Nella sua vaghezza il tema del rapporto fra Rai e cultura ha il sapore di una chiacchiera per chierici, che del resto oggi non hanno più nessuno da tradire, per esaurimento mercantile della materia del contendere. Eppure sarebbe indispensabile, in termini ridotti ma non generici, esaminare lo stato della relazione fra il prodotto televisivo dell’ente pubblico e gli argomenti che in qualche misura vengono solitamente definiti «culturali». Parliamo qui dei canali generalisti, perché tutta diversa sarebbe l’analisi nei canali tematici. Un discorso a sé poi richiede l’attività di Rai Educational, che a un osservatore estraneo appare comunque destinata nei tempi medi a una riorganizzazione concettuale, con maggiore sintonia tra la vocazione essenzialmente educazionale e gli spazi troppo casuali che vengono offerti alla sua frantumata programmazione. Finché esisteranno canali generalisti, il rischio è di farli vivere senza anima, come enormi albergoni dotati di alcune camere con vista sui giardini dell’arte, della scienza, delle lettere e della musica. C’è schizofrenia fra l’obbligo dell’Auditel, che invita a moltiplicare l’intrattenimento più effimero e il dovere di darsi qualche momento di dignità culturale. Questo atteggiamento dell’io televisivo diviso crea crisi di rigetto sia nell’equilibrio dei palinsesti sia nei gusti del pubblico. La «cultura», come pillola imposta dopo una indigestione, è oggi esteticamente inaccettabile. C’è qualcosa di paleoclassista nell’idea di regalare ai pochi, in orari strampalati, siparietti intellettuali. Oggi ogni telespettatore è intellettuale per se stesso. Senza essere un critico televisivo, senza dedicare i miei giorni a una conoscenza vissuta dei palinsesti, ho la sensazione, da spettatore medio, che si potrebbe fare molto di più e molto meglio. La mia duplice esperienza di direttore di quotidiani e di ordinario di sociologia delle comunicazione mi induce a pensare che non si tratta soltanto di alzare il tono della produzione generalista e di darsi una deontologia capace di imporre invalicabili soglie minime di qualità. La televisione pubblica, così come fanno i giornali, ha un compito di completezza, e per onorarlo non basta darsi qualche spazio vissuto dalla cintola in su. La stampa si occupa di «cultura» assai più di quel che fanno i canali generalisti.
Sui quotidiani è garantito un metabolismo delle opinioni e delle conoscenze che è culturale e non di par condicio. Anche la stampa ha problemi di spazio e di pubblico, le rivelazioni più recenti (ce n’è una della Abacus del maggio scorso) sono impressionanti, perché segnalano una sproporzione da uno a quindici fra i lettori delle pagine di cronaca e dello sport e quelli delle pagine «culturali». Ma questo dato non scoraggia la programmazione unitaria dei maggiori quotidiani, impaginati nella convinzione editoriale che tutto tiene e che la pubblicità così come l’autorevolezza, viene anche dalla dignità dell’insieme.
Penso che gli operatori televisivi dovrebbero meditare sulle esperienze dei giornali e studiare i modi di visualizzare talvolta le loro formule. Ho personalmente diretto negli anni Settanta e Ottanta il coinvolgimento di molti letterati nella fattura di un grande giornale al di fuori del recinto tradizionale della Terza pagina. Ho convinto Pasolini e Parise, Moravia e Calvino, Natalia Ginzburg e Michelangelo Antonioni e molti altri artisti, musicisti, scienziati e filosofi a farsi in qualche modo giornalisti nei «reportage», negli articoli di fondo, nei commenti di prima pagina. Essi non solo affrontavano gli argomenti dell’attualità, ma trasformavano in fatti, per il grande pubblico delle edicole, temi «culturali» di solito destinati a una ristretta area di lettori. Non far sentire scrittori, scienziati, filosofi e artisti solo come ospiti provvisori della ribalta mediatica, non ridurli alle comparsate dei talk show, è mestiere normale della stampa, non si vede perché non possa essere esercitato più spesso anche in tv. La telecamera generalista, che non è priva di curiosità per le inchieste e per le inside stories, si tiene lontana, probabilmente per quieto vivere politico, dalla proposta di commenti, preferendo quella che Revel definiva l’amalgama, un impasto, con pretesa d’obiettività, di opinioni di esperti e di notizie varie assemblate allo scopo di confortare sottintese tesi di fondo. Inglobate poi rigidamente nei talk show, le eventuali idee dei cosiddetti «uomini di cultura» hanno limiti tematici e temporali predefiniti. Si viene invitati dovendo accettare per scontate le domande che verranno rivolte e partecipando con un ruolo definito al teatrino delle eventuali baruffe. È la trappola della tematizzazione. L’oggetto della serata è quello del titolo e non è consentita stravaganza di argomenti imprevisti. Eppure in un Paese che ha le migliori pagine «culturali» d’Europa, da Repubblica al Sole 24 ore al Corriere della sera, anche per osmosi dovrebbe essere praticabile il lusso di televisioni pubbliche generaliste impegnate a inventare e visualizzare godibili e dignitosi palinsesti «culturali». Mi si dirà che questo frettoloso confronto stampa-tv non morde il nocciolo, cioè lascia senza analisi la cultura televisiva del servizio pubblico. Ed è vero, ma in questo contesto è inevitabile se si vuole risparmiare al lettore l’ennesima moralità in materia e si vuole scansare la coazione a ripetere i soliti paragoni lamentosi con altri Paesi. Non posso al proposito fare qui altro che sottoscrivere per intero quanto osservava anche di recente il miglior critico televisivo italiano, Aldo Grasso, sul Corriere della sera: «Cultura è anche un bel film, un varietà riuscito, il racconto di un evento sportivo, un quiz intelligente, una canzone, perfino una soap opera, una sitcom o una telenovela. Non solo presentare libri o mostrare documentari sugli animali, comprati dalla Bbc… Cultura significa non solo trasmettere un sapere, ma anche gli strumenti per mettere in discussione quel sapere». Verissimo. Ma affrontare in questa larga angolazione il discorso implica parlare di stile, di metodo, di motivazioni della Rai. Cioè rimettere in discussione l’intera pubblica tv. Il che andrà fatto, prima o poi. E sarà un’operazione culturale, nel senso largo del termine e senza virgolette.