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Tranquilli, il pacifismo non fa governo

La soluzione sta nel favorire un’intesa
tra i moderati dei due schieramenti


di Gianfranco Pasquino

Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003

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Per quel che riguarda la collocazione internazionale dell’Italia, i girotondi, i cortei e le dichiarazioni di troppi esponenti della variegata sinistra italiana sono e continueranno a essere assolutamente velleitari. Non configurano nessuna possibilità di cambi di alleanze internazionali. Non esiste nessuna alleanza alternativa praticabile a quella con le democrazie occidentali né, nonostante l’imbarazzante e pericoloso unilateralismo americano, che implica la volontà di «fare a meno di alleati», all’alleanza con gli Stati Uniti. Nessuna sinistra che cercasse improbabili assi preferenziali con il mondo arabo oppure con la Cina, l’unico Paese che ha qualche possibilità di diventare una superpotenza nel medio periodo, riuscirebbe a convincere una maggioranza dell’elettorato italiano. Non riuscirebbe a convincere neppure una maggioranza del suo stesso elettorato. Il punto problematico non è, quindi, un eventuale «cambio di alleanze». Non esiste nessun rischio «sistemico» provocato da una sinistra che andando al governo diventi anti-occidentale ovvero neutralista (e, poi, fra chi?). Esiste, invece, un serio problema sistemico, cioè del sistema politico italiano, che riguarda in misura simile sia la sinistra sia la destra italiana. È, in una certa misura, un problema classico dei governi italiani del dopoguerra: la formulazione e l’attuazione di una politica estera che protegga gli interessi nazionali e che promuova una visione di cooperazione che vada oltre l’Unione europea. Nelle nuove condizioni di disordine mondiale, di rimessa in discussione del ruolo e della stessa esistenza dell’Onu, di evidente crisi di identità e di potere della Nato e di trasformazione non guidata dell’Unione europea, il problema della politica estera italiana, di come l’Italia debba stare sulla scena del mondo, consapevole dei suoi limiti, ma anche attenta ai suoi interessi (che non sono soltanto economici e commerciali), si pone in maniera tanto acuta quanto sottovalutata da gruppi politici, ministri, governi egoisti e miopi. Non è, però, un problema solamente politico. È un problema di cultura politica.
Sappiamo, naturalmente, che debbono essere la destra moderata e la sinistra riformista a prendere l’iniziativa garantendo continuità e innovazione. Se volessero e sapessero convergere nella formulazione coerente, non episodica, di una politica bipartisan, incuranti delle accuse e degli strilli dei loro rispettivi estremismi e oltranzismi, ne nascerebbe una linea di politica estera nazionale e efficace. Invece, la destra moderata deve fare i conti con una parte cospicua della Casa delle libertà, compreso lo stesso presidente del Consiglio, che antepone un rapporto, inevitabilmente subordinato, con gli Stati Uniti di Bush, a una incisiva azione nell’Unione europea, e che non può sviluppare nessuna azione in questo ambito sia perché è fondamentalmente euroscettica sia perché, anche se non lo fosse (ma qual è la visione di politica estera del ministro Franco Frattini?), non appare credibile agli occhi degli altri governanti europei, né di quelli di destra né, ancor meno, di quelli di sinistra. Lo si è visto chiaramente in occasione della guerra contro l’Iraq e, poi, al vertice dell’Unione europea ad Atene. Dunque, per la destra il problema prioritario non è impedire un improponibile rovesciamento di alleanze vagheggiato da una sinistra che sarebbe in questo caso sicuramente e nettamente minoritaria, quanto, piuttosto, decidersi a formulare una politica estera nazionale coerente e di lungo periodo e non una politica opportunistica e personalistica. Dal canto suo, la sinistra riformista è ricattata da, ovvero si mostra spesso arrendevole di fronte a un movimento di pacifisti a senso unico, senza «se» e senza «ma», aggiungerei senza «perché» (cioè non problematici) e senza «come» (cioè non pragmatici) che discendendo da e facendo riferimento alle due tradizioni dominanti nel contesto italiano - quella cattolica e quella comunista - ha notevole e profondo radicamento, ed è quindi molto difficile da controbattere e da ri-orientare. Curiosamente, tanto i cattolici quanto i comunisti hanno nei loro armadi molti scheletri che pacifisti proprio non possono essere considerati. Tant’è: adesso, il loro obiettivo appare simile. Desiderano, per ragioni diverse, conquistare - mi riferisco a settori non marginali, ma, fortunatamente, neppure dominanti - una legittimità e un titolo di merito: la legittimità a rappresentare un pacifismo variegato, per l’appunto «arcobaleno», e forse a guidarlo; e il titolo di merito di essere, lo dirò con termine banale, i più buoni, i migliori, i più ammirevoli, quelli che davvero non vogliono fare male a nessuno. Purtroppo, con i loro più o meno benintenzionati comportamenti lasciano che il male, quello vero, venga fatto dai molti dittatori che continuano a popolare il mondo. Coloro che continuerò a chiamare collettivamente «pacifisti», pur essendo ben consapevole delle differenze intercorrenti all’interno del loro variegato schieramento, possono presentarsi come buoni e miti perché in Italia non trovano né nella sinistra riformista né nella destra moderata interlocutori sufficientemente «agguerriti» da controbattere in maniera credibile, non le loro elaborazioni, perché non si può parlare di effettive elaborazioni a opera dei pacifisti italiani contemporanei, ma i loro pronunciamenti, qualche volta i loro anatemi. Comunque, il pacifismo non è una politica estera. Se lo fosse, sarebbe molto monca non avendo nulla da dire, ad esempio, sull’Unione europea e pochissimo, se non banalità, sulle Nazioni Unite. Mettendo da parte la spesso criticabile storia dei pacifismi convergenti, comunista e cattolico, bisognerebbe compiere due grandi operazioni, come preannunciavo, culturali prima ancora che politiche. La prima operazione consiste nel tenere nettamente separato il pacifismo individuale dalla politica di uno Stato. La seconda operazione consiste nell’argomentare che la pace (come la vita) non è un valore assoluto e unico. Deve essere definito e soppesato con riferimento alle situazioni specifiche. Comunque, non esiste pace dove domina l’ingiustizia sociale, dove sono profonde le disuguaglianze, dove regna l’oppressione. Naturalmente, il pacifismo individuale è apprezzabile e persino encomiabile quando: primo, si assume tutte le responsabilità personali e accetta le conseguenze dei suoi comportamenti; secondo, non intende imporsi ai non pacifisti con dimostrazioni, bottiglie molotov, attacchi a cose e persone, come politica nazionale e sopranazionale; terzo, viene fatto valere nei confronti di qualsiasi e di tutte le azioni militari. È pacifismo soltanto se è coerente obiezione di coscienza, disobbedienza civile. Come è noto, non è questo il caso di troppi «pacifisti» italiani né, tanto meno, dei loro rappresentanti politici, parlamentari, sindacali e «intellettuali». Questi pacifisti non sono i «migliori» né sono migliori di coloro che, a fatica, con preoccupazione, con amarezza articolano posizioni diverse ricercando soluzioni soddisfacenti e valutando costi e conseguenze. Questi pacifisti non sono neppure preparati ad argomentare le loro posizioni. Sono terribili semplificatori, di nessuna utilità per chi è davvero interessato a costruire un sistema internazionale dove la guerra diventi un’eventualità remota perché la giustizia sociale si è largamente affermata, perché la democrazia si è diffusa.
La critica del pacifismo visibile e di quello latente è necessaria, ma non sufficiente a fondare una politica estera italiana. Nelle attuali condizioni del sistema internazionale, infatti, una politica estera decente deve a sua volta indicare i principi cardine intorno ai quali sia un governo di destra che un governo di centro-sinistra definiranno i loro obiettivi e ciascuno beneficerà del sostegno bipartisan dell’altro. A un generico indifferenziato confuso pacifismo va contrapposta una visione che ruoti intorno alla formulazione di una politica di interventi, anche militari, di tipo umanitario e che quindi indichi le condizioni nelle quali interventi di questo tipo sono proponibili e accettabili, una politica che ne segni i limiti e suggerisca gli obiettivi da perseguire. Ciò detto, per quel che mi riguarda in questo articolo, mi limiterò a sottolineare le responsabilità della sinistra riformista italiana di oggi nel non avere voluto e nel non avere saputo, pur avendone avuto l’occasione quando era al governo, discutere e formulare una posizione che chiarisca in quali circostanze, in quali condizioni e con quali modalità e legittimazioni si possano, anzi, si debbano intraprendere azioni di intervento militare. Aggiungerò subito che la destra moderata si è dimostrata sostanzialmente disinteressata a una riflessione teorica di questo genere accettando supinamente quanto altri, americani soprattutto e destre di governo europee, elaboravano di volta in volta, episodicamente. Incidentalmente, in presenza di una formulazione chiara delle condizioni che giustifichino le azioni militari, l’opposizione della sinistra e dei pacifisti all’intervento militare preventivo e unilaterale statunitense in Iraq (opposizione che ho condiviso, ma con altre motivazioni) sarebbe apparsa molto più credibile e molto più efficace. L’insopprimibile preoccupazione attuale è che quell’intervento venga considerato un precedente di successo (mentre una fredda, ma indispensabile, valutazione costi-benefici, anche per gli iracheni, rivela che non è affatto tale) e quindi riprodotto ad libitum, come i Repubblicani di Bush hanno già minacciato di fare. Per controbattere ulteriori interventi di questo genere, unitamente alle intollerabili minacce di simili interventi, diventa essenziale formulare una politica estera che tenga conto delle alleanze e delle loro costrizioni, ma che lo faccia con una adeguata e coerente indicazione di prospettive da perseguire. Una sinistra che vuole governare l’Italia ha molti problemi da risolvere. Il primo consiste nell’elaborare fino in fondo le ragioni dell’appartenenza all’Unione europea e alla Nato. Il secondo concerne le modalità della partecipazione agli organismi internazionali, in special modo all’Onu, e gli obblighi che derivano dall’adesione italiana. Il terzo è un effettivo, concreto, approfondito dibattito su che cosa significa davvero l’art. 11 della Costituzione italiana che ripudia la guerra come strumento di soluzione dei conflitti. Dal punto di vista culturale, oserei dire pedagogico, la sinistra deve chiarire che soltanto situazioni di giustizia sociale creano le condizioni di paci accettabili e durature. Invece di continuare a promuovere «scuole di pace», dove nel migliore dei casi si insegnano i buoni sentimenti, di cui troppa parte della sinistra e del cattolicesimo di sinistra si ritengono depositari autorizzati, se non unici, e dove, nel peggiore dei casi, si favorisce un sottile antiamericanismo, appare più produttivo creare scuole di etica politica internazionale.
Come ho premesso all’inizio, non ritengo che l’argomento centrale di un dibattito sulle alleanze debba e neppure possa essere costituito dalla preoccupazione «sistemica» per un qualsiasi rovesciamento di alleanze internazionali dell’Italia. La continuità, la trasformazione, il miglioramento della politica estera italiana dipendono, perciò, dalla capacità di elaborazione di un discorso che sappia tenere insieme sinistra riformista e destra moderata. Deve anche contrastare efficacemente le posizioni di una parte della destra (e della sinistra) che si riferisce acriticamente al Papa e di quella parte della destra che ragiona non soltanto in termini di sovranità nazionale oppure di indipendentismo isolazionista, ma addirittura in termini di fuoriuscita dall’Europa. Naturalmente, nessuna di queste propensioni è in alcun modo realistica. Tuttavia, ciascuna di loro, come dimostra l’esperienza attuale di governo della destra italiana, costituisce un serissimo intralcio alla formulazione di una politica estera nazionale in un mondo interdipendente. Non sono accettabili oscillazioni clamorose e incontrollate fra la subalternità agli Stati Uniti e le prese di distanza dall’Unione europea. Qui si situa un problema di credibilità complessiva. Nessuna politica estera dei Paesi europei ha oscillato tanto negli ultimi due anni quanto quella italiana del governo Berlusconi, con l’instabilità della carica e delle funzioni di ministro degli Esteri. La politica estera, se non è fideistico abbandono a una superpotenza, in questo caso gli Stati Uniti, ma allora deve essere argomentata persuasivamente come tale, è intessuta di conoscenze, di competenze e di competenti, non da dilettanti allo sbaraglio. In Italia, quanto a think tanks, senza volere dare i voti a nessuno e senza menzionare nessuno dei peraltro pochi centri esistenti di diseguale valore, siamo ancora agli esordi. Insomma, senza improbabili colpi d’ala e senza ancora più improbabili interventi di lungo periodo che attengano alla produzione e alla diffusione del sapere sulle relazioni internazionali, sinistra riformista e destra moderata sembrano condannate e farsi condizionare dagli oltranzisti nei loro rispettivi schieramenti. Per evitare questo esito il mio suggerimento operativo è: meno manifestazioni meno esibizioni meno photo opportunities con i Grandi della Terra e più coerenza più affidabilità più competenza. Altrimenti, non resta che una infelice e costosa subalternità.

 

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