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Ipotesi sulla guerra

LIBERAL BIMESTRALE
di Carlo Jean

Anno II n. 15 - Dicembre 2002/Gennaio 2003

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Secondo una critica ricorrente, né il Presidente Bush né i suoi collaboratori avrebbero definito chiaramente quale Iraq vogliano dopo aver allontanato Saddam Hussein dal potere, quali ritengano debbano essere la futura geopolitica del Golfo e quella energetica, nonché quali conseguenze possa avere un attacco seguito dall’occupazione dell’Iraq nei rapporti di Stati Uniti e Occidente con il mondo islamico; infine, quali trasformazioni sarebbero auspicabili in quest’ultimo per facilitare un esito positivo della guerra al terrorismo. Del tutto incerti sarebbero anche i risultati di una guerra all’Iraq sul fronte della lotta contro la proliferazione delle armi di distruzione di massa. Oggetto della medesima critica sono anche l’Europa e l’Italia. Cosa esse vogliano, infatti, non è ancora ben chiaro. Ciò non vale allo stesso modo per tutti i Paesi europei: il Regno Unito ha confermato la scelta operata dopo il disastro di Suez del 1956 - quella di giocare da brilliant second di Washington - per mantenere una certa influenza e rango globali e costituire un ponte fra l’Europa e gli Stati Uniti. La Francia sembra accontentarsi di garanzie economiche e del fatto che non venga completamente marginalizzato il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, dove può illudersi di assumere ancora il ruolo di grande potenza. La Russia si preoccupa di poter riscuotere i suoi crediti verso l’Iraq - paradossalmente derivanti dalle armi esportate in Iraq, che verranno distrutte dagli americani - e, in prospettiva, di partecipare con gli Usa allo sfruttamento delle risorse petrolifere irachene. La Germania si è invece messa in urto con gli Stati Uniti, verosimilmente per motivi elettorali, ma usando toni tanto brutali - ripagati peraltro da un’altrettanto brutale risposta americana - che ben difficilmente le permetteranno di ricucire lo strappo in tempo utile per rimettersi in gioco. L’Italia ha cercato di mantenersi flessibile, forse perché distolta da altre questioni o perché il Vaticano non si agita più di tanto contro la guerra; o, ancora, perché non vede bene quale potrà essere l’esito del dibattito in corso negli Stati Uniti. Il punto è che qualcosa dovrebbe fare - oltre le sterili dichiarazioni di principio - per non trovarsi spiazzata. Una dimostrazione di realismo è stato il sostegno dato agli Stati Uniti, che comunque avranno successo, come hanno compreso anche India e Cina, la cui dipendenza dal Golfo è destinata ad aumentare; esse sono ben consapevoli che la «via del petrolio» passa per Washington, ormai solidamente attestata in Caucaso e nell’Asia Centrale, in una specie di joint venture economico-strategica con Mosca.

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Le critiche di scarsa chiarezza sono facili e hanno una loro attrattiva. È condivisibile la pretesa che la politica obbedisca a una logica completamente razionale, in cui gli interessi da perseguire, gli obiettivi che li definiscono nel concreto e le strategie per conseguirli siano semplici, univoci, determinati a priori o, quanto meno, prevedibili. La strategia, però, nella realtà storica è «un’arte fatta tutta d’esecuzione», come diceva Napoleone: non è, cioè, un atto unico, ma un processo, articolato in decisioni successive che adeguano gli obiettivi e le linee d’azione all’andamento delle operazioni. Pensiamo alla seconda guerra mondiale. Gli obiettivi degli Alleati furono precisati a Casablanca, ma fino alla fine vi fu un contrasto netto fra Churchill e Roosvelt sul futuro della Germania e dell’Europa, nonché sui rapporti con Stalin. In un certo senso, la strategia è un’illusione o una razionalizzazione ex-post, che mira spesso solo a giustificare le sconfitte o a esaltare la genialità dei vincitori. Deve, infatti, fare i conti con l’avversario, il quale generalmente non è cooperativo, ma mira proprio a carpire i nostri piani, a sorprenderci, e così via.

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Detto questo, è evidente che si possono fare solo illazioni sulle reali ragioni che inducono il presidente Bush a minacciare - e presumibilmente a effettuare prima o poi - un attacco contro l’Iraq. La gamma dei possibili obiettivi è vasta: dalle pressioni su Saddam per la ripresa di ispezioni efficaci dell’Unmovic alla distruzione «certa» delle armi irachene; dall’eliminazione politica (e forse anche fisica, come vuole l’opinione pubblica americana) di Saddam Hussein, alla democratizzazione dell’Iraq - che, a sua volta, dovrebbe produrre un «effetto domino» sulle autocrazie islamiche (paradossalmente l’unico presidente, nel mondo arabo, eletto più o meno «all’occidentale» è Yasser Arafat, che Washington vorrebbe sostituire). In tutte queste soluzioni, comunque, entra sempre - più o meno esplicitamente - il problema del petrolio. Un altro aspetto fondamentale - e spesso trascurato - riguarda poi le conseguenze di una guerra sugli Stati limitrofi o, più in generale, sul Medio Oriente allargato, in particolare sul conflitto israeliano-palestinese e sulla Turchia.

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Come regola generale, le strategie da seguire e l’entità delle forze da impiegare - e quindi anche i tempi necessari per le predisposizioni logistiche - dipendono dagli obiettivi della guerra, che a loro volta dovrebbero essere definiti solo in funzione degli obiettivi della pace: nel caso specifico, un nuovo ordine geopolitico nel Golfo. Quest’ultimo non potrà però essere precisato in anticipo, vista la complessità, la dinamicità e l’incertezza dei fattori in gioco. Ne deriva che è più facile esaminare le possibili azioni militari - con il tipo di obiettivi che ciascuna di esse può conseguire - piuttosto che procedere in senso inverso.
La prima ipotesi è che Bush «bluffi», minacciando l’eliminazione di Saddam e l’occupazione dell’Iraq per convincere Baghdad ad accettare ispezioni incondizionate, che sono le uniche a dare una ragionevole garanzia che l’Iraq distrugga il suo arsenale di armi di sterminio. Washington - sia chiaro - non scherza. Alla prima violazione dell’accordo si scatenerebbe l’attacco. Una determinazione, d’altronde, che è stata presa sul serio da Baghdad, anche se Saddam preferisce rischiare cedendo solo gradualmente. Che gli americani siano decisi non è sfuggito nemmeno all’Arabia Saudita; Ryiad, tuttavia, continua a oscillare tra il sì alla concessione dell’uso delle basi americane sul suo territorio per un attacco all’Iraq e un rifiuto che, finora, non è apparso mai definitivo. A favore di una soluzione negoziale della questione irachena sono molti Stati: sicuramente la Russia e la Francia, che hanno concluso contratti con l’Iraq a condizioni addirittura stracciate, approfittando del fatto che Saddam cerca sostenitori per evitare l’attacco americano. In caso di vittoria militare statunitense e di occupazione dell’Iraq, infatti, difficilmente le lobbies petrolifere americane permetterebbero a Washington e all’Iraq - divenuto in pratica suo vassallo - di rispettare i contratti del precedente regime. La Francia sarebbe penalizzata per prima. La Russia, invece, verrebbe probabilmente salvaguardata, per rafforzare i nuovi rapporti fra Stati Uniti e Mosca. Sulla questione si è sicuramente dibattuto a Houston, nell’incontro d’inizio ottobre fra i petrolieri russi e americani.

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La seconda ipotesi è fondata su un assunto della cui certezza, peraltro, non v’è prova. Essa prevede che qualche bombardamento e la distruzione delle poche Brigate della Guardia Repubblicana speciale - formata da soldati delle tribù takrit, fedelissime a Saddam - provocherebbero un colpo di Stato dei capi militari e consentirebbero di costruire un nuovo regime. Esso avrebbe più o meno le stesse caratteristiche autoritarie di quello di Saddam, ma sarebbe subordinato alla volontà americana. Si tratterebbe dell’operazione inside-out, con largo impiego di forze speciali - paracadutiste ed eliportate - per assestare un colpo decisivo alle forze fedeli al dittatore iracheno. L’esercito iracheno - nemico durante la guerra del Golfo del 1990-91 - sarebbe in questo caso il principale alleato degli Stati Uniti. Le forze dell’opposizione politica irachena - da quelle curde di balzani e talebani a quelle sciite filo-iraniane dell’Ayatollah Hakim - non verrebbero coinvolte, in modo da non mettere a repentaglio l’unità irachena. Se poi i militari - i capi migliori appartengono alla minoranza sunnita - chiedessero la restaurazione di una monarchia costituzionale da affidare a un principe hashemita, Washington darebbe la sua benedizione. Le altre forze dell’opposizione - quelle dell’Iraqi National Congress -, facenti capo a personalità espatriate, verrebbero messe da parte. Sono prive di potere e di autorità morale, per di più in competizione fra di loro. Renderebbero la situazione più difficile, se non impossibile. A mio avviso, è questa una scommessa molto aleatoria, anche qualora l’azione armata, preparatoria del colpo di palazzo, fosse del tutto indolore per la popolazione civile e per la massa dell’esercito.

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Una terza ipotesi evoca uno scenario afghano. Le forze di terra americane e britanniche sarebbero ben più considerevoli e si avvarrebbero del supporto, oltre che dell’Australia - che ha promesso di inviare la sua migliore Brigata -, delle milizie curde e sciite e forse anche di quelle terrestri turche. Ankara, seppur a malincuore, sarebbe costretta a impiegarle, al fine di evitare un eccessivo rafforzamento dei curdi al Nord dell’Iraq, con pericolo di secessione e della costituzione di uno Stato che amplificherebbe l’irredentismo delle popolazioni curde in Turchia e in Iran. Molto meno probabile - anche se non da escludere del tutto, sia secondo il Direttore del Defense Advisory Board del Pentagono (Richard Perle), sia secondo talune fonti del governo britannico - sarebbe un coinvolgimento diretto anche dell’Iran, con le stesse finalità di quello turco. Comunque sia, il coinvolgimento delle opposizioni modificherebbe l’attuale struttura centralizzata dell’Iraq sotto la leadership di Baghdad, con tre possibili risultati: un Iraq federale, l’implosione del Paese ovvero un nuovo regime dominato dagli sciiti (che sono maggioritari in Iraq, tre volte più numerosi dei sunniti). Molto verosimilmente, verrà adottata una soluzione simile a quella decisa per la Bosnia-Erzegovina a Dayton: una situazione fragile, che potrebbe essere stabilizzata solo con una forte presenza militare americana (negli Usa c’è chi ipotizza 40 mila uomini per dieci anni). L’impiego massiccio delle forze delle opposizioni a Saddam, a questo proposito, ridurrebbe l’entità del contingente americano a non più di 10 mila soldati, rendendo meno costosa la vittoria militare ma lasciando le sorti della pace politica nelle mani delle varie fazioni. Le ostilità, probabilmente, continuerebbero come in Afghanistan. In questo contesto, Washington non se lo può permettere. Un altro motivo che rende improbabile tale strategia è il fatto che per gli Stati Uniti sarebbe troppo rischioso fare affidamento sulle milizie anti-Saddam; in Iraq non esiste infatti un’Alleanza del Nord. Un ulteriore pericolo è rappresentato dal prolungamento delle ostilità, con Mosca e altri Stati che potrebbero aumentare il prezzo del loro sostegno. Infine - fatto altrettanto importante - un ritardo nella vittoria aumenterebbe l’impatto negativo della guerra sull’economia mondiale e, soprattutto, potrebbe far diminuire il consenso dell’opinione pubblica americana e del Congresso nei riguardi della Presidenza.

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Non resta, quindi, che lo scenario dello schieramento di una massa considerevole di forze. Alle due Brigate e alle Forze Speciali americane già schierate nel Golfo si dovrebbero aggiungere almeno un paio di divisioni pesanti - i cui mezzi dovrebbero essere trasportati dagli Stati Uniti - e un paio di Expeditionary Forces di Marines; inoltre, le solite unità speciali, l’82° Divisione aerotrasportata e la 101° aviomobile, i contingenti alleati. Quelli britannici potrebbero agire da Nord, dal territorio turco. Più incerta è la possibilità di utilizzare il territorio giordano. All’invasione dovrebbe seguire un periodo di occupazione militare, del tipo di quella praticata da MacArthur nei confronti del Giappone. Sarebbe un’operazione dai costi molto elevati, ma dai rischi minimi. Lo schieramento delle forze potrebbe avvenire in modo mascherato e sarebbe comunque giustificato dalla dichiarazione di Washington di voler mantenere la pressione su Saddam, perché non inganni gli ispettori e distrugga effettivamente le armi. L’attacco non potrebbe cominciare prima della fine dell’inverno, se non all’inizio della primavera.
Un altro aspetto che spesso si trascura è che, se per fare la guerra basta uno dei contendenti, per fare la pace - almeno una pace stabile - non solo ne occorrono due, ma è necessario anche che chi è stato sconfitto accetti la sconfitta e divenga alleato del vincitore: come le potenze dell’Asse dopo la seconda guerra mondiale o come l’Austria dopo Sadowa. Se così non avviene, due sono le prospettive. Si lasciano le cose a metà e prima o poi si ricomincia la guerra; oppure, si trasforma l’occupazione in una colonizzazione permanente. Il sistema istituzionale degli Stati Uniti rende tuttavia impraticabile la seconda soluzione. Perché gli Usa ottengano l’accettazione del mondo islamico, d’altronde, qualcuno dovrebbe «pagare». Israele, naturalmente, teme che sia esso a dovere sopportare il costo della riconciliazione fra americani e arabi. È questo timore che lo ha spinto a ribadire che, se attaccato dall’Iraq, questa volta reagirebbe duramente. Un intervento israeliano - anche non richiesto - a sostegno degli americani in Iraq renderebbe impossibile la stabilizzazione dell’area sostenuta dai neo-conservatori americani - da Paul Wolfowitz a Richard Perle - a premessa, più a lungo termine, della democratizzazione del mondo islamico che essi sognano. Paradossalmente, chi spera proprio in questa deriva sono gli attuali regimi arabi - definiti moderati perché filoccidentali, anche se di fatto sono autocrazie, satrapie, teocrazie e via dicendo. Essi sanno benissimo che ogni possibilità di democratizzazione e di maggior accountability dei loro inefficienti e corrotti governi può passare solo attraverso la presa del potere da parte delle opposizioni islamiste moderate. Ciò significherebbe la fine degli attuali regimi e una rivoluzione nell’intera mappa del potere. Per la loro sopravvivenza politica, le opposizioni moderate sono quindi più pericolose dei fondamentalisti radicali. I regimi dell’area hanno per questo approfittato della guerra al terrorismo per soffocare ogni dissenso interno. Una rivoluzione del potere in Iraq - lo Stato più occidentalizzato, assieme all’Iran, alla Palestina e anche alla Siria, dell’intero mondo islamico - dovrebbe avere un effetto catalizzatore su tutti gli Stati del Golfo, promuovendo riforme che conquistino all’Occidente le menti e i cuori di parte delle masse musulmane, attenuino frustrazioni e odio verso l’Occidente e gli Stati Uniti e consentano di neutralizzare anche la rigenerazione delle reti terroristiche transnazionali di matrice islamica.

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In sostanza, tale è l’obiettivo ritenuto realistico dai neo-conservatori. Essi pensano che la questione islamica, del terrorismo e dei rifornimenti energetici possano essere affrontate solo in questi termini. Si tratta di un atto di fede, che per i critici si fonda su una visione troppo ottimistica delle possibili conseguenze di un successo militare. L’obiezione è che con le baionette - per riprendere una frase di Clemenceau - si può fare molto, ma non sedervi sopra. Come si possa costruire una democrazia senza democratici e senza un precedente nation-building è infatti tutto da discutere. Inoltre, l’Occidente non è disposto a ricolonizzare i Paesi per «convertirli alla democrazia» ed è molto più sensibile alla conquista del petrolio che alla liberazione dell’Iraq da quello che indubbiamente è un pericoloso tiranno. Infine, la volontà di occidentalizzarsi e modernizzarsi non può discendere da una vittoria a metà, né può derivare dall’appoggio delle infide opposizioni a Saddam Hussein, più che altro sospettose l’una dell’altra invece che disposte a combattere per obiettivi comuni.

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L’unico effetto certo della guerra è che ne seguirà un terremoto geopolitico. Gli Stati Uniti potranno contenerne gli effetti negativi solo se avranno il pieno appoggio della Russia - a un costo sicuramente molto alto, soprattutto in termini di investimenti in Russia e di concessioni petrolifere in Iraq. Per inciso, ciò dovrebbe dischiudere interessanti opportunità per l’Eni, dati i suoi rapporti privilegiati con i grandi gruppi petroliferi russi. Da solo - nonostante i migliorati rapporti con gli Stati Uniti - esso verrebbe schiacciato dalle «sette sorelle» anglo-americane. Qualsiasi assetto post-bellico dell’Iraq comporterà una certa autonomia dei gruppi etnici (curdi rispetto ad arabi) e religiosi (sciiti rispetto a sunniti). Ciò determinerà effetti dirompenti sull’Arabia Saudita e sull’Opec, cioè sugli accordi americano-sauditi, che dal 1945 garantiscono a Ryiad il sostegno Usa in cambio dei privilegi concessi alle compagnie petrolifere americane (che ancora oggi pagano il barile di petrolio un dollaro meno del prezzo corrente di mercato, con un risparmio annuo per gli Usa di quasi un miliardo di dollari). A parte i neo-conservatori, che danno rilievo a questa visione un po’ romantica di un Islam democratico, il «dibattito realista» negli Stati Uniti è centrato proprio sull’alternativa tra mantenere l’attuale regime fondato su tale accordo - che sostanzialmente ha determinato un equilibrio tra forniture di petrolio e loro prezzo (anche se ha mantenuto quest’ultimo più elevato di quello che si sarebbe formato su un mercato libero) - e romperlo, come sembra preferire il vicepresidente Cheney. L’indebolimento di tale regime sarebbe realizzato con il crollo dell’attuale sistema centralizzato di Ryiad. Un Iraq federale e/o democratico provocherebbe infatti la richiesta di autonomia anche da parte delle popolazioni sciite dell’Arabia Saudita, che abitano nelle regioni costiere del Golfo Persico (quelle, per l’appunto, più ricche di petrolio). La disponibilità del petrolio iracheno - unitamente alla valorizzazione delle riserve russe - consentirebbe di affrontare senza danni maggiori per l’economia mondiale, dipendente dai rifornimenti petroliferi, l’inevitabile turbolenza della fase di transizione. Nel contempo, sarebbe fortemente ridimensionato il potere del wahabismo - principale fucina dell’odio anti-americano e del terrorismo islamico - e verrebbero poste sotto maggiore controllo le teocrazie del Golfo, che assieme alle tribù saudite finanziano il radicalismo e lo stesso terrorismo in Occidente. La frammentazione degli Stati del Golfo, infine, renderebbe possibile agli Stati Uniti la full spectrum dominance, ponendo un’ipoteca sulle esportazioni verso l’India e soprattutto verso la Cina, in rapida crescita economica ma condizionata dal vincolo energetico.

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Sembra invece da escludersi un’espansione territoriale della Turchia verso Sud, nel vilayet di Mossul e Irkuk, ricco di petrolio. Vi si oppongono i militari turchi, depositari della tradizione consolidata da Kemal Ataturk di evitare ogni ulteriore espansione del Paese, per evitare il rischio imperiale e l’indebolimento dello Stato-nazione di tipo europeo. Vi è, tuttavia, un’eccezione possibile. Se si profilasse il pericolo della costituzione di uno Stato curdo a Nord, sarebbe inevitabile per la Turchia intervenire, onde evitare il contagio irredentista delle sue popolazioni curde. L’impatto di una guerra all’Iraq sulla Turchia - ponte americano verso il Caucaso e l’Asia Centrale e fattore di equilibrio nel Medio Oriente, con la sua alleanza con Israele - è comunque uno degli elementi più delicati che fanno parte delle valutazioni e scelte dell’Am-ministrazione americana.

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In sostanza, se gli attentati dell’11 settembre non hanno cambiato la geopolitica mondiale ma solo gli Stati Uniti, un attacco all’Iraq muterà profondamente pure la prima. Darà anche credibilità alla nuova National Security Strategy approvata dal presidente Bush il 20 settembre 2002 e che tanta eccitazione ha suscitato perché, nella vaghezza che la contraddistingue, afferma anche un’ovvietà: che, cioè, quando si considera inevitabile una guerra, la si deve fare quanto prima, quando i rapporti di forza sono favorevoli. Tale affermazione avrebbe trovato il sostegno di Mao Zedong, che ironizzò pesantemente sulla strategia del Duca di Tung il quale - per rispettare le regole dell’onore cavalleresco - aveva aspettato che l’esercito nemico si schierasse oltre il fiume, anziché attaccarlo mentre stava attraversandolo, e di conseguenza era stato sconfitto e ucciso. Dopo avere tolto, con la distruzione del regime talebano, l’incentivo a ogni governo di appoggiare il terrorismo, mediante l’attacco all’Iraq gli Stati Uniti si propongono anche di dissuadere qualsiasi Stato nemico dalla ricerca di armi di distruzione di massa. Piaccia o no, si tratta di una realtà imprescindibile a ogni ragionamento, considerato il peso dell’America nelle relazioni internazionali.

 

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