Una volta la sinistra occupava le prefetture, oggi sono i prefetti a occupare la sinistra»... È l’ultimo commento diffuso, l’unico affiorato sui mass-media, sulle improvvise dimissioni del prefetto di Milano, accompagnato in un insistito tripudio sulla rampa di lancio delle primarie dell’Unione prima e della candidatura a sindaco subito poi. E il compatto clamore mediatico ha già precipitato nei sotterranei il disagio palpabile nell’universo della sinistra ambrosiana, ridotto a un amaro brontolìo che si sfoga nel passaparola con le assonanze ripetute con infinite variazioni sull’universale Don Ferrante manzoniano, quello che, proprio a due passi da Palazzo Marino, discettava da intellettuale salottiero sull’impossibilità dell’esistenza della peste, di cui alla fine beatamente si ammalò e ne morì. Non è evidentemente sulla persona del prefetto dottor Bruno Ferrante (figura stimata e funzionario integerrimo) che si appunta la malinconica ironia: quanto piuttosto sulle condizioni di un centrosinistra locale costretto, per liti interne e culture divaricanti, a trovare altrove la sintesi politica, facendo scendere sul terreno di gioco elettorale, dopo un affrettato cambio di casacca, un arbitro venuto da fuori. Ma soprattutto questo sbocco ormai irreversibile interpella la natura della sinistra, le sue radici, e persino il suo orgoglio milanese che ha una lunga e onorata impronta genetica di alterità, quasi sempre sofferta, con gli uomini e i simboli delle istituzioni centrali o centraliste. Fin dalla lontana fine Ottocento, quando l’allora presidente del Consiglio Francesco Crispi (in gioventù di sinistra garibaldina e poi involutosi fino a fare il guardiano feroce dello Stato reazionario) attribuì enormi poteri discrezionali ai regi prefetti, in particolare per controllare e contrastare quello che con evidente avversione chiamava con disprezzo «lo Stato di Milano», da ridurre con le maniere forti all’obbedienza. Non sopportava Crispi, e anzi temeva, il fervore produttivo lombardo, lo sviluppo impetuoso dell’industria con i suoi stretti interscambi con l’Europa più avanzata, il sorgere inarrestabile di una classe operaia, il progresso della conoscenza che s’innervava intorno al Politecnico di Cattaneo e di Giuseppe Colombo e il fiorire di scuole del lavoro e di studi dell’economia che avrebbero poi portato alla fondazione della Bocconi. Questa «anomalìa» milanese andava ridotta all’ordine di uno Stato centrale sabaudo-meridionale che, sotto la retorica del nazionalismo risorgimentale, tutelava con durezza il pigro potere di un club ristretto di ottimati latifondisti, preoccupati solo di allevare una casta di funzionari e di «proconsoli» fedeli, ineccepibili nel formalismo giuridico e naturaliter repressivi.
La mano pesante prefettizia a Milano non risparmiò nessuno: né radicali né repubblicani né cattolici né socialisti. E se pure, nei momenti più gravi, affidava ai militari il «lavoro sporco» (come il generale Bava Beccaris che prende a cannonate - 400 morti - la protesta della piazza nel maggio 1898), otteneva rapidamente da una magistratura altrettanto succube e centralista pesanti condanne per tutti i presunti agitatori e sempre comunque per tutti quanti osavano discostarsi dal «pensiero unico» del patriottismo risorgimentale.
Ma intanto continuavano la vita e la società, l’economia e la cultura: e per tutto il Novecento (ben prima quindi, molto prima della Lega di Bossi) Milano sviluppa in tutte le sue componenti - compresa la borghesia laica e patriottica - un ostinato orgoglio della sua diversità, un complesso di sue istituzioni e virtù civiche puntigliosamente contrapposte alla pesantezza della burocrazia statale. In forza certo del primato economico, ma altresì di un sostanziale e autonomo «progetto di società» che prescinde quasi totalmente dallo Stato centrale. E ne deriva quella tradizionale e spesso scherzosa polemica con Roma, con la sua lontananza dalla realtà sociale in evoluzione ma insieme con la sua pesante interferenza per mano delle circolari prefettizie. Una cornice che, pur nella divisione locale, apparenta tutte le forze politiche e le identità culturali meneghine, a cominciare proprio dalla sinistra. Persino di quella massimalista e rivoluzionaria, che sogna l’abbattimento dello «stato di polizia», ma anche e soprattutto di quella riformista che venne esprimendo una lunga serie di sindaci socialisti, affettuosamente sostenuti da buona parte della popolazione. Fatta salva la cupa parentesi della dittatura fascista (dove, non per caso, prefetto e podestà - così si chiamava il sindaco nominato e non eletto - filavano d’amore e d’accordo), la sinistra riprende ed esalta dopo la Liberazione la contrapposizione aperta contro lo Stato centrale, i suoi funzionari e i suoi esecutori, pur se amnistiati dal guardasigilli Togliatti. E se il Pci di Pajetta arriva al punto di occupare armi in pugno la Prefettura di Corso Monforte (salvo sentirsi dire gelidamente dal medesimo Togliatti: «Bravi, e adesso che ve ne fate?»), il comunismo milanese continuerà a coltivare il mito resistenziale del «vento del Nord», i simboli e le umanità delle cittadelle operaie, assistendo dall’opposizione con qualche invidia alla capacità manovriera dei «fratelli-coltelli» socialisti. Milano, senza e contro i prefetti, si impone nell’impetuoso sviluppo industriale e finanziario, come una città naturalmente riformista e proiettata nell’Europa e nel futuro. E la politica ambrosiana coinvolge e porta a sintesi in questa dimensione di fierezza e di identità sia la borghesia laica e quella cattolica, il sindacato e la sinistra: fino al punto da fare da sola, autofinanziandosi persino la prima metropolitana quando Roma e la sua burocrazia dicono di no. Non è la sede questa per ripercorrere l’ultimo trentennio: e tuttavia il deposito genetico e il patrimonio culturale di tutta la città ma in particolare della sinistra conserva forte il senso della diversità dallo Stato centrale e dei suoi «missi dominici», in primis i prefetti. E allora come mai in questa congiuntura preelettorale si arriva ad abdicare in modo così garrulo e sfacciato alle proprie radici, alle proprie appartenenze, alla propria tradizione di orgogliosa autonomia?
L’involuzione è evidente e le risposte possono essere molteplici. E tuttavia c’è un avvertibile deposito di rancore in questa sinistra che non riesce a capacitarsi di costituire a Milano una evidente «anomalìa» nella striscia vincente delle amministrative. E che rifiuta, con il partecipato conforto mediatico, di interrogarsi sull’autentico paradosso che la perseguita dall’ormai lontano 1992. Quello cioè di aver eliminato, per via giornalistico-giudiziaria, con la stagione irruenta ed enfatica di «Mani Pulite», non tanto e non soltanto l’evidente corruzione, ma un intero ceto politico e tuttavia di non riuscire a ereditarne il potere. Infatti, proprio a Milano, la nuova geografia politica produsse per la sinistra, convinta di avere ormai spazio libero e di ottenere automaticamente il consenso popolare, un ripetuto rosario di sconfitte. Non passò infatti il triste professore giustizialista Nando Dalla Chiesa (battuto alla grande dalla meteora leghista di Formentini), non passò l’imprenditore innovativo e moderato (Aldo Fumagalli), non passò nell’ultima tornata il valoroso sindacalista solidale (Sandro Antoniazzi)... Con tre brucianti risultati negativi alle spalle, quindici anni di sconfitte elettorali non comprensibili e non comprese, (e con il rifiuto pregiudiziale di riflettere sulla propria «antipatìa»), era logico che in vista della prossima sfida municipale si sentisse la necessità impellente di cambiare comunque strada. D’altronde l’affossamento chirurgico della candidatura forte e popolare dell’oncologo Umberto Veronesi (che avrebbe significato il riallacciarsi immediato alla storia riformista antecedente al ‘92 e la definitiva pietra tombale sul successivo giustizialismo) ha dimostrato certamente la forza del «potere di veto» del radicalismo girotondino, ma altresì la sua sterilità e il suo esclusivismo nel non saper parlare all’universo composito e talvolta smarrito dell’intera città. Si è sentita la mancanza in questa congiuntura di figure praticamente «regolatrici», in forza di un’autorità personale e riconosciuta (magari anche per un cattivo carattere) come erano stati per Milano il banchiere Enrico Cuccia o il giornalista Indro Montanelli. La loro influenza larga si era espressa per l’ultima volta nel 1997 all’esordio brillante di Gabriele Albertini. E forse anche l’attuale centrodestra risente ancora di quell’abbrìvio positivo nella sostanziale facilità con cui risolve i suoi nodi milanesi. Sull’altro versante, pur sull’onda di un vento di opposizione favorevole, la soluzione a divisioni litigiose e spesso inestricabili è apparsa alla fine l’abdicazione, se non la rinuncia alla politica.
Come le città medioevali in decadenza che affidavano le loro sorti a un forestiero (appunto, proprio il podestà), così si è individuata nella figura prefettizia l’unico arbitro che potesse assolvere il compito di tenere insieme i no-global leoncavallini e i banchieri in fila disciplinata alle primarie prodiane, gli interessi operosi e professionali e il disagio incattivito delle periferie... E soprattutto l’unica figura rassicurante per la vera incognita delle prossime sfide in città, ovvero il mondo cattolico. È un altro paradosso che il prefetto sia il solo candidato spendibile verso una Chiesa diocesana che ha una fortissima tradizione di autonomia locale (fino a conservare, unica in tutto l’Occidente, la diversità del suo millenario rito originale) e che ha sempre preferito interloquire più con le virtù del civismo popolare che con i rappresentanti di un potere alieno e lontano... Ma tant’è: davvero il mondo cattolico ambrosiano appare insieme lacerato e silente. Che apre il suo Duomo a dibattiti culturali e a spettacoli e balletti new age e politically correct , ma velando nel contempo, e in giorni d’aborto, la sua dedica secolare a «Maria Nascente»; che trascura la dura lezione della «carità prudente» (con cui Sant’Ambrogio - nel De officiis - spiegava come, solo colorando di rigore e di discernimento la spinta alla solidarietà, si poteva raggiungere l’efficacia di «non respingere nessuno»); che soprattutto sembra aver seppellito le profetiche preoccupazioni lanciate dal cardinal Martini (nel suo discorso alla città del dicembre 1990) sui rischi dell’Islam... Appunto. Milano è la prima città ad aver tenuto le esercitazioni contro il terrorismo islamico, ed è palpabile un’inquietudine diffusa per la sicurezza. E tuttavia, nel tentare di accreditarsi come futuri garanti dell’ordine, la sinistra (da Prodi in giù) tende a trasferire l’ansia collettiva sull’annuncio di un automatico contagio delle rivolte nichiliste delle banlieu parigine. Negando, ed è questo un altro limite culturale, che, a differenza della Bologna di Cofferati, Milano è ben più avanti sulla via davvero riformista di assorbimento paziente delle lacerazioni sociali e del lavoro. Grazie proprio a quel «Patto per Milano», nel quale si profuse e si espose la capacità propositiva del professor Marco Biagi, additato poi al ludibrio fino alle sfregio definitivo del piombo brigatista... In conclusione, Milano si prepara a confermarsi, magari controvoglia, come l’interessante «laboratorio politico», nel quale si manifestano fermenti e tendenze che si estenderanno poi all’intero Paese. E quello che colpisce, nel rileggere la vicenda pubblica della scelta prefettizia, è che la sinistra milanese consideri (per se stessa e quindi per l’intera società) come ormai impraticabile la possibilità di portare a sintesi l’anima intera di una metropoli, additandole un traguardo, una meta, una prospettiva realmente condivisa. E sapendo che le eccellenze civiche (scientifiche, economiche, sociali) faranno comunque da sole, si finisce per accettare come ineluttabili gli attriti fra le infinite diversità nelle quali si manifesta la giungla di una sofferta e spesso incomprensibile modernità. Quindi altra funzione di governo, anche sul territorio, non resta che quella della pura mediazione: di conseguenza diventa naturale il ricorso al più raffinato ed esperto «convocatore di tavoli». È possibile un’idea del sindaco di Milano meno dimissionaria e più progettuale? La sfida è apertissima, proprio perché Milano può avere il coraggio di chiedersi cosa essere nel suo futuro: magari (è l’esempio più banale) per competere alla pari con la macchina veltroniana per la conquista di prossime Olimpiadi... E forse riscoprendo, nella corsa all’avvenire, la severa lezione liberale di Luigi Einaudi, il primo effettivo presidente della Repubblica, che, proprio persuaso dal fervore e dall’autonomia milanese, predicava come primo segnale democratico nell’Italia appena liberata dalla dittatura e dalla guerra la necessità imprescindibile dell’abolizione dei prefetti...