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Arthur Koestler

Nelle pagine di “Buio a mezzogiorno” lo scontro tra il vecchio bolscevico Rubasciov e l’inquisitore Gletkin è la metafora dell’utopia che distrugge inesorabilmente se stessa, l’individuo e la verità

di Renzo Foa

Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003

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Questa è la breve storia di come un romanzo è diventato il manifesto politico dell’antiutopia e di come un irrequieto vagabondo ungherese è stato il protagonista principale di una battaglia di libertà della cultura. Se si pensa che la tiratura iniziale di Buio a mezzogiorno fu di sole mille copie e che, una volta esaurita, trascorsero diversi mesi prima che l’editore si decidesse alla ristampa, se si pensa che il suo autore, Arthur Koestler, era in quel momento rinchiuso in una prigione di Londra, ecco, solo partendo da questi due dati di cronaca si può immaginare quanto pesi il caso sull’affermazione dei simboli e sulla determinazione del destino delle persone. Tanto più, se si pensa anche a cosa sarebbe mancato se la polizia francese avesse sequestrato il manoscritto quando, nel marzo del 1940, perquisì l’appartamento in cui Koestler viveva portando via quasi tutti i suoi lavori, tranne quello più importante. «La copia originale - così si ricorda nella Scrittura invisibile - era posata sulla scrivania, dove la tenevo fidando sulla teoria di Edgar Allan Poe secondo cui gli oggetti più in vista sono quelli che con minor probabilità attirano sospetti; mentre, secondo la teoria opposta, la copia carbone era nascosta in cima alla libreria». C’è anche da dubitare che il romanzo dedicato al vecchio bolscevico Nicolaj Salmanovic Rubasciov, al suo arresto, alla sua confessione, al suo processo e alla sua esecuzione, in quei mesi interessasse davvero. L’Europa era nel momento peggiore del suo secolo peggiore, con le date scandite dal Patto di Monaco, dalla «Notte dei cristalli», dalle «grandi purghe» di Mosca, dall’accordo Molotov-Ribbentrop, dalla cancellazione della Polonia, dalla fine della Francia, dal dilemma che attraversò la gran parte delle sue classi dirigenti - anche i comunisti francesi, anche molte socialdemocrazie - e che consisteva non nell’alterativa tra resistere e collaborare, ma come coabitare con l’occupazione nazista. Koestler, che aveva raggiunto fortunosamente l’Inghilterra, aveva avuto come prima dimora una cella d’isolamento nel carcere di Pentonville. Non era ancora uno scrittore affermato. Era solo un fuggiasco, che aspettava di venir riconosciuto e arruolato dall’ultima democrazia capace di resistere. La traduzione inglese di Buio a mezzogiorno lo aveva preceduto a Londra, spedita dieci giorni prima che i tedeschi occupassero la Francia. E a Pentonville corresse le bozze, grazie a una deroga al regolamento carcerario che impediva ai detenuti di ricevere libri dall’esterno e poi ricevette il suggerimento del titolo in inglese, dalla traduttrice, la «G.» di Schiuma della terra, cioè la sua compagna Daphne Hardy, con la quale parlò separato da una rete metallica e sorvegliato da un agente. Gli venne proposto «Oh buio, buio, buio, nel fulgore del mezzogiorno» di Milton, che da lì a qualche anno sarebbe stato però oscurato dal titolo della traduzione francese, Le zéro et l’infini. Un migliaio di copie di tiratura per un romanzo che, appena uscito, passò quasi inosservato. Forse per il contesto, si combatteva la «battaglia d’Inghilterra», non solo le «grandi purghe» erano lontane, ma lo stesso Stalin non era ancora un alleato e il problema della guerra che si stava combattendo contro una grande menzogna nel nome di due mezze verità - una delle più acute osservazioni contenute nello Yogi e il commissario - non era stato ancora posto. Forse perché valeva ancora per una generazione di intellettuali quella scelta secca fra fascismo e comunismo che lo stesso Koestler (ma non solo lui) ha così ben descritto. Eppure un po’ se ne discusse, ma solo nella sinistra, a cui George Orwell aveva già posto delle domande dirette con Omaggio alla Catalogna. Che accadde poi? Come e perché diventò un best-seller? E soprattutto come diventò un simbolo di cultura politica? Infatti a guerra mondiale finita, oltre Manica, nella Francia dove aveva corso il rischio di venir distrutto e dove il suo autore avrebbe potuto sparire, come capitò a tanti altri «irregolari», vendette quattrocentomila copie, battendo tutti i record della storia editoriale.
Accadde che fu scelto dal pubblico che aveva bisogno di uno strumento contro il pericolo rappresentato dall’incombere dell’utopia. «Dopo il terrore dell’occupazione tedesca - questa la semplice spiegazione data nella Scrittura invisibile - la Francia attraversò un secondo periodo di terrore la cui storia non è stata ancora scritta. Nelle caotiche settimane trascorse tra il crollo dell’autorità delle forze d’occupazione e lo stabilirsi di un governo regolare, quasi ogni regione divenne teatro di esecuzioni sommarie, rappresaglie arbitrarie e illegalità. I comunisti, che emergevano dal movimento della resistenza come la forza meglio organizzata, usarono quelle settimane di caos, proprio come avevano fatto in Spagna, per un sistematico regolamento di conti con i loro avversari con il pretesto che essi erano stati dei collaborazionisti. Questa legge del maquis - nel senso originale della parola, fuorilegge - scomparve solo gradualmente, e in forme più nascoste continuò per parecchi anni; persino oggi alcuni suoi aspetti vengono taciuti per tacito accordo. Nel periodo in questione, i comunisti erano ancora il partito più forte; facevano parte del governo, avevano il controllo dei sindacati e, indirettamente, tramite il ricatto e l’intimidazione, imponevano la loro volontà in maniera considerevole nei tribunali, negli uffici redazionali ed editoriali, nell’industria cinematografica e nei circoli letterari». Fu in quel clima che il duello tra Rubasciov e Gletkin - il procuratore che lo interrogava - assunse una dimensione simbolica e divenne rapidamente il centro di un conflitto politico. Fu solo il primo dei grandi scontri che avevano come posta la verità sul comunismo e proprio per questo fu dirompente.

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Le zéro et l’infini rappresentò un atto di accusa contro lo stalinismo e il suo contagio. Dove per stalinismo non si poteva che intendere l’unica forma che aveva assunto il comunismo, la rivoluzione diventata Stato, il partito eletto a sede della verità, l’utopia trasformata in scopo di governo. E dove per contagio non si poteva che intendere quello straordinario e inaspettato mito che la seconda guerra mondiale aveva rialimentato, facendolo di nuovo uscire dai confini dell’Unione Sovietica e propagare in tutto l’Occidente. L’antifascismo, con la vittoria sul nazismo, aveva in qualche modo cancellato il passato, l’alleanza delle democrazie - ecco una delle due mezze verità - aveva coinvolto la patria del Gulag e, se sul piano dei rapporti tra gli Stati, si preannunciava già la rottura che avrebbe portato alla guerra fredda, era in grandi e importanti pezzi di Europa che dilagava il grande equivoco. Quanta forza aggiuntiva traevano i partiti comunisti in Francia e in Italia dall’essere parte integrante dell’impresa di Stalingrado e della conquista di Berlino? E quanta legittimazione ne traevano? Non fu per caso che proprio il Pcf, la sua stampa e i suoi intellettuali ingaggiarono contro Le zéro et l’infini una battaglia campale. Uscirono articoli, si tennero comizi, vennero scritti libri. Su Les Temps Modernes, la rivista mensile di Jean Paul Sartre, uscirono una serie di saggi sotto il titolo Le Yogi e le prolétaire - in diretta contestazione dello Yogi e il commissario - in cui si giustificava tutto ciò che l’Unione Sovietica rappresentava. La stessa figura di Gletkin, i suoi argomenti, la sua logica, i suoi metodi vi erano eletti a modello di difesa dell’utopia. Ma lo scontro non fu solo ideologico. Koestler ha poi ricordato che sulla stampa comunista si giunse a pubblicare una cartina con una freccia che indicava la villetta dove abitava in quel periodo e che la pressione fu tale che il traduttore francese chiese all’editore di omettere il suo nome nelle ristampe. Il problema non riguardava il passato, investiva direttamente il presente. Le «grandi purghe» - proprio perché erano il motore della società plasmata da Stalin - si sarebbero ripetute da lì a poco non solo in Unione Sovietica, ma anche nei Paesi satellizzati dell’Est, dall’Ungheria alla Cecoslovacchia dove il processo Slansky - quello ormai più conosciuto - avrebbe seguito in tutto e per tutto il copione sperimentato a Mosca, con l’imputato che in nome della superiore logica del partito prima si convince e poi si autoaccusa e dove la confessione avrebbe ricalcato parola per parola quella di Rubasciov. In altri termini, si era creato un circuito grazie al quale il processo a Bucharin era stato il modello di Buio a mezzogiorno e Buio a mezzogiorno era diventato l’anticipazione di quello che sarebbe stato detto nel tribunale di Praga (e in altri tribunali).

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C’è un paradosso in Koestler. Quando cominciò a lavorare al romanzo che gli ha poi dato fama, ricchezza e un ruolo principe nella cultura europea, pensava solo che la scrittura sarebbe stata «una terapia occupazionale» dopo la sua rottura con il comunismo. Fino a quel momento aveva dato tutto se stesso alla causa. I romanzi che aveva in mente sarebbero stati la sua nuova professione. I gladiatori fu il primo. Appena finito, si mise all’opera sull’idea di raccontare la storia di un gruppo di persone condannate a morte in un Paese totalitario, che accettano la sentenza nel nome della causa in cui sono coinvolti e che riflettono sulla loro esistenza. Pesava il passato in cui era stato immerso e pesava anche un’esperienza personale diretta, la sua detenzione in Spagna, a Malaga appena occupata dai franchisti, e l’attesa dell’esecuzione che avrebbe poi raccontato in Dialogo con la morte. Pensò subito anche al titolo, Il circolo vizioso. Aveva chiaro solo il ritratto del protagonista principale che intellettualmente doveva assomigliare a Bucharin e fisicamente a Trotzky e a Radek, con la barba a pizzetto e il pince-nez. Ma non aveva alcuna intenzione, né ha mai dichiarato di averla avuta, di compiere un gesto politico che testimoniasse la sua rottura con il partito, del resto avvenuta proprio dopo il processo a Bucharin. Conosceva il comunismo in tutte le sue forme e vi aveva partecipato intensamente. Sapeva come funzionava una rete clandestina, aveva direttamente lavorato alla propaganda del Comintern, aveva viaggiato per un anno in Unione Sovietica (tra l’estate del 1932 e l’estate del 1933). Era padrone del nuovo linguaggio inventato per essere strumento dell’utopia. Aveva appreso tutte le sfumature della menzogna al servizio del Bene assoluto. Poteva agevolmente scrivere «dall’interno». E così fece, andando al cuore del circolo vizioso dell’utopia e spiegando un grande mistero su cui molti si interrogavano: come, in quel mondo chiuso, i grandi protagonisti della rivoluzione fossero giunti a confessare colpe che non avevano e ad accettare di morire nel nome del partito, che coincideva con la causa a cui avevano dedicato la loro vita.
Ne venne fuori un romanzo sul comunismo, denso di episodi e di personaggi. Ma proprio nel dialogo tra Rubasciov e il suo inquisitore Gletkin c’è la chiave di tutto. C’è soprattutto in quel passaggio in cui Gletkin mette con le spalle al muro il vecchio bolscevico citando un brano del suo diario: «Per noi il problema della buona fede oggettiva è privo di qualunque interesse. Chi sbaglia deve pagare; chi ha ragione sarà assolto. Questa è la nostra legge…». Rubasciov cerca di resistere: «Non vedo di che utilità possa essere al partito che i suoi membri debbano trascinarsi nella polvere dinanzi a tutto il mondo…». E l’accusatore ribatte, citando un altro brano del diario: «È necessario inculcare ogni frase nelle masse con la ripetizione e la semplificazione. Ciò che viene presentato come giusto deve risplendere come oro, ciò che viene presentato come erroneo deve essere nero come la pece». E conclude anticipando una sentenza già scritta: «La politica dell’opposizione è l’errore. È vostro compito, quindi, rendere l’opposizione spregevole; far capire alle masse che l’opposizione è un delitto e che i capi dell’opposizione sono dei criminali… La vostra testimonianza al processo sarà l’ultimo servigio che potrete rendere al partito». Non c’è stata, nella letteratura, una spiegazione più semplice e lineare dei meccanismi mentali costruiti attorno all’utopia, ai suoi protagonisti e alle sue vittime.

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Ovviamente una delle discussioni che si accesero attorno a Buio a mezzogiorno riguardò la sua veridicità. Discussione anomala se si pensa che si tratta di un romanzo. Ma ci fu, come quando uscirono tutti i grandi libri che proponevano la verità nascosta dal mito sovietico. Sono stato agente di Stalin del generale Walter Krivitsky, il primo alto ufficiale a disertare, incontrò una lunga contestazione. Puntigliosa e diffamatoria fu la campagna condotta contro Ho scelto la libertà di Victor Kravchenko, che si concluse con un processo penale a Parigi che vide condannate Les lettres françaises, la rivista culturale del Pcf (un processo rimasto negli annali grazie alla cronaca stilata di Nina Berberova). L’accusa di falso era la prima arma della risposta ideologica all’antiutopia. Questa risposta nasceva essenzialmente da due motivazioni. Una era quella scontata. La difesa dell’Urss e del suo modello, coincidente con il culto della persona di Stalin, era un tutt’uno con la difesa del comunismo e si esprimeva con il dogma dell’infallibilità del partito, a cominciare da quello sovietico. Ma la motivazione più interessante è l’altra. Nell’atto di fede alla causa c’era anche la forte componente dell’incredulità individuale. Come credere a Krivitsky, a Kravchenko, a Koestler, che erano per di più dei «rinnegati»? Se l’errore di partenza era il tradimento, perché non dovevano essere considerati errore e, quindi, menzogna i loro scritti? In ogni comunista c’era, in misura diversa, un po’ di Gletkin e della sua logica. Così l’incredulità - a cui per di più tutti sono ampiamente disponibili - diventava con facilità la principale arma mentale per difendere la fede. Non deve stupire, quindi, scoprire ora che molti ex o post comunisti ammettono pubblicamente di non aver letto Buio a Mezzogiorno o 1984 di Orwell negli anni dello scontro frontale, quelli della guerra fredda, mezzo secolo fa. Non credere a quegli scritti significava anche ignorarli, non concedere alcuna disponibilità al nemico.

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Il caso politico esploso con l’uscita di Le zéro et l’infini segnò l’inizio del secondo impegno politico di Koestler, con la promozione di quel fronte culturale dell’anticomunismo che sfociò nel Congresso internazionale per la libertà della cultura, fondato a Berlino nel 1950. Si deve a Massimo Teodori (in un capitolo di Benedetti americani) un utile pro-memoria su un passaggio quasi dimenticato del dopoguerra. Il Congresso fu preparato proprio da Koestler e da Ignazio Silone, i quali furono anche i due principali protagonisti del dibattito. In particolare l’autore di Buio a mezzogiorno fu il sostenitore più coerente della richiesta agli intellettuali di partecipare attivamente al confronto ideologico con il mondo comunista. Di quella mobilitazione resta una testimonianza importante, Il Dio che è fallito, un libro in cui furono raccolti scritti di persone che erano nella sinistra democratica o che venivano da un passato comunista. Oltre che Koestler e Silone, gli autori furono André Gide, Richard Wright, Stephen Spender, Louis Fischer e Richard Crossman.

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Quanto è servita l’antiutopia di Koestler? È la stessa domanda che, ad esempio, si pone per Kravchenko, un testimone-chiave degli anni del terrore stalinista che, appunto, non venne creduto proprio da chi doveva credergli o - se si preferisce - i cui argomenti non servirono a convincere chi avrebbe dovuto esserlo. Dovevano entrambi porre un problema ai comunisti, ma nessuno dei due ci riuscì. Buio a mezzogiorno e Ho scelto la libertà vendettero milioni di copie, furono a lungo dei best-seller, però finirono tutti o quasi nelle biblioteche di chi voleva trovarci solo la conferma della propria idea. I due più importanti partiti comunisti occidentali - quello francese e quello italiano - non solo rigettarono con virulenza il problema che veniva posto, ma probabilmente non ne soffrirono più di tanto. Il loro isolamento negli anni più duri della guerra fredda, tra il 1947 e la morte di Stalin, fu soprattutto il frutto di un’azione politica. Sulle frontiere culturali, come sappiamo, conservarono la loro forza, un appeal destinato a durare a lungo e che solo la repressione della rivoluzione ungherese del 1956 riuscì in qualche modo a incrinare. Ma nel ’56 Koestler già preferiva occuparsi d’altro. Aveva solo dato un contributo a indebolire i fortini del comunismo e aveva soprattutto testimoniato che nel secolo del Lager e del Gulag era stato possibile - almeno ad alcuni - uscire dalla stretta della «guerra civile europea» ed essere nello stesso tempo e con la stessa intensità antifascisti e anticomunisti.
A Koestler non riuscì ciò che riuscì invece, più tardi in Francia, ai nouveaux philosophes. Così come a Kravchenko non riuscì ciò che poi riuscì ad Aleksandr Solzenitsyn con Arcipelago Gulag. Il mito sovietico si consumò più tardi, stretto tra i fuochi del rilancio dell’utopia - il Sessantotto, la «rivoluzione culturale» cinese, il terzomondismo - e la competitività dell’Occidente democratico che lentamente era riuscito a superare i suoi limiti. Forse Buio a mezzogiorno avrebbe ritrovato una sua tragica attualità se nel 1968, dopo l’occupazione sovietica di Praga, ad Alexander Dubcek fosse stato riservato un processo come quello che avevano subito Bucharin o Slansky. Ma fortunatamente non accadde. Non solo le purghe avevano assunto altre forme. Lo stesso mondo del comunismo era meno chiuso e il leader riformatore cecoslovacco non sarebbe stato disponibile ad ammettere - secondo la logica di Gletkin - un errore che sapeva di non aver commesso. Anzi, tra i verbali di quella drammatica estate, resta l’inatteso discorso che proprio Dubcek, nonostante i sedativi presi, riuscì a pronunciare durante un incontro con Breznev, con il gruppo dirigente sovietico attonito e incapace di rispondere, al punto da sospendere la riunione.

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Buio a mezzogiorno non servì neanche di fronte al ritorno dell’utopia che si espresse con il maoismo della «rivoluzione culturale», con la sanguinosa repressione di Fidel Castro a Cuba, la Cambogia di Pol Pot, tutte pagine della storia a cui altri Koestler e altri Kravchenko hanno dedicato il loro lavoro, incontrando però quasi sempre la stessa ostilità e la stessa incredulità. Parlo in questo caso dell’Italia e della sua sinistra, che tra i suoi vizi ha anche quello di essere pronta a riconoscere sul piano culturale i suoi errori solo a tempo scaduto. Quando non serve a incidere sulla realtà o a fare davvero i conti con se stessi. Ci si è chiesti tante volte perché Arcipelago Gulag, che è stata una delle campane a morto per il comunismo francese, al di qua delle Alpi abbia invece lasciato soprattutto indifferenza, invece di contribuire a porre in modo definitivo la questione del distacco dalla propria storia. Sono già state date molte convincenti risposte ed è difficile aggiungerne altre. Però di fronte a questa domanda, guardando indietro, al secolo passato, a distanza di tanto tempo, è possibile almeno aggiungere un’osservazione. C’è una contorta linea di continuità che unisce coloro che sono stati risucchiati dall’utopia in tutte le sue varianti. Cosa differenzia coloro che non credettero al duello tra Rubasciov e Gletkin da coloro che, ad esempio, nella «rivoluzione culturale» cinese hanno visto solo un moto liberatorio, non solo trascurando la tragedia umana che si consumava, ma anche negandola? O da coloro che fino all’ultimo hanno pensato che nella Cambogia di Pol Pot fosse in corso un difficile esperimento che mirava all’uguaglianza fra gli uomini, senza accorgersi che si stava attuando un feroce auto-genocidio? Nella sinistra italiana, c’è stato un singolare incontro-scontro tra il Pci, cioè tra la tradizione comunista resa flessibile e presentabile dalla famosa «doppiezza togliattiana», e il Sessantotto che fu nello stesso tempo un’esplosione libertaria e un cupo cedimento al richiamo dell’utopia. Questo incontro-scontro, invece di separare questi due filoni, ha finito con l’amalgamarli plasmando una cultura politica comune. Una cultura in cui rispunta il vecchio dogma secondo il quale la propria verità è la vera linea di confine rispetto al resto, una linea di confine al di là della quale comincia l’errore. Questa contorta linea di continuità ha perfino scavalcato il 1989, cioè quella fine dell’esperienza storica del comunismo in Europa, che avrebbe potuto liberare la sinistra e che invece non lo ha fatto. Se oggi si rilegge Buio a mezzogiorno senza considerarlo solo un romanzo ambientato nella lontana Mosca di Stalin, ma pensando che il romanzo sul disastro dell’utopia in tutte le sue forme e in tutte le sue epoche, forse si può anche giungere alla conclusione che Arthur Koestler serve ancora, al di là del piacere di leggerne i libri.

 

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