I tragici eventi messisi in moto con l’11 settembre 2001 e culminati (per ora) nella guerra all’Iraq pongono l’Occidente e il mondo intero di fronte a una serie di interrogativi che vanno dalla possibilità o meno di esportare la democrazia, all’uso della forza da parte di uno Stato occidentale al di fuori della legittimazione degli organismi internazionali, alla natura stessa di questi ultimi. Ma al fondo di questi interrogativi ce n’è uno che in un certo senso li contiene tutti: in un contesto in cui i popoli e le culture vivono sempre più a contatto tra loro, che idea abbiamo della civiltà in generale, dell’Occidente in particolare e del suo rapporto con gli «altri»? Prima dell’attentato alle Torri gemelle di New York, tale questione ci lasciava invero piuttosto indifferenti. Un po’ per ingenuità, un po’ per noncuranza, un po’ per bieco opportunismo, eravamo diventati tutti «relativisti culturali», convinti che la pacifica convivenza tra culture diverse fosse soltanto un problema del nostro egoismo di Paesi ricchi e che magari organismi internazionali come l’Onu avrebbero provveduto alla promozione su scala planetaria di un autentico ordine democratico. Oggi sentiamo invece la suddetta questione in modo drammatico. Perduta la sua astratta lontananza ed entrato veramente nella nostra casa, l’«altro» ci minaccia e ci incute paura; scopriamo la debolezza e l’anacronismo di organismi internazionali, all’interno dei quali convivono Paesi democratici e Paesi dove non si rispetta nemmeno il più elementare dei diritti umani; scopriamo altresì che proprio il nostro essere «occidentali» ci impone un atteggiamento nei riguardi dell’«altro» tale per cui, persino quando l’altro lo persegue e addirittura in caso di guerra, non possiamo accettare l’idea dello «scontro di civiltà». Il relativismo culturale di ieri, che oggi sembra trovare espressione nel pacifismo di coloro che sono contro la guerra «senza se e senza ma», e l’atteggiamento di chi pensa allo «scontro di civiltà» come a un semplice dato di fatto sono a mio avviso due pericolose scorciatoie che l’Occidente non può permettersi e che servono soltanto a evitare ciò che forse ci infastidisce più di ogni altra cosa: fare seriamente i conti con noi stessi e con la nostra coscienza cristiana.
E invece sta proprio qui la vera questione di fondo. Siamo o non siamo convinti che il cuore dell’Occidente, della nostra cultura e della laicità delle nostre istituzioni liberaldemocratiche sia cristiano? Nel discorso fatto al Parlamento italiano nel novembre scorso, Giovanni Paolo II lo ha detto espressamente: l’identità sociale e culturale dell’Italia, dell’Europa e dell’intero Occidente «difficilmente si potrebbero comprendere al di fuori del cristianesimo». Anche il presidente del Senato, Marcello Pera, nel suo indirizzo di saluto aveva detto, da laico, parole molto belle sulla stessa lunghezza d’onda. Ma non mi pare che oggi sia questa l’opinione dominante, se è vero che facciamo persino fatica a nominare le nostre radici cristiane nella Costituzione europea alla quale stiamo lavorando. Da questo punto di vista la nostra cultura politica si è come rinsecchita; ha perduto il senso della trascendenza cristiana, dal quale traeva la sua liberalità, la sua sensibilità per la giustizia e in ultimo la sua laicità; si è chiusa, diciamo così, nelle sue procedure e nei suoi interessi materiali e, perdendo lo spirito che, trascendendola, la rendeva veramente «aperta», oscilla ormai tra il vacuo e spesso peloso buonismo degli europei e l’arroccamento aggressivo degli americani. In un mondo globalizzato, quale è quello in cui viviamo, questo nostro rinsecchimento culturale crea seri problemi di convivenza, anche in considerazione dell’immane potenza economica e militare di cui disponiamo. E la guerra all’Iraq ha rappresentato in questo senso una sorta di cartina al tornasole. Quale che sia il giudizio che diamo su questa guerra, di almeno una cosa possiamo infatti essere certi: essa ha creato divisioni profonde tra gli Stati Uniti e alcuni Paesi europei e tra i Paesi europei stessi; dirà il tempo se ha accentuato anche le divisioni tra l’Occidente in generale e il mondo islamico, cosa di cui, a dire il vero, non sono sicuro. In ogni caso si tratta di divisioni preoccupanti, che denotano una grave crisi, della quale sembra che, a eccezione del Papa, pochi siano veramente consapevoli. Giovanni Paolo II, è noto, ha fatto di tutto per scongiurare questa guerra; temeva e teme lo scontro di civiltà più di ogni altra cosa. Ma il suo spirito non ha nulla a che vedere con quello di coloro che hanno riempito le piazze gridando contro il presidente Bush. È infatti lo spirito di chi invoca costantemente la pace e costantemente cerca la pacificazione, non quello di chi se ne ricorda una volta ogni tanto, strumentalizzandola addirittura per miseri interessi di bottega; è lo spirito di chi richiama costantemente la serietà della vita e della storia, non quello di chi, frastornato dal consumismo e dalla vita comoda, cerca di tacitare la propria coscienza sfilando in massa in favore dei buoni sentimenti, per il dialogo a oltranza e la fine di ogni guerra, fingendo di non sapere che è grazie soprattutto alla forza degli americani che possiamo permetterci il lusso di fare politica come se la forza non esistesse; è lo spirito, infine, di chi sa che la grandezza e la potenza dell’Occidente hanno le loro radici nella fede cristiana e che, se tale l’Occidente vuol rimanere, ossia grande, potente e cristiano, oggi deve farsi esempio di libertà e solidarietà non certo di indifferenza, opportunismo o, peggio, di oppressione. Per farla breve, il Papa ci ricorda semplicemente (si fa così per dire) la conversione, la catarsi culturale di cui abbiamo bisogno, per riappropriarci delle radici della nostra identità.
A questo proposito, e vengo così alla seconda e alla terza domanda del questionario, la mia impressione, detta molto sinteticamente, è che l’arcano più profondo di quel fenomeno che siamo soliti chiamare globalizzazione stia nel fatto che l’Occidente ha dispiegato su scala planetaria tutta la sua potenza politica, tecnologica, economica proprio nel momento in cui al suo interno è andata in crisi la fede cristiana, ossia la vera condizione di possibilità della sua potenza e grandezza. Le nostre istituzioni liberaldemocratiche, per fare un esempio, sono ancora abbastanza forti; di per sé, esse rappresentano senz’altro l’eredità più preziosa della differenziazione di religione e politica che il cristianesimo ha saputo produrre a tutto vantaggio della libertà e della dignità delle persone. Ma forse, a furia di accentuare in modo sbagliato la loro neutralità, le stiamo riducendo a una specie di guscio vuoto; ne celiamo i valori più profondi, dando l’impressione che siano soltanto uno strumento per consentire ai più forti e ai più fortunati di fare soldi; le rendiamo poco credibili e poco attraenti; con conseguenze disastrose sia all’interno che all’esterno dell’Occidente. Occorre pertanto che l’Occidente cristiano, liberale e democratico riprenda a credere seriamente nei suoi valori, a testimoniarli con fiducia, ben sapendo che la libertà, la solidarietà, il pluralismo, la tolleranza, il rispetto per tutti gli uomini (e per tutte le donne) non sono valori facili, bensì valori che richiedono rigore e spesso anche spirito di sacrificio. Senza questa consapevolezza, difficilmente l’Occidente potrà fronteggiare l’indifferenza e l’egoismo che lo pervadono all’interno e i regimi criminali, come quello di Saddam Hussein, che lo minacciano dall’esterno. Dovrà farlo con pazienza e rispetto, ma anche con decisione; mostrando la sua forza e, se necessario, utilizzandola, ma senza assumere gli atteggiamenti dello «sceriffo» che cerca di scacciare il male dal mondo. Almeno in linea di principio, non mi pare che la democrazia e la libertà possano essere esportate con le armi e la guerra. Con le armi possono essere semmai difese. Ma in ogni caso possono e debbono essere testimoniate. E certamente diamo brutta testimonianza quando, pur di fare affari, chiudiamo gli occhi su tutto, anche su regimi sanguinari che non hanno nulla a che fare con il più piccolo barlume di civiltà; quando, all’Onu, consentiamo che il rappresentante di un Paese come la Libia assuma la presidenza della Commisione sui diritti umani; o quando, in piena guerra tra angloamericani ed esercito di Saddam Hussein, diciamo di non stare né con gli uni né con gli altri. La fede e la coscienza cristiana non sono ovviamente riducibili alla forma politica delle liberaldemocrazie occidentali; per definizione la fede cristiana trascende un po’ tutte le forme politiche; di qui, poniamo, il realismo e la capacità della Chiesa cattolica di muoversi sulla scena globale con maggiore disinvoltura degli Stati, come pure l’impossibilità di identificare il cristianesimo con l’Occidente. Ma questo non vuol dire che la fede e la coscienza cristiana debbano lasciarci indifferenti di fronte a certi regimi criminali con i quali, in un mondo che si va facendo sempre più piccolo, viviamo ormai gomito a gomito. Dobbiamo piuttosto combattere questi regimi e dobbiamo farlo con le armi che ci sono più congeniali: la testimonianza dei nostri valori e il rispetto dei valori altrui, incoraggiati su questa strada dalla consapevolezza per nulla marginale che, all’occorrenza (per fortuna), siamo pur sempre noi ad avere le altre armi, quelle militari, più potenti.
Eccoci giunti al problema che sta dietro alla quarta e alla quinta domanda del questionario: è giusto uccidere il tiranno di un Paese straniero, il quale ha ridotto il proprio Paese a un grumo di miseria e di terrore? Se stessimo parlando del tiranno di un Paese straniero occidentale o para-occidentale, risponderei di sì; con qualche distinguo, ma sì; alla fin fine anche per Tommaso d’Aquino sarebbe stato lecito uccidere Hitler o Stalin. Trattandosi invece di Saddam Hussein e dell’Iraq, confesso paradossalmente che i distinguo del mio sì aumentano. Ma questo non certo perché reputi il tiranno di Bagdad migliore di quello di Berlino, o perché la sofferenza e l’oppressione subite dal popolo iracheno siano meno dolorose di quelle di un popolo occidentale, quanto piuttosto perché, per quanto vicino geograficamente, culturalmente si tratta del tiranno di un altro mondo, di un mondo che non mi sembra abbia richiesto il nostro aiuto e che, almeno per ora, non sa che cosa sia la democrazia e forse ne conosce soltanto i lati peggiori, tipo quelli che per lungo tempo ci hanno indotto ad appoggiare lo stesso Saddam Hussein. Anche per questo, a proposito della guerra all’Iraq, ritengo che la sua giustificazione più «realistica» e più «sincera», quindi forse più comprensibile per gli stessi iracheni, sia quella che fa leva sull’idea di «guerra preventiva» a un criminale riconosciuto tale anche dai suoi sudditi, che per una serie di ragioni, riconducibili in ultimo ai fatti traumatici dell’11 settembre, viene considerato pericoloso per la sicurezza degli Stati Uniti e del mondo intero. Stento un po’ di più a credere, come pure vorrei, che si sia trattato di un’azione umanitaria in favore del popolo iracheno oppresso da vent’anni di terrore disumano, o che si sia trattato della benevola volontà di estirpare un malefico «errore», una «struttura di peccato», esportando i nostri valori democratici. Come ho già accennato sopra, i nostri valori, specialmente oggi, richiedono più di essere testimoniati che di essere esportati con le armi. E, per essere credibili, è anzitutto necessario essere veritieri. A questo proposito non sarebbe male se alla nostra Realpolitik corrispondesse anche un realismo nelle giustificazioni dei nostri atti, che ci sottragga alla logica che vuole che gli interessi latenti siano sempre più importanti di quelli manifesti. Nel contesto in cui ci troviamo dopo l’11 settembre, l’idea di «guerra preventiva» all’Iraq di Saddam Hussein, per quanto possa risultare fastidiosa, è a mio avviso più onesta e credibile di quella di una guerra per la democrazia: e, in quanto tale, anziché allargare il fossato tra l’Occidente e l’Islam, potrebbe rappresentare, non soltanto un nuovo inizio per l’Iraq, ma lo spunto affinché l’Occidente rafforzi il suo senso di solidarietà e l’Islam impari a comprenderlo. Se sarà così, auguriamoci di vedere i primi frutti positivi nella tragica vicenda israeliano- palestinese.
Due battute, per finire, sull’ultima domanda del questionario, la più insidiosa, quella che riguarda la pace. Semplificando molto, si potrebbe dire che c’è un’idea di pace come assenza di guerra e un’idea di pace come dimensione dell’anima. Della prima si occupa la politica, della seconda la religione. Vivere con la pace nel cuore è sicuramente il dono più grande che Dio possa fare agli uomini, i quali, proprio per questo, sapranno essere veri «operatori di pace». Ma questa pace dei «beati» non coincide con una vita dove non ci sono guerre, né può diventare l’obiettivo diretto dell’azione politica. È già tanto che la politica aspiri all’idea di una «pace perpetua» come se la immaginava Kant, i cui «articoli definitivi», però, non a caso, la dicevano lunga su quanto fosse difficile da perseguire e, forse, risentivano anche di un assai dubbio eurocentrismo illuministico. La costituzione civile di ogni Stato deve essere repubblicana, il diritto internazionale deve fondarsi sopra una federazione di Stati liberi, il diritto cosmopolitico dev’essere limitato alle condizioni di un’universale ospitalità: ecco i tre articoli, i tre presupposti, della pace kantiana. Indubbiamente le liberaldemocrazie occidentali sono andate molto avanti nella direzione indicata da Kant, riuscendo anche per questo a non farsi mai la guerra tra loro. Ma il mondo è assai più variegato dell’Occidente; e poiché non possiamo pretendere che tutti desiderino far proprio il nostro stile di vita, né possiamo escludere che alcuni lo percepiscano (magari anche con qualche ragione) come un pericolo o che altri vogliano addirittura distruggerlo, almeno per ora, purtroppo, non possiamo nemmeno escludere la possibilità della guerra. È sempre un male avere la guerra nel cuore, non la guerra in quanto tale. In alcuni casi anche i «beati» potrebbero sentire il dovere di usare la forza delle armi. È invece da escludere che lo facciano con l’intento di diffondere la pace del loro cuore. Valori così alti, in genere, vengono mobilitati politicamente dai «malvagi»; qualche volta anche per dire che sono contrari alla guerra a ogni costo. In politica insomma raramente l’alternativa è tra il bene e il male; il più delle volte occorre scegliere tra il male e il peggio. E questo i veri «operatori di pace» lo sanno benissimo. Sperano inoltre ardentemente che, grazie alla Provvidenza divina che riesce a scrivere diritto sopra le storture degli uomini, persino la guerra possa diventare un contributo alla pace, a una pace più giusta di quella che c’era prima.