archivio_libri

 


vai

 

 

 Archivio libri


terzopolo

 

 


 Todi

maggio_home_page

vai

 

 

 Venezia

novembre_home_page
Colloqui di Venezia 2008

vai

 

 

 

 

vai

foto1

foto1

Read More

foto2

foto2

Read More

foto3

foto3

Read More

foto4

foto4

Read More

foto5

foto5

Read More

foto6

foto6

Read More

foto7

foto7

Read More

foto8

foto8

Read More

Impariamo a "violarla"

Liberal Fondazione
di Luca Doninelli

Anno II n. 14 - Ottobre-Novembre 2002

Torna al sommario
cop14n3
Ogni tanto qualcuno tira fuori il problema. Come fare cultura in tv? La domanda è vaga e mal posta perché presuppone che la tv non abbia cultura, che sia un mezzo incolto, un semplice veicolo senza forma. Invece la tv fa già cultura, in quanto tv. Il problema di parlare di cultura in tv non c’è, perché la tv fa già cultura, ha già la sua cultura, il suo particolare modo di fare cultura, proprio di coloro che s’immedesimano con questo mezzo di comunicazione. È come parlare di armi. L’uso del coltello o del fucile non è un problema per chi ha la bomba atomica. Nessuno si domanda: come conciliare il coltello con la bomba atomica? Nessuno si domanda: che posto c’è per il coltello nel tempo della bomba atomica? Semplicemente, nel tempo della bomba atomica si continua a usare il coltello. Se mai, chi ha solo il coltello dovrà chiedersi: come facciamo noi, con i soli coltelli, a sconfiggere chi ha la bomba atomica? Un mezzo d’informazione è come un’arma. Con ciò non intendiamo dire che esiste la «cultura televisiva», come se esistesse una cultura propria del medium, indifferente al soggetto che lo gestisce; per contro, non è nemmeno tanto vero - lo dice McLuhan - che la tv sia buona o cattiva a seconda del modo in cui la si usa. Un fucile non è buono o cattivo, la letteratura non è buona o cattiva, lo stesso vale per la tv. Quando dico che la tv ha la sua cultura intendo dire che la tv è nata da una determinata esigenza e che la cultura che fa obbedisce a questa esigenza, che è quella di raggiungere il maggior numero possibile di persone usando un linguaggio - parole e immagini - che sia il più fruibile che si può. Dove «fruibile» significa «semplice», ma solo dalla parte dello spettatore, perché per chi lo fa si tratta in realtà di un linguaggio complicatissimo. Ma questo ogni poeta o romanziere lo sa bene: quanto è dura essere semplici.
La tv tende al basso per sua natura, perciò favorirà quegli uomini di cultura che condividono la filosofia che l’ha fatta nascere. Più tendi al basso, più comunichi. Il problema non si pone, dunque, in sé. E, comunque, non è la tv che se lo pone, poiché la tv è il più forte dei mezzi di comunicazione. Non è l’atomica che si pone il problema del coltello, ma viceversa. Così, la tv è talmente pervasiva che tocca alla letteratura, o alla scienza, chiedersi: come trovare uno spazio in tv? Dipendesse dalla tv, la risposta sarebbe semplice: nessuno spazio. Il problema sta, insomma, nella pervasività, nel potere della tv, non nella sua natura. Perciò non è n problema televisivo. Mi sono posto molte volte il problema di come un’arte possa parlare di un’altra arte, o un mezzo di comunicazione di un altro mezzo. Ho scritto tra l’altro un romanzo la cui protagonista è la tv. Credo anche di esserci riuscito. Come ho fatto? Con la sfrontatezza. Ho usato cioè il mezzo di comunicazione più debole (il romanzo) come se fosse il più forte. Ho guardato un programma tv come se fosse stata la prima volta in cui un uomo guardava la tv. A Milano dicono: «Sa l’è chès’ chi?», ossia: «Che è ‘sta roba?». Ho trattato la tv come «’sta roba». Credo che anche per parlare di letteratura in tv ci voglia lo stesso grado di presunzione e di sfrontatezza. Sempre a favore del mezzo più debole. Ci vuole innanzitutto un uomo o una donna di cui ci si possa fidare, una persona che ama davvero la letteratura e sfida la tv in nome di questo amore. Una persona che se ne frega della tv, perché ha qualcosa d’importante da dire. Alla tv piace essere violentata. In fatto che tenda al basso non autorizza a trasformare questa tendenza in un banale cliché. Se tende al basso, può anche innamorarsi di qualcosa di alto, a patto che chi la usa la tratti bassamente, senza troppi puntini sulle «i». A una puttana può piacere Dostoevskij, ma resta una puttana, e trattarla da suora solo perché le piace Dostoevskij non serve. Di solito i programmi di letteratura in tv fanno schifo (contrariamente a molti programmi radiofonici sullo stesso tema) perché chi li crea e chi li conduce pensano di dover fare una «rappresentazione televisiva» della letteratura - a uso e consumo di un pubblico di ignoranti - che diventa subito qualcosa di frivolo, pettegolo ed élitario ma di una élite inutile. È un po’ come i caffè letterari, Dio ce ne scampi!, che piacciono non a chi ama la letteratura, ma solo a chi se la tira con una fettina di torta nel piattino facendo il faccino snob. La sola eccezione (è una banalità, ma la dico lo stesso) è stato il passaggio tv di Alessandro Baricco, che sapeva comunicare la propria passione per la letteratura usando la tv in modo libero: ossia, in modo avveduto, ma dell’avvedutezza che si ha perché si è liberi, perché non ci si pone il problema della tv. Come diceva un sarto: «L’uomo è veramente elegante quando non ha il problema di come è vestito». Quando si tratta di letteratura in tv, non ci sono ricette, programmi-quiz o mirabili invenzioni di ingegneria televisiva. Niente formule. Una buona confezione è sicuramente necessaria, qualche buona idea è un valido aiuto. Ma il piatto forte è la persona, il suo amore per quello che fa, la sua allegra spregiudicatezza nei confronti della tv. Senza questo, c’è probabilmente più danno che utilità.
 

web agency Done Communication