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George Orwell

“Omaggio alla Catalogna” è la rivoluzione che perde la sua innocenza. “La fattoria degli animali”
è la bugiarda favola dell’Ottobre. “1984” , infine, è la denuncia della dittatura ideologica

di Diego Gabutti

Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003

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Cent’anni fa, a Motihari, Bengala, il socialista radicale Eric Blair, in arte George Orwell, venne al mondo sotto una perfida stella, la stella dell’utopia, che gli parlò come le fate delle favole, in un celebre aforisma dei Minima Moralia, parlano ai coraggiosi che intendono cambiare la propria sorte con anelli magici, stivali delle sette leghe e lampade fatate: «Tu vuoi l’incondizionato, ti sia concesso, però irriconoscibile». Nato all’alba del secolo, quando il socialismo era la speranza dell’umanità e le furie del capitalismo sembravano promettere ai popoli una generale rovina, George Orwell fu per tutta la vita, senza perplessità, corpo e anima, un fervente sovversivo. Secondo l’antico proposito di tutte le intellighenzie rivoluzionarie, dapprima Orwell si propose d’abolire lo stato di cose presente e poi, aperti gli occhi, si votò piuttosto a impedire che il divenire facesse piazza pulita di tutto, non soltanto del presente e del futuro ma persino del passato, minacciato dalle riscritture della storia operate delle Enciclopedie sovietiche e dalle pseudoscienze razziali, che a loro volta si proponevano di passare al bucato la storia universale. Convinto che politica e utopia coincidessero, come nei teoremi e nelle esatte iperboli della letteratura rivoluzionaria, egli rimase fedele all’utopia fino in fondo, anche dopo aver visto le streghe del Ventesimo secolo: le megere staliniste, le arpie hitleriane. Ma proprio da questa visione, che presto avrebbe condiviso con milioni di lettori di tutte le nazioni, Orwell fu trasformato, come da un’esperienza mistica: l’utopia, per incantesimo, si era trasformata nel suo contrario, l’antiutopia. Non più il mondo come dovrebbe essere ma il mondo com’è: nudo, crudo, senza fronzoli e infallibilmente diretto verso la catastrofe. Cambiata di segno, l’utopia rimase una finestra spalancata sul futuro dell’umanità: prima una speranza da coltivare, adesso una sventura da evitare o, peggio, una piaga da curare.
Fu nel maggio del 1937, in Spagna, e precisamente a Barcellona, quando le milizie staliniste scatenarono una guerra civile all’interno della guerra civile aprendo la stagione di caccia contro anarchici e trotzkisti, che Eric Blair il socialista si trasformò definitivamente in George Orwell, che di Blair fu il «doppio», anzi il naso di Gogol: il sosia che alla fine prese il suo posto, rubandogli l’identità e impadronendosi della sua macchina da scrivere. In Spagna, dove perse buona parte delle sue illusioni e scoprì di che materia sono fatti i sogni delle rivoluzioni radicali, Orwell si trovò a fissare la faccia nascosta della luna, un paesaggio infernale, di cui le sirene della letteratura rivoluzionaria, dei manifesti politici e delle teorie economiche audaci, non avevano mai fatto parola quando elencavano prodigi come Omero enumerava le navi. Tremò all’idea di che cosa sarebbe stato del mondo se Stalin, Hitler o entrambi avessero vinto la partita, guadagnandosi con la forza o con l’inganno il consenso di masse immense e sempre più avide di dominio, come le fanciulle ridotte ad automi erotici nelle fantasie del Marchese De Sade. Al pari di tutti gli utopisti, che dalle infinite disgrazie del mondo deducono a sorpresa il loro imprudente happy end, Orwell era prima di tutto un romanziere, ma dopo Barcellona si trasformò in un profeta. Si fece prudente e sospettoso, come un pilota di Formula 1 che improvvisamente comincia a temere gl’incidenti, e spostò il piede dall’acceleratore letterario, fucina di tutte le utopie, al pedale del freno dell’allarme politico. Tornato in Inghilterra, dopo essere scampato per un pelo al fuoco d’artiglieria fascista e al plotone d’esecuzione bolscevico, l’ex soldato rivoluzionario delle Brigate internazionali scrisse Omaggio alla Catalogna, un libro straordinario sulle giornate che decisero il destino non della sola rivoluzione socialista ma anche del mondo, visto che la guerra civile spagnola anticipò, insieme agli scenari e alle alleanze della seconda guerra mondiale, anche le forme della guerra fredda a venire. Ernest Hemingway e André Malraux, che alla guerra civile spagnola dedicarono opere poderose ma sostanzialmente frivole, semplicemente non capirono quali fatali uova bulgakoviane si stessero schiudendo nel laboratorio spagnolo. Affascinati dal folklore rivoluzionario, incapaci di resistere alle sirene del romanticismo politico, fecero della guerra civile spagnola una cartolina illustrata, che poi spedirono ai loro lettori dopo averla firmata con un elegante svolazzo. Invece l’Orwell di Omaggio alla Catalogna, come un Dante e un Doré fusi insieme, illustrò e raccontò in prima persona l’inferno delle ideologie salvifiche e del loro amico invisibile: la volontà di potenza. Fu in Spagna, secondo Orwell, che la rivoluzione socialista perse definitivamente la sua innocenza. Sia La fattoria degli animali, del 1945, che 1984, scritto nel 1948 e pubblicato un anno più tardi, furono soltanto note a pié di pagina di Omaggio alla Catalogna, nelle cui pagine erano già stati decifrati tutti gli enigmi delle moderne utopie di massa.
Nella Fattoria degli animali ridusse a parabola (magari più disneyana che esopiana, eppure proprio per questo più vicina allo spirito del tempo) la favola bella ma bugiarda della rivoluzione d’ottobre (e di quel che ne seguì, dallo sterminio dei kulaki ai processi di Mosca). Prima che Milovan Gilas denunciasse i privilegi della «nuova classe», quando Trotzky non era stato ancora assassinato da un sicario di Stalin e gli restava dunque abbastanza fiato per questionare con l’ex seguace americano James Burnham a proposito della «rivoluzione dei tecnici» e della trasformazione del capitalismo da avventura individuale dei «titani» dell’imprenditoria a dominio anonimo del manageriato, Orwell spiegò con furore e passione quale fosse, tirate tutte le somme, la morale della favola comunista: «Tutti gli animali sono eguali, ma alcuni sono più eguali degli altri». Aveva capito che le rivoluzioni socialiste, la cui vanità è quella d’abolire ogni privilegio trasformando il dominio sugli uomini in amministrazione delle cose, facevano del privilegio la loro stella polare e del potere arbitrario che ne derivava la loro sola ragion d’essere. Diede a questa intuizione (che già serpeggiava qua e là, tra le fila degli ex comunisti e nei volantini dei comunisti di sinistra, che si battevano contro Stalin e la sua Inquisizione marxleninista) una forma definitiva: i maiali di Orwell entrarono di prepotenza nel linguaggio comune, subito trasfigurati in icone universali della condizione umana, come prima di loro era riuscito soltanto al lupo e all’agnello. Capì per primo, senza perdersi in sottigliezze metafisiche e giochi delle tre carte da talk-show, quel che ancora oggi si fatica ad ammettere, cioè che nazismo e comunismo sono stati esattamente la stessa cosa. E non soltanto per l’ovvia ragione che si somigliavano come gocce d’acqua nella pretesa che sterminio, oppressione, guerra e genocidio fossero altrettanti abracadabra per rigenerare il mondo. Ma soprattutto perché erano entrambe utopie realizzate: avventure letterarie e soluzioni chimeriche di tutti i problemi che (per effetto di qualche «arcivernice», come nelle tavole del Professor Pierlambicchi, l’eroe del Corriere dei Piccoli) avevano preso forma concreta. Proprio l’antiutopia, agli occhi di Orwell, era l’inevitabile morale di tutte le favole utopiche, quando sono così sfortunate da materializzarsi, fuori dai libri, dentro la realtà.
Persino l’Arcipelago Gulag di Solzenitsyn e I racconti di Kolyma di Salamov, persino le riprese cinematografiche che gli alleati, nel 1945, girarono nell’inferno d’Auschwitz e Dachau, non aggiunsero che qualche eloquente ma in fondo superflua documentazione di prima mano al quadro dell’universo concentrazionario e della società sotto tutela poliziesca anche troppo vividamente descritto da George Orwell prima nella Fattoria degli animali e poi in 1984. Con 1984 Orwell passò dalla favola non alla semplice e innocua fantascienza, come talvolta ancora si legge in qualche storia della letteratura, ma all’oroscopo storico e sociologico, la triste scienza di chi la sa lunga e vede lontano. Come Kafka, che a sua volta vedeva la disgrazia storica montare, Orwell descrisse un mondo completamente dominato dal sistema di menzogne e di terrificanti eufemismi del Grande Fratello, incarnazione di un’altra icona universale: l’apocalisse calzata e vestita, che soltanto la grande fratellanza televisiva di fine secolo, con un minaccioso e inquietante rovesciamento di prospettiva, ha potuto trasformare in un logo igienista per l’intrattenimento di massa. Be’, dal 1984 siamo usciti indenni e anche il Grande Fratello, che avrebbe dovuto mettere a ferro e fuoco le forme stesse della convivenza umana, non ha prodotto alla fine che Pietro Tarricone e le sue canotte leggendarie. Comunismo e socialnazionalismo, a parte i loro ultimi fuochi qua e là, sono stati ormai ridotti all’impotenza. Ma una profezia è una profezia anche quando non si realizza. Eric Blair, in arte Orwell, fece dunque esattamente la sola cosa da fare quando mise in guardia i suoi lettori, specie quelli socialisti, contro le pericolose derive della modernità e contro la fascinazione del totalitarismo, che soltanto per miracolo non s’è pappato il mondo in un boccone, come aveva promesso e quasi mantenuto. Sarebbe bastato uno zig al posto d’uno zag per precipitare il pianeta nell’orrore politico dell’antiutopia, che in Orwell non era un genere letterario ma una spaventosa finestra di Magritte: il varco dimensionale attraverso il quale, come gli «dèi abominevoli» di Howard Phillips Lovecraft in un racconto dell’orrore, la letteratura utopica aveva cercato d’infiltrarsi nel mondo reale. Era ancora socialista, a suo modo. Diffidava del capitalismo, come in giovinezza, e il libero mercato non gli diceva niente di buono, secondo l’antica vulgata utopica. In un articolo apparso sull’Observer nell’aprile del 1944, in piena guerra mondiale, sette anni dopo la battaglia di Barcellona tra lo Stato onnipotente e i suoi nemici, Orwell polemizzava con Friedrich von Hayek, di cui condivideva l’ossessione per lo Stato di diritto in politica, ma non l’amore per il libero mercato in economia. «Il professor Hayek - scrisse - ha forse ragione nel dire che in questo Paese gli intellettuali sono più propensi al totalitarismo che non la gente comune. Ma non vede, o non vuole ammettere, come un ritorno alla “libera” concorrenza significherebbe probabilmente per la gran massa della popolazione una tirannide forse peggiore - in quanto più irresponsabile - di quella dello Stato. Il guaio della concorrenza è che qualcuno vince e qualcuno perde. Il professor Hayek nega che il libero capitalismo porti necessariamente al monopolio, ma in pratica ha portato sempre a questo esito, e dato che la maggior parte della gente preferisce, e di molto, l’irreggimentazione di uno Stato alla disoccupazione e alla crisi, la spinta verso il collettivismo è destinata a continuare se l’opinione pubblica avrà modo di dire la sua» (cit. in Richard Epstein, Hayek and Orwell: A Contrast, http://www.lse.ac.uk/clubs/ hayek//5-1/epstein.htm). Poco importa che il mercato non produca monopoli, che la concorrenza sia un gioco a somma positiva e che, per quanto imperfetto, il capitalismo resti l’unico sistema sociale in cui i diritti degl’individui non vengono sfiorati né erosi. Per sopravvivere alla critica dell’utopia, alla quale l’autore di 1984 s’era ormai dedicato per intero, il socialismo antiutopico di Orwell cercava difetti nell’ordine naturale del mondo e, inevitabilmente, gli restava appiccicata un po’ d’utopia sulle dita. Si consolava col mito del «socialismo possibile», quello che c’era già, realizzato senza rivoluzioni da Churchill e Beveridge. Era la reliquia d’una gioventù trascorsa sulle barricate, dove non sono permessi dubbi sulla parte dalla quale schierarsi «quando vediamo un operaio battersi contro il suo nemico naturale, il poliziotto». Ma la sua era ormai una scelta di campo radicalmente liberale. Nel senso che Eric Blair, alla fine della sua avventura rivoluzionaria, aveva maturato un’ostilità assoluta e preconcetta nei confronti di qualunque progetto positivo e propositivo di riforma del mondo. Orwell aveva scoperto, sempre come Adorno e altri filosofi in quegli stessi anni, la forza del negativo, cioè il segreto stesso di tutte le profezie, che non devono necessariamente avverarsi per essere efficaci, ma che sono efficaci solo in quanto mettono in luce il lato oscuro del divenire. Qualche aspetto minore della profezia orwelliana si è del resto perfettamente realizzato. È in uso una «neolingua», per esempio: il gergo insinuante e spaventoso del politically correct, votato al sabotaggio sistematico della comunicazione umana. Quanto poi al «bispensiero», per il quale l’odio è amore, la guerra è pace, la debolezza è forza, ha trionfato su tutta la linea, da un capo all’altro di quell’Eurasia culturale in cui ci tocca vivere, soffocati e affascinati dalla propaganda, boccheggianti sotto il tallone di peluche dei demagoghi.

 

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