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Le due Revolution

Liberal Fondazione
di Ferdinando Adornato

Anno II n. 13 - Agosto/Settembre 2002

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Gli anni Sessanta sono stati gli anni della speranza. Gli anni Settanta sono stati gli anni della contraddizione. Gli anni Ottanta sono stati gli anni della reazione. Non c’è cittadino della sinistra italiana che, più o meno, non abbia ragionato o non ragioni così. Ma se questo teorema fosse sbagliato?

*****

Dagli Hippies agli Yuppies. Da Kennedy a Reagan. Da Woodstock a Seattle. Il mito di vita alternativa partito da Carnaby Street, tempio mondiale del beat, si è infranto a Wall Street, tempio mondiale del denaro. Nei Sessanta c’era Easy Rider. Peter Fonda proponeva facili cavalcate in motocicletta sulle strade del sogno. Negli Ottanta c’è Nove settimane e mezzo. Nel quale, alla domanda «e tu che lavoro fai?», Mickey Rourke risponde con una frase, solo dieci anni prima impensabile sulle labbra di un ragazzo: «I make money with money». Faccio denaro con il denaro. Quale altra battuta poteva simboleggiare meglio il cambio di epoca? Gli anni Ottanta sono il fantasma della sinistra. Gli anni del cinismo, dell’opportunismo. Gli anni che hanno rotto il giocattolo dell’Utopia. Il trillo di una sveglia che ordinava di abbandonare ogni sogno. Non bastava a rasserenare l’ambiente chi invitava a non drammatizzare: tanto la politica, come la vita, è soggetta a corsi e ricorsi. A decenni di impegno seguono decenni di disimpegno e così via... Il cambio di paesaggio era stato troppo radicale per accettare qualsiasi consolazione. Tra lo smettere di accapigliarsi sulle due linee di Mao Tse Tung e cominciare a fare i conti con Berlusconi c’era davvero, di mezzo, una rivoluzione culturale. Ma come era stato possibile? Quale silenzioso terremoto era scoppiato sotto il suolo del mondo che la sinistra non avesse, non dico previsto, ma neanche visto?

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Per cercare di capirlo bisogna avere il coraggio di compiere un doppio movimento di onestà intellettuale. Il primo è quello di porsi una domanda molto radicale: siamo proprio così sicuri che gli anni Sessanta non abbiano niente a che vedere con il decennio dello yuppismo? Siamo sicuri che Mickey Rourke non sia anche un po’ figlio dei sogni di Peter Fonda? Siamo sicuri che non siano state anche le lotte degli anni Sessanta, le battaglie per i diritti civili, la riscoperta della dimensione libera della vita, dal tempo al sesso, dal lavoro alla salute, ad arare il terreno a un sistema di chances oggi così contestato? Siamo così sicuri che, nell’odiato individualismo degli anni Ottanta, ci sia solo il segno del capitale, della Thatcher e di Reagan, e non anche quello di una società forgiata dalle ideologie dei baby-boomers dei Sessanta? Il secondo movimento è più semplice: e pretende soltanto il sia pur tardivo riconoscimento che alcune mitologie incubate dagli anni Sessanta erano e sono in realtà patologie, pericolosi tic ideologici e mentali che hanno gravemente inquinato il nostro discorso pubblico, producendo in qualche caso perfino evidenti giustificazioni ideologiche alla criminalità politica. In buona sostanza: sarebbe il caso che la sinistra intellettuale italiana, ancora così tenace nella sua presenza politica, trovasse la forza di tornare sui suoi passi, rinunciando all’operazione ideologica (vincente) compiuta negli scorsi decenni di «beatificazione» degli anni Sessanta (parallela all’anatema lanciato contro gli Ottanta) e l’intera cultura italiana si disponesse a ragionare con maggiore equilibrio sugli ultimi decenni del secolo scorso. È probabile, infatti, che un’analisi più serena del nostro recente passato ci aiuti a comprendere meglio l’era attuale, dal fenomeno Berlusconi all’eterno ritorno di girotondi intellettuali, con tutto il loro infantile antiquariato di stereotipe indignazioni.

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Per riuscirci bisogna tornare indietro con lo sguardo alla più scontata delle ore X. Il Sessantotto. Ho già avuto modo di osservare, in altra sede, come nonostante se ne sia fatto e se ne faccia un gran parlare, l’Italia non ha mai davvero digerito quella data. Essa, per una buona fetta della società, è un atto di nascita, una sorta di peccato originale. Un Eden dal quale si è stati brutalmente scacciati. E il suo fantasma sta lì a ricordare che è meglio non mangiare mele proibite. Ma, in fondo, il Sessantotto è rimasto sempre un mistero. Doloroso o gaudioso a seconda dei punti di vista. Una parte dell’Italia è disposta a giurare che il Sessantotto fu un Diavolo. Che dal suo seno sgorgarono il terrorismo, lo sciopero facile, l’involgarimento del costume e quant’altro. Un’altra parte è invece disposta a giurare che il Sessantotto fu un Santo. Uno stato di grazia irripetibile che fece diventare maggiorenne il Paese. Questi due partiti non si sono mai messi d’accordo. C’è da dire che, una volta tanto, l’ambiguità di giudizio è sacrosanta. Quel movimento, infatti, sembra davvero l’ultima, demagogica, utopica giornata dell’Ottocento e, insieme, una delle pagine d’esordio della modernità. Doloroso o gaudioso, il mistero esiste sul serio.

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Prendiamo qualche foto d’epoca. Guardiamo i cartelli delle primissime manifestazioni. Retti da facce perbene, occhiali, capelli corti, cravatte dal nodo strettissimo, pantaloni di papà, su quei cartelli sta scritto: «Diritto allo studio». E se ci si spinge più in là con lo sguardo, dietro la prima fila, si scopre un «Non vogliamo essere dei disoccupati qualificati», «saponette Cadum» del sistema, come recitavano le Tesi della Sapienza. E muniti di pazienza, rileggiamo anche i documenti che, dalla seconda metà del ’67, cominciano a invadere, a ritmo industriale, sfornati da scassati ciclostili, le università italiane. Un linguaggio a metà tra l’accademico e il dada ci condurrà incontro ad analisi sugli esiti della scolarizzazione di massa nei Paesi occidentali. Sentiremo parlare di nuove figure sociali, di lavoro intellettualmente composto, di produzione di profitto da parte dei nuovi ceti medi. Cioè: della nascita di un professionismo moderno, prevalentemente culturale, legato alla grande industria. E poi del ruolo, radicalmente innovativo, che andavano assumendo la scienza e il lavoro specialistico nelle società di tecnologia avanzata. In conclusione: sentiremo parlare del sommovimento sociale che effettivamente stava trasformando le società europee. Quella Grande Mutazione dalla vecchia società divisa in classi alla nuova società aperta, mobile e complessa (eccola allora registrata la nascita della società complessa!). Gli studenti intervenivano, insomma, né più né meno che sull’avvio di una Modernizzazione della quale volevano controllare le forme e gli sbocchi. Ironia della storia: proprio quella Modernizzazione di cui hanno siglato il compimento gli odiatissimi anni Ottanta.

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Ma teniamo ancora un po’ tra le mani quest’album di famiglia. Qualche pagina dopo ci sono anche le foto di una grande rivoluzione di costume. Si chiamò musica, famiglia, sesso, vestiti. Ci sono le foto di Bob Dylan e dei Beatles. Di Mary Quant e dei Rolling Stones. Ma anche quelle di John Kennedy, di Kruscev e di papa Giovanni: del mondo delle nuove frontiere. Un’intera generazione, libera per la prima volta, sentiva che era giunto il momento di prendere la parola. L’autentica spinta iniziale del Sessantotto fu questa. E la piccola società italiana non poteva che essere «capovolta» dagli esiti di un tale sommovimento mondiale che segnava l’inizio della fine della cultura post-bellica. Aldo Moro l’aveva intuito. Quel movimento era anche il segnale del tramonto della Prima Repubblica. La prima grande contestazione del dominio totale dei partiti sulla vita sociale. Se oggi si discute di riforme istituzionali, ciò lo si deve anche al fatto che da allora ciascuno si sentì più libero. Modernizzazione delle professioni e modernizzazione delle istituzioni: non vengono di là gli anni Ottanta? E perché allora la sinistra fa ancora così fatica a riconoscerlo?

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Il motivo è tanto semplice quanto rabbiosamente paradossale: le avanguardie politiche che ben presto si impadronirono del movimento tradirono clamorosamente i suoi presupposti sociali e culturali. Ancora un flash-back: già solo pochi mesi dopo, le foto che guardavamo prima non ci sono più. Quei cartelli sono spariti. Scienza, lavoro, democrazia cominciarono a diventare parole pesanti. Tanto da dover essere negate. Non più assunte nella loro novità, ma ricondotte a schemi ottocenteschi: abolizione del lavoro, scienza rossa, dittatura proletaria. Nelle prime foto i pantaloni erano di papà e gli slogan dei figli. Nelle ultime, i pantaloni dei figli e gli slogan di papà. Nacque così il paradosso del Sessantotto. Un movimento nato sulle ceneri delle società industriali, che rappresentava, anzi anticipava, l’esigenza di una rivoluzione nei diritti, nelle professioni, nei costumi, si rivolse, invece, alle rivoluzioni di altre epoche: a quella di Marx nel migliore dei casi, a quella di Lenin nel peggiore. La soggettività del movimento occultò le basi oggettive del proprio atto di nascita. Tanto che, nel giro di pochi anni, le basi di massa del movimento si ridussero drasticamente. L’immaginazione andò talmente al potere da dimenticare la realtà che l’aveva sprigionata. E così, se i figli contestarono i padri di sinistra, non fu per ridicolizzare il loro attardarsi a discutere la liceità dell’invasione dell’Ungheria e poi della Cecoslovacchia. Al contrario: li accusarono di aver tradito la vera anima bolscevica. I padri erano ancora fermi al ’56. I figli, però, li riportarono addirittura al ’17.

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I leaders politici dei baby-boomers, prima generazione a poter pretendere di vivere fuori dalla logica drammatica dello scontro tra Sistemi, scelsero, paradossalmente, di restare nella Guerra Fredda. Così la generazione della libertà finì (solo in parte per fortuna) per cantare le canzoni delle dittature. Nata in jeans e in minigonna sulle note di Michelle, si ritrovò a inneggiare a un libretto rosso pieno di citazioni orientali da baci Perugina. Nata contro la repressione, finì per praticare comportamenti autoritari perfino nel privato. Nata contro le mediazioni burocratiche dei partiti, finì per fondare un partito al mese. Anzi, più che in partiti si divise in sette. Linee rosse e linee nere, con tanto di rigida disciplina. Quella generazione aveva fatto lo stesso sogno di Martin Luther King: la tolleranza delle differenze. Finì per praticare la più assurda intolleranza per ogni diversità.

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Come fu possibile questo tradimento resta tutto da spiegare. Si possono cogliere solo frammenti di verità. Si può tentare, ad esempio, di riascoltare, con le orecchie della fantasia, brani di conversazioni di alcune famiglie «rosse», magari di Reggio Emilia, nei primi anni Sessanta. Le rivendicazioni paterne della durezza della Resistenza, delle fatiche della Ricostruzione, della lotta per la minestra, di fronte a una generazione che, invece, ormai trovava tutto pronto in tavola. E si può immaginare la conseguente voglia di rivincita dei figli. «La lotta che avete fatto è stata inutile! Ha lasciato le cose come stavano. La Resistenza l’avete tradita. Saremo noi, vedrete, a farla davvero». E si può, d’altro canto immaginare come il declino della capacità progettuale della Democrazia Cristiana avesse lasciato un enorme vuoto etico nell’azione politica delle comunità cattoliche alcune delle quali trovarono nella Teologia della liberazione, in un sociologismo cristiano elementare, nelle contiguità tra il dossettismo e il marxismo, le ragioni di una rivoluzione culturale che le faceva sentire più «vicine ai poveri», più immedesimate nel corpo di Cristo inneggiando Che Guevara e il libretto rosso che inseguendo la coerenza delle tavole del Sinai.

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In conclusione: quella che passa come una grande rivolta generazionale ci fu e pesò. Ma la determinarono l’Inghilterra e l’America, la moda e i Beatles, l’incipiente complessità delle società occidentali che si avviavano a battezzare nuove professioni, nuovi stili di vita, nuove stratificazioni sociali, nuovi modelli di relazioni politiche e pubbliche. Cominciò, nel sottosuolo degli anni Sessanta, una grande rottura con i modelli sociali e ideologici dominanti nel Novecento che forse solo oggi arriva a compimento; e che ha trovato (al contrario di quanto pensa la sinistra) nelle ipotesi della Thatcher e di Reagan di liberazione della società da ogni vincolo burocratico le proprie più significative conseguenze politiche.

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Le avanguardie politiche del post-Sessantotto, al contrario, entrarono in concorrenza, non in rottura con i propri padri. Produssero e riprodussero mitologie politiche rivoluzionarie che, come detto, erano in aperta contraddizione con le principali correnti della cultura giovanile dell’epoca (basta leggere, la pubblichiamo nelle pagine finali del fascicolo, Revolution dei Beatles) e persino della nuova libertà di costume (qualcuno può spiegare come potevano essere contemporanei e protagonisti della stessa rivoluzione la minigonna di Mary Quant e le ossessive prescrizioni sentimentali e vestiarie dell’Unione dei marxisti-leninisti?). Insomma, le Revolution furono due. E, ciò che più conta, le avanguardie filosofiche e politiche del post-Sessantotto scelsero di esasperare lo spartiacque ideologico della Guerra Fredda, illudendo se stessi riguardo alla permanente attualità del comunismo e ritardando, per questa via, l’evoluzione politica dei sistemi occidentali (compreso il progetto di Unione europea). Di più: la riproposizione di una radicale alternativa morale tra il Bene (ovviamente la sinistra rivoluzionaria) e il Male (ovviamente la destra e la sinistra riformista) contribuì a creare le basi un nuovo e moderno inquinamento mentale che ancora oggi getta come una piovra il suo fumo, intorbidendo le acque del discorso pubblico.

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John Kenneth Galbraith osservava che i cicli sociali e politici si alternano più o meno ogni trent’anni. Ebbene, in questo nostro tempo storico, si sta consumando il ciclo culturale aperto in Italia dalla fine degli anni Sessanta. La grande rivoluzione che portò il nostro Paese a un livello di alfabetizzazione inedito, conducendo i figli degli strati sociali più bassi a diventare «dottori», ha esaurito la propria spinta propulsiva. Oggi si intravedono, di nuovo, fenomeni di esclusione e di ritardo sociale, più complessi e più sofisticati di prima. Si sono moltiplicate le domande di cultura, si è fatta più articolata la rete dei desideri e delle aspettative sociali, si è accentuata la pluralità degli stili di vita, si è espansa la disponibilità di nuovi strumenti di apprendimento. Sono stati trent’anni importanti della nostra storia: ma bisogna anche saper riconoscere che la nuova socializzazione, allora benvenuta, si è oggi trasfigurata in assemblearismo, la giusta preoccupazione di superare ogni autoritarismo ha finito per cadere nell’opposto vizio del permissivismo, la lotta contro la selezione e il nozionismo ha dato il passo a promozioni senza valore, con un decadimento delle conoscenze complessive e la difficoltà del sistema di valutare e premiare il merito. La cultura e la scuola segnate dal Sessantotto hanno progressivamente smarrito la grande ispirazione dell’Inizio: il giusto superamento di parrucconerie bizantine e l’apertura della società al mondo. Ha finito, anno dopo anno, per negare tale punto di partenza creando nuove parrucconerie stavolta barocche, l’eterno ritorno di replicanti ideologici di un tempo adolescenziale che non può più tornare ma, quel che è più importante, si è chiusa al mondo esterno nutrendosi di norme e valori autoreferenziali. Trent’anni dopo un nuovo vento deve cominciare a circolare.

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Perché ciò accada è necessario riconoscere e demistificare le patologie ideologiche e i tic mentali, le mitologie della resistenza e mitologie dell’esistenza che si intrecciarono in quegli anni creando un filo rosso che ancora oggi pesa sulla nostra vita pubblica. In questo fascicolo monografico, liberal prova a prenderne in esame alcuni: da quelli più pericolosi come la teoria del «doppio stato», l’attrazione fatale per le dittature del Terzo Mondo e l’antiamericanismo a quelle più semplici (ma non meno gravi) dell’antimeritocrazia e dell’assistenzialismo. Fino agli estremi territori di confine attraversati dalla letteratura e dal costume che portano dalle presuntuose elucubrazioni del giovane Holden, acclamato manifesto dell’irresponasbilità all’innaturale e cinica infatuazione di imitazione sartriana per la «coppia aperta». Oppure inducono, nel grande mare delle filosofie esistenziali, a privilegiare ogni tipo di esperienza su ogni tipo di conoscenza, a perseguire l’impaziente illusione del «tutto e subito» nel miraggio di una felicità terrena prêt-à-porter in luogo di saper misurare e amare la relatività del percorso umano o, infine, a ritenere infelice ogni tipo di valore abbandonandosi a un nichilismo senza regole e senza speranze. Sono umori, questi, che ancora circolano tra noi, determinando vite, scelte, politiche. Finora solo pochi hanno voluto e saputo riconoscerli come umori negativi, mitologie dalle quali liberarsi, zavorre che impiombano le ali di una società libera. Se ciò è avvenuto è anche perché è passata nella società italiana una sorta di «beatificazione» degli anni Sessanta che ha impedito ogni analisi critica, ogni sfumatura, ogni distinguo. Sarà perché gran parte dei protagonisti della politica e dei media attraversava proprio in quegli anni l’età dell’adolescenza e ciascuno di noi è inevitabilmente portato ad attribuire, a quel periodo della vita, l’aureola dell’innocenza. Ma non tutte le adolescenze sono sempre innocenti. E comunque bastava, come basta, saper distinguere Let it be dall’Internazionale.

 

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