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Tutto il potere a Pippo

Liberal Fondazione
di Sergio Bardotti

Anno II n. 14 - Ottobre-Novembre 2002

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Non si deve sparare sulla Croce Rossa, vile tu uccidi un uomo morto, l’erba del vicino è sempre più verde, la farina del diavolo va in crusca… Le citazioni da proverbio abbondano per descrivere la situazione critica del varietà Rai. Dire che era già tutto previsto è facile: qualche malizioso aggiunge che era previsto e programmato dai responsabili, per far scendere il prezzo di mercato della balena in vista della prossima vendita a privati. Questa mi sembra una delle tipiche sciocchezze da corridoio del quinto piano di viale Mazzini. Certo che quei poveri corridoi ne hanno sicuramente sentite tante, in questi mesi, se dobbiamo giudicare la nuova gestione dai primi risultati. Ricordo a memoria la presa di posizione del presidente Baldassarre al suo debutto: non era favorevole ai varietà a pasta grossa tipo Panariello. Già, Panariello: che rispetto alle ultime realizzazioni della rete è Gogol, Cervantes, Petrolini, Plauto e Rabelais. Chiunque arriva in Rai fresco di nomina parlamentare (di qualunque colore, per carità) si sente in dovere di illustrarsi culturalmente dicendo la sua sullo spettacolo popolare. Per sottolinearne la pochezza, normalmente. Non mi risulta però che molti abbiano la competenza tecnica per giudicare e soprattutto pochi di loro hanno il gusto di costruire con addetti ai lavori qualcosa che valga la pena di essere visto e ricordato. Chi di loro è o è stato imprenditore dello spettacolo, chi coreografo, chi direttore d’orchestra, o almeno chi ha diretto il varietà su una tv privata? La tradizione dell’ex- presidente Manca in polemica con Baudo al Fantastico dei record assoluti 1986-87 con l’orrenda citazione (a sproposito) di Gramsci e del nazional-popolare, come si vede, continua. Anche un mestiere «basso» come il varietà prevede dei tecnici. Pippo Baudo, Antonio Ricci, Giampiero Solari e Bibi Ballandi ne sono esempi tangibili e gloriosi. Il mio vecchio Pippo si batte come un leone, perché il varietà lo ha fatto, inventato, smontato, riprogrammato e riproposto, ma soprattutto l’ha amato. Ecco, amare è una parola poco comune nel mestiere dei nuovi gestori Rai, che sanno calcolare in termini di valori mediatici, economici (male, ma lo fanno), sanno di opportunità politiche, di equilibri difficili da gestire; la tv però, come il teatro, la musica, lo spettacolo in genere rimangono per gran parte di loro un territorio misterioso, percorso da nani e ballerine. I nani vanno controllati; le ballerine, come al solito, vanno invitate a cena, corteggiate; meglio comunque quelle che si sanno legate in qualche modo ai potenti del Paese (non importa la condizione professionale, of course). Sono i soliti discorsi generici della storia repubblicana, solo che in questa cosiddetta seconda Repubblica il tutto è più triste, noioso, privo di bellezza, di fascino e di talento. Probabilmente pochissimi sanno giudicare se una cosa piace loro o no, tra gli attuali responsabili dei programmi di viale Mazzini. Dove sono i Piccioni, i Salvi, i Giordani, i Maffucci? Dov’è la direzione artistica di Baudo?
La battaglia della qualità non è stata nemmeno ingaggiata, oppure si è involontariamente (?) percorsa la strada contraria. La battaglia degli ascolti è già abbastanza compromessa. Bei risultati, aldilà del vaniloquio dei comunicati-stampa! L’orgoglio editoriale, altro punto dolente. La gran parte di ciò che si è già visto è la copia di successi made in Mediaset (esempio, i giovani di Domenica In/Saranno famosi anche loro). Ho visto il primo numero di Domenica In e mi ha imbarazzato; a momenti mi veniva da piangere, giuro. Due giorni dopo ho letto su Repubblica il compiacimento del direttore di rete su qualità e risultati del programma e non ho pianto più: mi sono rassegnato alla malafede mediatica. Ho visto la striscia di Solenghi e Lopez in funzione anti-Striscia. Carina, ma mi sono chiesto quale demonio ha consigliato di sostituire Biagi con questo piccolo, costoso show. Anche qui, due comici contro due comici con l’orgoglio editoriale sotto le suole, a parte i risultati. Tra poco debutterà il programma condotto da Luisa Corna. Le faccio i sinceri auguri di un vecchio amico, ma anche qui c’è un vago profumo di Cologno Monzese. Ho partecipato in qualità di produttore musicale a uno spettacolo del sabato da San Marco: potrei parlarne per ore, visto lo scempio che la Rai ha compiuto delle idee originali di esso, in nome delle «necessità di rete». Ho assistito a una serata da Gioia Tauro il sabato successivo e ancora mi chiedo perché sia stata programmata, visto che capo non l’aveva e coda meno che meno. Giletti il pomeriggio è gradevole, ma nell’occhio di Brahma non è che un’estensione del programma di Cucuzza che viene immediatamente dopo. Note positive: il primo numero di Novecento su RaiUno. Ancora una volta ho detto bravo a Pippo. È vero, i numeri non gli hanno reso giustizia, ma giù il cappello. Che dignità, gente, che signorilità. Ma cosa gli aggiunge RaiUno? E cosa gli toglie? Sicuramente, il gusto da off-Broadway che costituiva parte del fascino del programma. A Uno Mattina la Capua è una novità preziosa, gradevolissima. Aspetto Morandi con la certezza che Solari-Ballandi hanno lavorato bene: ma quella è Rai fino a un certo punto, e comunque ha costi troppo elevati, qualunque ne sia il risultato. Una domanda che rivolgo prima di tutto a me stesso: cos’è questa tristezza che prende tanti di noi che alla Rai vogliono bene quando vediamo Celti, Vandali e Bizantini bivaccare, sottilizzare e/o bestemmiare sugli altari barocchi? Presidente Baldassarre, ha una parola di speranza almeno lei, che ha idee precise, modi gentili e gusti raffinati? Vuole spiegare alle sue truppe come si comporta l’esercito di un Paese potente e civile? Sto pensando alla prima scena del Gladiatore e a lei come Russell Crowe. Mi riesce infatti sommamente difficile vederLa nei panni di quell’orrido germano che apostrofa i romani con la testa sanguinante del messaggero nella sinistra.
 

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