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Il vero problema si chiama Chirac

E' sbagliato parlare di fattore K:
il rischio attuale è la divisione dell’Occidente

di Biagio de Giovanni

Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003

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Mi sembra francamente fuori del mondo ipotizzare il ritorno del fattore K nell’Italia di oggi, secondo l’indicazione che viene proposta alla nostra riflessione. E penso che il campo vada subito sgombrato da questo tipo di problema, proprio per poter affrontare le questioni reali sulle quali è opportuno intrattenersi brevemente. Ciò sembra tanto più da sottolineare in un momento in cui i toni della campagna elettorale della Casa delle libertà riprende temi quarantotteschi, per riproporre in modo francamente inattuale e anomalo una questione del «comunismo» in Italia, che nei termini proposti era considerata inattuale già vent’anni fa, quando l’allora effettivamente esistente Partito comunista italiano entrò a far parte del governo del Paese, sia pure nelle forme «ridotte» che ricordiamo, e dopo che per una intera legislatura o quasi il governo del Paese ha visto i post-comunisti al governo solo pochi anni fa. Personalmente, vorrei fare su questa congiuntura soltanto un breve commento: non porta bene a nessuna delle parti in contrasto (a destra e a sinistra) la delegittimazione dell’avversario; è un modo per affossare quel sistema bipolare che sta faticosamente prendendo piede nel nostro Paese e per ridurre la possibilità di crescita della coscienza civile degli italiani; se poi il tema diventa quello di un richiamo a lontani fantasmi, sia pure rinverditi da qualche piccola minoranza, allora le conseguenze sono ancor più gravi, e la barriera che così si contribuisce a ergere rischia di far tornare il dibattito politico a contrapposizioni elementari e «teologiche» di cui francamente non si avverte il bisogno. Sono, come direbbe Paolo Mieli, fra i «terzisti» e quindi destinato a «scomparire» dalla discussione, ma tant’è, per quel poco che potrò, non mi stancherò mai di ripetere, verso destra e verso sinistra, che il riconoscimento reciproco è la precondizione dell’alternanza democratica, e che il drammatico abbassamento del tono di questo dibattito, nel nostro Paese, in queste settimane, fa presagire mesi e anni duri, a scapito dell’unità nazionale di un’Italia impegnata in una larga ricostruzione delle proprie istituzioni e di quelle europee. Come sto rivolgendo questa osservazione al centrodestra che ritorna a parlare di «pericolo comunista», così non ho alcuna difficoltà a criticare quei comportamenti che nel centrosinistra spingono verso le varie delegittimazioni «giudiziarie». Un groviglio di disconoscimenti, ripeto, da cui può nascere solo la comune rovina delle parti in lotta, nel senso che sarà il Paese a pagarne fino in fondo le conseguenze.

*****

Ma vengo al punto più specifico della congiuntura irachena e della posizione ulivista. Anche qui, per amor di verità, va ricordato che, D’Alema consule, la politica estera italiana fu in perfetta linea occidentale, ai tempi del Kosovo. Ci furono dissensi, certo, che tuttavia non impedirono alla maggioranza di prender posizione senza incertezze, fra le proteste di chi, all’interno magari della stessa maggioranza, opponendosi a ogni guerra, in realtà finisce con il parteggiare solitamente per qualcuno dei piccoli o grandi dittatori e criminali politici abbondantemente in circolazione. La guerra all’Iraq, com’è noto, ha posto problemi diversi in molti Paesi, compresi alcuni di gran peso nell’Unione europea, e francamente non mi pare che si possa mettere nel conto del centrosinistra italiano qualche differenza di accenti - pur magari significativa e comunque puramente «declaratoria» - che vide peraltro in prima fila non solo (e forse non principalmente) i post-comunisti, ma autorevoli esponenti della Margherita e dintorni, il che dunque potrebbe spingere a estendere la possibilità del fattore K al di là degli stessi confini che disegnano lo spazio politico dei post-comunisti: ma la cosa mi sembrebbe francamente un po’ eccessiva.

*****

Dunque, nessun problema? Non intendo dir questo, e provo a spiegarmi brevemente. Ma voglio che sia ben chiaro che il ragionamento cui farò cenno fuoriesce completamente da ipotetici «fattori K» che non dovrebbero nemmeno esser proposti, e che rischiano di immiserire grandi questioni che si disegnano all’orizzonte. Si badi. La posizione di Chirac in Francia, al di là della relativamente modesta questione del «sorvolo» cui si fa cenno nella domanda propostaci, è stata di un antiamericanismo attivo, pungente, in certi momenti per davvero estremo, gravemente ai limiti del rispetto dei trattati, com’è avvenuto per le questioni relative alla Nato e alla difesa dello spazio turco. L’iniziativa di De Villepin al Consiglio di Sicurezza, oltre che aver - credo - favorito la guerra, ha finito con il rappresentare un sostegno politico obbiettivo alle posizioni del despota iracheno. Fattore K, allora, anche per la destra francese? Il problema sembra essere un altro, e da un certo punto di vista torna a interessare la posizione della sinistra italiana. La vera questione è che nel caso iracheno si è rotta per la prima volta in maniera drammatica la solidarietà dell’Occidente e transatlantica, e per di più in una congiuntura di contrasti mondiali di tragica serietà. Ora è possibile che questa frattura, non destinata a comporsi facilmente e pur governata principalmente dal centrodestra francese, influisca sulla posizione di tutta la sinistra europea, sulle sue vecchie idiosincrasie ideologiche e culturali, sulla sua lettura delle contraddizioni del mondo, sul suo modo di rapportarsi a movimenti che, insieme a più che legittime aspirazioni di giustizia, oscurano la differenza fra le parti in lotta, riducono il valore della democrazia politica, immettendo nel senso comune l’immagine di un Occidente centro delle colpe del mondo, con conseguenze rinunciatarie e stravolgenti la realtà. In gioco, insomma, non è la questione del «sorvolo» e dei relativi dinieghi; e in gioco non è la specifica posizione dei post-comunisti italiani, ma una assai più larga congiuntura che non spinge certo a riflettere sul fattore K, quanto sul destino e la fisionomia delle culture politiche europee in presenza di una possibile caduta «a domino» verso posizioni di un pacifismo imbelle e irrealista, antioccidentale e ostile all’America per via puramente «ideologica». Una miscela distruttiva, dalla quale sarebbe assai problematico ricomporre le potenzialità di una sinistra di governo.

*****

Intendiamoci. Non discuto certo della legittimità di opporsi alle ragioni della guerra, come non discuto le motivazioni che hanno spinto grandi masse a mobilitarsi per la pace, per di più assai variegate al loro interno. Ci mancherebbe altro, anche se ritengo che il momento richiederebbe più che emozioni capacità calma di riflessione e di analisi. Né contesto che sia più che mai necessario riflettere (ma appunto «riflettere») sulla prospettiva dei rapporti America-Europa. Nulla va demonizzato, in questa congiuntura. Ma la preoccupazione tocca - se così si può dire - la condizione spirituale di una parte assai consistente della sinistra europea (e naturalmente di quella italiana in modo particolarmente acuto), anche della sinistra che ha piene responsabilità di governo come in Germania, rispetto ai contrasti che si aprono nel mondo e alla necessità di trovare gli strumenti per saperli intepretare e governare. È questo il problema di cui varrà la pena discutere, in un confronto che non è destinato a esaurirsi in poche battute, e che pone un problema di grande momento per il futuro dell’Europa e dunque del mondo. Ma il problema, ovviamente, non sarà quello della loro legittimazione a governare (il governo tedesco è pieno di ex-comunisti!), quanto l’altro delle concrete scelte politiche e culturali di cui si faranno protagoniste. È su questo che anche nella sinistra italiana si dovrebbe riaprire il confronto con quella rinnovata chiarezza che la drammaticità della congiuntura politica sembra imporre.

 

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