Il problema nascerebbe dall’eventuale ticket tra Prodi e l’ex sindacalista
di Sergio Romano
Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003
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Quando la sinistra si oppose con diverse sfumature alla guerra americana contro l’Iraq, i Ds furono accusati d’incoerenza. Nella primavera del 1999, fu ricordato, il governo presieduto da Massimo D’Alema aveva partecipato a un’operazione militare che non era stata approvata dalle Nazioni Unite. Ma ora, in circostanze analoghe, la sinistra era divisa fra due correnti d’opinione: quella di coloro che avrebbero accettato la guerra soltanto se approvata dall’Onu, e quella di coloro che l’avrebbero disapprovata in qualsiasi circostanza. Rispondendo a queste accuse Massimo D’Alema rispose che l’analogia fra le due guerre era soltanto apparente. Nel 1999 l’Italia agì nell’ambito della Nato, vale a dire di un’alleanza che era progressivamente divenuta garante della sicurezza collettiva del continente europeo; e intervenne per mettere fine a una grave emergenza umanitaria. Si potrebbe obiettare che la crisi umanitaria (l’esodo dei kosovari verso l’Albania e la Macedonia) scoppiò dopo l’inizio dei bombardamenti. E si potrebbe osservare che la Nato agì di fatto come un’alleanza politico-militare senza tenere alcun conto dell’opinione della Russia. È giusto che un’organizzazione investa se stessa di una responsalità regionale quando non ha ancora ammesso fra i suoi membri la maggiore potenza del continente? Nonostante queste obiezioni esiste fra le due guerre una evidente differenza. Quella del Kosovo ebbe l’approvazione esplicita o tacita di tutti i membri europei dell’Unione e della Nato, mentre quella irachena divise l’Unione e la Nato in due campi contrapposti. La crisi jugoslava era ormai da tempo il principale fattore di instabilità in una importante regione europea, mentre il regime di Saddam Hussein rappresentava una minaccia discutibile in un’area lontana. Se il governo D’Alema si fosse opposto alle operazioni in Kosovo, l’Italia si sarebbe isolata. Se il governo Berlusconi avesse adottato, nella vicenda irachena, una linea meno filoamericana, l’Italia avrebbe semplicemente rafforzato il gruppo di coloro che consideravano la guerra inopportuna e pericolosa. Chi scrive è convinto che la guerra non rispondesse agli interessi dell’Europa ed è pronto a riconoscere che alcune posizioni della sinistra erano perfettamente ragionevoli. Ma crede che la vicenda abbia messo in evidenza le difficoltà con cui il centrosinistra si scontrerebbe se dovesse addossarsi le responsabilità della politica internazionale del Paese. Queste difficoltà furono evidenti anche nell’ultima legislatura. Senza il sostegno parlamentare del centrodestra il governo Prodi non sarebbe riuscito a montare l’operazione albanese del 1997 e il governo D’Alema non avrebbe potuto partecipare alla guerra del Kosovo. Ma Prodi e D’Alema poterono controllare il dissenso e impedire che esso scatenasse una crisi ministeriale. Chi desideri sapere a quali compromessi e adattamenti il secondo abbia dovuto piegarsi per raggiungere questo scopo, potrà leggere la sua lunga intervista con Federico Rampini apparsa presso Mondadori nel 2000. Ma giungerà alla conclusione che D’Alema, come Prodi, riuscì a imporre la sua linea. Negli ultimi mesi, invece, la leadership dei Ds non ha potuto evitare che dal fondo del partito emergesse un evidente sentimento antiamericano. Gli avversari della guerra, nell’ambito del «correntone», sono stati anzitutto, nel corso dei loro incontri e delle loro manifestazioni, nemici degli Stati Uniti. Anziché giustificare la loro opposizione al conflitto con argomenti tratti dalla realtà della politica internazionale, hanno sostenuto che la guerra era «petrolifera» e hanno fatto ricorso di fatto al vecchio arsenale ideologico dei partiti marxisti. La sinistra massimalista, in altre parole, si è servita della guerra per accreditare le sue vecchie tesi ideologiche sull’Occidente capitalista e sulla necessità di un nuovo ordine sociale. Abbiamo assistito così a una sorta di flash back in cui l’Iraq è stato usato al modo in cui, negli anni Sessanta e Settanta, vennero usati il «terzo mondo» e il Vietnam: come evidenti dimostrazioni dell’ingiustizia di un ordine capitalista e imperialista che occorreva combattere e abbattere. Di fronte a questa esplosione di vecchi slogan e luoghi comuni, la direzione dei Ds si è trovata in evidente imbarazzo. Piero Fassino e Massimo D’Alema hanno certamente compreso che questo antiamericanismo «viscerale» avrebbe privato la sinistra di qualsiasi flessibilità diplomatica e pregiudicato la credibilità del partito come forza di governo. Hanno coraggiosamente cercato di contrastare il fenomeno, ma hanno corso il rischio di essere sopraffatti e hanno finito per adottare alcune posizioni della corrente più radicale. Le ragioni di questa «crisi irachena» dei Ds sono tutte domestiche. Il partito ha perduto le elezioni regionali del 1999 e ha commesso da allora una impressionante sequenza di errori politici. Ha preteso di restare al potere sino alla fine della legislatura e ha accettato che il governo venisse presieduto da un ex socialista. Ma non ha voluto permettere che il capo del governo divenisse leader dell’opposizione e ha preteso che Giuliano Amato venisse messo in disparte alla fine della legislatura. Ha perso le elezioni del 2001 ed è precipitato da allora in un vortice di recriminazioni e lamentazioni. L’ala moderata riteneva che occorresse accettare il risultato delle urne e dare battaglia in parlamento. L’ala massimalista riteneva che occorresse contestare la legittimità del governo Berlusconi. In questo vuoto di leadership sono apparsi gruppi nuovi, spesso collegati ai movimenti antiglobalizzatori degli anni precedenti e quindi pregiudizialmente antiamericani. Si è diffusa così la convinzione che queste fossero le nuove forze avanzate della società italiana, quelle di cui la sinistra avrebbe dovuto esprimere i sentimenti e gli umori. Una parte decisiva in questa vicenda fu quella sostenuta da Sergio Cofferati, un leader sindacale che faceva politica senza accettarne le regole e trascinava con sé, in questa nuova strategia, tutta la Cgil. La crisi irachena ha avuto l’effetto di rafforzare la componente radicale e massimalista. L’ala moderata avrebbe voluto puntare sulla funzione dell’Onu e lasciarle il compito di aprire o chiudere le porte della guerra. Ma l’ala massimalista era contraria alla guerra «senza se e senza ma» e quindi indifferente, se non ostile, al ruolo della maggiore organizzazione internazionale. Il leader di questa corrente, Sergio Cofferati, era la persona che avrebbe dovuto guidare l’opposizione, con Romano Prodi, nelle prossime elezioni. Non è sorprendente che Prodi, in queste circostanze, abbia fatto un passo indietro e sia parso meno disponibile a occuparsi di cose italiane. Con quale autorità potrebbe dirigere, fra qualche anno, la politica internazionale se avesse al suo fianco un uomo che negli ultimi mesi ha condannato la guerra «americana», ma ha rifiutato implicitamente, al tempo stesso, il ruolo dell’Onu? Se le elezioni avessero luogo nei prossimi mesi una delle due coalizioni prometterebbe al Paese una politica estera che si propone di strappare bruscamente la rete di protezione cucita e ricucita dai governi italiani degli ultimi cinquant’anni. Sono personalmente convinto che quella rete sia terribilmente invecchiata e che il rapporto dell’Europa con l’America vada impostato su basi nuove. Ma un governo serio, di destra o di sinistra, non butta via un sistema senza avere preparato con una politica coerente quello che dovrà sostituirlo.
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