
A ogni discorso sul sistema radiotelevisivo in Italia mi sembra utile, soprattutto per le nuove generazioni, una premessa storica. Il servizio pubblico non è un rudere di trascorsi dispotismi. Al contrario, appartiene, per qualche verso esprimendola, alla cultura dell’Europa umanista e liberaldemocratica, all’impegno che le è connaturato di impaginare valori in vista del bene comune. Voglio dire che il servizio pubblico radiotelevisivo è uno dei modi, per quanto imperfetto, di avvertire che la comunicazione - nei termini invasivi e oggettivamente «prepotenti» propri della televisione generalista - non è riducibile al business e alla sua autoreferenzialità. La comunicazione, cioè, non è un eden innocente, in cui solo il mercato, se proprio occorre, può collocare qualche segnaletica all’interno di un’extraterritorialità altrimenti inviolabile. Non è un caso che la normativa dell’Unione europea riservi al servizio pubblico radiotelevisivo, non tolleranza residuale, ma formale legittimazione. Perché poi, all’interno di un sistema misto, il servizio pubblico radiotelevisivo assolva alla propria funzione, occorre che stia sul mercato con pienezza, non ai margini, come per offrire ai già acculturati qualche localino snob recando il minor disturbo possibile alla generalità. Il servizio pubblico deve parlare ai più, facendosene amichevolmente seguire, e ai più deve proporre, rispetto alla televisione commerciale, una alternativa a tutto campo. Non può limitarsi a offrire un’ampia, corretta informazione, documentari, dibattiti fra esperti e musica colta, pur essendo suo dovere, attraverso calcolati intarsi di palinsesto, coltivare e suscitare anche questi interessi. Ma il servizio pubblico deve essere ben presente - persino con maggiore impegno - nei comparti dell’intrattenimento e in genere del più vasto ascolto, là dove cioè più faticoso e più meritorio è resistere alla volgarità, affermare uno stile. In soldoni, un servizio pubblico radiotelevisivo per pochi sarebbe un servizio pubblico fallito. Stiamo, dopotutto occupandoci di mass-media, non di élites-media. E nella distesa massmediale buona cosa ci sembra la presenza competitiva di un luogo dei riequilibri, delle evidenze aggreganti, degli addestramenti critici, degli anticorpi salvavita.
Colpa non è, per il servizio pubblico, tener d’occhio i dati di ascolto. Colpa è preoccuparsi solo dell’Auditel, fare dell’Auditel il solo metro e il solo e assoluto fine, quand’anche consigliasse, per dire, sbudellamenti da antico Colosseo, in diretta lautamente sponsorizzata. Al qual proposito, un’impertinenza viene spontanea: senza sottovalutare i pregi che pur ci sono della concorrenza, come si può da un lato deplorare certo degrado conseguente alla commercializzazione e dall’altro proporre come rimedio la privatizzazione? Può un malanno curarsi premiando ed estendendo proprio il regime di vita che è alle sue origini? Certo va riconosciuto, se non si vogliono chiudere gli occhi alla realtà, che all’atto pratico il sistema misto presenta sue gravi difficoltà: quanto a normativa, a gestione, a costume civile, a impegno creativo e autoregolativo. Patologie partitocratiche, oltre tutto deresponsabilizzanti, e squilibri nel riparto delle risorse complessive sono grossi scogli da superare, non insuperabili però se non mancano lealtà e fantasia politica. Vero è anche che il servizio pubblico la sua ragion d’essere è tenuto a rispettarla con coerenza costante e visibile. Suo titolo d’onore dovrebbe essere proprio una caratterizzante tenuta di stile, politico e non solo politico. Sua ambizione dovrebbe proprio esser quella di distinguersi dalla concorrente programmazione commerciale alla prima comparazione di zapping. Astenendosi da ciò che non gli si addice e insieme sforzandosi di farsi più attraente e più affidabile, il servizio pubblico può e deve rilegittimarsi giorno dopo giorno: proprio perché è tenuto a operare, al di là del rendimento immediato, sulla lunga durata, che è poi il tempo della cultura e della politica (non del luna park e del politicantismo). Il presidente della Repubblica ha voluto dedicare alla comunicazione il primo messaggio al Parlamento del suo settennato. Per ciò stesso, prima ancora che per aver segnalato esplicitamente - come pure ha fatto - il ruolo centrale del servizio pubblico, mi pare che il Capo dello Stato, convinto difensore della libertà d’informazione, ci abbia voluto richiamare tutti a considerare la massmedialità come fenomeno di alta rilevanza per la Repubblica italiana. Lo spirito pubblico - cui il massimo possibile di voci deve concorrere - è, come dire, il fisiologico respiro della comunità, il suo circuito vitale. Dobbiamo rassegnarci a fare della televisione pubblica non più che un’altalena meccanica di tifoserie partitiche e un supermercato di prodotti fabbricati per farne vendere altri? È stata recentemente presentata una nuova legge per la Rai. Chi è avanti negli anni sa bene come distrazioni, miopie, ritardi se non compiacenze abbiano contrassegnato la storia pluridecennale della legislazione italiana in materia. Vien da dire che la nostra televisione al postutto abbia fatto buona prova nell’arena internazionale nonostante le nostre normative, piuttosto che grazie a esse. Sfortunatamente in tempi di conflitto d’interessi, sembra difficile tiri aria di serenità super partes e di realistica saggezza. Eppure l’una e l’altra appaiono indispensabili per conseguire non un miracolo, ma un esito accettabile.