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Per un governo liberale dell'immigrazione

Liberal Fondazione
di Angelo Maria Petroni

Anno II n. 14 - Ottobre-Novembre 2002

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La questione dell’immigrazione rappresenta da sempre uno dei temi più controversi per chi aderisca a una visione liberale della società e dell’economia. Vi sono coloro che reputano che dai principi liberoscambisti derivi senz’altro la più completa libertà di movimento delle persone, e quindi la più completa libertà di immigrazione (1). Vi sono poi coloro che credono che questa deduzione non tenga, e che quindi l’immigrazione sia legittimamente sottoponibile a restrizioni in un modo che non vale per le merci o per i capitali(2). Ve ne è abbastanza, crediamo, perché valga la pena di trattare un tema così polemico.
La prima ragione dell’immigrazione è una ragione economica. Non che, evidentemente, non esistano altre ragioni, come quelle politiche o religiose. Ma è evidente come la questione dell’immigrazione dovuta a queste cause implichi dimensioni molto diverse da quelle proprie della teoria liberista. È quindi dalla dimensione economica che conviene prendere le mosse. Più ancora, conviene prendere le mosse dal fenomeno che ci è meglio noto, e che è ovviamente l’immigrazione nel nostro Paese. Per comprendere le ragioni economiche dell’immigrazione in Italia è bene avere presenti alcuni dati di fondo. Noi abbiamo un 10% della popolazione che è disoccupata, nel senso che è iscritta ufficialmente nelle liste di disoccupazione. Abbiamo 20 milioni di occupati: l’Inghilterra, che è un Paese comparabile al nostro per dimensioni di popolazione, ne ha 24 milioni, il che significa che da noi ci sono 4 milioni di occupati in meno. Nelle liste di disoccupazione risultano iscritti 230 mila immigrati regolari, cioè ci sono 230 mila immigrati regolari che sono ufficialmente disoccupati. Tutto questo suscita già una sensazione abbastanza curiosa, se lo andiamo a confrontare con quello che ha richiesto la Confindustria. Infatti, come ha scritto Il Sole 24 Ore del 23 febbraio 2001, la Confindustria ha chiesto per il 2001 l’ammissione di 105 mila nuovi immigrati, cioè circa il doppio di quanto previsto dal governo. Se andiamo a guardare le richieste fatte dalle Regioni troviamo alcune Regioni del Nord che chiedono 41 mila ingressi, di cui 15 mila solo per la provincia di Bolzano e 8 mila per quella di Trento. Non ci dimentichiamo quanto ha fatto già la Coldiretti, che alla fine del febbraio 2001 ha presidiato fisicamente il Ministero del Lavoro, per sollecitare la firma del provvedimento necessario per l’ingresso in Italia dei lavoratori stagionali senza i quali la raccolta delle primizie rischiava di saltare. Ma allora il quadro non quadra. Abbiamo una disoccupazione del 10%, inegualmente distribuita, nel senso che a Treviso non si trova mano d’opera, e al Sud si ha il 20-25% di disoccupazione. La raccolta dei pomodori nell’area napoletana, che è un’area evidentemente ben alta come disoccupazione, viene fatta da lavoratori stagionali extracomunitari. Ora, o siamo un Paese curioso nelle statistiche, nel senso che il 10% di disoccupati sono disoccupati volontari e non vanno considerati come tali, oppure noi abbiamo un sistema di mercato del lavoro in Italia particolarmente sfasato, particolarmente strano. Questo pone alcuni interrogativi di fondo sulle autentiche ragioni economiche dell’immigrazione in Italia. L’immigrazione in Italia è chiaramente destinata in molta parte a coprire dei lavori che gli italiani semplicemente non vogliono fare. Questi lavori sono di due tipi: innanzitutto vi sono quelli come la cura degli anziani, per i quali non c’è bisogno di tecnologie. Per fare il lavapiatti nel ristorante non c’è bisogno di tecnologie, c’è bisogno di manodopera, «braccia», semplicemente. Una parte minima di immigrati finisce nei lavori che hanno un’intensità tecnologica alta, ma anche in questo tipo di lavori l’immigrato viene preso normalmente per le braccia. Ad esempio, in tutto il bresciano ormai le acciaierie vanno avanti da dieci-quindici anni con lavoratori immigrati extracomunitari. Questo dimostra che le ragioni economiche dell’immigrazione vanno soppesate contro il fatto che in Italia ci sono 4 milioni di persone rispetto all’Inghilterra che hanno deciso di non lavorare, e che c’è un altro 10%, soprattutto nelle zone povere, a basso reddito, che ha deciso comunque che quei lavori non li vuole prendere, e non solo non li vuole prendere al Nord, non li vuole prendere neanche al Sud. Quando si dice che i disoccupati del Sud non vogliono trasferirsi a Treviso perché costa troppo cara la casa, si afferma una cosa vera: ma il fatto è che costoro non vogliono lavorare neanche nella raccolta dei pomodori dell’agro campano.

Immigrazione e Welfare State
Questo è il quadro di riferimento. C’è una forza motrice che è quella del mercato, o semplicemente le preferenze della gente. Molti lavoratori si spostano da un Paese all’altro, normalmente da quelli a più bassa tecnologia a quelli a più alta tecnologia: si spostano perché la loro presenza come lavoratori in quel Paese è richiesta, c’è qualcuno che li paga per quello. Poi c’è un’altra parte d’immigrazione, e questo vale per l’Italia, vale per la Francia, per la Germania, che è guidata non dalle richieste del mercato ma dall’esistenza di un sistema di Welfare State molto buono. Non ci dimentichiamo che quelli che sono per noi redditi di estrema povertà, grazie a sussidi diretti, indiretti, Caritas, Stato, per gente che viene dai Paesi molto poveri si tramuta in condizioni più che accettabili. Basta andare a vedere quei Paesi per rendersi conto che le condizioni di vita che ci sembrano inumane qui, molte volte per quelle persone sono migliori di quelle che essi potrebbero mai avere in loco. Quindi noi abbiamo in Italia - ma lo stesso discorso si potrebbe ripetere per tutta l’Europa occidentale - un’immigrazione che è guidata dall’esistenza del Welfare State, nel duplice senso che il fatto di entrare in un territorio garantisce comunque una quantità di servizi che a noi sembrano banali e miserevoli ma non sono banali e miserevoli per chi viene da altre realtà, e secondariamente perché il Welfare State tiene fuori dal mercato del lavoro tutta una quantità di persone che non hanno interesse a entrarvi, spingendole a non svolgere lavori considerati poco degni. Ricordiamo che oggi in Italia il numero di medici ha superato quello degli infermieri. È un Paese ben strano quello che ha una quantità di disoccupati, ma non trova infermieri, e dove i medici hanno superato gli infermieri. Il Welfare State in Italia sta giocando quindi un duplice ruolo per spingere verso l’immigrazione, per attirare immigrazione. Questo significa che noi dobbiamo vedere il problema dell’immigrazione dal punto di vista delle cosiddette esternalità economiche. Nelle condizioni appena descritte, l’immigrazione genera esternalità negative. La Confindustria ha chiesto 105 mila nuovi lavoratori, 15 mila la Provincia di Bolzano, ecc. Ma bisogna ricordarsi della famosa frase di Max Frisch: «Avevamo chiesto forza lavoro, ma sono venuti uomini» (3). Cosa significa? Significa che le persone non hanno soltanto la dimensione lavorativa.

L’immigrazione e le sue esternalità
Oggi si è affermata nel mondo una visione liberoscambista. Ma c’è una differenza tra il libero scambio delle merci e il libero scambio delle persone. Pensiamo di importare 20 mila computer da Taiwan e di dare in cambio 5 mila giacche di Valentino. I computer hanno esternalità negative molto piccole. Quando sono rotti li buttiamo via, rimane solo il problema dello smaltimento dei rifiuti. Se importiamo 20 mila lavoratori che fanno i computer da Taiwan non è la stessa cosa. Queste persone hanno una cultura, interagiscono con l’ambiente con effetti che sono esternalità positive e esternalità negative. Gli incroci culturali producono molte buone cose, e quindi ci sono esternalità positive, ma ci sono anche esternalità negative e queste esternalità non le sopportano tanto gli imprenditori che chiedono lavoratori, quanto il resto della popolazione. Quindi si fa una grande confusione quando si dice è il mercato che vuole più immigrazione. È dubbio se sia il mercato o se sia il sistema di Welfare State, ma in ogni caso sono le imprese che vogliono più immigrati, e il mercato non è fatto solo dalle imprese. La Fiat non è il mercato. Se il mercato fosse la Fiat saremmo in un sistema che non è liberista, ma colbertiano, mercantilista o quant’altro.
Noi dobbiamo considerare che l’immigrazione che stiamo attirando in Italia è purtroppo un’immigrazione di scarsissima qualità dal punto di vista del capitale umano. Stiamo attirando lavoratori manuali poco qualificati, mentre quelli più qualificati in Italia non ci vengono, vanno in altri Paesi europei e soprattutto vanno negli Stati Uniti. Una politica razionale d’immigrazione dovrebbe cercare di attirare alcuni immigrati di basso capitale umano, perché c’è bisogno anche di loro, ma dovrebbe cercare anche di attirare capitale umano di alta qualità, come stanno facendo i tedeschi, come stanno facendo gli americani, come stanno facendo i Paesi più intelligenti. Noi invece rischiamo, con il nostro tipo di immigrazione che è, ahimè, proprio diretta da questo sistema assistenziale, da questo mercato del lavoro allo stesso tempo troppo regolato e molto sregolato, di far coincidere la figura dell’immigrato con quella del povero disgraziato che lava i piatti. Al mondo c’è anche tanta gente che per fortuna vuole emigrare, spostarsi, e non sono solo lavatori di piatti, ma non vengono in Italia. Gli indiani, per fare un esempio, sono straordinari come capitale umano, sono eccellenti matematici, ingegneri, informatici. Negli ultimi trent’anni noi abbiamo fatto una geniale politica universitaria, per cui abbiamo 1 milione e 600 mila studenti all’università dei quali si laurea una parte minima, e in informatica e simili si laureano ben pochi. Conclusione: abbiamo bisogno di informatici in Italia. Gli informatici mancano perfino in Germania, ma la Germania ha fatto un programma per importarli, offrendo buone condizioni di lavoro agli informatici indiani. In Italia non se ne parla neanche, non c’è nessuna politica da questo punto di vista.
Vi è quindi un’immigrazione che è rivolta a colmare dei lavori che gli italiani non vogliono più fare. Incidentalmente, poniamoci la domanda del perché non vogliono più farli. Vi è da chiedersi cosa vi sia dietro il fatto che dei vecchi gli italiani non vogliono più occuparsi, e per questo, nonostante i tanti disoccupati, chiediamo ai filippini di farlo. E viene da chiedersi se non sia vero che gli italiani disoccupati possono permettersi di considerare come indegni dei lavori che invece considerano perfettamente adatti per i filippini grazie al fatto che sono mantenuti, in un modo o nell’altro, dai meccanismi redistributivi della mano pubblica. Pare evidente come vi sia qui una doppia morale che si instaura, della quale dovrebbero rendere conto coloro che sostengono un’immigrazione senza restrizioni o quasi.

Una politica liberale per l’immigrazione
Quindi noi abbiamo una parte dell’immigrazione che serve per svolgere dei servizi richiesti dalla popolazione, e dobbiamo chiaramente distinguere questa logica dalla logica dell’immigrazione di cui avremmo bisogno per riequilibrare la popolazione. Sono due logiche completamente diverse. Sono stati effettuati molti studi sul fatto che una certa quantità di immigrazione può servire per bloccare o rallentare il declino demografico. Personalmente non appartengo alla schiera di coloro che sono preoccupati dal fatto che l’Italia, invece di avere 58 milioni di abitanti, torni ad averne 45 milioni. Sono preoccupato da una popolazione che è composta per due terzi di ultrasessantacinquenni, evidentemente. Questo è un problema funzionale, benché anche qui non ci si dovrebbe dimenticare che la medicina ha fatto progressi da gigante, le condizioni di vita sono diverse, e che quindi i sessant’anni di oggi non sono certo i sessant’anni di quelli di due-tre generazioni fa (4). Una parte dell’immigrazione può servire dal punto di vista della dinamica della popolazione, ma sono logiche diverse accettare l’immigrazione per scopi demografici da un lato e accettare immigrazione per avere forza lavoro dall’altro.
Per avere forza lavoro non serve assolutamente la logica delle politiche di immigrazione che abbiamo oggi. Molti di quelli che vengono a lavorare dai Paesi arabi, specie dai Paesi del bacino mediterraneo, non hanno alcuna voglia di venire a stabilirsi in Italia. Il loro interesse è il medesimo dell’immigrazione italiana di mezzo secolo fa. Si stava alcuni anni in Germania, per metter da parte un po’ di soldi e poi tornare nel proprio Paese. Molta gente vuole mantenere la famiglia nei propri Paesi e non diventare un emigrante definitivo. Nel Nord Africa l’immigrazione verso l’Europa la chiamano helghorba - «esilio». C’è anche una minoranza laicizzata di arabi che non vuole più vivere nel suo Paese, che vuole venire a vivere in Italia o in Francia, ma questa è un’altra cosa. La maggior parte non ne ha assolutamente voglia. Venire in Italia e rimanerci deriva dal fatto che abbiamo una struttura di assoluta incertezza sulle politiche d’immigrazione. Se si fosse sicuri che si può venire in Italia, avere un lavoro, risiedere in Italia un anno, due o tre, ritornare in Tunisia, ritornare in Italia quando si vuole per la stagione, ecc., non avremmo tutto questo meccanismo di venire in Italia, portarsi la famiglia e rimanere perché poi non si sa se ti faranno ancora rientrare e quando ti faranno rientrare.
Questo tipo di politica dell’incertezza la fece già la Francia nel recente passato e fu rovinosa, perché instillava l’idea che si fosse sempre di fronte all’ultima finestra, all’ultima occasione e tutti si affrettavano a emigrare. Con i trasporti che costano così poco, oggi è perfettamente possibile pensare a un tipo di spostamenti migratori temporanei legati a cicli stagionali - ad esempio, delle colture - ma legati anche fondamentalmente ai cicli economici. È possibile che ci sia per un certo periodo una richiesta di acciaio, poi la richiesta declini. Quindi, se noi distinguiamo la questione dell’immigrazione legata alle braccia - per usare questo termine vecchio e desueto - rispetto all’immigrazione destinata a raddrizzare la curva demografica, ci rendiamo conto come possiamo andare verso un tipo di politica dell’immigrazione che chiamerei più liberale, nel senso che è molto meno restrittiva di quella attuale. Se vuoi venire a lavorare e se hai le opportunità di lavoro, nessun problema. Non vi è neanche bisogno di programmare gli ingressi, ma almeno si evita questa sorta di emigrazione forzata verso l’Europa di persone che ci vengono a stare non per i loro veri scopi, ma perché altrimenti non riescono a perseguire neanche l’altro loro scopo vero, che è quello di procurarsi mezzi economici per vivere poi meglio in patria.

Il liberalismo e il diritto di escludere
Noi stiamo in realtà importando forzosamente una quantità di popolazione che in Italia non ci vorrebbe venire a stare. Questo si eliminerebbe dando maggiore certezza del diritto e facendo - paradossalmente, ma non troppo - una politica meno restrittiva rispetto all’immigrazione. Però ricordiamoci sempre che gli uomini non sono merci. La globalizzazione dell’economia non comporta necessariamente la globalizzazione dei movimenti delle persone con le stesse modalità. Noi tutti siamo emigrati da qualche parte - probabilmente veniamo dall’Africa, ci siamo estesi dall’Africa fino all’Europa. Gli italiani sono un popolo geneticamente molto misto. Ad esempio, il 30% della popolazione del Sud Italia è greca di origini. Siamo tutti dei meticci e questo è un bene. Ma allo stesso tempo bisogna rendersi pienamente conto che le culture esistono, che gli individui hanno diritto alle loro culture e ne hanno diritto soprattutto coloro che stanno su un dato territorio. Credo sia un segno di confusione intellettuale sostenere che la libertà di immigrazione è un principio liberale perché il liberalismo è in favore della libera circolazione delle persone. Le cose non stanno affatto così. Per il liberalismo esiste il diritto di emigrazione, ma non il diritto di immigrazione. Stabilirsi in un Paese diverso da quello di cui si è membri non è un diritto naturale. Il liberalismo considera infatti che ogni diritto sia un diritto di proprietà, a partire da quello sul proprio corpo. Ma il diritto di proprietà è anche e soprattutto diritto di escludere qualcuno dal proprio dominio legittimo (5). Le comunità politiche hanno quindi il diritto di escludere, esattamente come hanno il diritto di includere chi non sia un proprio membro e desideri diventarlo.
Il liberalismo è universalistico sul piano dei valori, e l’economia di mercato è internazionalistica per sua propria natura. Questo significa che un liberale considera che i Paesi ricchi farebbero un errore a chiudersi drasticamente all’immigrazione e che essi dovrebbero sempre considerare i vantaggi, tanto in termini culturali quanto in termini economici, che ne derivano. Credo che nessuna persona ragionevole neghi che l’Europa e l’Italia abbiano bisogno di una certa quantità di immigrazione. Probabilmente i numeri non sono molto diversi da quelli di adesso. Il vero problema è che non abbiamo bisogno soltanto di gente che vada a fare lavori che gli italiani non vogliono fare. Abbiamo bisogno anche di qualche buon informatico indiano; abbiamo bisogno di un tipo di immigrazione che non vada semplicemente a tappare quelli che sono, come dire, lavori umili, bassi, ecc. Non è un bene neanche per questi immigrati, perché li mettiamo in un meccanismo di segregazione da cui nascono tutti i problemi delle grandi periferie.
Si possono affermare molti buoni principi e molte buone intenzioni, ma quando la popolazione carceraria in Italia è fatta per metà di extracomunitari, significa che siamo un Paese che non ha offerto a queste persone gli incentivi giusti. Siccome - da buon liberale - non credo che gli uomini siano buoni o cattivi più gli uni degli altri, e credo che la cattiveria e la bontà siano distribuite equanimemente nel mondo, se abbiamo una situazione in cui la metà della popolazione carceraria è composta di extracomunitari, che sono 1,5 milioni di persone, ciò dimostra che abbiamo creato una serie di meccanismi d’incentivazione a un certo tipo d’immigrazione, e di comportamenti sbagliati da parte di questi immigrati.

La questione della cittadinanza
Come oggi si pone, quindi, la questione dell’immigrazione è strettamente legata a quella della cittadinanza. Nel senso che gli viene oggi dato in Occidente, la cittadinanza è storicamente figlia dello Stato nazionale. Prima dello Stato nazionale i diritti politici, compreso quello di insediarsi in un determinato territorio, dipendevano dall’appartenenza a una casta sociale, a una comunità etnica o religiosa. Il criterio fondamentale per i diritti politici era lo ius sanguinis, l’origine di un individuo. Con lo Stato nazionale il criterio della cittadinanza diventa lo ius soli, la sua effettiva collocazione geografica. La permanenza sul territorio dello Stato si identifica con la cittadinanza. Il passaggio dallo ius sanguinis allo ius soli estese notevolmente l’area della cittadinanza. Ma questo avvenne a un prezzo, che era la sottomissione dell’individuo allo Stato in un modo che non esisteva prima degli Stati nazionali. Il segno più evidente di questa sottomissione è la leva militare, un istituto tipico dello Stato moderno.
Tutto ciò è essenziale per comprendere il problema posto dall’immigrazione dai Paesi del Terzo Mondo verso i Paesi ricchi. Lo Stato nazionale «forte» era in grado di estendere la cittadinanza sulla base dello ius soli perché sussistevano due condizioni: a) gli immigrati dovevano adeguarsi alle leggi, agli usi e ai costumi del Paese di immigrazione: le loro specificità culturali semplicemente non venivano in alcun modo riconosciute; b) i viaggi erano difficili e costosi e quindi i flussi migratori erano per natura limitati e facilmente controllabili. Quest’ultima condizione è oggi venuta meno. L’immigrazione di massa è possibile anche senza la presenza di una contiguità territoriale, come quella che esiste tra Stati Uniti e Messico. Ma è mutata anche la prima condizione. I Paesi occidentali non sono più monolitici dal punto di vista dei valori, degli usi e dei costumi. In Italia meno del 10% della popolazione frequenta regolarmente le Chiese. Nel Nord i matrimoni civili sono oltre un terzo. Questo significa che i nuovi immigrati non si trovano più di fronte a una società che esercita su di essi una forte pressione a favore dell’adozione degli usi e costumi vigenti. Inoltre, il superamento di una soglia critica di immigrazione fa sì che gli immigrati possano riprodurre nei Paesi di destinazione delle comunità relativamente chiuse, dove mantenere gli usi e costumi originari. Questo è quanto avviene con gli immigrati di religione mussulmana in Francia e anche in Germania e in Inghilterra. Ne sono derivati problemi innumerevoli, che nessuna interpretazione superficiale del liberismo può nascondere dietro cause diverse da quelle più evidenti.

Conclusione
L’immigrazione è davvero un fenomeno grande e di grande serietà. Ma quando ci si sente dire che, essendo così serio e grande, non ci si può fare nulla, che è un fenomeno inarrestabile, ineluttabile, io non sono d’accordo e credo che nessun liberale dovrebbe esserlo. Perché i liberali, come ci ha insegnato Karl Popper, non credono alle direzioni inevitabili della storia. I fenomeni migratori devono e possono essere governati. Le esigenze economiche espresse dalle imprese sono fondamentali, ma vanno comprese nelle loro conseguenze globali. Soprattutto, va compreso che oggi l’elemento economico è talmente mescolato con l’elemento politico, distributivo e sociale, per cui bisogna ben capire quali sono le forze economiche che stanno dietro all’immigrazione, le corrette ragioni economiche e quelle che invece non sono corrette ragioni economiche, ma sono il riflesso di interessi costituiti particolari che non sono interessi generali. Se vi è una cosa che il liberalismo ci ha insegnato è proprio a distinguere tra gli interessi particolari e l’interesse generale. Vale la pena di farlo oggi a proposito dell’immigrazione. Si rischia senz’altro di essere impopolari, specialmente negli ambienti intellettuali. Ma che liberali saremmo se non sapessimo sfidare l’impopolarità? 

(Questo testo è raccolto nel volume “Il coraggio della libertà. Saggi in onore di Sergio Ricossa” a cura di Enrico Colombatto e Alberto Mingardi, edito da Rubbettino)

 

 

Note
(1) Uno dei più forti sostenitori dell’identità tra liberoscambismo e libertà di immigrazione è stato Ludwig von Mises; 
(2) È significativo come uno dei più noti pensatori che si pongono in continuità con il pensiero di von Mises, Hans-Hermann Hoppe, sia sostenitore di una visione del tutto diversa da quella dell’economista austriaco (Hoppe, 1992 e 1998); 
(3) Devo questa citazione al bel saggio di Giuseppe Sacco (2001) dove vengono ben delineate le ragioni di un modello liberale per l’immigrazione in Italia; 
(4) Un’analisi molto acuta in tal senso è stata svolta da Richard Posner (1997); 
(5) Una delle migliori esposizioni della visione proprietaria del liberalismo in relazione al diritto di immigrazione è stata data da Salin (1992 e 1993).

Riferimenti bibliografici
Hoppe, Hans-Hermann (1992), «Migrazione, centralismo e secessione nell’Europa contemporanea», Biblioteca della libertà, 27, 118, luglio-settembre, pp. 81-115.
Hoppe, Hans-Hermann (1998), «Libertà di accogliere, diritto di escludere», Biblioteca della libertà, 33, 145, maggio-agosto, pp. 3-15.
Posner, Richard A. (1997), «Perché non bisogna preoccuparsi dell’invecchiamento della popolazione», Biblioteca della libertà, 32, 140, maggio-agosto, pp. 9-25;
Sacco, Giuseppe (2001), «Immigrazione: braccia e/o uomini», Ideazione, 8, 2, marzo-aprile, pp. 36-49.
Salin, Pascal (1992), «La libera circolazione degli individui», L’Opinione, 28 luglio 1992.
Salin, Pascal (1993), «Immigrazione e diritti», Biblioteca della libertà, 28, 120, gennaio-marzo, pp. 123-128.
4 Una analisi molto acuta in tal senso è stata svolta da Richard Posner (1997).
5 Una delle migliori esposizioni della visione proprietaria del liberalismo in relazione al diritto di immigrazione è stata data da Salin (1992 e 1993).

 

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