La Rai soffre di molti mali. Tre canali sono troppi. La dipendenza dalla pubblicità ha svilito la qualità dei suoi programmi, soprattutto nelle ore di maggiore ascolto. Ha troppi dipendenti. Non è meno burocratica dei ministeri romani. Per qualche anno i collaboratori dovettero certificare che non erano mafiosi. E neppure Letizia Moratti, quando era a viale Mazzini, riuscì a impedire che l’amministrazione pretendesse una lunga dichiarazione manoscritta in duplice copia con cui il collaboratore affermava solennemente di non essere «soggetto all’Iva». Eppure mi chiedo se il male peggiore della Rai non sia il pluralismo, vale a dire il criterio che molti, fra cui il presidente della Repubblica, propongono invece come terapia.
Una istituzione è pluralista quando in essa coesistono, tollerandosi e rispettandosi, diversi punti di vista. Se la definizione è esatta la Rai è sempre stata, sia pure con qualche lentezza e riluttanza, tendenzialmente pluralista. A mano a mano che il quadro politico cambiava e altre forze assumevano una funzione determinante, la Rai si adattava alle circostanze e teneva conto della presenza dei nuovi arrivati. Lo ha fatto in tre modi: dando un canale a ciascuna delle tre maggiori forze politiche, dando maggiore spazio al punto di vista dei partiti più piccoli e assumendo giornalisti «di area». I compromessi erano sempre insoddisfacenti e contestati perché nessuno, in queste circostanze, si accontenta di ciò che gli viene dato. Ma un certo tasso d’insoddisfazione apparteneva alla fisiologia del sistema. Per «normalizzarlo» e consolidarlo fu deciso che l’ente avrebbe avuto due consigli d’amministrazione: uno a viale Mazzini e l’altro a Montecitorio. Il primo avrebbe avuto i poteri di un «comitato esecutivo» e il secondo avrebbe vigilato sul rispetto di quella particolare dose di pluralità che corrispondeva agli equilibri politici del momento. Il primo sarebbe stato composto da personalità della «società civile», il secondo da parlamentari. Ma l’uno e l’altro avrebbero fedelmente rispecchiato il rapporto tra le forze politiche che avevano diritto a una percentuale di «pluralismo». Più tardi il bipolarismo di fatto, creato dalla riforma elettorale del 1993 e dalla «discesa in campo» di Silvio Berlusconi, ha complicato il problema. Non bastava assicurare a ogni forza politica un tempo e uno spazio corrispondenti alle sue dimensioni. Occorreva che le due coalizioni, soprattutto durante le campagne elettorali, fossero trattate allo stesso modo. Nacque così la par condicio, fonte di infinite contestazioni e continui aggiustamenti. Ma anche quelle contestazioni e quegli aggiustamenti appartengono alla fisiologia del sistema. I programmi si sono adattati a queste esigenze. Quando non è francamente schierato, come il Tg3, il telegiornale è divenuto, per almeno metà della sua durata, una «gazzetta di palazzo» in cui occorre comprimere, spesso a scapito della chiarezza, il maggior numero possibile di menzioni e citazioni. Il suo direttore passa buona parte del tempo a fronteggiare richieste, a dosare interventi e a contenere le perdite. Le interviste sono friendly. Anziché costringere l’intervistato a uscire dall’ambiguità dietro la quale ogni uomo politico cerca di nascondere le proprie intenzioni, gli permettono di fare impunemente propaganda a se stesso e al proprio partito. I talk shows sono più spregiudicati, ma la composizione dei partecipanti non può tener conto esclusivamente della loro competenza. Deve badare anche e soprattuto alla «loro identità» politica. E il tono culturale dei programmi più seri occhieggia ora in una direzione, ora nell’altra, a seconda dei momenti e delle circostanze.
Divenuto ormai la seconda natura di viale Mazzini, il «sistema Rai» è fondato su una tacita premessa che nessuno discute e contesta: l’informazione non può essere obiettiva ed è sempre il riflesso delle convinzioni ideologiche di chi la elabora e la trasmette. È questa la base su cui poggia il pluralismo italiano. Ogni giornale rappresenta il mondo secondo le proprie convinzioni, ogni giornalista è anzitutto condizionato dalla propria ideologia. In queste affermazioni vi è certamente una parte di verità. Ma allorché vengono semplificate e banalizzate queste verità diventano un alibi per rendere professionalmente accettabile ciò che nessun giornalismo dovrebbe ammettere e tollerare. Cercherò di spiegarmi. L’intervistatore non è mai completamente neutrale. Ma dovrebbe obbedire ad alcune regole. Supponiamo che debba intervistare una personalità politica, di destra o di sinistra. Dovrebbe momentaneamente adottare la filosofia dell’intervistato e giudicare le sue risposte alla luce delle sue convinzioni. Dovrebbe ricordargli le dichiarazioni del passato che non sembrano concordare con quelle del presente. Dovrebbe chiedergli se certi progetti siano compatibili con altri, egualmente presenti nel suo programma. Dovrebbe prospettargli la possibile conseguenza delle sue iniziative. Dovrebbe sollecitarlo a essere chiaro ed esplicito, anziché impreciso e fumoso. Per fare domande di questo genere, tuttavia, occorrono giornalisti che si sono documentati sulle questioni che verranno trattate nel corso dell’intervista. Credo che ne esistano molti, alla Rai, perfettamente in grado di fare una intervista «ostile». Ma il sistema preferisce interviste dolci, benevole, compiacenti. Una delle peggiori ricadute del sistema Rai quindi è la perpetuazione nell’azienda di un giornalismo generico, superficiale, privo di specifiche competenze, difeso dalla propria identità ideologica piuttosto che dalla propria bravura professionale. Si forma così un circolo vizioso. Il cattivo sistema produce un mediocre giornalismo e il mediocre giornalismo peggiora il sistema. Esiste un rimedio? Ve ne sono alcuni: smetterla di considerare il pluralismo una virtù; abolire il consiglio d’amministrazione politico (la Commissione di vigilanza); togliere agli amministratori di viale Mazzini la gestione dell’impresa e restringere le loro competenze a quelle di un normale Cda; nominare un direttore per l’informazione e affidargli il compito di dirigere l’azienda come un giornale. Il direttore avrà un contratto e verrà giudicato su un ragionevole arco di tempo, non con il bilancino quotidiano del pluralismo ben temperato. Da chi? Per esempio da un piccolo comitato di boni viri che pensino alla loro personale credibilità piuttosto che alle loro ambizioni o amicizie. Immagino le obiezioni: chi sceglierà il direttore? Chi designerà i boni viri? Il diavolo, come al solito, è nei particolari. Ma peggio di così, purtroppo, non può andare.