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Propongo un tg-cultura

Liberal Fondazione
di Franco Cardini

Anno II n. 14 - Ottobre-Novembre 2002

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Vengo richiesto di partecipare a questo numero di liberal con «un’idea per la Rai». Dal momento che sono un generoso, gliene darò una e mezza. Tutti sanno che cos’era nella storia italiana il «Triste Ventennio», per quanto alcuni revisionisti abbiano sempre sostenuto che non era poi tanto triste (o che, come si ama popolarmente dire, «si stava meglio quando si stava peggio»). Per analogia, possiamo affermare che in Rai c’è stato un «Triste Biennio», quello 1994-96, dominato dalla czarina Letizia Moratti. Dopo l’uscita della quale dal settimo piano di Viale Mazzini, ci si affrettò a cancellare molte delle cose che lei aveva fatto. Bene: mi vanto di essere stato un «ministro» della czarina, che fu una splendida Presidentessa. Poiché mi occupavo e mi occupo di cultura, e non ero quindi troppo utile quando si trattava di legger bilanci o di decidere strategie aziendali (anzi, in quei casi andavo tenuto alla larga dal Consiglio di Amministrazione…), la czarina mi lasciava fare un po’ di cultura. 
Riorganizzammo così il «Dipartimento Scuola Educazione», che divenne «Videosapere»: una sigla un tantino più carina, e soprattutto non insulsa come il similanglofono «Rai-Educational», stolido tributo al servilismo filoamericano imperante (tra l’altro, l’aggettivo educational in inglese riguarda restrittivamente l’istruzione: o in italiano, se davvero tu vuo’ fa’ l’americano, almeno il basic English imparalo un po’ meglio di quanto lo sapesse Sordi-Moriconi, macchietta cinematografica oggi tornata politicamente di gran moda). Bene, la mia mezza idea riguarda un programma che effettivamente in «Videosapere» facemmo, e durò finché al settimo piano restammo noi. Difatti, i destrorsi berlusconiani dell’età Moratti fecero un ragionamento semplice. Alla tv diamo largo spazio alle religioni: la Chiesa cattolica è ben presente (troppo, dicono alcuni: non io), gli ebrei hanno una bella rubrica settimanale Sorgente di vita, i cristiani riformati Protestantesimo. Ma dopo quella cristiana, in Italia la presenza religiosa almeno numericamente più importante è quella musulmana: possibile che non disponga di una rubrica televisiva? Ebbene: tra proteste clericali, laiciste, destrorse e sinistrorse d’ogni genere, varammo un settimanale, Islam. Debbo dire che ci riuscimmo per la mia ostinazione e grazie al personale coraggioso e spregiudicato appoggio di Letizia Moratti. Difatti, usciti lei e io da Viale Mazzini, il Consiglio d’Amministrazione Tollerante e Progressista che seguì la cancellò immediatamente. La mezza idea che qui propongo è quella di restituire alla seconda fede religiosa d’Italia il suo spazio televisivo: nel nome della par condicio, della tolleranza, del dialogo e della laicità della Repubblica italiana.
L’idea tutta intera che invece affido agli attuali dirigenti di Mammarai corrisponde a un mio cocente smacco, a una delle mie sconfitte come Consigliere d’Amministrazione. Difatti, non mi permisero di realizzarla. Nel concepirla, avevo fatto un ragionamento semplice. La cultura è il petrolio d’Italia, è la nostra General Motors, se ben usata (dal turismo alla creazione di nuovi posti di lavoro) dovrebbe perfino diventare un business. A quel tempo era soprattutto Veltroni a dirlo; adesso lo dice anche Dell’Utri. Ma allora, perché non varare un vero e proprio «Tg-Cultura»? Non parlo di una vera e propria testata, come esistono un «Tg-Economia» e un «Tg-Sport». Parlo di un Tg quotidiano, magari in una sola edizione al giorno: dove si parli sistematicamente di che cosa si fa in Italia e nel mondo nei campi della ricerca scientifica, delle attività artistiche e letterarie, dei musei, dei cinema, del teatro, delle mostre e delle esposizioni, dell’editoria, dei giornali e delle riviste, delle quotazioni in borsa delle opere d’arte, delle avanguardie e delle sperimentazioni, delle riserve artistico-archeologico-culturali, dei «patrimoni» naturali e monumentali da salvare, dei tesori che nessuno conosce e che vanno in rovina, dell’università, della scuola, delle possibilità degli italiani di studiare all’estero e degli stranieri di venir a studiare in Italia, dei rapporti fra cultura e mondo del lavoro, dell’identità italiana ed europea come fatto di cultura, delle diversità culturali presenti nel mondo come patrimonio che arricchisce l’umanità e che bisogna salvaguardare contro gli esiti più devastanti del livellamento globalizzatore.
Lo scopo? Togliere dalle testacce degli italiani l’idea che la cultura sia un fatto esornativo, un fiore all’occhiello; e cacciare nelle suddette testacce, invece, l’idea che la cultura - anche il farla, il produrla, il consumarla - ci è necessaria come l’acqua e l’aria. Una volta si diceva che l’operaio era tale perché conosceva cento parole, e il padrone tale perché ne conosceva mille. Non che le cose stessero proprio così, ma ci andavano vicine: in tempi di galoppante proletarizzazione culturale, morale ed esistenziale, bisognerebbe ricordarselo. Una cosa del genere, se la fate, può dirigerla ottimamente Vittorio Sgarbi. È un rompiscatole, un narcisista e uno sfascicarrozze; ma è anche uno dotto di libertà di giudizio, di coraggio intellettuale, di autentica e genuina voglia d’imparare e di sapere. È fazioso e iracondo, ma non fugge mai il confronto. È uno che magari non sempre discute con tutti perché sovente disprezza l’avversario; ma non gli capita mai di nascondersi dietro a un ruolo o a una posizione di potere perché abbia paura di misurarsi. Ha, da un mio punto di vista, un solo difetto. È liberale e liberista. D’altronde, nessuno è perfetto.
 

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