liberal. Partiamo dall’elemento nuovo: il Ddl Gasparri. Che giudizio ne date ancor prima che venga discusso nelle aule parlamentari.
Debenedetti. Secondo me il Ddl Gasparri è un testo ambizioso, che contiene interessanti novità sul piano dei principi. Peccato che, quando passa a definire come attuarli, presenti contraddizioni interne; e che sia segnato da una gravissima ambiguità. Il testo parte da un’affermazione di principio: il pluralismo è una funzione svolta dall’intero sistema radiotelevisivo, pubblico privato, in condizioni di concorrenza. Questa è una importante novità, ovvia per chi come me, pensa che il pluralismo sia garantito dalla concorrenza e non sia octroyé dalla volontà del potere politico. Il testo prevede che il potere politico, democratica espressione dei cittadini, elenchi e finanzi alcuni beni che il mercato spontaneamente non fornirebbe. Questi beni sono certe caratteristiche «di qualità», più un’ulteriore garanzia di pluralismo, una sorta di «ammortizzatore culturale» che, analogamente all’ammortizzatore sociale, fornisce una rete di sicurezza a chi potrebbe non essere adeguatamente tutelato nel mercato concorrenziale.
Il pluralismo incontra, però, un limite nella scarsità delle risorse (le frequenze dell’etere, ma anche il tempo degli spettatori): si deve operare una selezione tra le opinioni ed espressioni di tutti gli individui. Lo si può fare o per decisione politica o con l’automatismo del mercato. Che cosa io pensi in proposito credo sia chiaro: se c’è una cosa che il mercato concorrenziale sa fare, è proprio selezionare risorse scarse secondo le preferenze, che si tratti di assegnare spazi sugli scaffali di un supermercato, o di individuare segmenti sempre più specifici di gusti e inventare modi per soddisfarli. Il Governo, decidendo di privatizzare, ha scelto il mercato: quella radiotelevisiva diventa così una «normale» attività industriale.
Parliamo prima di tutto dell’ambiguità. Aboliti gli steccati tra i vari tipi di media, il Ddl Gasparri pone a ogni operatore il limite di non superare il 20% delle risorse complessive del settore integrato delle comunicazioni, tranne che per l’ex monopolista telefonico, a cui si applica un limite del 10% - tra l’altro su questo specifico punto varrebbe la pena di approfondire: ci sono ragioni tecniche legate alla non sempre facile distinzione tra carrier e provider, ma d’altra parte in questo modo si mettono vincoli a imprese che, a parte l’attuale difficile momento, possono mettere in campo risorse importanti. Nel calcolo delle risorse entra tutto: dal canone alle televendite, dalla pubblicità alle sponsorizzazioni, dalle tv ai giornali. Che cosa comporta questo in pratica per gli operatori presenti e futuri? L’efficacia antitrust di questa norma è, a essere molto generosi, sconosciuta al pubblico. Il ministro non ha messo a disposizione i dati quantitativi che consentano di valutarlo: ma non si teme di sbagliare pensando che egli abbia verificato l’impatto della norma sulle proprietà del presidente del Consiglio, e che la verifica abbia fornito all’interessato risultati rassicuranti. Ora, tenuto conto che questo è un problema intorno a cui ruota la politica italiana da dieci anni, ammetterete che qualificare come «ambiguità» questa omissione, sia un bell’understatement.
E adesso la contradizione: il Ddl prevede che vengano vendute quote della Rai mediante Offerta Pubblica di Vendita e che nessuno possa detenere più dell’1% del capitale e ancora che le quote vincolate a sindacato di voto non possano eccedere il 2%. Ma «si dimentica» di dire la data certa in cui il Tesoro uscirà del tutto dal capitale: fino a quel momento, in pratica, il Tesoro manterrà il suo potere e la vendita di quote di capitale non comporterà privatizzazione. Ma quand’anche si arrivasse a vendere tutto, un’azienda a proprietà così parcellizzata, con una gestione assembleare di tipo cooperativo, sarebbe un’azienda debolissima. Sarebbe questa l’azienda protagonista forte di un vivace mercato concorrenziale? Certo, se la legge prevedesse l’uscita del Tesoro dal capitale a data certa, un operatore potrebbe lanciare un’Opa condizionata al cambiamento dello statuto. Già, perché la norma sul divieto di partecipazioni che eccedano l’1% Gasparri vuole che sia scolpita nello statuto e che questo sia immodificabile (come faccia poi, non so). Insomma, se la va proprio a cercare, il ministro Gasparri, l’accusa di avere ibernato il vantaggioso (per Mediaset) duopolio pubblico privato, e di avere assicurato che, finito il periodo glaciale, dal disgelo esca una Rai che non possa creare problemi al concorrente. Gli errori, si dice, sono peggio dei crimini. Credo che ci sia un errore all’origine del costruttivismo giuridico che ha partorito questa incredibile «public company per legge».
Romani. Trovo interessante il ragionamento svolto da Debenedetti su servizio pubblico, mercato e concorrenza. Voglio solo ricordare a questo proposito che l’ammortizzatore culturale non può limitarsi a proporre una rete di sicurezza a chi non riesce a essere tutelato nella società della competizione; quando parliamo di pluralismo nel nostro Paese non possiamo non ricordare le diversità e le complessità della nostra società dal punto di vita politico, culturale e sociale. Si tratta in fondo di definire il ruolo del servizio pubblico che soprattutto nel campo dell’informazione «valorizzi il criterio dell’articolazione territoriale come espressione delle identità e delle culture locali». Ho citato in modo letterale una frase del recente messaggio alle Camere del presidente della Repubblica. Il dubbio che la concorrenza e il mercato possano dare la massima tutela è speculare al fatto che la Rai da sempre opera in un regime ibrido traendo risorse per metà dal canone e per un’altra metà dalla raccolta pubblicitaria; e probabilmente se non ci fossero vincoli contrattuali e istituzionali finalizzati allo svolgimento della funzione di servizio pubblico, difficilmente la Rai assolverebbe questo compito.
Solo una premessa prima di entrare nel merito del Ddl Gasparri. Ormai dopo anni di discussioni sull’assetto radiotelevisivo abbiamo verificato che è impossibile fare una legge onnicomprensiva e definitiva. Basta pensare all’esperienza fin qui vissuta. La legge Mammì del 1990 nello spazio di pochi anni è diventata inadeguata e si è dovuto intervenire con la Maccanico nel 1997; oggi si deve intervenire ancora. Tutto ciò accade non per cattiva volontà del legislatore me perché l’evoluzione tecnologica è talmente rapida da obbligare il Parlamento ad aggiornare la normativa in attesa, a questo punto sì, della auspicata e definitiva liberalizzazione dell’intero settore. La proposta Gasparri è dunque un ragionevole tentativo di trovare un ruolo per il servizio pubblico che sia compatibile con il mercato. A proposito dell’influenza del potere politico a cui faceva riferimento anche Debenedetti, vorrei far notare che nella proposta Gasparri è presente un decisivo cambiamento rispetto al passato; sono infatti cambiati completamente i criteri di elezione del presidente della Rai. Nell’ipotesi Gasparri, il presidente per essere eletto ha bisogno del voto dei due terzi della Commissione di Vigilanza, e dunque verrebbe sicuramente soddisfatto quel requisito di figura di garanzia tanto spesso richiesto. Tornando all’assolvimento della funzione di servizio pubblico da parte della Rai, credo che un’azienda liberata dall’influenza opprimente di quella che prima si chiamava partitocrazia potrà svolgere la funzione di dar voce alle tante opinioni e realtà che animano il nostro Paese.
Riguardo alla proprietà e alla scelta della public company ad azionariato diffuso, credo sia evidente quanto sia difficile coniugare la funzione di servizio pubblico con la proprietà dell’azienda in mano a un ristretto gruppo di imprenditori. La proposta del Governo dunque apre la proprietà al mercato ma salvaguarda la funzione primaria dell’azienda. Il problema delle risorse è stato mi pare affrontato in modo risolutivo e ragionevole, rompendo una volta per tutte gli immotivati steccati tra le varie forme di comunicazione. La quota del 20% del sistema integrato della comunicazione mi pare che faccia superare l’annosa questione del numero delle reti. Non si pongono limiti di una, due o tre reti, ma si stabilisce un’offerta di 140 canali che garantisce una pluralità tale da risolvere il problema di spedire questa o quell’altra rete sul satellite. Diciamo la verità, quando Gasparri dice che il limite delle due reti venne votato per far contento Bertinotti, non dice una cosa così lontana dalla verità. Tant’è vero che la Maccanico prevedeva un lungo periodo di transizione. Oggi che ci troviamo alla fine di quel periodo possiamo dire che mandare Retequattro sul satellite non creerebbe premesse di maggiore pluralismo ma servirebbe unicamente a mettere in ginocchio Mediaset. Stesso discorso si può fare per la Rai. Se oggi RaiTre dovesse passare a essere secondo la Maccanico la rete senza pubblicità, la Rai si ritroverebbe un buco di bilancio di dimensioni preoccupanti. Per ciò che riguarda l’accenno fatto da Debenedetti allo sbarramento del 10% del sistema integrato delle comunicazioni, per gli operatori della telefonia, vorrei precisare che il provvedimento specifica che non si può superare il 10% solo per chi detiene già il 40% del mercato delle telecomunicazioni. Mi pare logico che un operatore che ha ricavi pari all’intero fatturato della maggiore azienda televisiva privata possa subire una limitazione antitrust più netta. È una difesa di un comparto più debole rispetto a quello nettamente più forte delle telecomunicazioni. Lo stesso problema si porrebbe se si abolisse il canone e si dovessero reperire le risorse sul mercato pubblicitario: i giornali ne uscirebbe economicamente distrutti. Per tutte queste ragioni sinceramente non capisco tutta l’avversione che il Ddl Gasparri ha suscitato.
Debenedetti. L’antitrust definisce il mercato di riferimento; le posizioni dominanti sono tali in quel mercato, non nella somma di tutti i mercati. Trovo singolare che proprio un esponente di Forza Italia attribuisca una posizione dominante al potere economico in sé. Ma andiamo avanti. Vorrei tornare alla questione del servizio pubblico. Io capisco che il potere politico possa esigere che ci siano programmi di formazione, concerti o opere liriche. È d’altronde quello che fa il Ddl Gasparri. Con più precisione di quanto sia stato fatto finora. Per quanto mi riguarda il first best è proprio scrivere precisamente quali sono i contenuti che la televisione pubblica deve comunque avere. Dunque abbandonare l’idea che il servizio pubblico debba avere una «qualità» indefinita, che deve permeare tutto quanto viene trasmesso, che presuppone una «grazia» che viene elargita solo se la proprietà è pubblica.
Romani. Ci abbiamo provato per anni in Commissione di Vigilanza. Io personalmente ho presentato decine di emendamenti tutti regolarmente bocciati dalla sinistra, per meglio definire il contratto di servizio e la tipologia dei programmi. Invece hanno fatto passare per servizio pubblico pure la soap opera.
Debenedetti. Personalmente non mi scandalizzo se qualcuno dice che ci vuole pure la telenovela.
Romani. Certo, basta che non entri nel contratto di servizio!
Debenedetti. Al contrario: chi lo sostiene abbia almeno il coraggio di dirlo. Anche essendo favorevole al mercato come regolatore naturale del settore, credo sia legittimo che il potere politico stabilisca che alcuni contenuti che il mercato non copre debbano comunque essere presenti nell’offerta radiotelevisiva. Che è quello che Gasparri fa. Lo assegna per dodici anni alla Rai. Ma, poi credo che si potrebbe tranquillamente mettere a gara il servizio tra gli operatori. Anche senza aspettare dodici anni.
liberal. Quindi potrebbe svolgere il servizio pubblico pagato con il canone anche Mediaset.
Debenedetti. Si potrebbe legare a una delle concessioni governative. Chi offre di meno fornendo garanzie di poter offrire quei servizi che il mercato non fornisce e che sono tuttavia ritenuti importanti, ottiene come corrispettivo il canone. Ma quest’aspetto sinceramente mi pare secondario. Ciò che mi sembra più importante e su cui aspetto spiegazioni è proprio questo «mitologico» rispetto del pluralismo ottenuto così, quasi per magia! Per quale motivo i partiti dovrebbero abbandonare i corridoi di Viale Mazzini (la sede Rai ndr)? Perché vogliamo parlare di un meccanismo mai sperimentato, come se all’improvviso - quasi per miracolo - tutti vedessero espressi i propri valori, la propria identità fuori dai partiti?
Romani. Non capisco lo stupore. Il servizio pubblico viene erogato dalla Rai, che in quanto tale oltre a espletare le sue funzioni attraverso le risorse del canone, decide di aprirsi alla partecipazione di privati, senza che questo segni minimamente le funzioni di servizio pubblico. Questi privati non sono altro che l’espressione della complessità sociale del Paese, il mondo dell’associazionismo come il mondo delle Università e delle Fondazioni.
Debenedetti. Romani mi conferma il sospetto che già mi era venuto leggendo il testo governativo: e cioè che il pluralismo nelle trasmissioni Rai discenda dalla molteplicità delle partecipazioni. Sarebbe una novità: perché ci sono società dove vige il voto capitario, una testa un voto; ma l’idea di una società in cui ogni 1% rappresenta un’identità culturale, e ognuna ha un suo spazio nel palinsesto... beh, ammetti che è una bizzarria: tanto per continuare con gli understatement. Le aziende non sono dei «collettivi», vanno gestite da un management. E qui come si seleziona chi comanda? Chi decide? In che modo la superlottizzazione tra tante identità diventa l’identità unitaria dell’azienda? È il meccanismo della concorrenza, tra più imprese che devono «catturare» l’audience, a garantire che tendenzialmente tutte le identità culturali degli ascoltatori vengano soddisfatte.
Romani. Questo sarebbe un ragionamento corretto se il sistema televisivo nascesse oggi. Ma siccome non è così dobbiamo tener conto anche di quello che è accaduto dal 1976 a oggi. La vacatio legis di ben quattordici anni ha innescato un processo che non può essere interrotto o modificato sulla base di ricette teoricamente corrette ma inadatte e inadeguate al caso italiano. Peraltro vorrei ricordare che, per esempio, la Thatcher ha privatizzato tutto ma non la Bbc. Evidentemente in Europa l’idea che debba essere salvaguardata la funzione pubblica della televisione non è così peregrina. In Italia c’è un’anomalia nel fatto che la tv pubblica è un ibrido: per metà finanziata dai cittadini e per metà dal mercato pubblicitario. A noi legislatori compete il compito di definire cosa sia il servizio pubblico. Vi saranno altre occasioni per analizzare in profondità quale sia il ruolo del servizio pubblico, dibattito che si protrae negli anni e che non è mai stato risolto. Vorrei solo aggiungere che se, da una lato, contestiamo il fatto che il sistema pubblico dell’informazione possa diventare organo di parte, dall’altro, non siamo nemmeno interessati a una informazione cloroformizzata e appiattita sul potere e sul Palazzo. Siamo tutti molto sensibili alla presenza nei telegiornali di ogni Partito, dal più grande al più piccolo; ma siamo veramente sicuri che, ad esempio, i problemi dei sette milioni di italiani che vivono al di sotto della soglia di povertà siano adeguatamente rappresentati nel sistema complessivo dell’informazione? Siamo proprio sicuri che le problematiche della sicurezza dei cittadini, dei più piccoli paesi del profondo Nord, invasi da poche decine di clandestini violenti e, di fatto, in regime di coprifuoco dalle 9 di sera in poi, siano conosciute da tutti? Siamo proprio sicuri di veder rappresentato il senso della solidarietà nei confronti di chi cerca asilo nel nostro Paese, non per importare criminalità, ma per cercare scampo dalla corruzione, dalla repressione, dalla povertà dei Paesi d’origine?
Debenedetti. Buone domande: ma sono io che chiedo: perché non succede oggi? Non pensi che sia perché le - magari supposte - preferenze dei politici hanno maggiore peso, nel determinare i contenuti dei programmi, degli interessi dei cittadini?
Romani. No, perché i politici fino a oggi si sono solo occupati di vedere col bilancino di chi si parla e per quanti secondi, senza preoccuparsi dei contenuti, della capacità della tv pubblica di raccontare il Paese.
Debenedetti. Appunto. Ma un’azienda televisiva vende tempo degli ascoltatori agli inserzionisti. Per vendergli magliette o detersivi deve catturare la loro preferenza, e per farlo deve capire, e soddisfare, i vari profili culturali, le varie identità del maggior numero possibile di ascoltatori. Di quelli che si entusiasmano per Santoro e di quelli che si beano di Emilio Fede. L’idea che il servizio pubblico debba essere erogato da un ente pubblico è un’idea che ci siamo lasciati alle spalle dieci anni fa. Ma io vorrei fare una domanda: chi controlla l’azienda e i programmi?
Romani. Il contratto di servizio.
Debenedetti. Ma che c’entra? Mica dice cosa devono fare i tre canali Rai!
Romani. Definisce l’ambito d’azione nel quale si devono muovere.
Debenedetti. Scusa, ma nel contratto di servizio c’è anche il concorso di bellezza di Miss Italia?
Romani. Definisce le percentuali dei generi in programmazione per espletare le funzioni di servizio pubblico.
Debenedetti. Ma quelli li mettiamo a gara, parliamo del resto, perché nella programmazione di RaiUno e RaiDue il servizio pubblico conterà l’1%.
Romani. Ma che dici. È, o almeno dovrebbe essere, il 65%.
Debenedetti. Non è quello che dice il Ddl Gasparri. A meno che tu ne sappia più di me o che quello che c’è scritto non conti nulla. Mi metti una grossa preoccupazione. Ma c’è un punto molto portante di cui non abbiamo parlato: la Gasparri prevede, come già d’altra parte la Maccanico, il passaggio al digitale che offre certamente un’altra dimensione e altre possibilità alla concorrenza. Il Ddl pone in capo alla Rai di devolvere risorse per passare per prima al digitale. E vuole che entro il 2006 tutte le emittenti siano digitali e tutti gli italiani abbiano il nuovo televisore. Un’ipotesi totalmente irrealistica. Gasparri vuole che prima ci sia il passaggio al digitale e poi la privatizzazione e la concorrenza. Ma c’è un effetto di path dependence per cui i futuri assetti concorrenziali dipendono da quelli precedenti. No, è un sistema privatizzato e liberalizzato che deve evolvere al digitale e non viceversa. La cosa è possibile. Si incominci a vendere: la Rai venda RaiUno e Mediaset una sua rete.
liberal. Le posizioni ci paiono chiare. Ci terremmo a chiarire un ultimo punto. Quali possono essere le modifiche al testo Gasparri sulle quali Governo e minoranza potrebbero trovarsi? Il 20%? O ancora la soglia dell’1% per i nuovi azionisti privati?
Romani. Il 20% mi pare frutto già di una mediazione. Oggi è difficile valutare però quanto sia giusta. Direi che con gli elementi a disposizione mi pare una cifra equilibrata.
liberal. Se si tornasse al 25%, forse Debenedetti sarebbe d’accordo ma la sinistra girotondina si solleverebbe.
Romani. Certamente. Per ciò che riguarda l’1% credo che l’obiettivo sia quello di coinvolgere nell’azionariato una miriade di imprenditori e produttori di cultura. La Rai come patrimonio di molti, un’autentica public company dell’informazione della comunicazione.
liberal. Ma il modello finale qual è?
Romani. La maggioranza e il Governo intervengono tempestivamente con una proposta significativa al contrario di quanto avvenuto nella scorsa legislatura con la passata maggioranza, senza alcuna volontà di contrapposizione, ma sulla base di precisi principi: aprire il sistema a un maggiore pluralismo, moltiplicando le voci, senza farne tacere nessuna o qualcuna in particolare; favorire le opportunità di crescita per i cittadini, le imprese e le istituzioni, accrescendo le innovazioni tecnologiche in atto: rinnovare il servizio pubblico radiotelevisivo, trasformandone le caratteristiche salienti per avvicinarlo ai cittadini, incentivando le prerogative positive per l’intero sistema: dare complessivamente più competitività al mondo della comunicazione dell’audiovisivo, non solo all’interno del nostro Paese, ma anche in chiave europea. Sia chiaro: non vogliamo percorrere scorciatoie strumentali o soluzioni di comodo, come qualcuno maliziosamente vorrebbe fare credere. Vogliamo innovare profondamente, dando opportunità a tutti di crescere, sostenere l’evoluzione e l’alfabetizzazione tecnologica del nostro Paese, conservando e sviluppando il tasso di pluralismo del sistema.
Debenedetti. Ripeto: ci si accapiglia sul 20 o il 25%. In realtà solo il Governo, credo, ha fatto una simulazione su che cosa questo significa in termini di tetti antitrust: e, noto di passaggio, li pone fissi per sempre, anche verso la crescita endogena, cosa che mi sembra contraddittoria con il concetto stesso di azienda e di concorrenza. A parte questo, la priorità assoluta è evitare di fare della Rai un ircocervo pubblico privato. Se disponessi di un solo emendamento, lo userei per sopprimere il comma 3 dell’art. 19, quello che dà mandato per incominciare a vendere qualcosa. Vendere a privati quote dell’1% lasciando il controllo al Tesoro non elimina gli inconvenienti del controllo pubblico e non dà i vantaggi della concorrenza alla pari: quindi è una cosa senza senso. Consente di farsi schermo dei privati per forzare compromessi tra politici e management, alle spalle degli azionisti privati. Ma non siamo stati criticati perché, ad esempio per l’Enel, abbiamo «privatizzato» prima di liberalizzare?