
È una fortuna non essere legislatori, quando si hanno più dubbi che certezze. La privatizzazione della Rai porterebbe a una migliore qualità dell’offerta televisiva? E perché? Una sola rete di servizio pubblico reggerebbe al soffocamento di dieci tv generaliste? La moltiplicazione dei canali, consentita dalle tecnologie digitali, ci salverebbe dal naufragio nella palude della banalità? I bollini di qualità sui programmi confezionati con i proventi del canone calamiterebbero masse significative di telespettatori? O le spingerebbero con più facilità verso le trasmissioni pagate dagli ammorbidenti? E soprattutto, c’è ancora spazio per provocazioni e suggerimenti sulla strutturazione del sistema televisivo, e del servizio pubblico in particolare, o le linee portanti sono già sostanzialmente decise? Il dibattito sembra oggi concentrato sulle modalità per garantire margini di pluralismo. Ma questo sforzo meritorio, ancorché premiato, sarebbe sufficiente a darci la tv della quale il Paese avrebbe bisogno? Tra tante domande, azzardo un’affermazione: in fondo alla lunga galleria di rischi che corriamo, ce n’è uno la cui gravità è inversamente proporzionale all’attenzione che suscita. Il nuovo sistema televisivo, reso possibile dalla tecnologia digitale terrestre, annunciato dal Ministro della Comunicazione per il 2006, con le decine e decine di reti generaliste e tematiche a disposizione di ogni telecomando, non offrirà a tutti i cittadini le sue opportunità, avrà figli e figliastri.
Con espressione logorata ma chiara, si potrebbe dire che renderà più ricchi i ricchi di informazione e cultura e più poveri i poveri. A meno che la stessa televisione, in particolare la Rai, non si faccia carico del problema e contribuisca attivamente a dare cittadinanza nel nuovo universo mediatico anche agli esclusi. Ho avuto l’occasione di dirigere Raiuno dal 1980 al 1987 e la fortuna di essere affiancato da collaboratori di grande esperienza e qualità. In quegli anni, ormai lontani, provammo a condizionare il palinsesto di rete a una intenzione non dichiarata ma perseguita con un certo impegno: cercare di far scorrere lungo le vene di una programmazione che doveva servire, e serviva, il 30% dell’utenza, assaggi di «cose belle», colpi d’occhio, lampi di luce su panorami generalmente esclusi dagli orizzonti televisivi delle grandi platee. Non a mezzanotte e dintorni, ma negli orari di massimo ascolto, sui percorsi quotidiani del pubblico più vasto. Nei cosiddetti «contenitori» (così sgraditi ai critici televisivi, per la mescolanza di contenuti nobili e plebei), o in serate evento che si andarono moltiplicando dalle piazze più incantevoli d’Italia, o in spettacoli come le Notti della musica nel solstizio d’estate che trattenevano milioni di spettatori fino a tarda notte. Tutto in base a una filosofia spicciola (per l’elementarità della quale ci si dovrebbe forse vergognare) che diceva: se Mozart è patrimonio dell’umanità, appartiene anche a chi non sa di averlo; facciamo le presentazioni; si frequenteranno se entreranno in simpatia. E si provava a «fare le presentazioni» nelle maniere più suggestive, a volte riuscendoci a volte no.
Oggi corriamo il rischio di sviluppare un nuovo paesaggio televisivo nel quale ci saranno sempre meno occasioni per «fare presentazioni» interessanti. La parte più alta della programmazione, già confinata nelle zone marginali dei palinsesti, potrà essere definitivamente espunta dalla tv generalista verso reti tematiche, decine di reti tematiche, alla portata di tutti, ma tra le quali solo gli acculturati e gli esperti sapranno muoversi, per coglierne le innegabili opportunità. Un’idea per la RAI, meglio ancora un invito: progettare per i prossimi anni una vera e propria iniziativa di programmazione per provocare contatti invoglianti tra il grande pubblico e, diciamolo pure, il patrimonio culturale dell’umanità. Senza stravolgere necessariamente l’offerta, cercando di non perdere punti di share, ma mettendo un po’ di sale in ogni minestra, facendo annusare il profumo del bello, seminando curiosità e interessi sui percorsi abituali e più frequentati dagli spettatori. Non si tratta di riportare il teatro in tv, la rubrica di libri, i concerti, i documentari sulle grandi esposizioni d’arte (tutte cose che vengono facilmente dribblate da chi le consideraa estranee). Ma un’attenta, costante volontà di cogliere ogni occasione per stabilire un contatto più alto. Benigni lo fece in maniera magistrale recitando Dante nel bel mezzo del festival di Sanremo. Non è assolutamente detto che incontri ravvicinati di questo tipo spingeranno domani folle sterminate ad aprire le porte delle reti più arricchenti. Ma che almeno sappiano, come diceva , se ricordo bene, Pavese riferendosi ai valligiani della Luna e i falò, «che cosa c’è al di là delle montagne».