La questione se la Corea del Nord sia già in possesso o meno dell’arma atomica o se il suo programma nucleare gli permetterà da qui a breve di averne una è da diverso tempo al centro delle discussioni che vedono impegnati gli Stati Uniti e tutti gli altri Paesi della regione nel tentativo di trovare una soluzione a quello che è diventato uno dei problemi più importanti nello scenario politico asiatico e internazionale. L’analisi seguente cercherà quindi di comprendere quali potranno essere i possibili sviluppi della questione, partendo dalle origini del programma nucleare sviluppato da Pyongyang per osservare poi le diverse posizioni espresse dalle parti nel corso delle trattative con i punti di contrasto e intesa fin qui emersi.
Le origini del programma nucleare nordcoreano
Secondo diverse fonti d’intelligence, la Corea del Nord iniziò a porre le basi del suo programma nucleare all’inizio degli anni Sessanta con l’istituzione della «Divisione di Difesa Chimica e Nucleare» presso lo Stato Maggiore, un programma che, sempre a detta di alcuni analisti, avrebbe permesso a Pyongyang di ottenere l’arma atomica già sul finire degli anni Ottanta. Anche se queste informazioni vanno prese con molta cautela, la situazione politica esistente nella regione in quegli anni potrebbe aver spinto il governo nordcoreano ad accelerare sul suo progetto di dotarsi di un arsenale nucleare. Tra gli anni Sessanta e Settanta la tensione tra Pyongyang e Washington si era notevolmente alzata a causa dei diversi scontri verificatisi lungo la zona smilitarizzata (DMZ) e soprattutto in seguito alla cattura da parte della Corea del Nord della nave militare americana «Pueblo» sospettata di azioni di spionaggio all’interno delle acque territoriali nordcoreane. Fin dalla conclusione del conflitto coreano, gli Stati Uniti avevano dislocato nei pressi di Seoul un dispositivo nucleare forte di almeno 40 testate che avrebbero dovuto essere utilizzate in caso di un attacco nordcoreano contro il sud, uno scenario questo che preoccupava non poco i dirigenti di Pyongyang i quali, a differenza della Corea del Sud, sapevano di non poter contare sulla protezione delle forze nucleari sovietiche in estremo Oriente. Non è chiaro però se i programmi di ricerca abbiano effettivamente permesso a Pyongyang di arrivare a possedere nel 1990 una o più bombe nucleari come affermato in quell’anno da un rapporto compilato da esperti militari dell’allora Unione Sovietica. È evidente che all’inizio degli anni Novanta la questione dell’atomica nordcoreana era già diventata una delle questioni più delicate sul piano diplomatico. Sul finire del 1991 da Pyongyang giunsero però alcuni importanti segnali di distensione, quali la firma di un’intesa con Seoul per la risoluzione pacifica delle controversie con l’apertura di canali di dialogo e l’accettazione delle ispezioni da parte dell’Aiea ai suoi complessi nucleari, gesti che portarono nel gennaio 1992 all’incontro tra il sottosegretario di Stato americano Arnold Kanter e il responsabile delle questioni internazionali del Partito dei lavoratori Kim Yong-sun, il primo tra esponenti di così alto livello avvenuto tra i due Paesi, durante il quale si giunse a un’intesa che prevedeva la sospensione delle manovre militari congiunte tra Seoul e Washington insieme al ritiro delle testate nucleari americane dislocate in Corea del Sud e all’avvio dal giugno dello stesso anno delle ispezioni internazionali. Con queste aperture l’ala più riformista del regime sperava di avviare una normalizzazione dei rapporti con Washington e Seoul per accedere ai finanziamenti internazionali di cui l’economia nordcoreana aveva urgente necessità. Tuttavia, le richieste da parte dell’Aiea di compiere delle «ispezioni speciali» anche in siti non indicati dalle autorità di Pyongyang e che erano sotto il controllo delle Forze Armate cambiarono nuovamente il quadro della situazione e nel maggio del 1993 la Corea del Nord decise di ritirarsi dal «Trattato di non proliferazione nucleare» (Tnp) firmato nel 1985. L’irrigidimento nordcoreano nascondeva in realtà l’intenzione da parte del regime di Kim Il-sung di strappare agli Stati Uniti ulteriori concessioni economiche e politiche giocando proprio sui timori americani di risposte imprevedibili da parte della Corea del Nord, una strategia che da qui in avanti verrà costantemente adottata dai negoziatori nordcoreani. Dopo una lunga mediazione svolta dall’ex presidente americano Jimmy Carter, Stati Uniti e Corea del Nord firmarono nell’ottobre 1994 un nuovo accordo che prevedeva il ritorno degli ispettori internazionali e la chiusura degli impianti nordcoreani utilizzabili per scopi militari in cambio della realizzazione di due nuove centrali nucleari a uso civile, dell’invio a Pyongyang di 500 mila barili di petrolio all’anno e della promessa di aprire uffici di rappresentanza nei due Paesi come primo passo per l’instaurazione di relazioni diplomatiche ufficiali.
A questa intesa seguirono nel 1995 prima la firma del protocollo con il quale Stati Uniti, Corea del Sud e Giappone istituivano il progetto Kedo (Korean Energy Development Organization ), un piano da 6 miliardi di dollari da portare a termine entro il 2003 per la realizzazione dei due reattori nucleari e poi la firma di un accordo tra la Corea del Nord e gli Stati Uniti in base al quale i tecnici dei due Paesi avrebbero collaborato allo stoccaggio delle barre di combustile nucleare provenienti dalle centrali nordcoreane e alla loro collocazione in depositi sicuri, un’operazione che venne completata cinque anni dopo. Di notevole impatto sul piano simbolico, l’intesa presentava delle implicazioni politiche assai rilevanti e si prestava a una doppia interpretazione. Se da un lato vi era chi sosteneva come l’accordo contribuiva a ridurre la tensione con Pyongyang e a favorire nel Paese l’avvio di riforme economiche che avrebbero potuto portare alla realizzazione di un modello di tipo cinese, dall’altro invece non pochi sollevavano tutta una serie di interrogativi sulle troppe concessioni offerte al regime nordcoreano e su come si sarebbero evoluti i rapporti tra Stati Uniti, Giappone e Corea del Sud. Il timore di Seoul e Tokyo era infatti che l’accordo non consentisse più di partecipare direttamente ai negoziati avendo la Corea del Nord tutto l’interesse a sviluppare un rapporto bilaterale con gli Stati Uniti proprio per indebolire la posizione dei due alleati storici di Washington nella regione. Paradossalmente, una spinta per il raggiungimento dell’accordo venne anche dalle preoccupazioni della comunità internazionale per la situazione interna nordcoreana. Il Paese era stato colpito da una drammatica carestia causata dal collasso del sistema economico pianificato e da una serie di inondazioni che avevano provocato la morte di almeno due milioni di persone, anche se sulle cifre non è mai stato possibile avere una stima precisa. I governi occidentali fornirono così alla Corea del Nord tramite il «Programma alimentare mondiale» (Pam) delle Nazioni Unite e alcune Ong le riserve di cereali di cui il Paese necessitava nel timore che la crisi avrebbe potuto spingere gli esponenti più radicali del regime nordcoreano a lanciare un attacco armato contro la Corea del Sud i cui effetti sarebbero stati devastanti o portare alla stessa implosione del Paese, una prospettiva questa che avrebbe costretto Seoul a far fronte a un gran numero di profughi nordcoreani e ad avviare un programma di riunificazione i cui costi sarebbero stati insostenibili per l’economia del Paese.
Un importante cambiamento nel quadro diplomatico avvenne nel dicembre 1997 con l’elezione dell’ex dissidente Kim Dae-jung alla presidenza della Corea del Sud. Favorevole a una linea più morbida con Pyongyang, il neo-presidente sudcoreano si fece promotore di una politica di dialogo denominata Sunshine Policy che prevedeva l’avvio di una cooperazione con Pyongyang - senza rinunciare però allo strumento della deterrenza militare - che avrebbe dovuto favorire gli scambi economici e culturali portando così alla riconciliazione tra i due Paesi. Tuttavia con la scoperta alla fine dell’anno di un complesso nucleare sotterraneo a Kumchang-ri cominciarono a emergere i primi segni del mancato rispetto delle intese da parte dei nordcoreani che trovarono un ulteriore conferma nell’estate del 1998 con il test del nuovo missile Taepodong 1 effettuato da Pyongyang la cui gittata sarebbe stata in grado di raggiungere il Giappone e la Corea del Sud. Il presidente Clinton rimase comunque intenzionato a riannodare il dialogo e affidò così all’ex segretario alla Difesa William Perry l’incarico di cercare una mediazione che portò prima a una nuova serie di incontri bilaterali e successivamente, grazie anche all’entusiasmo suscitato dalla visita del presidente sudcoreano a Pyongyang nel giugno del 2000, alla fine delle sanzioni economiche alla Corea del Nord e alle visite ufficiali effettuate a Washington dal vicepresidente della Commissione nazionale di Difesa nordcoreana Jo Myong-rok e a Pyongyang dal segretario di Stato americano Madeleine Albright. Con l’elezione di George W. Bush alla Casa Bianca la politica degli Stati Uniti verso la Corea del Nord cambiò però radicalmente. La nuova amministrazione repubblicana, che dopo gli attentati dell’11 settembre inserì Pyongyang in quello che venne definito l’asse del male, richiese al regime nordcoreano il rispetto di una serie di condizioni per l’avvio di nuovi negoziati quali il blocco della vendita di missili a Paesi terzi, la riduzione del livello di armamenti convenzionali schierati contro la Corea del Sud e di procedere a ulteriori adempimenti degli accordi sottoscritti nel 1994, dichiarando comunque allo stesso tempo di essere disposta a riprendere i colloqui in ogni momento. Ma il clima si era ormai deteriorato e prima lo scontro navale avvenuto tra le marine di Seoul e Pyongyang nel giugno 2002, poi la denuncia da parte dell’intelligence americana che i nordcoreani da quattro anni continuavano il programma di arricchimento dell’uranio peggiorarono ulteriormente lo stato dei rapporti tra i due Paesi, tanto che Washington richiese ufficialmente al consorzio Kedo di sospendere le forniture petrolifere a Pyongyang e la costruzione delle due centrali nucleari programmate. Questo di fatto segnò la fine degli accordi del 1994 e, prima della fine dell’anno, la Corea del Nord denunciò il mancato rispetto da parte degli Stati Uniti di quanto sottoscritto nelle intese ed espulse gli ispettori dell’Aiea dichiarando nel contempo di uscire dal Tnp e di voler iniziare a riprocessare le barre di combustibile nucleare precedentemente stoccate.
Gli sviluppi della situazione dopo il 2002
Secondo le indicazioni, la Corea del Nord disporrebbe di quattro strutture nucleari - un reattore dalla potenza di 5 megawatt edificato tra il 1980 ed il 1987, altre due di maggiore capacità in costruzione dal 1984 e una centrale per l’arricchimento dell’uranio - situate per la maggior parte nel complesso di Yongbyon a quasi centro chilometri da Pyongyang e potenzialmente in grado di produrre oltre 30 bombe atomiche. I rapporti dei servizi d’intelligence americani ridimensionano però sensibilmente le stime, dato che la Corea del Nord dal 2003 avrebbe riprocessato circa 25-30 Kg di plutonio sufficienti quindi per produrre cinque o sei testate nucleari. Un’ulteriore conferma delle intenzioni militari del programma nucleare nordcoreano viene dalle rilevazioni fotografiche satellitari dalle quali emerge che le centrali non sono collegate alla rete elettrica come invece avviene quando sono utilizzate per scopi civili, mentre in base a informazioni raccolte dagli ispettori dell’Aiea e da Hans Blix che troverebbero riscontro tra gli esperti sudcoreani, Pyongyang avrebbe già costruito una seconda e più grande centrale per la riconversione in plutonio del combustibile nucleare situata in una località segreta. Sul piano negoziale, dopo la rottura avvenuta nell’inverno del 2002, la nuova linea seguita dall’amministrazione Bush è stata quella di abbandonare la politica degli accordi bilaterali con la Corea del Nord come aveva fatto precedentemente la presidenza Clinton per puntare su colloqui multilaterali a sei con la partecipazione della Corea del Sud, della Russia, del Giappone e, soprattutto, della Cina, storico alleato di Pyongyang e primo fornitore energetico del Paese. Tuttavia, nonostante gli aiuti economici elargiti da Pechino a Pyongyang per spingerla a partecipare ai colloqui e le pressioni esercitate per arrivare a un’intesa, i quattro round negoziali fin qui tenuti non hanno prodotto risultati significativi e le posizioni delle parti rimangono molto distanti. Se da un lato gli Stati Uniti hanno affermato di essere disposti ad arrivare a un accordo multilaterale che garantisca la sicurezza nella regione esigendo inoltre il congelamento del programma nucleare nordcoreano e il suo definitivo abbandono prima di riprendere qualsiasi negoziato ed, eventualmente, provvedere all’invio di forniture energetiche a Pyongyang, dall’altro la Corea del Nord ha sempre puntato alla firma di un accordo bilaterale con Washington che contenga una clausola di non-aggressione, ribadendo di essere disposta a sospendere l’attività delle sue centrali solo in cambio della fine delle sanzioni economiche e della concessione di un piano di assistenza energetica. I nordcoreani nel corso delle trattative hanno poi continuamente alternato dichiarazioni concilianti a proclami minacciosi, come quando nell’aprile del 2003 nel corso del primo vertice di Pechino affermarono di essere già in possesso dell’arma atomica. Questo continuo oscillare tra posizioni di apertura e di ostilità rientrerebbe in una precisa tattica seguita allo scopo di ricavare il massimo possibile dalle controparti. Come unanimemente sostenuto dagli osservatori, l’obiettivo di Kim Jong-il è esclusivamente quello di assicurare la sopravvivenza del suo regime e i toni di chiusura spesso assunti dai negoziatori nordcoreani non avrebbero altro scopo che quello di ottenere un maggior quantitativo di aiuti puntando sui timori della comunità internazionali per le conseguenze che provocherebbe una crisi militare o l’implosione improvvisa della Corea del Nord. In questo contesto, il progetto di dotarsi di un arsenale nucleare costituirebbe quindi per i dirigenti nordcoreani una garanzia contro eventuali attacchi esterni e tentativi di rovesciare il regime.
Pur auspicando in maniera unanime il successo nelle trattative, la posizione espressa dai diversi Paesi della regione verso Pyongyang è quantomai diversificata. Storicamente vicino a Washington il Giappone ha assunto una linea di fermezza dettata soprattutto dal risentimento dell’opinione pubblica per i sequestri di cittadini nipponici compiuti dai servizi segreti nordcoreani negli anni Settanta. I due incontri avuti dal premier Koizumi a Pyongyang con il leader nordcoreano Kim Jong-il tra il 2002 e il 2004 hanno avuto effetti limitati e il Parlamento di Tokyo ha varato una serie di sanzioni economiche alla Corea del Nord - compresa la sospensione degli aiuti umanitari - insieme al divieto di attracco nei porti alle navi nordcoreane che, secondo quanto sostenuto dalla polizia giapponese, trasporterebbero sostanze stupefacenti la cui vendita garantirebbe al Paese un’entrata in valuta pregiata. Diversamente dal Giappone, la Corea del Sud ha invece sempre dichiarato la sua contrarietà a qualsiasi azione di forza contro Pyongyang ribadendo la necessità di continuare il dialogo per raggiungere un’intesa. Il governo del presidente Roh Moo-hyun, eletto nel 2002 sulla base di un programma che dichiarava di voler proseguire con la politica di distensione intrapresa da Kim Dae-jung, ha avviato inoltre una serie di programmi di cooperazione economica con Pyongyang, mentre sul piano politico Seoul ha progressivamente preso le distanze da Washington interpretando il crescente sentimento antiamericano particolarmente presente negli strati più giovani della popolazione sudcoreana. Un discorso a parte va fatto per la Cina. Unico appoggio internazionale su cui può ancora contare il regime nordcoreano, Pechino teme che il programma nucleare di Pyongyang possa aprire o una corsa agli armamenti nella regione con effetti incontrollabili oppure portare al collasso stesso del regime di Kim Jong-il ponendo così il governo cinese nella situazione di farsi carico dei profughi che affluirebbero verso le sue frontiere. Considerato essenziale per il successo delle trattative, il ruolo di Pechino sulle vicende nordcoreane sarebbe però a detta di numerosi analisti molto limitato e non in grado di esercitare un’effettiva influenza politica su Kim Jong-il. Rimangono inoltre irrisolti anche gli interrogativi sull’armamento missilistico nordcoreano. Pyongyang disporrebbe di almeno 10 esemplari del missile Taepodong 1 che con una gittata di 2.200 km sarebbe in grado di colpire l’Alaska, mentre negli ultimi anni avrebbe offerto assistenza tecnica e venduto componenti missilistici a una serie di Paesi, tra i quali figurano Iran e Pakistan, ricavandone i finanziamenti necessari a portare avanti il suo programma nucleare. Secondo le indiscrezioni, Teheran e Pyongyang avrebbero inoltre avviato un programma di cooperazione per la realizzazione del vettore Taepodong 2 - o Shahab 5 nella versione iraniana - capace di raggiungere obiettivi situati a 7.000 km di distanza. Non va poi dimenticato come, nonostante la gravissima crisi economica degli ultimi anni, la Corea del Nord continua a mantenere delle Forze Armate di dimensioni sproporzionate. Secondo Military Balance, Pyongyang dispone tuttora di un esercito di 950 mila effettivi - a cui vanno aggiunti i 46 mila della Marina e gli 86 dell’Aeroanutica - dispiegati in buona parte lungo il 38° parallelo e i cui costi incidono per una cifra pari all’11,6% del Pil.
È chiaro quindi che al momento non è possibile dare una risposta affermativa alla domanda se la Corea del Nord disponga di un arsenale atomico. Pyongyang non ha effettuato nessun test nucleare anche se, verosimilmente, è possibile che il Paese possegga già una o due bombe a fissione come affermato dalla Cia in un rapporto dell’agosto 2003 o che quantomeno il suo programma sia arrivato vicino alla realizzazione. Come ha osservato in una sua analisi la rivista Foreign Affairs, l’eventualità che la Corea del Nord entri tra le potenze nucleari apre una serie di scenari preoccupanti per la sicurezza regionale e gli equilibri internazionali. Per risolvere il problema nordcoreano la comunità internazionale dispone di una serie limitata di soluzioni. L’ipotesi di rovesciare il regime nordcoreano appare irrealistica visto che il Paese è di fatto impermeabile alle idee esterne non esistendo né un’opposizione né dei canali di comunicazione al di fuori di quelli ufficiali, come allo stesso modo da escludere sono le possibilità di un intervento armato o di un’azione contro le installazioni nucleari. Nel primo caso le perdite umane e i costi di un conflitto sarebbero insostenibili, senza contare che nessuno dei Paesi della regione approverebbe l’uso della forza contro Pyongyang; nel secondo invece occorrerebbero prima accurate informazioni d’intelligence per colpire gli impianti e anche in questa circostanza i rischi di una rappresaglia nordocoreana contro il sud rendono impraticabile l’opzione militare. Resta percorribile quindi solo la via del dialogo, magari offrendo alla Corea del Nord una serie di aiuti economici per spingerla ad abbandonare il suo programma nucleare. Ma non si può escludere che Pyongyang accetti di cooperare continuando segretamente a portare avanti i piani per dotarsi dell’arma atomica o che ritorni a negoziare al solo scopo di guadagnare tempo ponendo poi la comunità internazionale davanti al fatto compiuto. Recentemente, i margini per un’intesa sembrano essersi nuovamente riaperti dopo che Pyongyang ha dichiarato di essere pronta ad abbandonare il suo programma nucleare e a riaderire al Tnp. Nell’ultima tornata negoziale di novembre si è puntato a raggiungere un accordo che prevede la chiusura degli impianti a grafite nordcoreani in cambio della costruzione di una centrale a uso civile da parte di imprese sudcoreane e dell’impegno statunitense a rispettare la sovranità e l’integrità territoriale della Corea del Nord. Vedremo in futuro se si tratterà di un bluff o di una vera svolta.