L’operazione non è delle più semplici. Mettere ordine. Riuscire a immaginare un itinerario per la tv pubblica al di là dei riflettori (o bazooka) perennemente puntati e delle troppe polemiche che ne complicano maledettamente il cammino. Eppur si deve. Si compie - si parva licet - analoga impresa quando si predispone il sommario per l’edizione serale di un Tg. Si tratta, appunto, di mettere in ordine una giornata quasi sempre complicata e confusa. Bersagliata da notizie d’ogni tipo, che chiedono spazio e considerazione da parte nostra. È come se avessero un’anima grintosa, le notizie. Si fanno belle o accattivanti, s’imbellettano per farsi notare. Si vestono d’immagini impressionanti. E così, eleganti, se ne vanno per il mondo lungo i circuiti internazionali, che le accompagnano fin dentro le nostre redazioni. È lì che provocano commenti, e discussioni, e suggestioni. Così fan tutte, le notizie, pur di convincerci a metterle in scaletta. Alla fine, quella mezz’ora di telegiornale si riempie fino all’ultimo secondo. Qualcosa va in onda, molto resta fuori, destinato all’edizione della notte, o al dimenticatoio. Laddove riposano gli eventi che non riescono a diventare notiziabili. Cosa è accaduto? Cosa accade ogni giorno, in ogni redazione di giornale? Si decide in che modo ordinare le cose. Si privilegia, ogni giorno, una certa (tele)visione del mondo, oltre la polvere sollevata da tutto ciò che avrebbe voluto farsi notizia.
Una cosa simile è capitata a noi, alla Rai, negli ultimi anni. Se n’è parlato molto, troppo. Non per lamentare, o denunciare, un progressivo estraniarsi dal suo ruolo di servizio pubblico. Piuttosto, per quel che nocchieri maldestri e prim’attori la facevano apparire. Si dicevano costretti a trasformarla in altro da sé, l’azienda pubblica, perché la loro missione era mutata. La democrazia è in pericolo, spiegavano. E così s’ha da fare. E via, allora. Da una parte lungo l’autostrada del mercato, a gareggiare negli ascolti tra chi la faceva più brutta, la tv. Dentro: le barzellette spinte, nel pomeriggio della domenica per le famiglie italiane. E poi, dall’altra parte, letteralmente di tutto di più. Perché l’aria si faceva a ogni stagione più grave e confusa. Comici a far politica. E giornalisti a fare i profeti. L’importante era esagerare, drammatizzare. Ché la democrazia è in pericolo, dicevano. Soffiare e soffiare, gonfiare e gonfiarsi. Come le rane di Esopo. Come il marsupio di Panariello.
I telespettatori guardavano, tutt’altro che rapiti o inebetiti. La realtà, lei sì reale, se ne guardava bene dal prendere per vangelo quelle profezie, litanie, smargiassate. Se n’andava per conto proprio, la realtà. Nella direzione giusta? Non si può dire. Di sicuro lontano da dove la pretendevano maestri del pensiero, creativi del palinsesto, curatori fallimentari d’una stagione editoriale (ideologica) al tramonto. Credevano, s’illudevano, di essere decisivi, determinanti nelle scelte degli italiani. Scelte televisive, ma non solo. Interessavano, eccome, quelle politiche, il giorno del voto, con la democrazia in pericolo. Eppure la storia recente avrebbe dovuto insegnare qualcosa, anche a loro. Sarebbe bastata quella degli ultimi anni. Breve riassunto delle elezioni (e delle televisioni) precedenti. 1994: Berlusconi possiede le sue tv, scende in campo, la Rai gli è prevalentemente ostile. Vince lui, nettamente. 1996: Berlusconi governa per pochi mesi, poi resta nel limbo di una semi-opposizione. Quando si va al voto, a viale Mazzini ci sono ancora i suoi amministratori. Eppure, vince Prodi. 2001: non c’è ancora una legge sul conflitto d’interessi, la Rai gli è zaccarianamente contro, alcune trasmissioni (d’avanguardia?) sembrano anticipazioni di girotondi e Palavobis. Rivince lui, un’altra volta. La morale? Ognuno ricavi quella che più gli aggrada. a) in maggioranza hanno votato per il centrodestra perché stufi di sentire programmi a senso unico; b) la tv non incide più di tanto sugli orientamenti politici degli elettori; c) la tv è seguita ma i telespettatori la seguono criticamente, talvolta distrattamente. L’elenco potrebbe continuare. Ma ciò che conta è altro. La constatazione che la tv ha dato alla testa di molti addetti ai lavori. Illusi, evidentemente, d’essere piuttosto addetti ai valori, depositari e sacerdoti, monopolisti e vestali. Da qui dovrebbe ripartire il viaggio verso la tv del futuro. Dalla sobrietà di quanti vi lavorano. Dalla consapevolezza dell’importanza e dei limiti della televisione. Di quella generalista, che perde ascoltatori a vantaggio della digitale e delle pizzerie dove si trasmettono le partite in pay-tv su maxi schermo. Come una volta nei circoli delle Acli e nelle sezioni della Dc si andava a vedere Mario Riva e Mike Bongiorno.
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Non più una funzione affabulatoria o ritualizzante. A voler sollecitare l’immaginario di chi la guarda. A prendere il pubblico per mano, a condurlo verso i non-luoghi di utopia, dove il desiderio prende il posto della realtà. Oppure, a cavalcare conflitti sociali, a convocare appuntamenti collettivi con la Storia, con la rivolta che si fa catarsi, col Bene che si ribella e vince. Almeno alla tv. Ché ribellarsi è giusto, come si gridava una volta. Che fare? Rappresentare la realtà, raccontare gli eventi, registrarne le vibrazioni e le speranze. Restituirne a tutti la fruizione. Essere riflesso d’un patrimonio che può tornare a essere comune valore condiviso. Dar voce ai diversi linguaggi, sentirsi parte della società, raccoglierne le sfide e le storie, le paure e le gioie. Che la tv può specchiare e rilanciare, imparando ad ascoltarle e riversarle. Altrettante opzioni e pulsioni di libertà. Mi riferisco a un contesto che sarà sempre più netto, e visibile, con l’abbattimento di ogni barriera terrestre. Sarà la rivoluzione, in un giorno non troppo lontano. Eppure, oggi è già domani. Fare i conti con non stessi e con gli altri è uno dei bisogni fortissimi, ineludibili del mondo in cui viviamo, pullulante di tanti riferimenti culturali, religiosi, sentimentali. Tutti presenti ma offuscati, vivi ma disseminati un po’ alla rinfusa, mentre un tempo proprio in essi la società si ritrovava unita e coesa lungo i secoli. E così passava indenne, o quasi, dentro altre rivoluzioni.
Si tratta, dunque, di lavorare da subito alla tv del futuro. E costruirla giorno dopo giorno. A partire dalla moltiplicazione delle conoscenze e degli scambi tra popoli e mondi che saranno sempre più vicini. Con Internet, con la tv. Il confronto ravvicinato tra diverse culture ne rifletterà le rispettive verità fattuali. Inevitabilmente, il confronto si farà quotidiano, in tempo reale. E sarà sempre più razionale. La conoscenza camminerà accanto alla reciproca scoperta. Di come e quanto ciascuna cultura corrisponda ai bisogni concreti dell’uomo e della comunità di riferimento. Bisogni etici, bisogni di senso. Già molti anni fa Roberto Rossellini vedeva nella televisione uno «strumento formidabile per diffondere conoscenza». Nulla come la tv consente di raggiungere un pubblico vastissimo con estrema rapidità. Allo stesso tempo, la tv del futuro che è già cominciato chiederà di raccontare storie popolari, con un linguaggio accessibile che non esclude il ricorso alle pratiche più consolidate della divulgazione, pur di riuscire a comunicare contenuti, a diffondere conoscenza. Il compito non è facile. Anzi, sarà arduo tenere il passo. Tutto corre così in fretta. Evoluzione e innovazione fanno invecchiare rapidamente modelli culturali e ideologici che si credevano i migliori possibili per l’umanità e le sue magnifiche sorti, e progressive. Figurarsi la tv, coi suoi modelli. Osservare oggi una vecchia trasmissione su Rai Sat, dove si ripropongono vecchi telegiornali o documentari a suo tempo considerati modelli d’avanguardia, è come passeggiare nella preistoria della tv. Tempi lentissimi, linguaggi arcaici, reperti d’altre epoche.
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In realtà sono già adesso (e lo saranno sempre più in futuro) i fruitori dei media ad abbattere tutte le attuali, residue barriere che l’industria culturale ha eretto a preservare nel tempo la propria egemonia. A difesa del proprio potere. Ma oggi la tv non può che aprirsi a questo domani. Sapendo che, presto, nulla sarà più come ora. 2006: ecco l’anno della rivoluzione prossima ventura. Abbattimento di ogni confine, moltiplicazione dei canali. Delle quote di libertà a disposizione. Fine di ogni privilegio. Mercato vastissimo, globale, delle proposte e delle offerte. Nel frattempo, Internet viaggia veloce. Anche la tv generalista è costretta a cambiare. E i telegiornali, con le sue figure professionali convertite, mutate, trasformate. Con un’offerta da calibrare e commisurare a domande esigenti. Bluffare sarà impossibile. Ogni occultamento, o travisamento, sarà facilmente scoperto. Basterà un bambino a smascherarlo. Perché sarà proprio il pubblico a cambiare più in fretta. Partecipe, attivo, interlocutore esigente, giudice senza appello. Paradossalmente, la sobrietà invocata all’inizio come possibile bussola d’un viaggio verso la tv del futuro, potrà tornarci utile. Per non sentirci mai più protagonisti d’una realtà che nessun anchorman potrà cambiare o condizionare o ignorare. Sarà anche un viaggio alla riscoperta dei limiti della tv, diventati così evidenti proprio quando - nella stagione del Grande Fratello - sembrava vivere il suo onnipotente trionfo sulla realtà. La tv invadeva il mondo oltre lo schermo. Per negarlo o per surrogarlo. Come pretendeva di fare Christof con il suo Truman, che infine scelse di correre il rischio della libertà abbandonando lo show. E così toccare finalmente la vita reale, fuori dalla televisione. Sarà, piuttosto, una tv consapevole dei propri limiti. In grado, forse, di distinguere ciò che conta dall’effimero. La tv come semplice elettrodomestico? Ecco un paradosso felice, che riporta alla mente la frase attribuita al grande Eduardo. Un dirigente Rai gli telefonò a Napoli. La governante rispose e lo chiamò. «Don Eduà, al telefono ci sta ‘a televisione». E lui: «Falla parlà cù frigorifero».