Il conflitto “iracheno” tra Washington e Parigi non rappresentava affatto la guerra contro la pace: ma l’incomprensione politica e morale tra chi ha capito la nuova storia nata l’11 settembre e chi invece, pigramente, ha chiuso gli occhi
di André Glucksmann
Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003
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Con chi, contro chi esistiamo? Gli europei scaraventati nella Beresina diplomatica del conflitto iracheno non sanno a quale santo votarsi e litigano sul demone da esorcizzare. Niente sarebbe peggio che occultare a botta calda la grave crisi identitaria di un vecchio continente che non sa più o non sa ancora dire «io». Né la magnifica riuscita dell’unione monetaria, né i bricolage istituzionali dei «summit», degli «incontri» e delle «convenzioni» fanno dimenticare la battuta d’arresto mentale del primo insieme economico del mondo, d’improvviso cacofonico e paralizzato. Siamo costretti a constatare come la banca di Francoforte, gli uffici di Bruxelles e il parlamento di Strasburgo gestiscano un deserto concettuale. Di qui a poco è prevista, per parlare con una sola voce, l’intronizzazione di una sorta di ministro degli Affari esteri… Ma che avrebbe potuto fare, all’inizio del 2003, se non restare muto o buffoneggiare nel vuoto? Il fortissimo dissidio che ha irritato i nostri ministri e ha mobilitato le piazze europee ha messo a confronto due «campi», che i giornali hanno battezzato alla carlona «della pace» e «della guerra». Dal lato «pace» c’erano una minoranza di governi e una maggioranza di sondati, immagine istantanea di un’opinione pubblica volatile, per i quali, fossero pacifisti o tifosi di una europotenza, George Bush era il nemico principale. Dal lato «guerra» c’erano una maggioranza di governanti e un pugno d’intellettuali, sostenitori dell’alleanza atlantica e della solidarietà delle democrazie occidentali, per i quali il nemico principale era Saddam Hussein. Lungi dall’essere episodico e limitato alla questione irachena, un tale disaccordo si dimostra cruciale: nella fase più concitata, Dominique de Villepin dichiarò che si stavano affrontando così «due visioni del mondo». La stessa formula vuole essere enfatica, e si ritiene che designi la somma esistenziale dei nostri impegni fondamentali in tema di politica, di cultura, di economia e di costumi. Dopo averne lungamente abusato, i professori di filosofia evitano oggi di richiamarsi a una «visione del mondo» che si pretende totalizzante e che procede spesso da un guazzabuglio. Diciamo, più sobriamente, che i due «campi» divergono nella valutazione della situazione mondiale, dei rischi che la minacciano e delle sfide da affrontare. Da qui, due strategie concorrenti e spesso antinomiche riguardo il futuro del nostro continente.
La Francia e la Germania, raggiunte dal Belgio e dal Lussemburgo, propongono uno schema chiaro e semplice di autoaffermazione dell’Europa, che vale come una dichiarazione d’indipendenza. Gli europei si pongono e si oppongono, devono rompere con «l’Impero americano» e devono diventare gli eredi di una «multipolarità» che equilibrerebbe l’unica superpotenza. La Russia, la Cina e il presunto «mondo arabo» dato per scontato, l’India e l’America latina non potrebbero certo mancare di ricongiungersi a questa coalizione anti-egemonica che terrebbe in scacco la volontà di potenza americana. Inutile entrare nei dettagli, dietro questo programma si ritrova la più tradizionale delle griglie di lettura. Il vecchio equilibrio «multipolare» non è che la copia conforme del vecchio modello di equilibrio europeo gestito, nel bene e nel male, da qualche grande capitale dal 1648 al 1914, e cioè dalla pace di Westfalia allo scoppio della prima guerra mondiale.
Il credo antiamericano di questa potenza-Europa coniuga gli slogan antimperialisti dell’Internazionale comunista d’antan e i sentimenti di rivalità ostile che il Quai d’Orsay da sempre coltiva nei confronti della perfida Albione e dell’invadente Zio Sam. Sulla stessa scia, numerose opere, tanto francesi che tedesche, italiane o americane, di destra come di sinistra, dormono nelle biblioteche e popolano a ondate successive le librerie. I vituperi vecchi di un secolo contro Wall Street e Hollywood sono a malapena rinfrescati dalla demonizzazione della Cnn, di Mac Donald’s, della Coca Cola e del Fondo monetario internazionale. Intere generazioni di accademici, da Georges Duhamel a Maurice Druon, hanno raramente omesso di maledire l’incultura yankee, mentre sotto la guida pastorale di Maurice Thorez e di Toni Negri i più deboli sono chiamati a manifestare contro il «sistema», contro il Capitale, l’imperialismo e la globalizzazione. Corriamo, il vecchio mondo e le antiche ideologie ci aspettano!
Che c’è di nuovo sotto il sole del Ventunesimo secolo? Niente, secondo i pacifisti e secondo i partigiani di un’Europa-potenza rivale degli Stati Uniti. Tutti rifiutano le argomentazioni di Washington. La sfida terrorista riguarda, quando se ne tiene conto, i mezzi ordinari di repressione del grande banditismo, dell’economia politica e della terapeutica psicologica. A breve scadenza, l’Interpol e la collaborazione delle polizie nazionali devono sradicare gli organizzatori degli attentati suicidi. Sul lungo periodo, della povertà, presunta causa unica del disordine mondiale, si occupano i rimedi concorrenti e complementari cucinati a Davos o a Porto Alegre. Nel frattempo, indispensabili psicofarmaci dovrebbero essere somministrati agli infelici americani, traumatizzati da un così grande shock, ossessionati, nevrotizzati, se non addirittura, secondo i diagnosti, schizofrenici o paranoici. La caduta delle Twin Towers è rubricata come semplice fatto di cronaca, un po’ gonfiato e drammatizzato dalla sua diffusione live in mondovisione. Invocare due anni dopo questo dettaglio come se si trattasse di una grande svolta della politica mondiale ha a che fare con la malafede, con un «cervello di gallina» caduto in un nido di «falchi» o con le allucinazioni di un Paese squinternato.
E se, invece, il più grande attentato terrorista della storia rivelasse una mutazione essenziale nei rapporti di forza, addirittura una mutazione nell’idea stessa del forte e della forza? Questa fu, in ogni caso, l’intuizione immediata del telespettatore planetario che accettò senza problema di battezzare Ground Zero Manhattan devastata. Nessuna obiezione alla denominazione, nessuno ne rivendicò il copyright, i suoi padrini furono anonimi e diffusi, andava da sé che si potessero mettere in parallelo l’impresa degli aviatori kamikaze e l’esplosione dell’ultima carica atomica sperimentale qualche settimana prima di Hiroshima (nel deserto del New Mexico, su un perimetro definito ground zero). L’11 settembre del 2001 fu vissuto a livello planetario, che se ne rida o se ne pianga, nell’orizzonte di una Hiroshima bis, come l’emergere di una capacità devastatrice pericolosa quanto l’energia nucleare, ma ormai alla portata di tutti.
Nel 1945, impressionato dalla terrificante esplosione, Jean Paul Sartre verbalizzava un sentimento generalizzato: «Eccoci tornati all’anno Mille, ogni mattina saremo alla vigilia della fine dei tempi». L’arma apocalittica resterà, nondimeno, nel corso di mezzo secolo, privilegio e monopolio di un pugno di grandi e di super-grandi, e nel nostro angolo europeo l’ombrello americano proteggerà la pace. Ormai il potere devastatore si è «democratizzato»: basta un taglierino, qualche biglietto aereo e una buona dose di fanatismo per provocare rovine da Hiroshima. Nell’aprile del 1994, l’abbiamo dimenticato, in Ruanda furono sufficienti dei machete per battere, sotto i nostri occhi, il record dei genocidi (per rapporto quantità/tempo). La fine del mondo per tranche successive è alla portata di tutte le mani, di numerose borse e innumerevoli cervelli balzani. L’avvenire della nostra specie si decide così all’angolo della strada, nelle caffetterie delle università, se non nella penombra delle mega-bidonville che fioriscono sul pianeta: «Bisogna che ogni giorno, ogni minuto, l’umanità acconsenta a vivere», concludeva Sartre, in anticipo di cinquantacinque anni. È evidente che un’insicurezza così radicale e imprevista esuli dal quadro degli ordinari piani antipirateria.
«Time is not on our side», detto altrimenti: il tempo non lavora per noi. Sulla Provvidenza non è il caso di contare. Mai simili parole erano state pronunciate da un presidente americano prima dell’11 settembre, perché fino a quel momento gli Stati Uniti avanzavano «with God on our side», come ironicamente cantava Bob Dylan. George Bush, non è stato abbastanza sottolineato, osò la formula sacrilega nel Discorso sullo stato dell’Unione in cui accusò l’«Asse del Male». Cosa sono, in effetti, i famosi «Stati canaglia», se non punti nodali dove il tempo rischia di fare marcia indietro? Moderni centri di pirateria, essi coltivano: 1) la passione senza fede né legge di un terrorismo furioso e senza limiti; 2) la ricerca di arsenali di annientamento di massa raccattati sul mercato mondiale della proliferazione della armi; 3) l’assenza totalitaria di scrupoli nei massacri di popolazioni, tanto autoctone che straniere. Spesso rivali, talvolta associati, sempre narcisistici fino all’autismo, Bin Laden, Saddam Hussein, King Jong Il figurano in testa a una lista di nuovi «demoni» che promette di essere lunga. Le loro reti violano allegramente le frontiere geografiche, ideologiche e religiose. Tra integralismo fanatico, narco-marxismo, traffico d’armi, riciclaggio di denaro sporco, corruzione su larga scala, esistono passerelle e viadotti. Nulla che autorizzi il ritorno a un equilibrio di tipo europeo classico, in cui ciascuno Stato affermava la propria sovranità dietro frontiere considerate invalicabili.
Circostanza ancora più grave: dietro gli Stati cosiddetti «canaglia», si stende la zona grigia degli Stati-padrini, che armano e finanziano; dietro i gruppuscoli del terrore, dietro l’Iran, la Corea del Nord e l’Iraq di Saddam, ci sono la Russia, la Cina, l’Arabia e il Pakistan. La santa alleanza di tutti gli Stati impegnati, senza macchia e senza paura, nella lotta antiterrorista, dipende da un mito ingenuo: la Russia terrorizza la popolazione cecena e il suo esercito dà libero corso a pulsioni genocide; in Tibet come nel Paese degli Uiguri, la Cina scivola allo stesso modo. A poco a poco, è la nozione di forza, del suo uso e della sua affermazione, che cambia di senso. I rapporti di forza sono divenuti rapporti di nocività.
I «campi» in cui si è divisa l’Europa in occasione della crisi irachena non sono affatto quello «della pace» e quello «della guerra». Essi raggruppano, più esattamente, i ritardatari del 10 settembre e i risvegliati dell’11. I primi, Francia e Germania in testa, sognano un mondo retto da una «multipolarità» di potenze sovrane che vicendevolmente si garantiscono, contro il Numero Uno, la facoltà di fare tutto e di tutto nel campo soggetto alla loro dominazione. Ognuno è padrone in casa propria, ogni macellaio dispone delle proprie truppe, e Saddam del suo popolo. All’opposto, i «coalizzati», America e Inghilterra in testa, che hanno preso coscienza di una comunanza dei pericoli, che avevano capito che una tirannia a Kabul può distruggere il cuore di New York e che il potere di nuocere si dà da fare senza tener conto frontiere. L’autore di questo articolo ritiene evidentemente che il principio di realtà sentenzi in favore dei figli dell’11 settembre. Egli non spera, con queste poche pagine, di convincere i propri lettori, ma semplicemente di dar loro pensieri da rimuginare, fosse anche a sue spese.
(Traduzione dal francese di Nicoletta Tiliacos)
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