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Un controtelegatto

Liberal Fondazione
di Mario Maffucci

Anno II n. 14 - Ottobre-Novembre 2002

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Vorrei dare un contributo minimalista nella direzione della televisione, pubblica e privata che sia, intesa quale «bene sociale» e, come tale, soggetta alle norme della collettività, non solo per quanto riguarda il circuito dei media, ma anche, senza incidere sulla libera scelta della creatività, per i programmi che andranno in onda. Nel gioco dei poteri dello Stato, la televisione garantisce una società di democrazia compiuta con una informazione pluralistica e imparziale. L’informazione ovviamente non è solo quella politica, ma si intende quel flusso di comunicazione quotidiana che consente al cittadino di essere «invitato» a godere di tutto il suo patrimonio culturale. Questo valore dovrebbe essere presente anche nel polo privato che non lo può completamente sacrificare al successo del proprio business. Infatti, «la cultura è il fulcro della nostra identità nazionale; identità che ha le sue radici nella formazione della lingua italiana…» (Presidente Ciampi - ultimo messaggio alle Camere). Penso quindi che la prossima Legge non dovrà perdere l’occasione preziosa di riequilibrare la televisione con una più decisa ambizione culturale, proiettandosi di più verso le attese più alte della collettività. I precedenti interventi legislativi (Legge Mammì n° 223 del 6 agosto 1990, Legge Maccanico n° 249 del 31 luglio 1997) hanno dato dignità costituzionale alla situazione di fatto, ma non hanno certo incoraggiato la crescita del Paese. Sono del parere infatti che, dal 1987 a oggi, l’Italia ha subito la sua più grande rivoluzione culturale. Questa trasformazione non è stata mai annunciata come si fa per i grandi avvenimenti della Storia, ma si è silenziosamente consolidata giorno dopo giorno con la complicità delle forze sociali (Chiesa, sindacati, industriali, intellettuali, che ben altro comportamento tennero al momento della riforma del dopo Bernabei). Il passaggio, fortemente innovativo, dal regime di monopolio all’attuale situazione, è entrato nelle nostre case senza chiedere il permesso, sospinto soltanto dal mercato. Un po’ poco per un grande Paese! Non si vuol qui esprimere un giudizio negativo sul nuovo impianto, per altro inevitabile e divenuto tendenza in tutta Europa. Non si vuole negare l’importanza industriale dell’iniziativa e la sua ricaduta positiva (concorrenza, posti di lavoro, strategie internazionali). Si vuole sottolineare soltanto che l’area televisiva è stata lasciata per troppo tempo alla deregulation. 
La pubblicità e l’audience sono diventate le variabili determinanti per le scelte strategiche delle aziende. Ricordo a questo proposito che anche la Rai è tenuta, per legge, a ricavare dalla pubblicità il 50% del suo finanziamento e in questo modo è costretta a competere con il modello commerciale. Due coordinate speciali, queste, che hanno governato l’area ma causato tre grandi anomalie:
1) la proposta dello show come genere televisivo determinante per vendere un prodotto. Il moltiplicarsi quindi nel palinsesto settimanale degli spazi di spettacolo e di intrattenimento;
2) l’emarginazione dal palinsesto di altri generi televisivi perché inadatti o poco efficaci; 
3) la ricerca del programma limite (dal real-tv che non ha più privacy, alla situazione a rischio) che va in soccorso del «genere spettacolo» in crisi.
Perché, tranne poche eccezioni (Celentano, Morandi, Fiorello e Panariello) lo show è in crisi? Perché, richiesti dalla pubblicità, gli spazi sono cresciuti a dismisura rispetto al numero di personaggi credibili e di autori in grado di dare una collaborazione artistica e creativa che lasci il segno. La società dei media ha tentato di lavarsene le mani con alcuni diversivi:
- la periodica finta polemica sulla televisione di qualità, che si accende ogni qual volta il sistema va alla ricerca del «sempre più spettacolo, sempre più ascolto», facendo …tilt;
- la codificazione di decaloghi deontologici, un giorno a protezione dell’infanzia, un giorno a protezione della dignità dei giornalisti;
- l’assegnazione a fasce di palinsesto marginali (mattina, notte) di comparti «educational», di buona fattura culturale, sempre utili nei momenti di crisi quando, per rispondere alla pubblica opinione o al politico di turno, si usano le percentuali (tot di infomazione, tot di spettacolo, tot di divulgazione culturale), sempre omettendo l’orario di messa in onda. 
Concludendo questa breve analisi, c’è ancora da notare che lo scriteriato uso che si è fatto dello spettacolo in questi ultimi vent’anni ha richiesto costi stellari alle aziende, per giustificare i quali si è imposto al pubblico una durata di tre o anche di quattro ore, per conquistare, inoltrandosi nelle ore di tarda serata, la percentuale di ascolto (share) più ampia possibile da esibire al tavolo dei pubblicitari. Caratteristica questa che fa della nostra tivù una local television che non ha riferimenti nel mondo occidentale, a eccezione forse della Spagna. La mia proposta è semplice e ha come slogan «Ogni Paese ha la televisione che si merita». È un po’ troppo televisiva e risente della logica del regolamento di un Festival. Diciamo allora, per superare l’imbarazzo, che è un po’ provocatoria. In buona sostanza, la nuova legge dovrebbe prescrivere a ogni antenna di realizzare tot serate dedicate ad aree di interesse il cui genere culturale è considerato in via di estinzione nell’attuale filosofia televisiva italiana: il teatro drammaturgico e leggero, la commedia di tradizione popolare e quella contemporanea, le grandi opere liriche e la musica sinfonica, la poesia e la lettura dei libri, la spiritualità e la filosofia, l’arte con le sue mostre. L’appuntamento dovrà essere di prima serata, legato all’attualità o alla ricorrenza storica con il budget massimo che si riserva allo spettacolo, per non consentire alibi ai realizzatori. Il numero delle serate potrebbe essere di dodici su trecentosessantacinque(sul numero si può trattare; con questa regola infatti gli eventi culturali sarebbero settantadue: dodici serate per sei antenne nazionali); il periodo di trasmissione non in garanzia per i pubblicitari, oppure in garanzia, se il legislatore avrà coraggio sperimentale. Ogni anno il presidente della Repubblica in persona, assegna agli autori, agli interpreti e alla Rete, ma anche agli sponsor che hanno creduto nell’evento, il Premio per la Tutela in Televisione del Patrimonio Culturale, nel corso di un Gala al Quirinale. Un vero Controtelegatto solenne e beffardo, utile però per bilanciare il massimo di popolarità e di facile spettacolarità dei programmi televisivi. Il Premio non potrà ovviamente chiamarsi così, ma ho preferito essere chiaro per indicare la sua funzione di politica culturale che –invece - ha un serio obbiettivo: quello di creare nel circuito un laboratorio di autori che si applicheranno in formule e programmi di impegno per ottenere il massimo del consenso possibile con metodo e originalità. La proposta ha un’appendice, sempre minimalista. La nuova legge non dovrebbe consentire la durata di uno spettacolo al di là dei novanta minuti, il tempo cioè di una partita di calcio. In Europa, a eccezione – come si diceva – della Spagna, lo show dura cinquanta minuti. L’intera serata è assegnata soltanto al Grande Evento di forte attualità o di eccezionale spettacolarità. 
Comprendo la delusione del lettore di una rivista culturale per il complesso e la modestia delle mie proposte. Ma se potessero essere superate la demagogia e l’ipocrisia di alcuni capisaldi culturali con i quali saranno liquidate (in nome della libertà con cui ogni antenna ha diritto di immaginare la propria programmazione), l’offerta del sistema televisivo italiano, farebbe, credetemi, un bel salto di qualità... Prima di buttar via la garanzia che ci saranno in un anno almeno dodici serate per antenna ispirate al nostro patrimonio culturale e soprattutto la garanzia che dopo novanta minuti uno spettacolo finisce sul serio (per poterci godere una seconda serata che non inizi alle 23 e 30 ma alle 22 e 30), pensiamoci. Parola di minimalista.
 

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