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Sbagliate, nel caso Fazio la fede non c’entra niente

LIBERAL BIMESTRALE
di Bruno Tabacci
Anno V n. 34 - Marzo - Aprile 2006

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cop34

 

Cronaca e storia s'intrecciano spesso ma in questi giorni il garbuglio, almeno apparentemente, sembra ispessirsi laddove alcune luci si accendono e altre si spengono nel panorama della finanza italiana. Eppure la risposta alla domanda se e quanto si possa dividere l'assetto bancario del Paese lungo il discrimine che dovrebbe separare finanza laica e finanza cattolica appare oggi molto più immediata di quanto non fosse ieri. La cronaca è tornata a occuparsi per un'ultima volta del «banchiere di Dio» Paul Marcinkus, morto alla fine del febbraio di quest'anno nella sua terra, l'Arizona, all'età di 84 anni. Marcinkus era l'uomo che governò le finanze vaticane dal 1971 al 1989 e il cui nome venne accostato ad alcuni dei più gravi scandali politico-finanziari degli anni Settanta e Ottanta a partire dal crack del Banco Ambrosiano. Così come appartengono all'attualità più recente le notizie, purtroppo ancora negative, dell'interdizione, temporanea, da tutte le cariche sociali del presidente di Capitalia Cesare Geronzi, uno dei principali cavalieri della «finanza bianca» descritta da Giancarlo Galli nel suo libro (Finanz bianca. La Chiesa, i soldi, il potere, Mondadori, ndr). Su Geronzi da diversi mesi indaga la magistratura per un suo presunto coinvolgimento nei crack Cirio e Parmalat. E tra le fila della cosiddetta «finanza bianca» naturalmente era iscritto anche il nome del governatore Antonio Fazio, pure travolto dagli eventi più recenti ma al centro di roventi polemiche da diversi anni ormai. Storie di ieri e storie di vent'anni fa, eventi - nel caso dei default di Cirio e Parmalat - annodati tra loro che a giudicare dagli esiti potrebbero condurre a una prima, sommaria e superficiale ricognizione, all'affermazione che il capitolo della finanza cattolica nel nostro Paese si è chiuso con il declino dei suoi corifei. Uomini sbagliati - o almeno così potrebbe sembrare dal momento che vige il principio della presunzione d'innocenza fino al sopraggiungere di una decisione definitiva da parte delle autorità competenti - al posto giusto. Ma le apparenze è noto, non dovrebbero ingannare. E allora se da un lato naturalmente sarebbe fuorviante ed errato trarre la conclusione che la finanza cattolica sia la radice di tutti i mali del sistema bancario italiano, dall'altro occorrerebbe semmai riconsiderare quanto è accaduto negli ultimi anni alla luce delle novità intervenute a partire dagli anni Novanta. Partendo dalla chiusura di un'epoca, quella in cui tutto il sistema bancario era riconducibile al pubblico, ci si accorgerebbe allora che la privatizzazione degli istituti di credito ha profondamente mutato il quadro di riferimento. Facendo venire meno perfino o sfumandola decisamente, a mio avviso, la linea di confine tradizionale tra finanza «bianca» e finanza laica. Per cui, per comprendere e rileggere nella giusta dimensione gli eventi che sembrano precedere quella che si preannuncia come una nuova stagione di fusioni e aggregazioni per le banche italiane, questa volta non più circoscritta ai confini nazionali ma aperta ai marosi, ma anche al fascino e alle opportunità, del mercato internazionale, occorrerà semmai soffermarsi maggiormente sulla mutazione genetica imposta a una figura chiave come quella del governatore da chi quel ruolo lo ha occupato per 13 anni. Cominciando col dire che se è vero che qualche volta le sineddoche consentono di comprendere più agevolmente il significato complessivo delle cose, almeno in questo caso affidarsi alla parte - la profonda fede di Antonio Fazio - per spiegare il tutto sarebbe commettere un errore marchiano e null'altro. Così come sono apparsi patetici, sul versante opposto, i tentativi di sottrarre l'ex governatore a una doverosa analisi critica del suo operato per le sue convinzioni religiose. Tentativi provenienti peraltro più da esponenti del mondo politico legati da convenienze di varia natura a Fazio e appartenenti a entrambi gli schieramenti che non da ambienti ecclesiastici.
Le scelte dell'arbitro del sistema insomma sono state negli ultimi anni scelte dell'uomo, non del cattolico e di altro. Un arbitro che dopo aver meritoriamente accompagnato il primo processo di trasformazione del sistema bancario italiano nel passaggio dal pubblico al privato favorendo una serie di processi di aggregazione e fusione, ha finito con il lasciarsi prendere la mano fino a modificare il proprio ruolo indossando le vesti del giocatore. È quello che accadde platealmente nella primavera del 1999 quando di fronte ai tentativi di scalata di San Paolo Imi su Banca di Roma e di Unicredito su Comit davanti ai senatori Fazio dichiarò senza infingimenti: «Prima di decidere alleanze e acquisizioni le banche devono parlare con noi». E quello era solo un segnale, per quanto già inequivocabile. Poi venne il sostegno all'Opa di una Fiat già ampiamente indebitata sulla Montedison, con l'escamotage risibile di considerare separatamente i debiti del comparto auto con quelli del comparto energia. Un azzardo da cui la Fiat si sta faticosamente risollevando solo ora e che ha avuto come unico effetto pratico la perdita di Edison, uno dei gioielli dell'industria elettrica italiana, finita ora in mani francesi. E ancora venne il sostegno alle grandi manovre delle banche intorno ai giornali, come se la difesa dei correntisti passasse attraverso il controllo dell'informazione anziché su pratiche creditizie oculate. E venne l'appoggio, inconsueto a dir poco nei modi considerando la storica riservatezza di Bankitalia sulle operazioni tra banche in corso, all'acquisizione della bresciana Bipop da parte di Banca di Roma, nel segno di un legame che pareva ferreo con Cesare Geronzi. Vennero il default argentino, con centinaia di milioni di euro di bond sudamericani custoditi nei portafogli delle principali banche italiane improvvisamente scaricati sui risparmiatori a pochi mesi dal crac; venne lo schianto della Cirio, con il collocamento sulla clientela retail di prodotti destinati al mercato istituzionale attraverso l'aggiramento delle norme italiane lungo la via lussemburghese, il default della Parmalat con la spola tra quest'ultima e la Cirio della Centrale del Latte, gli intrecci perversi con il mondo del calcio, le «distrazioni» di fronte ai numeri di una centrale rischi che dicevano già tutto a partire dal 1998 sulle condizioni dei conti della multinazionale di Collecchio. Anni ruggenti e spocchiosi di un'Italia che credendo di poter fare a meno del potere politico dopo Tangentopoli, si ritrovava vittima di un nuovo sistema assai meno trasparente e controllabile: un sistema bancocentrico al cui vertice stava collocato colui che avrebbe dovuto garantire il rispetto delle regole, il governatore, e che invece aveva finito con l'interpretarle o, peggio, con il piegarle a un disegno di potere. Il ricordo di quegli anni per me non è certo piacevole: mi trovai praticamente solo nel gennaio 2002 quando presentai una proposta di legge relativa al riordino delle autorità indipendenti che proprio in relazione ai poteri della Banca d'Italia si proponeva di scindere le competenze sulla stabilità del sistema bancario da quelle relative alla concorrenza tra autorità differenti. Ed ero in una compagnia alquanto ridotta anche nei mesi successivi al crack Parmalat, quando tra mille difficoltà arrivammo in Parlamento con una proposta di riforma del risparmio che se fosse stata accolta ci avrebbe evitato la coda più amara degli ultimi mesi: le Opa intrecciate su Bnl e Antonveneta, con tifoseria bipartisan nei palazzi della politica, frutto della fine dell'idillio con Geronzi e dell'investitura di Gianpiero Fiorani quale nuovo cavaliere bianco del sistema bancario nazionale, nonché dei campioni riconosciuti della finanza diessina Consorte e Sacchetti; la perdita di credibilità sul piano internazionale di un'istituzione come la Banca d'Italia; la manfrina delle dimissioni del governatore. Ora però è giusto guardare avanti. La legge di riforma del risparmio è stata approvata e l'incarico di guidare Bankitalia a Mario Draghi ha di colpo restituito autorevolezza all'istituto, mentre il passaggio ormai consumato di Antonveneta agli olandesi dell'Abn Amro e quello in fase di definizione di Bnl ai francesi Bnp Paribas hanno aperto nuovi scenari sia sul piano interno che su quello internazionale per le banche italiane. L'auspicio è che dopo il vuoto appello alla difesa dell'italianità delle banche, si possa finalmente passare a un sistema incentrato sulla qualità dei servizi e sulla concorrenzialità dei costi per i clienti, siano essi famiglie o imprese, troppe volte traditi nella fiducia e colpiti nelle tasche negli ultimi anni.
Credo che Venezia, dove sono stato invitato a partecipare ai Colloqui organizzati dalla Fondazione liberal e che sempre in questa città si svolgono, sia il luogo ideale per ragionare su Israele. Da secoli è la porta d’ingresso dell’Oriente verso Occidente. Israele, in fondo, è una sorta di piccola Venezia, è un punto dell’Occidente in un mondo che non è ancora occidentalizzato, e che in Medio Oriente ha una sua reale esistenza. Ma occorre porsi una domanda: la condizione umana oggi è la stessa a Venezia e in Israele? Contrariamente a quanto molti ritengono, non credo che Israele e che il conflitto israelo-palestinese costituiscano un’eccezione nel mondo moderno. Come ha giustamente rilevato il mio amico Renzo Foa, Israele «è una democrazia assediata» e guardando a questa democrazia assediata si pensa all’Europa come a una sorta di democrazia non assediata: non credo che ciò corrisponda a verità, basta considerare il problema energetico, il ricatto sul petrolio che Putin ha già giocato contro l’Ucraina, la Georgia, e che molto presto riguarderà la Polonia e i Paesi Baltici e forse anche l’Unione europea (d’altro canto esiste già una grande alleanza di GasProm con il petrolio e il gas algerino, libico, dell’Uzbekistan). In breve, l’idea di una democrazia assediata non è così errata se si applica all’Unione europea. A questo si aggiunge la questione del Mediterraneo che negli anni Cinquanta un grande scrittore francese, Albert Camus, contrapponeva come luogo della gioia di vivere, del sole, della felicità e dell’armonia, all’Europa franco-russo-nichilista-terroristica, l’Europa come luogo del terrore, a partire da quello rivoluzionario francese fino ad arrivare al terrore leninista-rivoluzionario-nichilista. Oggi il Mediterraneo è un luogo in cui il terrorismo si rivela come rischio elevatissimo, anche se alcuni continuano a sognare un’Europa al di fuori della storia, trasformata in vacanza, come il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, secondo cui l’Europa è già fuori dalla storia, in anticipo su tutti i Paesi, soprattutto l’America, per la sua più che ragionevole volontà di evitare guerre, di non preoccuparsi della difesa nazionale e del rischio che comporta vivere in vacanza al di fuori dalla storia. Esiste dunque una grandissima inversione che rende il sogno mediterraneo di Camus il sogno europeo di oggi. Bisogna dunque convincersi che Israele non rappresenta un’eccezione, e che la condizione umana è la stessaa Venezia, a Gerusalemme e a Tel Aviv. Da sempre grandi uomini di Stato hanno pensato di trovare la soluzione definitiva ai problemi del Medio Oriente. Lo hanno fatto Carter e Clinton, lo fanno oggi due statisti, grandi nemici tra loro, ma entrambi sul punto di scomparire dalla scena mondiale: Blair e Chirac, che come ultimo atto della loro carriera vogliono pronunciare le parole dell’angelo della pace in Medio Oriente, come se il Medio Oriente fosse una bolla e fosse sufficiente essere molto saggi e fare la spola tra Gaza e Tel Aviv per risolvere tutti i problemi. Perché i problemi del Medio Oriente sono la chiave di volta dell’ordine mondiale. Il ministro degli Esteri italiano D’Alema ha parlato del contagio che deriva dal conflitto mediorientale che spiegherebbe il terrorismo universale. Attenzione, forse non siamo di fronte a qualcosa di così eccezionale, forse bisogna rinquadrare tutto in maniera diversa, forse è il caos del mondo che si manifesta nel conflitto tra palestinesi e israeliani, forse Israele è lo specchio, piuttosto che la causa, di tutto il male e di tutto il bene che esiste nel mondo.

I due anni di guerra condotta dalla Russia contro il piccolo popolo ceceno che conta meno di un milione di abitanti, hanno fatto più vittime che i cinquant’anni di conflitto tra Palestina e Israele. Ci sono state molte più vittime in Cecenia, e Grozny, la capitale, è stata due volte rasa al suolo, cosa mai più accaduta a opera di un esercito europeo dopo Varsavia. Nonostante questo, ci sono stati molti più dibattiti riguardo alla Palestina. E non perché i palestinesi sono musulmani, anche i ceceni lo sono, ma sicuramente perché vengono uccisi dagli israeliani, mentre i ceceni vengono uccisi dai russi. Si possono avere molte più vittime in Cecenia, e in maniera molto più cruenta, senza che la cosa rivesta molta importanza, perché non sono gli israeliani a uccidere i ceceni. Esiste una sproporzione legata all’idea che la fonte del contagio, il cuore del problema è costituito da Israele, quindi la fonte del contagio è il conflitto israelo-palestinese. Ma questo conflitto non spiega nulla, non spiega le vittime di Hamad, non spiega la guerra tra Iran e Iraq - che è una guerra anch’essa terribile per le popolazioni, tenuto conto delle vittime di quella del ‘14-’18 - non spiega il terrorismo algerino e islamico. Esiste l’idea di una sorta di zona magica in cui sarebbe sufficiente, per far regnare la pace mondiale, far sparire Israele: è un’idea mistica e folle. Tutto questo mi fa venire in mente quelle persone che un tempo prendevano delle bambole e le pungevano con aghi per agire a distanza su qualcuno a cui volevano male; abbiamo grandi uomini che dicono di voler risolvere il problema israelo-palestinese come se fossero in una bolla, e altri uomini che dicono di volerlo risolvere eliminando Israele. Tutte queste persone sembrano avere un comportamento magico, prendono una questione locale - malgrado tutto, di questo si tratta - per considerarla come la fonte di tutti i mali e la chiave dell’ordine mondiale. Occorre accettare l’idea che Israele non è la fonte di tutti i mali o del bene universale, ma che è semplicemente uno specchio del disordine mondiale.

Ma, andando al cuore della questione, cosa significa la condizione umana oggi? Questa non vuole essere una domanda filosofica… La sfida di Ahmadinejad e del governo iraniano che desidera dotarsi dell’arma nucleare e che dice di voler cancellare Israele dalla carta geografica, va presa sul serio oppure è solo una provocazione? Gli israeliani che prendono queste dichiarazioni seriamente sono ossessionati dalla Shoa e dal genocidio, quindi hanno ragione di ritenere che esista un grande pericolo in queste parole. La seconda domanda da porsi è: se viene soppresso Israele, l’ordine del mondo sarà migliore? Avremo la pace in quel caso? Si possono immaginare altre forme di soppressione di Israele, si potrebbero far emigrare tutti gli israeliani in Europa, ad esempio, che fu così accogliente con loro. Uno scrittore ebreo di New York ha riflettuto ironicamente su questo punto in un suo libro, affermando: «Sì, è la diaspora, quindi lasciamo Israele». Ma è una questione molto seria quella che si pone nei corridoi del ministero degli Esteri francese: in fondo il regno cristiano di Gerusalemme è esistito per un secolo e poi è scomparso. Israele esiste già da cinquant’anni, dobbiamo soltanto aspettare perché questo cancro in Medio Oriente, che è causa di ogni male, scompaia allo stesso modo. Dunque, bisogna prendere Ahmadinejad seriamente per quanto riguarda Israele e anche per quanto riguarda l’Europa? Perché in effetti i missili dell’Iran hanno una portata che può probabilmente arrivare a Venezia, in Europa. D’altro canto questi missili vengono forniti dal mercato internazionale, particolarmente dai compagni russi, e sicuramente possono subire anche miglioramenti tecnici. La mia risposta è sì, dobbiamo prendere seriamente tutto questo.

E motivo questa mia risposta attraverso voci che oggi sono scomparse. La prima viene da una dichiarazione resa nel ’68 da un amico di Papa Paolo VI, il filosofo francese Jean Guitton, che era piuttosto orientato a destra ed era naturalmente cattolico: «Ormai la metafisica e la morale - disse Guitton - non sono più relegate nella coscienza privata, non dipendono più dalle religioni. La filosofia e la morale lasciano il segreto delle coscienze e degli oratori, s’iscrivono nell’esperienza, nella politica, nei problemi internazionali, nei problemi strategici». Guitton dice una cosa davvero sorprendente: l’assoluto è disceso sulla terra. Quando è un cattolico a dirlo, in generale allude al Cristo. Ebbene, è disceso sulla terra tramite il terrore, l’evidenza sostituisce la fede, il ragionevole è esigibile. «Pericolo di morte»: queste parole sono scritte in maniera invisibile ovunque. La situazione è cambiata da allora, oppure viviamo sempre sull’orlo dell’abisso come è stato detto per cinquant’anni a proposito della politica della dissuasione, della deterrenza? Un altro filosofo, Jean-Paul Sartre, nell’ottobre del ’45, cioè due mesi prima di Hiroshima e sei mesi dopo l’apertura dei campi della morte di Auschwitz, scriveva alludendo alla comunità umana, che la comunità che è diventata guardiana della bomba atomica è al di sopra del regno naturale, perché è responsabile della propria vita e della propria morte, quindi ogni giorno e in ogni istante dovrà permettere di vivere. C’è chi considera Ahmadinejad, soltanto un folle. È sbagliato. La bomba atomica non era, all’epoca di Hiroshima, a disposizione del primo alienato venuto. Questo folle dovrebbe poprio essere un altro Hitler, un nuovo führer: di questo secondo führer, come del primo, saremmo tutti responsabili. Nel momento in cui è finita la seconda guerra mondiale, il cerchio si è chiuso in ognuno di noi, l’umanità ha scoperto la propria possibile morte e si è assunta la responsabilità della propria vita e della propria morte.

Tutto ciò è finito? Questa vita sull’orlo del baratro appartiene al passato oppure oggi è ancora più presente perché l’abisso si è ampliato? Abbiamo pensato che fosse finita insieme alla guerra fredda, con la scomparsa dei due blocchi, con il superamento delle grandi guerre e con la supremazia della razionalità. È stato Fukuyama a sostenerlo. Ma almeno da dieci anni abbiamo capito che non è vero che tutto è finito, lo hanno capito tutti quelli che non avrebbero voluto vedere un genocidio in Ruanda, il ritorno della guerra, il crollo delle Torri a Manhattan. Ma molti europei continuano appunto a non voler vedere. Il nuovo paradigma è sempre il terrore, la politica sull’orlo del precipizio. Ma le caratteristiche intrinseche del terrore sono cambiate: siamo passati dal terrore nucleare a quello del terrorismo, un terrorismo universale. Quello che non cambia è il fatto che viviamo in un’epoca tragica; anzi si potrebbe perfino dire che il Ventesimo secolo, in paragone, è stato un’epoca più felice perché i due pericoli ai quali alludono Guitton e Sartre - Auschwitz e Hiroshima - erano separati. Chi aveva le capacità di causare Hiroshima non aveva il fanatismo di chi che ha creato Auschwitz. Persino Stalin, quando ha avuto la bomba atomica, è stato frenato dalla seconda guerra mondiale, perché era troppo preoccupato della sua possibile sconfitta nel ’42 per ricominciare una guerra come se nulla fosse. Quando Mao Tse Tung chiarì che sarebbe stato sufficiente lanciare una bomba atomica ovunque perché almeno un terzo dei cinesi morissero grazie alla deterrenza, ma che i due terzi sopravvissuti avrebbero governato il mondo, ebbene a quel punto l’alleanza sovietica con Mao Tse Tung fu subito rotta. Nel Ventesimo secolo sono esistiti due tabù che hanno garantito la pace per cinquant’anni: Auschwitz e Hiroshima, e l’utilizzo della bomba atomica a fini di deterrenza è stato pensato per evitare Hiroshima, ritenendo che tutto la frenesia, la ferocia, la brutalità dell’uomo rivelata da Auschwitz costituiva un pericolo permanente. Gli esperti atomisti che redigevano la newsletter degli scienziati atomici avevano un orologio con la lancetta piccola sempre su mezzanotte mentre la lancetta più lunga si avvicinava o si allontanava rispetto alla mezzanotte atomica; in altre parole, la sopravvivenza dell’umanità era un conto alla rovescia e i due blocchi si mettevano d’accordo per evitare che la lancetta lunga arrivasse su quella corta.

Oggi siamo di fronte a un cambiamento: siamo passati dall’era della deterrenza nucleare all’era del terrorismo generale, dal terrorismo limitato a quello allargato. Proverò a descrivere questo paradigma in quattro punti. Il primo: vi sono ovunque, oggi, persone capaci di un fanatismo stile Auschwitz. Immaginate Mohamed Atta che lancia il suo aereo contro le Torri di Manhattan e immaginate che il suo sguardo incroci lo sguardo di una giovane donna che si occupa per esempio della pulizia delle toilette nelle torri di Manhattan. La donna si chiede: «Perché? Perché noi? Perché io?». Cosa potrebbe rispondere Atta? Certo, non ha nulla da dire, ma cosa potrebbe rispondere? La stessa cosa delle SS interrogate da Primo Levi in un lager. «Perché?», chiese Primo Levi? Un SS risponde: «Qui non c’è alcun perché». Credo che Atta avrebbe dato la stessa risposta. Nel terrorismo odierno c’è qualcosa che lascia aperte le porte di Auschwitz. Non sono del parere che questo terrorismo dipenda solo dal fanatismo religioso. Piuttosto da quella forma di nichilismo, del «prendere quello che vuoi», senza riguardi per nessuno, che accomuna i bambini africani - che non sono islamici ma che hanno in mano a tredici anni dei kalashnikov - allo spirito dell’armata russa in Cecenia. Get what you want!, prendi quello che vuoi, diceva una scritta su un braccialetto da polso di un soldato russo che ho incontrato in Cecenia, riferendosi a canzone dei Rolling Stones. Che però diceva: you can’t get what you want, non puoi prendere ciò che vuoi. Il terrorismo esercitato in Africa, in Cecenia, dai terroristi islamici, dal narco-marxismo dell’America Latina, è oggi un fenomeno universale. Alla fine della politica della guerra fredda, alla fine dei due blocchi, non è corrisposta la scomparsa dei guerrieri. La guerra fredda era fredda per noi ma era calda per tutto il pianeta: non vi sono mai state tante rivoluzioni, controrivoluzioni, dittature, sovvertimenti di regime quante ce ne sono state in quell’epoca. E i guerrieri sono sempre qui.

Secondo punto di questo nuovo paradigma è l’incontro tra la potenza nucleare di Hiroshima e la capacità di Auschwitz. Ahmadinejad ne è un esempio evidente perché dice che Auschwitz è una religione della Shoa, è una menzogna, un mito. E in fondo l’arma nucleare è un’arma come le altre, tutto dipende a quale fine la si utilizzi. Ahmadinejad immagina una guerra santa, una jihad nuclearizzata. Fine dunque del tabù di Hiroshima, fine del tabù di Auschwitz e incontro tra la capacità di Hiroshima e il fanatismo di Auschwitz. Un incontro generale. A Manhattan sono crollate le Torri gemelle ma se i terroristi fossero riusciti ad attaccare una centrale nucleare avremo avuto una Chernobyl deliberata. La capacità di Hiroshima e di Auschwitz si coniugano oggi anche se non si possiede la bomba atomica, a maggior ragione quando la si ha. Ciò non significa che Ahmadinejad la userebbe immediatamente, senza pensarci, ma se si autorizza l’Iran ad armare Hezbollah questo potrebbe creare disastri. Terzo punto: l’eliminazione del tabù di Hiroshima e di Auschwitz non riguarda soltanto gli Stati canaglia e i gruppi criminali. Putin ha dichiarato che la cosa più negativa per la Russia nel Ventesimo secolo è stato il dissolvimento nel ’91 dell’Unione Sovietica. Non la seconda guerra mondiale, non i campi di morte di Hitler, devastanti per l’intera Europa. Ciò significa che oggi esistono dei leader che non sono più ossessionati dai tabù di Auschwitz e di Hiroshima, che appartengono a un’altra generazione e che trafficano con l’Iran o con la Corea del Nord, in armi, razzi, missili, materiale nucleare. Dunque, non solo Stati canaglia e gruppi criminali, ma anche sponsor che giocano con il fuoco lasciando ad altri il compito di accendere la miccia. Penso che vi siano molti di questi Stati e la Cina e la Russia non è che siano molto rassicuranti. Dopo tutto la Corea del Nord e l’Iran non hanno trovato protettori, che pure esistono e sono sponsor attivi. Quarto punto: non c’è una internazionale del terrore, ma un mercato universale del terrore sì. La Corea del Nord ha traffici con l’Iran che a sua volta ha traffici con la Russia e con il Pakistan. Tra sunniti e sciiti, tra marxisti stalinisti e religiosi islamisti - come in passato tra il colonnello argentino e i generali brasiliani - vi è una sorta di commercio universale del male. Viviamo attualmente in un mondo dove non si vuole più costruire ma dove coloro che vogliono distruggere pensano a prendere tutto in mano. Confrontiamo Krushev e Putin: Krushev credeva ancora di poter raggiungere e superare gli Stati Uniti, lo aveva affermato; Putin sa che, se tutto va bene in Russia, riuscirà a raggiungere il Portogallo solo tra una quindicina d’anni, ma la sua potenza non deriva dalla capacità di costruire, bensì dalla capacità di distruggere, di nuocere e di trafficare con il ricatto del petrolio, con il mercato delle armi a capacità termonucleare. Questo modo di affermarsi è preoccupante non per l’ordine del mondo ma per il mantenimento del suo disordine.

Concludendo, la situazione di Israele e la situazione dell’Europa non sono diverse. Viviamo su un pianeta in cui la capacità di nuocere è condivisa universalmente da individui che non hanno più quei tabù che garantivano la deterrenza e che l’hanno garantita per cinquant’anni. Si crede che la deterrenza sia automatica, che se Ahmadinejad ha la bomba atomica non è poi così grave perché l’Iran in quel caso sarebbe soltanto un’altra delle grandi potenze nucleari contro la quale potrà essere esercitata la deterrenza. Ma la deterrenza non ha mai portato un equilibrio automatico, ci sono stati periodi di squilibrio, di guerre, di crisi che sono arrivate molto vicine all’esplosione, come quella di Cuba. Bisogna perciò che vi siano dei freni e che ritornino dei tabù un tempo costituiti da Hiroshima e Auschwitz, altrimenti deterrenza ed equilibrio diventano sempre più fragili. È per questo che il tentativo di accedere alle armi nucleari da parte dell’Iran è molto pericoloso. Questo significa che ci troviamo in una situazione disperata? Niente affatto. La pace è qualcosa che non si ottiene chiudendo gli occhi, bensì la si ottiene aprendoli bene. I rischi che ho analizzato, il nuovo paradigma del terrore generalizzato, è sotto gli occhi di tutti, basta solo volerlo vedere. La guerra in Libano, per esempio, non è una guerra tra due blocchi - il blocco dell’islam e il blocco occidentale. All’inizio di questa guerra abbiamo avuto la sorpresa di vedere diversi Paesi che non sono democrazie, come l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania, schierarsi contro Hezbollah. Esiste perciò una scissione all’interno di quello che stupidamente viene chiamato l’islam senza cognizione di causa. Ci sono musulmani che capiscono che le prime vittime del terrorismo islamista sono proprio i civili musulmani. Ad esempio in Iraq, ogni mese, il numero di vittime civili, appunto vittime del terrorismo, supera il numero totale di vittime dell’esercito americano dall’inizio della guerra, che si aggira intorno alle tremila. Non si tratta affatto di una situazione simile a quella del Vietnam, ma piuttosto di una situazione simile a quella somala. In Somalia infatti a morire sono i civili somali per mano di guerriglieri somali, e questo avviene da quindici anni. Esiste quindi la possibilità di trovare alleati per la pace nel mondo che chiamiamo musulmano. Non è sufficiente definirsi umanisti, l’umanesimo attualmente sembra essere schierato dalla parte dei pacifisti che hanno manifestato a Roma, che affermano di essere contrari alla forza e a favore di quei buoni sentimenti umanistici secondo cui si dovrebbe abbandonare l’Iraq e disinteressarsi di Israele. Al contrario, bisogna recuperare l’idea umanista della difesa delle popolazioni civili, bisogna essere in grado di sostenere i civili ceceni e i civili del Darfur che vengono sterminati dai terroristi sotto bandiere diverse, a volte islamiste, a volte razziste o nazionaliste. È questo il vero problema, la reale sfida da affrontare: sapere da che parte sta la giustizia. Il futuro dell’umanità si gioca proprio su questo punto e, nel mondo musulmano, si gioca con le donne, quelle donne che non vogliono che i loro figli diventino dei terroristi o che desiderano, come molte donne in Iran e Algeria, resistere al terrorismo dando prova di eroismo, un eroismo rarissimamente osservato nella storia dell’umanità. Ebbene, bisogna essere accanto a quelli che lottano per la libertà e contro quelli che opprimono con qualsiasi mezzo. C’è una fortissima forza di oppressione nel mondo ma ci sono anche moltissime persone che si rivoltano contro questa forza, che non desiderano che i loro figli vengano armati a tredici anni, che vogliono invece che vadano a scuola, anche quando abitano in bidonville. È al fianco di queste persone che conquisteremo la pace. È per questo che il problema della condizione umana nel nostro pianeta è proprio lo stesso ovunque, non è diverso a Tel Aviv, a Gerusalemme e a Venezia.
 

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