| Il ritorno di Bazarov e di Stravoghin |
Tra i demoni che hanno fatto crollare le Torri gemelle di New York e quelli di Dostoevskij, c’è una grande affinità: ogni efferatezza è consentita in nome dell’idea e dell’astrazione ideologica assoluta
Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003
Pare che la parola nichilista sia stata pronunciata per la prima volta in un romanzo di Turgenev: Padri e figli. Il protagonista di questo romanzo, il giovane medico Bazarov, capita in una tranquilla famiglia di nobili di campagna e con le sue idee e i suoi comportamenti provoca scompiglio e indignazione. Indignato è l’aristocratico Pavel Petrovich che fiutando in Bazarov il nemico e vedendo la cattiva influenza da lui esercitata sul nipote, esclama: «Son tutte cose che gli ha inculcato nella testa quel signor nichilista. Odio quel mediconzolo. Secondo me è semplicemente un ciarlatano». Ma Bazarov, il nichilista mostrato da Turgenev in anticipo sui tempi è ancora un figlio del romanticismo. Presto sarebbero arrivati i nichilisti veri, quelli che non arretravano davanti a nessuna efferatezza, i serial killer ideologici come Necäev, o quelli che teorizzavano il sovvertimento del vecchio ordine come Bakunin e non erano meno efferati con le parole e con la propaganda.
Dostoevskij nei Demoni è di questi che parla; è dai veri nichilisti e dalle cronache che ne riportano le gesta, dai loro atti e parole, che trae ispirazione per il suo libro e la sua condanna. Ma aveva già trovato nell’Uomo del sottosuolo i germi di quel risentimento contro tutti e contro tutto, che è all’origine del nichilismo; e in Rascholnikov, nel suo astratto ragionare che lo conduce al delitto, un altro modello dello stesso tipo. Poi è con I demoni, con Verchovenskij, con Svidrighailov, con Kirillov, Sätov, e soprattutto con il loro capo, Stravoghin, che la figura del nichilista viene messa a fuoco e analizzata: «Mai prima, mai, gli uomini si erano ritenuti così intelligenti e così sicuri della verità, come si ritenevano quegli appestati», scrive Dostoevskij. Gli appaestati sono appestati dall’ideologia che sacrifica a un astratto desiderio di giustizia ogni umana ragione e ogni moto del cuore, fino all’assassinio e oltre. Dostoevskij aveva capito, soprattutto, che il nichilista reclama la giustizia, ma il suo vero fine non è la giustizia bensì il potere, il desiderio di dominio. Strasvoghin è l’ispiratore, il Messia negativo, l’Anticristo: lui, senza fantasia, sentimento, emozione, lui è una specie di automa bello, ma di una bellezza inquietante di maschera, e affascinante come può esserlo il male e la sua perversione, incapace per questa sua natura di creare alcunché di vivo e vitale. Il vuoto è la sua vera essenza, un vuoto che si presenta come enigma e mistero, un vuoto che attira per distruggere. Ed è per mostrare tutta l’assurdità di questi démoni e delle loro idee che Dostoevskij usa l’arma dell’ironia, e di questa si serve per descrivere i piccoli démoni come Verchovensckij, i gregari, le scimmie di Stravoghin. Lui, Stravoghin, l’ispiratore e l’istigatore resta però insondabile e inattaccabile dall’ironia, come Satana. «Mi è sempre sembrato che mi avresti portato in un luogo dove c’è un enorme ragno cattivo, grande come un uomo, e che noi per tutta la vita saremmo rimasti a guardarlo e ad averne paura». Questo dice Liza, un’anima semplice ma percettiva, per descrivere il potere da Stravoghin esercitato e la perdizione che aspetta le sue vittime. Nei Demoni c’è un assassinio, l’assassinio del compagno Sätov, vittima di una teoria, sacrificato a una teoria, come le tante vittime del nichilismo. Questo crimine ideologico fu certamente ispirato a Dostoevskij da quello realmente perpetrato da Necäev seguace delle teorie di Bakunin, quando uccise lo studente Ivanov. Ma non solo nei Demoni vien fuori la figura del nichilista. In tutta la letterature del Novecento, a cominciare da Nietzsche, vediamo emergere questa figura. Mentre in Dostoevskij il nichilista veniva criticato e deriso, condannato moralmente e rifiutato, negli scrittori che vengono dopo l’atteggiamento e il giudizio cambiano e si capovolgono, e così il nichilista viene quasi additato come un eroe, eroe negativo, ma sempre un eroe. Così è per Badamu nel Viaggio al termine della notte di Céline, così in Conrad nell’Agente segreto e in Con gli occhi dell’Occidente, così in Camus nello Straniero; e tutto questo indica un mutamento dei tempi e le conseguenze di due guerre mondiali, i danni prodotti nello spirito dell’uomo. Mi domando se i démoni che hanno fatto crollare le Torri di New York abbiano qualche affinità coi démoni di Dostoevskij. L’unica affinità è che ogni efferatezza sia consentita in nome di un’idea, o meglio di un’astrazione, di una teoria. Ma qui il confronto finisce. Diversa la cultura, la genealogia e perfino gli scopi. Dei démoni come Atta, l’attentatore e il kamikaze delle Torri, in realtà sappiamo poco. Non sono analizzabili attraverso la psicologia, né si offrono storie personali che possono darci qualche indicazione. Sembrano venire da un passato remoto che odia ogni forma di modernità, e che si serve di ciò che offre la modernità - democrazia, scienza, tecnologia, mezzi e prodotti - per distruggere la modernità. E di fronte a ciò perfino la religione passa in seconda linea credo, diventa solo un supporto e non la causa prima. La causa prima è l’odio contro la modernità e contro l’Occidente che l’ha prodotto. Un odio non del tutto immotivato, e non solo per le note ragioni - il colonialismo e i suoi effetti, la presenza dello Stato di Israele, ecc. - ma per il fatto che la modernità per la sua stessa natura distrugge ogni legge e ogni più intima consuetudine civile e familiare di quel mondo da cui provengono i démoni che hanno abbattuto le Torri di New York. E dunque la lotta senza quartiere è appena cominciata. Strani trucchi gioca la Storia. Si pensava, prima, che il vero problema fosse il Muro, le opposte ideologie che facevano capo a Russia e America. Ed ecco che all’improvviso in un giorno del 2001 cadono le Torri, e il vero problema viene alla luce. Due mondi, due religioni, due società, due morali, due concezioni della famiglia, dell’amore, della donna, dello Stato e così via, si scoprono incompatibili. Premesso che i fondamentalisti e i kamikaze stanno all’intero Islam come i brigatisti e i terroristi stanno alla nostra società, è pur chiaro che i primi hanno un consenso più grande, e più facile è tra la folla la loro propaganda. Ma tra i kamikaze e i démoni di Dostoevskij c’è una differenza più importante, perché i démoni di Dostoevskij erano degli occidentali e condividevano con la loro società - che pur avversavano - molte più cose che i démoni islamici nei confronti dell’America. I démoni di Dostoevskij agivano, sia pure come eversori, all’interno di una società e di una cultura cui non erano estranei, perciò non possono essere paragonati ai démoni che hanno distrutto le Torri che arrivano incomprensibili e inaspettati, mescolati, come i replicanti di Blade Runner, nella moltitudine della società multietnica delle grandi città americane. |













