando si presenta come tutti i giorni alla fabbrica di cioccolato in cui lavora, e trova ad aspettarlo un picchettaggio, e ribadisce questi concetti al suo datore di lavoro, questi gli domanda: «Sicché, signor Jones, questo è il suo modo di denunciare il diritto di sciopero. Non le sembra di essere un po’ antiquato?». Come previsto, il rifiuto di scioperare costa a Bev il licenziamento, in ottemperanza al contratto stipulato con il sindacato, e il suo ingresso nella condizione di «diseredato totale». Il tentativo di furto di una bottiglia di gin in un supermercato gli procura una condanna non al carcere, ma a un periodo in un «centro di riabilitazione»: la giustizia di Irulandia non lo punisce per una colpa, ma esige che le sue condizioni di vita siano modificate, in modo - gli spiega il giudice - che l’impulso che lo spinge alla delinquenza sia soffocato e possibilmente eliminato. La sua immatricolazione al centro di riabilitazione è obbligatoria, ma è in questo soggiorno coatto che, presumibilmente, verrà convertito alla religione dei diritti completamente svincolati dai doveri: «Non sarà forzato in alcun modo - gli spiega il giudice - a riprendere il suo ex status sindacale. Il suo corso di riabilitazione le sottoporrà, così si spera e in realtà si prevede, la natura dei diritti che lei sembra considerare imposizioni tiranniche in modo tanto convincente che, ne sono matematicamente sicuro, si mostrerà ansiosissimo di essere riaccolto nel consesso dei lavoratori». Irulandia non è un Paese socialista. In uno Stato socialista i lavoratori sono ufficialmente al potere e questo rende i sindacati superflui, perché manca la controparte da cui difendersi. Ma in Irulandia, sebbene esista ancora qualche imprenditore privato, il vero datore di lavoro è lo Stato, e la dicotomia tra datore di lavoro e dipendente su cui si è sempre basata, tradizionalmente, la teoria della lotta di classe, è rimasta in piedi. I lavoratori devono considerare l’esecutivo politico non come il loro rappresentante, ma come un’entità da contrastare. Questa dicotomia, gli verrà spiegato nel centro di riabilitazione, è essenziale, «perché è essenziale una dinamica per sostenere il miglioramento progressivo del destino del lavoratore, e una dinamica può essere generata soltanto da un contrasto continuo». In realtà, il Parlamento è un’entità impotente, socialisti e conservatori sono due gruppi intercambiabili e privi di differenze sostanziali se non nel nome, unico vestigio di antiche e scomparse contrapposizioni ideologiche. Il governo, da chiunque sia guidato, è ridotto all’impotenza dai sindacati: «Fate come diciamo o scioperiamo». Lo Stato non ha altra funzione se non quella di stampare carta moneta, come una macchina irresponsabile e incosciente, moltiplicando l’inflazione e lasciando lentamente scivolare il Paese verso la rovina. Il tanto decantato miglioramento delle condizioni dei lavoratori è puramente nominale: i salari salgono, e i prezzi con loro. Le piccole imprese falliscono a causa dei continui scioperi, vengono nazionalizzate e apparentemente risanate con trasfusioni di denaro pubblico, ma questo naturalmente è attinto dalle tasche dei lavoratori con la coercizione fiscale, che a sua volta perpetua il meccanismo degli scioperi. Ma quando giunge al centro di riabilitazione, Bev queste cose le conosce già perfettamente. Quello di cui si accorge, è che questo sistema ha schiacciato il diritto che lui considera ancora fondamentale: il diritto alla solitudine, all’eccentricità, alla ribellione, al genio. L’idea della superiorità dell’individuo sulla collettività ha lasciato il posto a una visione letteralmente organicista, in cui «non esiste un lavoratore solitario», ma tutti sono «un unico grande corpo», nel quale è inconcepibile e orribile pensare che un organo decida di agire per proprio conto. «Adesso abbiamo l’èra della noia», dice apertamente Bev al presidente del centro di riabilitazione nel corso di una seduta. Bev paga il suo atteggiamento di aperta sfida e il rifiuto di firmare la «ritrattazione» dei propri «errori» con torture selvagge ma opera di mani esperte che non lasciano tracce sul suo corpo. Ciononostante, viene rilasciato malgrado il fallimento della «riabilitazione», ma con l’ammonimento riguardo al rischio della segregazione. L’unica segregazione che sia possibile in una società come Irulandia: quella in un istituto psichiatrico, che ha sostituito la casa di pena, perché l’individualismo e il rifiuto della «filosofia del formicaio» equivalgono a «eccentricità», e il divario tra questa e la pazzia è facilmente colmato: «la pazzia è definita un ripudio dell’ethos della maggioranza». Sarà proprio in uno di questi istituti statali che Bev Jones sarà rinchiuso dopo il fallimento del tentativo di presa del potere da parte di un’organizzazione islamica (gli arabi sono ormai da tempo dominanti, economicamente, nel Regno Unito) a cui ha aderito. Malgrado tutto, è soddisfatto: è riuscito a sopravvivere un intero inverno, rimanendo non sindacalizzato malgrado le pressioni psicologiche e le torture. Nella sua mente risuonano ancora le parole della moglie morente: «Non lasciare che vadano impuniti». «Anche se questo può sembrarti pazzesco - aveva cercato di spiegare alla figlia - ecco perché mi sto mettendo contro tutto quanto il potere dei sindacati. Non posso sconfiggerli, ma posso almeno essere un martire per la causa della libertà e un giorno, forse quando sarò morto da un pezzo, la gente ricorderà il mio nome e magari ne faranno una bandiera per combattere l’ingiustizia che i sindacati rappresentano». Libertà contro potere. L’eterna contrapposizione tra l’eccentricità dell’individuo e il desiderio bramoso di potere dei capi e persino degli infimi ingranaggi della macchina sindacale. L’esercizio del potere che è «il più inebriante dei narcotici». Bev sarebbe pronto a uscire e a riprendere la sua lotta. L’unica speranza è che qualche familiare lo reclami, ma non ha altri al di fuori della figlia, che è diventata concubina di un governatore arabo. L’unione islamica, viene a sapere da un nuovo internato, si è spezzata. L’internamento nella struttura psichiatrica è pur sempre una detenzione, e l’istituto è circondato da fili di recinzione elettrificati alimentati da generatori propri, il che esclude che possano essere disattivati da uno sciopero. Una sera, dopo cena, Bev esce all’aperto, e si accorge che persino la luna è «insozzata dalla politica». Coloro che non dovevano andare impuniti, si rende conto, lo saranno per sempre. Davanti ai fili elettrificati, Bev trova l’unica libertà che gli è concessa: scioperare, contro il sindacato dei lavoratori, dal sindacato dei vivi.
|