La speranza di un mondo senza tirannide, oppressione e guerre non è una novità. Nel Ventesimo secolo la Lega delle Nazioni crebbe con questa speranza, tuttavia da quello sforzo non nacque né un mondo di democrazie né un’opportunità per stabilizzare le norme democratiche. La stessa motivazione ha mosso la nascita delle Nazioni Unite, ma, ancora una volta, non ci sembra abbia contribuito alla realizzazione di un mondo unificato dal principio delle libertà democratiche e dei diritti umani. Sembrerebbe che i Paesi sviluppati comincino a muoversi nella direzione di un tale consenso filosofico, diversamente dai Paesi in via di sviluppo e dagli Stati islamici. Gran parte del sistema politico mondiale appare non solo impreparato e disinteressato alle libertà democratiche, ma si presenta in difficoltà persino ad abbracciare i principi universali relativi alla dignità umana e ai diritti dell’uomo. Mentre il vecchio totalitarismo di stampo sovietico era ufficialmente ateo, la nuova versione dello stesso tende verso forme di estremismo religioso. E, mentre il totalitarismo ateo di vecchio stampo si manifestava sotto forma di imposizione artificiale su una popolazione in gran parte religiosa, la nuova versione è più problematica, in quanto sembra sgorgare da un consenso popolare che condivide l’ingiunzione di un credo religioso particolarmente estremista. I sistemi politici che sistematicamente violano i diritti, rigettano il consenso democratico e provocano guerre, quindi, possono prosperare anche sotto l’ombrello religioso. Le tirannidi, così come le guerre, saranno sempre con noi. Ciò però non significa che dovremmo abbandonare la speranza o diventare passivi di fronte al male. Piuttosto, significa che dobbiamo dare vita a strutture con le quali fronteggiare la presenza del male e che chiudano definitivamente con l’illusione utopica.
Ad esempio, così come abbiamo tanti meccanismi per lottare contro la povertà, si pensi al Welfare State o alla solidarietà privata, e chiaramente alcuni metodi sono più efficaci di altri, anche per lottare contro la tirannide abbiamo tanti mezzi, compresi la pressione internazionale, il commercio, la diplomazia e lo scambio culturale. Tutti strumenti validi per evitare la guerra, che tuttavia resta l’ultima risorsa. Nell’ultimo periodo le Nazioni Unite si sono mostrate particolarmente inefficaci a svolgere questo compito, sebbene questo non possa diventare un argomento contro l’internazionalismo o il diritto internazionale; al contrario tale consapevolezza rappresenta un’occasione per migliorare gli organismi internazionali e ancorarli in modo più stabile a una prospettiva etica. Per essere chiari, né le istituzioni internazionali, né il commercio, né tanto meno la democrazia sono in grado di garantire un mondo senza tirannide. Nel fronteggiare la presenza della tirannide nel mondo, dobbiamo adottare una regola di fiduciosa prudenza, ricordando sempre che la libertà, dal momento che rappresenta una verità relativa alla persona umana, è il nostro obiettivo. Il fondamento più stabile per una simile convinzione è la fede, radicata nella consapevolezza che siamo tutti creati a immagine e somiglianza di Dio. Il fatto che in un simile contesto ci si riferisca a Dio rappresenta forse un cedere alla tentazione teocratica? A lungo, storici di stampo laicista hanno tentato di stabilire una connessione tra cristianesimo, Stati confessionali e tendenza a violare i diritti umani. Fino al tardo Diciannovesimo secolo, prima dell’avvento degli Stati atei collettivisti, esisteva una forte relazione tra il potere temporale della Chiesa e la propensione al conflitto sociale e internazionale. A ogni modo, gli storici hanno mostrato che in tutti gli Stati possono esistere situazioni di mal governo che sfociano in conflitti; gli Stati possono ricorrere a qualsiasi pretesto, compreso alla religione (o il presunto male a essa associato). Sarebbe corretto dire, come regola generale in forza di un’esperienza maturata in tanti secoli, che gli Stati animati dai valori religiosi occidentali sono più pacifici di altri, sebbene questo non sia un principio apodittico, quanto piuttosto una contingenza che risponde ad alcune circostanze spazio-temporali. Una domanda che in Occidente viene spesso posta in modo piuttosto secco è la seguente: può mai una Stato islamico realmente abbracciare i valori essenziali per diventare un membro della comunità internazionale? Molti americani hanno risposto che ciò non è possibile. Mi è capitato di dissentire da questa prospettiva, dal momento che sono fermamente convinto che i valori morali fondamentali sono universali, fino al punto da affermare che essi possono vivere a prescindere da una specifica posizione dottrinale, come nel caso del cristianesimo. La forza violenta dell’Islam è ben nota; meno noti sono i suoi valori compatibili con la pace e la libera intrapresa economica. Ed ecco un altro punto: in un sistema internazionale fondato su valori condivisi operanti attraverso la cooperazione, il commercio e lo scambio culturale, tutti possono sviluppare buone ragioni per cooperare e rispettare i diritti umani. Non sarebbe saggio escludere un’enorme parte dell’umanità della famiglia umana, come se fossimo di fonte a casi disperati. L’idea di libertà è parte integrante della verità sulla persona umana, e non è al di là della portata di ciascuna persona. Certo, ci sono sistemi religiosi più o meno compatibili con i diritti umani, ma anche la libertà religiosa deve essere parte dell’integrale struttura delle libertà. Con ciò non intendo dire che tutte le tradizioni religiose, cristianesimo incluso, siano nelle stesse condizioni in ordine al raggiungimento di un maggiore apprezzamento del proprio mandato morale che si manifesta nell’avere in alta considerazione la dignità della vita e il bisogno di pace. Il bisogno di libertà religiosa non è estraneo a una sana dottrina religiosa, bensì è parte integrante di essa. Gesù ci ha insegnato di rendere a Cesare quel che appartiene a Cesare e a Dio ciò che appartiene a Dio. La parte essenziale dell’affermazione di Gesù risiede nell’inedito richiamo a una più acuta comprensione. L’originalità delle parole di Gesù sta nel fatto che alcune cose - molte cose - non appartengono a Cesare, ma soltanto a Dio. Ciò offre un modello nella sfera pubblica a chiunque, per ragioni di coscienza, abbracci la fede cristiana. Naturalmente, quell’affermazione rappresenta anche la base per la distinzione tra Chiesa e Stato nelle questioni che riguardano la politica, il che significa che il diritto non deve essere necessariamente di matrice religiosa, che le corti non devono essere necessariamente corti religiose, che i funzionari pubblici non devono necessariamente essere sottoposti a un esame religioso, che le costituzioni e non i documenti religiosi devono fondare le organizzazioni politiche. In Occidente, consideriamo tutto ciò acquisito, ma ci sono voluti secoli di sviluppo politico per giungere a una simile comprensione. La convinzione che lo Stato non possa imporci una fede è così radicata nella storia cristiana che i teorici cattolici medioevali giunsero a legittimare il tirannicidio. Quegli scritti evidenziano un argomento più vasto relativo alla nozione di consenso che i governati riservano per i loro governanti. Questo punto è stato opportunamente sollevato anche dalla nostra Dichiarazione d’indipendenza, un documento che Jefferson considerava di valenza universale. Ovviamente, questo documento ci mette in guardia anche contro il rischio che i governi possano essere abbattuti repentinamente per ragioni di puro opportunismo. A ogni modo, il punto più importante è di non dimenticare mai che nessun uomo di governo è al di sopra della legge. Inoltre, quando si affrontano il giudizio morale e gli Stati, è necessario e appropriato distinguere tra l’errore e colui che erra, così come ci ha insegnato Giovanni XXIII nella Pacem in terris. Con riferimento agli Stati, e a coloro che li costituiscono, è di uso comune, ma non necessariamente giustificabile, che si tolleri un grado di ampiezza della condotta immorale maggiore rispetto a quella che adotteremmo per gli individui. Se certe azioni o comportamenti sono considerati immorali, il semplice fatto che le compia lo Stato non le rende automaticamente etiche. Tanto che si discuta a un livello nazionale quanto che si tratti di questioni internazionali, Giovanni Paolo II ha insistito tantissimo sulla differenza tra pace in senso superficiale e autentica pace, che necessariamente affonda le proprie radici nella fede e nella verità. Muovere una guerra per ottenere ciò appare come un’opera di contorsionismo. Le guerre possono essere giuste, ma solo come ultima risorsa e soltanto se necessarie per difendere una vita umana minacciata. Il potere di dichiarare guerra è un’estensione del diritto di autodifesa, un diritto che non può essere esercitato con la promessa di stabilire in futuro le condizioni per una pace definitiva. La pace è il frutto di un abbraccio tra verità e libertà. La guerra può rappresentare un deterrente contro gli aggressori, ma non porterà mai con sé una soddisfacente prospettiva di avanzamento della verità. Facciamo bene a sperare in un mondo senza tirannide, oppressione e guerra e a lavorare perché ciò si realizzi, ma la possibilità di riuscire in questa ardua opera dipenderà più dal livello spirituale che dal livello politico.
(Traduzione dall’inglese di Flavio Felice)