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Il segreto è nello staff

Liberal Fondazione
di Bibi Ballandi

Anno II n. 14 - Ottobre-Novembre 2002

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Il cosiddetto «varietà» accompagna la televisione fin dalla sua nascita. Anzi, si può affermare a pieno titolo che il «varietà» ha tracciato in un certo senso la storia stessa della televisione, o meglio la sua evoluzione, anche se tanti (forse troppi) oggi sostengono che non di evoluzione si tratta, ma di involuzione. Eppure, quando ancora il concetto di tv generalista non esisteva, perché con un solo canale, generalista lo si era per forza, è stato proprio facendo leva sul varietà che la televisione, nel senso di produzione e di prodotto/oggetto, si è costruita un posto di rilievo nella cultura popolare e nelle case degli italiani. Erano gli anni Sessanta, non certo un secolo fa. Gli anni di Lascia o raddoppia? e del Musichiere, via via sino a Studio Uno. 
Progranmmi che sono divenuti protagonisti nella vita quotidiana degli italiani imponendosi subito come un vero e proprio spartiacque culturale: amati, anzi amatissimi dalla gente e «osteggiati» da quella Cultura con la C maiuscola, che a volte è apparsa quasi assediata dal successo di alcuni varietà, impaurita dalla propria incapacità di decifrarne i linguaggi, e dunque sempre più nemica. Da allora il «varietà», il suo essere punto di riferimento e traino per le reti, il suo rapporto di amore e odio con pezzi del nostro Paese, non è mutato granché. Certo sono mutate le forme, gli aspetti che derivano dalla tecnologia, dal costume, dalla musica, ma quel ruolo sostanziale che assume nella cultura popolare è lo stesso di quarant’anni fa. Quello che invece è cambiato radicalmente è il mercato televisivo, e questo ha prodotto delle mutazioni anche sul varietà. Il rapido ma positivo allargamento dell’offerta televisiva ha in buona sostanza creato dei seri problemi di allineamento verso il basso delle proposte. Ovvero, mentre le pay-tv cercano una propria linea di identificazione e quindi un proprio preciso target di riferimento, non altrettanto avviene per le sette reti nazionali, la cui identità non appare così ben definita come si potrebbe pensare. Restando quindi affidato alle due «ammiraglie» RaiUno e Canale 5 il ruolo di generaliste per eccellenza, molto spesso l’offerta delle altre reti non si discosta, nell’ambito della programmazione giornaliera, da un «civettare» con lo stesso pubblico generalista, salvo alcuni riferimenti precisi che le contraddistinguono. Questo, in buona sostanza, è un atteggiamento dettato da una precisa esigenza: nessuna rete vuole rinunciare ad «acchiappare» anche pubblici che non sono propriamente quelli cui uno specifico programma può riferirsi. Ecco così che nascono le cosiddette «contaminazioni» fra generi, o i sensazionalismi (veri o presunti), dettati dal totem di riferimento, l’Auditel. Via etere tutto si consuma velocemente, ancor più velocemente che nel quotidiano. Non restano che i dati di ascolto, che soli dicono se un programma è stato, anzi è «in assoluto», bello o brutto (che piaccia o no alla critica). Per questo molto spesso si perde di vista una coerenza autorale e stilistica per lasciar posto a qualcosa di più facile ed effimero, perché ciò che conta, in ultima analisi, è anche e soprattutto il successo negli ascolti. Poi naturalmente esplodono, a volte, programmi di nicchia che, se acquisiscono successo, divengono a loro volta schiavi dell’esigenza di mantenere tale successo e quindi si autocontaminano pur di non perdere il prestigio acquisito: poche e rare le eccezioni in tal senso, ma un esempio va fatto, quello delle Jene, riuscito mix, sotto un vestito di «varietà», di inchiesta e comicità.
E in tutto questo, il Varietà? La società che presiedo da sempre è vocata al cosiddetto intrattenimento leggero, perché quella è la mia vita, prima come impresario, poi come produttore. Con tutti o quasi gli artisti più importanti d’Italia ho condiviso tour ed esperienze, condivido oggi legami di fiducia e affetto. Certo non esiste una sola ricetta per il giusto «varietà», come non esiste un solo modo, quello, l’unico, per fare un buon risotto. Esistono tante interpretazioni, tanti approcci. Posso solo provare a spiegare il mio. A mio giudizio, la prima cosa importante è creare intorno agli artisti - che si reputa siano popolari ed efficaci per reggere sulle loro spalle l’impegno di un varietà seriale - la squadra di lavoro. Una squadra autorevole, capace di dialogare con il protagonista dello show senza mai perdere la lucidità e la capacità anche di contraddirlo quando sta sbagliando. Una squadra capace di esaltare al massimo l’istinto e l’esperienza che ogni grande artista popolare possiede, traducendo nel linguaggio della televisione le intuizioni e le genialità di chi magari si è confrontato con altri strumenti culturali come ad esempio la musica o il teatro. L’esempio più semplice è la capacità di pensare costantemente al cosiddetto target. A seconda della collocazione oraria e del canale possiamo realisticamente immaginare chi sarà davanti al televisore (ad esempio sappiamo che alle dieci e mezza del sabato sera i giovani tra i diciotto e i venticinque anni davanti al video potranno al massimo essere quelli che hanno l’influenza, e certo se possono scegliere è difficile che guardino un varietà).
A volte le idee proposte dagli artisti non tengono in considerazione queste variabili e la squadra di autori e consulenti che lavorano al programma serve anche a questo, a «tradurre» quelle idee per quel pubblico che sarà a vederle. Non vuol dire aderire in toto a una presunta, possibile richiesta del target di riferimento, ma creare le condizioni affinché quel target possa godere e farsi coinvolgere al meglio dalle intuizioni e dalla genialità dell’artista che stanno osservando. La squadra è un mix di cervelli che lavorano insieme: alle riunioni con gli artisti non ci sono solo gli autori, ma anche il produttore esecutivo (perché ogni idea deve poi fare i conti con… i conti), il responsabile del casting (per capire subito se è possibile andare avanti in una certa direzione con un certo ospite), il regista, così come altre figure come il responsabile dell’ufficio stampa, il maestro direttore d’orchestra, il coreografo, e – fondamentale, specie nelle fasi d’avvio – lo scenografo. Tutti devono sapere tutto, pur nel dovuto riserbo verso l’esterno, salvo poi suddividersi in gruppi di lavoro specifici nel corso della messa a punto del programma, ognuno per le proprie competenze. Credo sia l’unico modo per andare a regime con una macchina così complessa com’è uno spettacolo di varietà, che molto spesso, quando parte, non è che un’idea, poche righe tracciate su un foglio, la faccia di un artista, la sua storia, le sue canzoni, le sue gag e… tanta voglia di fare. Dall’armonia che si riesce a creare all’interno della squadra di lavoro dipende spesso il successo di un varietà. Questa armonia permette di realizzare quelle piccole fughe in avanti che il pubblico non si aspetta. Piccole provocazioni, curiosità, che sono alla base del successo di un programma. Ad esempio, invitare e convincere artisti a cimentarsi in terreni che non sono loro propri, non andando mai sopra le righe, ma «creando» qualcosa di nuovo, che domani sarà un punto di riferimento per nuovi spettacoli o programmi. L’evoluzione dei mezzi tecnici ha reso possibili numeri che solo fino a una decina d’anni fa era assurdo anche immaginare, dalle luci al suono sino agli effetti video in diretta che permettono di realizzare prodotti talmente sofisticati che spesso il pubblico è convinto che siano stati registrati in precedenza e montati e che non sia possibile che siano davvero live. 
Tra gli aspetti stilistici che sono oggi davvero differenti rispetto ai varietà degli anni Sessanta, c’è la durata di un «varietà». Il mitico Studio Uno durava un’ora o poco più, oggi la durata media di un varietà del sabato sera è intorno alle due ore e mezza. Siamo inseriti in una mutata logica di costi, che beninteso condivido: un investimento va fatto fruttare per un arco di tempo il più ampio possibile. Ma c’è anche una ferrea logica legata agli ascolti che a loro volta determinano i flussi di investimento pubblicitario. Questo combinato disposto porta a suddividere in due parti lo spettacolo, attribuendo i relativi valori d’ascolto alla prima e alla seconda parte, ma anche a valutare se non operare alcuna suddivisione per valersi di una più forte incidenza dello share quando ci si sposta a tarda sera (il bacino d’utenza cala, quindi cala l’audience, ma se si è riesce a fare in modo che buona parte del pubblico sintonizzato sul programma ci resti, aumentano di conseguenza i valori di share). Però tutte queste sono considerazioni del «dopo», quando si ricevono i dati «minuto per minuto» e si esamina, il giorno dopo, la curva degli ascolti, per capire cos’è piaciuto o cosa non è stato gradito. Per questo, pur tenendo conto di tutte le variabili, concorrenza inclusa, l’unico, solo, assoluto pensiero che deve animare la squadra di lavoro è: cercare di fare un bel programma, un buon spettacolo, perché dall’altra parte la gente che ti ascolta capisce, e bene, se in quel momento ce la stai mettendo tutta o no. La ricetta, in fondo, si può riassumere in una parola: entusiasmo. Entusiasmo per il proprio lavoro, immutato oggi come quarant’anni fa, quando da ragazzo ho incominciato a proporre cantanti e complessi nelle balere romagnole. Lo stesso entusiasmo che cerco di comunicare non solo a chi lavora con me, ma agli stessi artisti, specie quando accade che siano colti da interrogativi o perplessità più che giustificati: in fondo ci mettono la loro faccia, davanti a milioni di italiani. C’è anche un’altra parola che mi piace usare, ed è serenità, perché solo se si costruisce un ambiente sereno, un clima di gioco, che è divertente in primo luogo per chi lavora, lo stesso spirito può essere trasmesso all’esterno. Proprio l’entusiasmo e la serenità che hanno contraddistinto il nostro team ci hanno permesso di realizzare esperienze straordinarie come gli spettacoli di varietà di Gianni Morandi, Adriano Celentano, Giorgio Panariello, Fiorello, Lucio Dalla e Sabrina Ferilli, Renato Zero, ma anche grandi eventi, serate uniche e indimenticabili, dal grande concerto di Bologna alla presenza del Papa (con Bob Dylan, tra gli altri), alla serata condotta da Raffaella Carrà per celebrare Padre Pio. Nel mondo del varietà, come in quello della televisione, non si vive però sugli allori: ed è bello, stimolante, incredibile, sentir scorrere l’adrenalina di fronte a un nuovo progetto, a una nuova pagina bianca…
 

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