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Clive Staples Lewis

Fratello di idee di Tolkien in “Quell’orribile forza” descrisse con precisione chirurgica l’inconciliabile conflitto tra pensatori liberali e intellettuali organici che stava lacerando il Ventesimo secolo

di Marco Respinti

Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003

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cop18_th

[...] il cristianesimo afferma
che ogni singola persona umana
è destinata a vivere per sempre,
e questo deve essere o vero o falso
(Clive Staples Lewis, Christian Behaviour)

Ultima puntata, 1945. La Space Trilogy di Clive Staples Lewis (1862-1963) si conclude con That Hideous Strength, tradotto in italiano dalla milanese Adelphi solo nel 1999 con il titolo Quell’orribile forza. Una favola moderna per adulti. Era iniziato tutto nel 1938 con Out of the Silent Planet, proseguendo nel 1943 con Perelandra (1). Il 1945 non poteva essere l’anno migliore. Lewis chiude la sua Trilogia e il mondo apre una stagione nuova. A Jalta, il globo era appena stato spaccato in due dai «potenti del mondo» sulla pelle dei popoli. Iniziava la guerra fredda, ovvero la terza guerra mondiale. L’orribile forza era in marcia, diversa da come forse ce la si sarebbe aspettata, ma non meno tracotante, né violenta. I cosacchi non sarebbero mai giunti ad abbeverare i cavalli alla fontana di Trevi, né gli yankee avrebbero mai finito per trasformare tutti in dhimmi dello zio Sam, ma la violenza surrettiziamente totalitaria del «mondo nuovo» non sarebbe stata, nella seconda metà del Novecento, meno odiosa. Negli Stati Uniti, Lewis pubblicò una versione abbreviata di Quell’orribile forza con il titolo The Tortured Planet. Il nostro? È come se, con quella Trilogia fantascientifica (ma di una fantascienza tutta sui generis), Lewis ammonisse: «ve lo avevo detto». A Quell’orribile forza, Lewis sopravvisse ancora un paio scarso di decenni. Vide stendersi l’ombra lunga della forza odiosa stigmatizzata nel romanzo. Anzi, Lewis si spense proprio mentre essa raggiungeva lo zenit dell’abiezione, il nadir del vero umanesimo. Nessuno, evidentemente, aveva letto le sue sapide pagine narrative. O meglio, nessuno di quelli che abitano le stanze dei bottoni. Oppure hanno semplicemente fatto tutti orecchie da mercante.

Fuga. Vera
Fantascienza, dunque, cioè fuga. Sì, come diceva il suo grande amico e mentore John Ronald Reuel Tolkien (1892-1973), fuga del prigioniero ingiustamente incarcerato che cerca la libertà, essendo questa seconda la condizione normale e la prima un fuori-luogo mortificante (2). Lewis è noto del mondo anglofono soprattutto come fine studioso di letteratura medioevale e rinascimentale, e poi come teologo e moralista anglicano. Ma, com’è noto, si dilettò molto anche di poesia e di scrittura narrativa. Frequentò generi diversi, fra cui il racconto allegorico (non «per ragazzi»: odiava a morte questa espressione) e il romanzo fantascientifico. Del primo sono grande testimonianza le sette avventure che compongono The Chronicles of Narnia, pubblicati fra 1950 e 1956 (3). In tutta la produzione narrativa di Lewis, infatti, per quanto si vaghi per pianeti lontani o «dimensioni parallele» non c’è mai uno iota di escapismo. Non c’è mai il culto morboso del non luogo, del fuori-luogo, del contro-luogo. Mai l’utopismo del sogno inarrivabile di un «mondo possibile migliore», mai la tentazione di sognare una realtà diversa da quella che c’è hic et nunc. La sua narrativa è invece un grande, salutare bagno di realismo. Così come lo sono sempre la grande letteratura fantastica, la grande epica e il mito, che raccontano il reale attraverso la suggestione del canto poetico della bellezza. Quell’orribile forza non è un altro-oltre che odia e che combatte il nostro mondo reale, concreto, attuale. È solo il racconto del nostro mondo, letto e riletto. Tanto quanto lo scenario e l’ambientazione appaiono distanti e remoti, il volto delle vicende narrate è quello familiare del nostro mondo, del nostro tempo.

Una forza tremenda che pare irresistibile
Il Bracton College sta discutendo la possibilità di alienare parte dei propri beni immobili, l’antico bosco di Bragdon. Non rientra, infatti, nei programmi stilati dall’Istituto nazionale per gli esperimenti coordinati. Ne segue una discussione civile, come in tutti questi casi, che ha per protagonisti il corpo docente e l’amministrazione del College. Subito balza però all’occhio una verità imprescindibile. Nella discussione ci sono dei buoni e ci sono dei cattivi, divisi e diversi. Irriconciliabili. Parla poi la voce «progressista» del corpo docente, «che ha in mente niente meno che di ridisegnare la mappa morale dell’universo, addirittura di ricreare virtualmente le condizioni dell’umana esistenza» (4). I buoni osservano con orrore. La facoltà si divide allora in due gruppi. I «progressisti» si stabiliscono a Belbury, che presto si scoprirà essere nientemeno che, come l’inferno, simia Dei, una tragica e disgustosa parodia del bene. Ci sono il cinico Lord Feverstone e il prete apostata Straik. Poi Filostrato, quintessenza dello gnostico che odia tutto ciò ch’è stato fatto così com’è stato fatto in natura e che vorrebbe sostituire ogni cosa con surrogati metallici. Fairy Hardcastle è la donna sbandata e Frost gela il sangue nelle vene. Il vicedirettore Wither, che si rivelerà essere uno spettro, è un servo del «non senso», un devoto adoratore della bugia. «In Lewis è l’immagine suprema dell’anima dannata» (397). I buoni sono invece… buoni, normali. Gente comune. S’insediano a St’Anne’s. «I suoi abitanti mostrano la consistenza di una “famiglia”, di cui invece Belbury è una vuota parodia» (397). Belbury instaura a Edgestowe, la cittadina universitaria, «uno Stato in stile Gestapo», «guidato da Fairy Hardcastle in stivali, uniforma poliziesca e sigaro» (398). Si vuole abbattere tutto quello che c’è, impiegando dei bulldozer. Ma sorge un’altra questione. Chi si aggiudicherà i favori di Merlino, l’antico «mago» che risiede nel luogo, di cui la profezia annuncia il ritorno? Belbury o St. Anne’s? Belbury, peraltro, preserva una testa priva di corpo, tenuta in vita meccanicamente. Gl’intellettuali la riveriscono, ma le sue parole sono vuote, lamenti senza senso. Senza legame con il corpo, hanno perduto ogni contatto con la realtà. Il climax viene raggiunto quando il «non senso» della testa parlante viene adorato come un oracolo, come una divinità dagli abitanti di Belbury. Bisogna, però, salvare Mark, giovane marito altezzoso e spocchioso, fortemente attratto dalle malie di Belbury. Jane è sua moglie. Si credeva una grande intellettuale, scopre di essere una donna, dotata di corpo e di mente, di carne e di spirito non distaccati. Jane abita a St. Anne’s, dove ha «disceso la scala dell’umiltà» (398). Alla fine ce la fa. Salva Mark. Mentre gli dei dell’Olimpo scendono su St. Anne’s recando ognuno una manifestazione grandiosa delle potenze del reale, Jane salva Mark «divenendo ciò per cui era stata creata» (398), sposa e madre.

Madre di salvezza
Mark e Jane Studdock. Risiedono a Edgestow. Mark è sociologo al Bracton College. Mark e Jane sono contesi, tesi fra le due metà del Bracton. Belbury e St. Anne’s. A St. Anne’s sta Jane, verso Belbury è attratto Mark, là nel circolo di quelli che contano, degl’insider, di quelli che vorrebbero rifare il mondo a modo proprio. Cosa lo ferma? Il ricordo, semplicemente il ricordo di Jane. Il ricordo della sua persona fisica, della sua fisicità che sarà quella di essere moglie e di madre. In inglese il concetto è ancora più forte. La parola usata è memory, più simile a «memoriale» che non semplicemente a «ricordo». Il «memoriale» è l’idea forte e ferma del riaccadere nel presente di un factum, non solo di una sua lontana e un po’ vaga rimembranza. Come nella sacra liturgia. Quell’orribile forza è del resto tutto costruito sul fil rouge della sacra liturgia, cominciando da suggestioni del Book of Common Prayer (la preghiera anglicana) e proseguendo con spunti dal Sacrificio eucaristico. Una persona vera che credeva di essere un’idea, ma che ha invece felicemente scoperto di essere carne e spirito - Jane - strappa un’altra persona che crede basti essere mente senza corpo - Mark - dai sogni utopistici degli gnostici. Il «memoriale» di Jane, la memoria di una persona fattuale, presente e concreta che riaccade sempre e continuamente. In inglese si dice plain Jane per dire «Giovanni», quel tizio lì, normale, un signor chiunque, un uomo qualunque. Jane è una chiunque, una persona come tutte le persone. E come tale, unica, irripetibile, preziosa. Qui diviene lo strumento della salvezza di uomo - che sfugge alla dannazione riscoprendo di essere puramente e semplicemente un uomo - contro tutti i «soloni» e gli «intelligentoni» del mondo.

Nel nome di re Artù
C’è quella testa senza corpo. Inquietante. Ha le fattezze caratteristiche di un arabo e si scoprirà essere un «saraceno». Si chiama Alcasan. Non è che Lewis ce l’abbia con i musulmani. Sceglie solo il paradigma di una religione per cui l’Incaranazione, anche solo l’idea che Dio si faccia carne, è abominio. Alcasan diviene il «paziente» di Frost, uomo le cui parole raggelano. Nel ricchissimo C.S. Lewis Man of Letters: A Reading of His Fiction, Thomas Howard (5) - professore d’inglese al St. John’s Seminary di Brighton, nel Massachusetts - nota bene come il nome di costui inizi per «F» e si componga di cinque lettere. È un uomo che parla solo alle teste, alle teste senza corpo. Sigmund Freud? Probabile. L’atteggiamento di Frost verso Alcasan è quello, del resto, di chi tratta le cose «come meri dati, sradicandole e introducendo separazioni fra testa e corpo» (173). Gli è, però, che le azioni di questo apprendista stregone che gioca con le menti senza corpo suscitano un’altra apparizione. Merlino, il «mago» della tradizione celtica britannica, che simboleggia il passaggio di un intero popolo al cristianesimo. Lo sforzo dell’Istituto nazionale per gli esperimenti coordinati per sradicare «tutto quanto è nobile e grave e misterioso, in una parola tutto ciò che è sepolto (o diciamo piantato) nella tradizione e che nutre le radici della vita civilizzata» (173) riesce solo a evocare l’arcano, il misterioso. St. Anne’s è invece il luogo della redenzione, che passa attraverso le cose del mondo. Il nome, sant’Anna, è quello della madre della madre di Dio incarnato, la maternità che concretamente porta la salvezza al mondo. In Quell’orribile forza è ciò che resta di Logres, che nel ciclo arturiano è il regno dove la legge è la Carità, virtù teologale, non welfare. Numerosi e diversi sono gli abitanti di St. Anne’s, eppure sono una cosa sola nella Carità. A capo della comunità sta Elwin Ransom, una vecchia conoscenza. È il filologo che ha già attraversato i mondi e le pagine di Lontano dal pianeta silenzioso e di Perelandra. Ora è il Pendragone di Logres e riprende il testimone dell’ufficio che fu di Uther e di suo figlio Artù, colui di cui si dice Arturus rex quondam rexque futurus. Molti hanno notato quanto il personaggio di Ransom ricordi l’amico Tolkien. Logres è il luogo della Tavola Rotonda, dove appunto regnava sovrana soprattutto la Carità. La reificazione del monito di San Paolo, la divisa stessa del cristianesimo. È il luogo, interpreta Howard, dove la Carità esclude ogni altra politica, la democrazia così come la tirannia. Non un’utopia, ma un regno a misura di uomo e secondo il piano di Dio. È un luogo di maggior eguaglianza che non la più fulgida democrazia e dove si governa con più assolutezza che non in una tirannia. Ciò, però che salva St. Anne’s-Logres «dalla politica è, molto semplicemente, [che] qui regna la Carità proprio come nella Città di Dio, modello da cui derivano tutti i modelli, il matrimonio, le famiglie sane, gli ordini religiosi e i regni buoni» (178). Ransom n’è il Re-Pescatore delle leggende arturiane, il Custode. È la vera Testa a cui gli abitanti di St. Anne’s hanno scelto di sottomettersi con libertà, non quella vuota di Alcasan. Ransom fa, infatti, quello che una testa piena dovrebbe fare, quello che tutte le teste vere dovrebbero fare: «governare il corpo nella saggezza e nella carità» (179). È, appunto, un capo. Da qui Jane si fa mediatrice e portatrice della salvezza divina per il suo sposo Mark; lo salva dallo gnosticismo di Belbury essendo se stessa e ri-insegnandogli a essere se stesso. «Egli deve essere ricuperato (“salvato”) da quella pattumiera gnostica in cui si è mutata ora la sua esistenza, quell’esistenza che conosce solo categorie sociologiche vacue, generiche e astratte, e nulla degli esseri umani concreti in carne e ossa» (176). A Belbury, invece, trionfa solo il contrario, una Testa «spiccata da quello che era il suo corpo dall’odio gnostico di tutto ciò che è fisico, nell’interesse di quanto è puramente intellettuale» (179).

Apologia della normalità
Diceva Lewis di preferire un taxista qualunque di una città inglese qualsiasi che sappia, pur senz’aver mai letto l’Etica nicomachea, distinguere immediatamente e con purezza il bene dal male, disgustandosi subito del secondo, all’accademico che sa tutto di Aristotele, ma che guarda a quelli che John Finnis chiama oggi gli assoluti morali con cinico distacco intellettuale da studioso. O il pagano primitivo che spezza il collo di un pollo per un totem a un antropologo che considera altezzosamente tutte le manifestazioni di espiazione umana come «dati suggestivi». «Ovviamente, non si tratta di giocare i taxisti contro i docenti universitari, o i pagani contro gli antropologi: si tratta piuttosto di contrastare l’uomo capace di sospettare che le convenzioni universali della vita civile e i tabù ci comunichino qualcosa di reale, o persino di orribile, con l’uomo che, sordo a tutto questo, si è preso la briga di voler rifare tutto daccapo» (181). Lewis trasse il titolo di Quell’orribile forza da una poesia scozzese del secolo Sedicesimo, scritta da Sir David Lyndsay, Ane dialog betwix Experience and ane Courtier of the miserabill estait of the World. Il verso scelto recita: The shadow of that hyddeous strength/ Sax myle and more it is of length, «L’ombra di quell’orribile forza/ si protrae lungo più di sei miglia». È la Torre di Babele. L’insanabile frattura fra parola e significato come conseguenza dell’arroganza umana, da cui deriva solo confusione. La Testa di Alcasan, psicanalizzata da Frost e adorata dalla gente di Belbury. Dall’altra parte, uomini veri, con dolori e mali reali, e gioie e speranze e redenzioni concrete. Da un lato intellettualismo, parole senza significato, lingue biforcute, sogni di fuga e di distruzione, caos dall’ordine. Dall’altro la Carità vero ordine morale e civile, soluzione pratica e sociale vera alla questione umana. La virtù teologale, che ha nel matrimonio fecondo e «sociale» (la prima idea da cui parte Quell’orribile forza e l’ultima con cui si conclude in un trionfo di realismo) il suo compimento. Le persone si aiutano e si sostengono per amore, l’un l’altra. Non è un programma estrinseco all’uomo sinolo di spirito e carne, imposto dall’assistenzialismo di qualche istituzione «caritatevole». È l’uomo di fronte all’altro uomo. La rottura, babelica, di tutto questo configura il contrario speculare di Belbury, ovvero l’inferno. Il contrario della Carità. Anzitutto non è teologale perché non parla d’amore con Dio. In secondo luogo non comprende né ricomprende la questione umana, anzitutto quella della socialità, che non è un orpello, ma la prima necessità concreta dell’uomo. Lo gnosticismo, «quell’antichissima, popolarissima e persistente idea che la divisione fra spirito e carne sia la divisione fra ciò che e buono e ciò che è cattivo» (168) è la suprema tentazione del mondo contemporaneo. Lewis la chiama Belbury. Le persone, e i loro liberi e volontari rapporti sociali, divengono solo idee, progetti, proiezione possibili - would-be, si direbbe nella lingua di Lewis - ottenendo la distanza massima fra spirito e carne, la frattura suprema nell’uomo. «Quaggiù nel regno degli uomini mortali, la parola privata del significato, l’idea a cui non segue l’azione, la mente separata dal corpo generano tutti il caos» (168). Decisamente, il Novecento ha letto poco Lewis, ha ignorato Quell’orribile forza. E i risultati si vedono.




Note
1) Cfr. di Clive Staples Lewis, Out of the Silent Planet, Bodley Head, Londra 1938, trad. it. autorizzata, Lontano dal pianeta silenzioso, Mondadori, Milano 1952, n. trad. it. Adelphi, Milano 1992; Perelandra, Bodley Head, Londra 1943 (pubblicato anche come Voyage to Venus, Pan Books, Londra 1953), trad. it. autorizzata, Peralandra, Mondadori, Milano 1951, n. trad. it. Adelphi, Mialno 1994; That Hideous Strength, Bodley Head, Londra 1945 (pubblicato anche in versione abbreviata negli Stati Uniti d’America come The Tortured Planet), trad. it. Quell’orribile forza. Una favola moderna per adulti, Adelphi, Milano 1999; 2) Cfr. John Ronald Reuel Tolkien, Sulle fiabe (On Fairy-Stories, 1939), trad. it. in Idem, Il medioevo e il fantastico (The Monsters and the Critics, 1983), a cura di Christopher Tolkien, ed. it. a cura di Gianfranco de Turris, Luni, Milano-Trento 2002, pp. 167-238; 3) Cfr. Idem, Le Cronache di Narnia, trad. it. Mondadori, 2000, 3 voll.; 4) Thomas Howard, That Hideous Strength, in Jeffrey D. Schultz e John G. West Jr. (a cura di), The C.S. Lewis Redaers’ Encyclopedia, Zondervan, Grand Rapids (Michigan) 1998, p. 397. Fino a ulteriore indicazione, le citazioni da questa fonte vengono indicate nel testo con il numero di pagina posto fra parentesi; 5) Cfr. Thomas Howard, C.S. Lewis Man of Letters: A Reading of His Fiction, Thomas Howard, Ignatius, San Francisco 1987. Fino a ulteriore indicazione, le citazioni da questa fonte vengono indicate nel testo con il numero di pagina posto fra parentesi.

 

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