Scusate se insisto ma io continuo a credere che l’unica ragione che giustifichi l’esistenza di un servizio pubblico televisivo e il pagamento di un canone, sia la funzione di servizio, di cultura e di educazione della Rai. Se il problema è battere la concorrenza sul piano degli ascolti, della raccolta pubblicitaria, dell’intrattenimento e della ricreazione, non c’è nessuna ragione per tenere in vita il servizio pubblico. Allora io dico: ci sono tre reti pubbliche, due delle quali possono competere sul mercato per ascolti e pubblicità, divertimento e informazione. Lasciate che una terza rete abbia come compito esclusivo la promozione di una nuova cultura popolare. La ragione di avere tre reti è quella di diversificare l’offerta: e allora a una prima rete di larga fruizione nazional-popolare, incentrata sull’informazione e sullo svago; a fronte di una seconda rete, magari più proiettata negli scenari europei o nelle realtà regionali, ma sempre attenta agli ascolti e alla raccolta pubblicitaria; sarebbe auspicabile destinare la terza rete, quella che dovrà prima o poi rinunciare alla pubblicità, a concentrarsi sulla cultura popolare, nazionale e locale. Una rete che lavori più strettamente con le scuole, che si proponga di difendere e valorizzare la lingua italiana, lo stile italiano, il gusto e il marchio italiano. Non si tratta di ghettizzare la cultura in una rete, come mi hanno obbiettato alcuni esperti di tv, come Piero Angela. Né si tratta di progettare una rete introversa, elitaria, autoreferenziale, intellettuale, di basso ascolto. Si tratta invece di disegnare una rete con una prevalente intonazione culturale, ma una cultura accessibile, vivace, intrigante che sappia essere leggera senza essere fatua. Una rete che non abbia l’imperativo dell’audience e dello share, capace di produrre opere di qualità, viaggi nella memoria del Paese, quella storica e quella minore, nell’arte e nel sentire religioso, nella creatività e nelle comunicazioni di massa. Rete culturale non vuol dire rete intellettuale: anche Giotto, Omero, il teatro elisabettiano facevano cultura popolare, senza per questo far cultura volgare. Chi sostiene che la tv non debba coltivare propositi educativi o scopi comunitari, perché altrimenti diventa una tv etica, ideocratica e pedagogica, sottilmente autoritaria, non si rende conto che senza un progetto educativo e comunitario, gli utenti e soprattutto i minori non vengono lasciati liberi ma in balia di altre agenzie diseducative. Oltrettutto si tratta di una rete inserita in un sistema pluralistico, e dunque ognuno è libero di fare zapping. Se la gara è solo tra chi fa più ascolti con i giochini e le veline, si ritiri lo Stato e si lascino in campo solo i privati. Ne guadagnerebbero la dignità e il mercato. Insomma la scommessa per la Rai è ritenere possibile la nascita e lo sviluppo di una cultura popolare: da troppi anni cultura e popolo sono stati considerati incompatibili da una cultura intellettualistica, ideologica, elitaria da un verso e da una non cultura mercantile e volgare. Dov’è cultura non è c’è popolo, dove c’è popolo non c’è cultura. Alla Rai spetta il compito di sfatare questo pregiudizio. In caso contrario, largo ai privati.