La pace è il risultato di una paziente costruzione ma, a volte, anche di un’estrema battaglia di difesa
di Rocco Buttiglione
Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003
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Esistono diversi tipi di regimi non democratici. Alcuni regimi hanno un carattere autoritario e patriarcale che corrisponde a un momento di transizione nella vita dei loro popoli e sperimentano forme di educazione alla democrazia. È evidente che in questo caso noi dobbiamo collaborare con loro cercando di favorire il processo di crescita verso una democrazia autentica. La democrazia è infatti un processo di apprendimento e sarebbe sbagliato pretendere di saltare il cammino difficile attraverso il quale istituzioni democratiche cominciano a funzionare in Paesi che non hanno una tradizione democratica. Esistono regimi autoritari che invece si negano a una possibile evoluzione democratica e che davanti alla sua possibilità reagiscono in modo semplicemente repressivo. Evidentemente, dovremo avere verso di essi un atteggiamento diverso. Esistono, infine, regimi i quali non solo si negano a un’evoluzione democratica, ma svolgono una politica di ostilità attiva verso le nazioni democratiche occidentali, colludono con il terrorismo e rappresentano un’attiva minaccia. È chiaro che davanti a essi la nostra posizione dovrà essere ulteriormente differenziata. La collusione con il terrorismo non può essere tollerata e può legittimare perfino misure militari come quelle prese in Afghanistan e in Iraq. Negli altri casi bisognerà che il rispetto dei diritti umani fondamentali divenga un criterio per la concessione di aiuti e per l’incremento della cooperazione economica. In tutti i casi è importante il dialogo culturale. Nei Paesi islamici in particolare si pensa, talvolta, che l’Occidente sia la terra in cui tramontano tutti i valori e permane soltanto l’interesse individuale nella sua forma più brutale. Bisogna spiegare che democrazia e economia di mercato si fondano su precisi sistemi di valori che non sono necessariamente in conflitto con i valori tradizionali di quei popoli ma ne rappresentano uno sviluppo possibile e necessario. Occorrerà muoversi senza dogmatismi e con grande flessibilità per cogliere nelle situazione concrete tutte le possibilità di evoluzione che esse offrono. L’individuo libero e responsabile è insieme il presupposto e dell’economia di mercato e della democrazia politica. Un problema ulteriore è quello posto dalle organizzazioni internazionali. Non dobbiamo rinunciare all’idea di un ordine internazionale su base consensuale che trova nell’organizzazione delle Nazioni Unite il proprio punto massimo di coesione simbolica e politica. Non possiamo, d’altro canto, neppure ignorare il fatto che gran parte dei Paesi delle Nazioni Unite non sono delle democrazie e questo fa in modo che possano verificarsi situazioni francamente paradossali. Bisognerà mostrare come la democrazia corrisponda a domande fondamentali radicate nel cuore di ogni uomo e quindi aggregare il consenso internazionale sui valori democratici e di uno sviluppo economico umano.
2) Ogni popolo rappresenta una cultura che ha diritto a un proprio libero sviluppo. Possiamo noi imporre i principi democratici con la forza? È dubbio che questo sia possibile e raccomandabile. Si corre, infatti, il rischio di opporre democrazia a identità nazionale o democrazia a tradizioni religiose, con la conseguenza di compattare una larga adesione popolare a regimi illiberali, che si presentano però come custodi della tradizione religiosa o dell’indipendenza nazionale. L’uso della forza è legittimo davanti a regimi che sostengono il terrorismo e presentano una minaccia, ma non è lo strumento adeguato a promuovere la transizione democratica. Credo che tutti noi dovremmo meditare il grande insegnamento di Giovanni Paolo II. Dal 1978 al 1989 abbiamo assistito al crollo del comunismo e alla transizione democratica in America Latina ma anche in diversi Paesi dell’Asia e dell’Africa. Tutto questo è avvenuto senza guerre e per effetto di una lotta civile non violenta in difesa della dignità umana e dei diritti fondamentali della persona, in cui la Chiesa cattolica è stata sempre elemento fortissimo di stimolo e spesso anche di guida. Sappiamo che questa grande testimonianza è stata potentemente aiutata dal fatto che la presidenza Reagan mise in chiaro che non sarebbe stata tollerata un’espansione violenta dei sistemi totalitari. Tuttavia, questa politica non sarebbe stata sufficiente a generare quell’imponente effetto di democratizzazione senza la grande testimonianza resa dall’unione di donne e di uomini che si sono opposti al totalitarismo e alla repressione senza violenza, accettando sofferenze e patimenti, ma uscendo infine vittoriosi dalla lotta. Cedo che noi dobbiamo sostenere attivamente movimenti simili a quello che allora fu Solidarnosc, facendo del rispetto della libertà di espressione e di religione un criterio fondamentale di guida nei nostri rapporti con i diversi Paesi, ma anche non illudendoci che il cambiamento delle coscienze possa essere realizzato attraverso la forza. In modo particolare l’Europa, che è una grande potenza culturale ed economica ma non un grande potenza militare, dovrebbe sviluppare la sua politica estera sullo sfondo di questo grande insegnamento morale. Questo, ovviamente, non ha nulla a che fare con un pacifismo retto da un fondamentale sentimento antiamericano che non ha paura di solidarizzare con gli oppressori. Si tratta, piuttosto, di vedere se siamo capaci di sviluppare una politica fondata sul dialogo e sull’appello alla coscienza. Non si dica che questo contrasta con la dura realtà del mondo effettuale. Sappiamo che simili strategie hanno funzionato in passato e sappiamo che possono funzionare in futuro. Sappiamo, d’altro canto, che non è detto che simili strategie funzionino sempre e sappiamo che il ricorso all’uso della forza può essere necessario davanti a minacce terroristiche in difesa della libertà e della sicurezza dei nostri Paesi.
3) Evidentemente il cristiano dovrà essere all’opposizione e dovrà difendere i diritti della persona. Questa opposizione sarà, però, un’opposizione paziente e in linea di principio non violenta, volta a convincere e a convertire più che a imporre. Il cristiano si collocherà all’interno della propria cultura convinto che in essa ci siano gli inizi almeno di riconoscimento di questi valori e cercherà di farla maturare dall’interno.
4) Più che di tirannicidio io parlerei, qui, di guerra civile e di guerra fra le nazioni. È lecito fare la guerra per abbattere un regime ingiusto? San Tommaso d’Aquino, e dopo di lui Suarez e Vitoria, ci dicono di sì, ma pongono anche delle precise condizioni. Occorre che ci sia un’ingiustizia evidente; che si sia provato con ogni mezzo a rimuoverla senza violenza; che si possa agire senza procurare danni e lutti più gravi dell’ingiustizia a cui si vuole porre rimedio; che la situazione prevedibile alla fine della propria azione sia migliore di quella contro la quale si è reagito. Può, infatti, capitare che la destabilizzazione di un regime tirannico produca un altro regime ancora più tirannico. Occorrono, in questo, saggezza e discernimento politico. Ci sono regimi totalitari che si reggono sulla sola forza della armi impugnate da una piccola minoranza contro un popolo maturo per la democrazia. Esistono regimi tirannici che hanno invece un forte sostegno popolare per circostanze inerenti al livello di maturazione di quella cultura. È impossibile dare su questo un giudizio a priori. In generale, si può osservare che gli americani tendono ad avere una valutazione ingenua della complessità dei processi culturali e sociali che rendono possibile un ordinamento democratico. Altrettanto in generale si può osservare che gli europei tendono, invece, ad avere un atteggiamento eccessivamente pessimistico e anche cinico. La democrazia corrisponde a un’aspirazione universale del cuore umano, ma il percorso che porta questa aspirazione ad assumere una concreta forma politica è spesso tortuoso. È necessario che un gruppo dirigente che ha l’aspirazione di guidare il proprio popolo si ponga un passo avanti rispetto al popolo che vuole guidare: ma non più che un passo. Se si identifica con il popolo così com’è, non riesce a stimolare le sue aspirazioni migliori e non riesce a farlo progredire. Se si pone due passi avanti, rende impossibile alla gran massa della gente il capire e il seguire quella che non è più un’avanguardia democratica ma un gruppetto di intellettuali occidentalizzanti. Nella sua storia della rivoluzione partenopea, Vincenzo Cuoco ci lascia una analisi di straordinaria attualità sulla serietà e la complessità dei compiti di un gruppo dirigente che si ponga concretamente e realisticamente l’obiettivo di favorire la maturazione democratica del proprio popolo. Il problema diventa ancora più complesso quando l’intervento viene condotto non dall’interno di un popolo, ma dall’esterno. In questo caso, infatti, ci si pone contro l’indipendenza nazionale e si rischia di favorire un ampio sostegno popolare proprio per il regime tirannico che si vuole abbattere.
5) Anche in questo caso è difficile generalizzare. Regimi tirannici hanno anch’essi una loro base di appoggio politica. È difficile che un regime si regga soltanto sulla forza. Spesso la tirannia è la risposta a un problema politico che non si è riusciti a padroneggiare con metodo democratico. Società attraversate da profondi conflitti razziali o sociali, travolte da una corruzione che sembra inarrestabile e in cui viene meno la sicurezza elementare della vita e dei beni, finiscono con il vedere nel tiranno l’unico capace di garantire un minimo di tranquillità e di ordine sociale. Ha detto una volta Sant’Agostino (e la tesi è stata poi ripresa e sviluppata da Hobbs) che è meglio obbedire a un solo brigante piuttosto che essere abbandonati in balia di una pluralità continuamente cangiante di violenti. Il primo problema è, allora, quello di dimostrare che esiste la possibilità di organizzare i rapporti fra gli uomini e la vita civile sulla base della giustizia, e non della violenza. Quanto più cresce la fiducia in questa possibilità, tanto più si indebolisce la base politica di appoggio dei regimi tirannici. Questo è appunto quello che avvenuto in tanti Paesi comunisti nel periodo tra il 1978 e il 1989. Il fatto che un regime politico sia irriformabile come lo era il comunismo, non significa che esso non possa essere cambiato attraverso un’evoluzione culturale e sociale. Quando la base popolare di appoggio al comunismo fu interamente consumata e divenne chiaro che esso si reggeva solo sulla violenza, esso crollò.
6) La guerra può distruggere l’apparato della violenza costruito da un regime per sottomettere il proprio popolo e per minacciare altri popoli. In questo senso esistono condizioni di pace apparente che riposano semplicemente sull’impossibilità per l’oppresso e l’umiliato di far valere le proprie ragioni. Tuttavia, la pace vera non sarà mai il risultato semplicemente della guerra o della rivolta o della conquista del potere. La pace vera sarà sempre il risultato di una capacità di riaprire il dialogo fra le diverse componenti di una società, di superare le divisioni, di realizzare una riconciliazione. Una visione realistica della politica non può ignorare il ruolo della forza. Tuttavia anche la cosiddetta Realpolitik, che sopravvaluta l’importanza del momento della forza, è a sua volta ingenua. La pace è il risultato di una capacità di costruire: bisogna avere una cazzuola nella mano, come insegna Nehemia. Nell’altra mano, talvolta bisogna portare la spada per difendere quello che si è costruito.
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