liberal. E’ del tutto inimmaginabile prevedere un superamento del meccanicismo degli schieramenti politici che caratterizza il lavoro del Cda della Rai? Se ritiene che debba essere superato, lei da parte sua che cosa intende fare per superare questa situazione?
Luigi Zanda. Da parte mia, contribuisco come so contribuire. Vorrei poter continuare a farlo proponendo soluzioni, ponendo temi, osservando la vita dell’azienda e votando sì o no alle proposte del direttore generale e chiedendo, nei momenti delicati come l’attuale, una decisa svolta. Il modo con cui si svolge il forum di liberal è una dimostrazione delle difficoltà di questa Rai. Noi cinque consiglieri siamo stati chiamati da una rivista importante a discutere sulla condizione dell’azienda, sul suo futuro dell’azienda e sull’idea che ne abbiamo. Tre consiglieri si sono riuniti, son venuti due volte in redazione e il presidente, pur avendo accettato l’idea, non è mai venuto. Questo evidenzia una difficoltà. E’ oggettivamente un modo che impedisce un confronto fra idee diverse, è una contraddizione, che cosa più importante si ripropone anche in azienda, con il metodo seguito da Pera e Casini nella nomina di un consiglio nel quale sono state nominate cinque persone, ciascuna con la propria testa. Oggi ci riuniamo qui, all’indomani di una caduta, di una sconfitta vistosissima della Rai, nell’audience, che purtroppo suona anche come uno sbeffeggiamento un po’ dei contenuti e nella qualità dell’offerta. Questa é una condizione che dev’esser superata e per farlo ritengo che occorra una svolta gestionale, di progetto, di idee, di obiettivi, di metodi.
Carmine Donzelli. Il meccanicismo degli schieramenti politici, per ciò che mi riguarda, non è mai stato né un obiettivo, né un desiderio. Anch’io penso che lo spirito con cui è stato costruito il Cda della Rai fosse quello di mettere attorno a un tavolo delle persone che potessero avere diverse sensibilità da confrontare. Dunque non un criterio di contrapposizione tra una preconcetta e precostituita maggioranza e una preconcetta e precostituita opposizione, quando piuttosto il bisogno che diverse anime culturali, diverse tendenze, diverse impostazioni fossero rappresentate in un meccanismo così delicato come quello che deve presiedere all’informazione radio-televisiva, alla costruzione del palinsesto del servizio pubblico. Con l’idea che concretamente si tratta di governare un’azienda, non di contrapporsi in una sede di tipo politico. Tutto questo non è successo e non è successo per il precostituirsi, fin dal primo momento, di un clima di contrapposizione che ha lasciato in secondo piano i problemi della gestione aziendale, ha messo in primo piano quelli – diciamo – della confrontation, dello scontro muscolare, del far vedere con una sorta di spirito di rivincita quali potessero essere i nuovi rapporti di forza. I verbali del Cda sono lì a testimoniarlo e se qualcuno avesse la voglia di andarli a leggere potrebbe vedere quanto è stato ostinato lo sforzo, per esempio da parte mia, ma anche da parte di altri consiglieri, di cercare di insistere sulla necessità di un’apertura, di un confronto, di una verifica. Naturalmente, quando si scambiano le proprie idee su temi così radicati non è necessario eduncolare lo scontro, si può arrivare a forme di contrapposizione anche dura e tenace, ma quello che francamente è insopportabile, perché diventa una forma di umiliazione della stessa rilevanza istituzionale del ruolo a cui sei stato chiamato, è il fatto di vedere in modo preconcetto e pregiudiziale che non si vuole discutere, che la contrapposizione avviene su un terreno di chiusura preliminare, per cui non sono interessanti, non sono rilevanti, non sono utili ai fini della costruzione del meccanismo della decisione aziendale, i punti di vista di due dei cinque consiglieri, perché rappresentano pregiudizialmente l’opposizione.
Marco Staderini. Purtroppo siamo partiti con il piede sbagliato dal primo giorno di insediamento del Cda. Sono d’accordo che nella volontà dei presidenti di Camera e Senato era evidente lo sforzo di assicurare un pluralismo di contributi nella gestione della Rai. Oltre che da esperienze politiche diverse noi proveniamo da professioni diverse. Io sono un ingegnere, Baldassarre è un grande giurista, Donzelli è un editore importante, Zanda è un manager della cultura con altre rilevanti esperienze, Albertone è un’assessore alla Regione della Lombardia nel settore della cultura, tutte esperienze che, intorno al tavolo, dovrebbero essere un fondamento utile. Nella prima conferenza stampa dopo l’elezione del presidente, avevo detto di sperare che il 3 a 2 iniziale poi non fosse pregiudizialmente un 3 a 2 costante, perché questo avrebbe comunque danneggiato l’attività della Rai. Le tensioni, soprattutto quelle esterne, si ribaltano evidentemente sul Cda. Sono evidenti i motivi per cui la Rai è sotto gli occhi di tutti e sotto i riflettori dell’opinione pubblica, e il ruolo del presidente del Consiglio come proprietario delle reti alternative è uno stimolo a fare comunque polemica. Mi sono reso conto che alla Rai ogni singolo atto, solo spostare la penna, solo prendere il bicchiere, viene visto anche con l’occhio politico. A questo, purtroppo, si sono aggiunti scontri di carattere più personale, più epidermico, che non hanno contribuito a rasserenare il clima. Qui a questo tavolo siamo in tre ed è la conseguenza di uno stato di malessere generale. Credo che – ascoltando l’invito del presidente del Consiglio – sia necessario non procedere a colpi di forza, ma aprire e continuare un dialogo costruttivo fra tutte le componenti, anche sul piano politico. Sul piano formale il dialogo c’è. Nel Cda sono sempre ben rappresentate le posizioni di Donzelli e di Zanda sui vari problemi e al momento del voto, in sostanziale accettazione della loro posizione, nel 30% dei casi – ho fatto i conti l’altro giorno – abbiamo deciso all’unanimità. Mi auguro che si recuperi un clima di dialogo perché, guardando oltre il problema delle nomine in società partecipate che abbiamo davanti, dobbiamo costruire un progetto forte di Rai. Quello che manca oggi è l’idea culturale di cosa vuol essere la nuova Rai, come la vogliamo mettere in piedi, indipendentemente dal fatto che sia espressione del centrodestra o del centrosinistra. Su molti obbiettivi – dare uno spazio alla cultura, eliminare certe forme diverse di spettacolarizzazione - ci ritroviamo con Zanda e con Donzelli sulle stesse posizioni. Mi auguro di ritrovare in questo lavoro uno spirito di maggiore collaborazione. Per questo mi sono speso personalmente, ho cercato di superare anche contrasti di tipo personale, anche se devo dichiarare il mio fallimento, perché finora non ci sono riuscito. Comunque non dispero, so che metterci intorno a un tavolo a lavorare insieme e più alacremente è l’unica condizione per fare andare bene il Cda.
Zanda. Condivido lo spirito con cui Staderini analizza i lavori del Cda. Faccio due osservazioni, una di carattere tecnico e una di carattere proprio gestionale. Quella di carattere tecnico: la statistica nel nostro caso non ci aiuta; non ho contato se il 30% delle delibere sono state approvate all’unanimità, ma so che il 99% delle volte in cui io ho votato a favore della delibera l’ho fatto in stato di necessità, perchè mi è stato presentato un contratto che stava scadendo e che se non fosse stato approvato in quel momento l’azienda avrebbe avuto dei danni gravi, perché c’era una condizione oggettiva nella quale sarebbe stato non responsabile non votare a favore. L’osservazione di fondo invece è un’altra: non credo che un gruppo di persone come quelle che compongono il Cda della Rai possa avere dei problemi di carattere personale. Non lo credo in generale e non credo nemmeno che nel caso nostro ci siano questioni personali, credo che esistano dei dissensi forti su metodi, obiettivi e, in alcuni casi, anche su stili di rapporti. Gli stili di rapporti all’interno del Cda sono un elemento delicatissimo e fondamentale. Il presidente della società ha dei doveri che sono maggiori di quelli di un consigliere. Come sempre in un’assemblea il presidente ha dei doveri deontologici che prescindono dalla sua posizione politica o dalla sua opinione sulla materia in discussione, perché gli spetta la regolamentazione del Consiglio, la tutela delle posizioni di tutti, spetta il compito di garantire la documentazione che è l’unico modo che può consentire decisioni motivate e meditate. Il presidente ha dei doveri assoluti e io ritengo che il presidente della Rai non ottemperi a questi doveri.
Donzelli. Faccio un esempio concreto che mi pare molto illuminante. Quando c’è stata la discussione sul rinnovo del contratto per il calcio, forse il contratto di valenza quantitativa più significativo e di importanza anche simbolica più grande tra quelli che abbiamo discusso, c’è stata molta polemica. Bene, era attorno a Ferragosto, il consigliere Zanda ed io abbiamo chiesto la convocazione di una straordinaria dove discutere con tempestività. Ci è stata negata, sulla base di osservazioni di natura formale, erano con tutta evidenza un appiglio per non riunirci. Il paradosso è che, quando poi si è discusso della questione - con un apporto che io considero importante da parte mia e di Zanda ai fini della decisione - lo si è fatto con grande senso di responsabilità. Né io né Zanda ci siamo fatti traviare dal fatto che esistesse un contesto polemico, abbiamo cercato di badare alla sostanza, abbiamo dato il meglio degli apporti di cui eravamo capaci e alla fine, abbiamo costruito una soluzione che ci è sembrata convincente nel merito, ancorchè deprecabile nel metodo e l’abbiamo persino votata. Ecco perché le statistiche che cita Staderini possono indicare concretamente la possibilità di una ricostituzione unitaria. Ma questo spesso avviene per il senso di responsabilità dei consiglieri di minoranza e non per un lavoro collegiale. Lo voglio dire perché della situazione in cui ci troviamo, io ritengo che sia principalmente responsabile il presidente per il modo con cui conduce i lavori del Cda. Approfittare della presenza di Staderini per ricordargli che, per esempio, per quanto riguarda le mie relazioni personali, con lui non c’è mai stato un solo momento di difficoltà. Sia pure magari nel dissenso più totale, se ci dobbiamo scambiare delle opinioni lo facciamo col sorriso sulle labbra e abbiamo imparato anche, in questi sei mesi, persino a considerarci dei buoni amici. Dovrebbe avvenire così fra tutti noi, mentre io talvolta mi sono sentito annichilito nella mia persona dalla forza delle dichiarazioni che mi venivano contrapposte da parte di un presidente che, peraltro, è stato anche presidente della Corte Costituzionale.
Staderini. Non è certo necessario che io faccia difese di ufficio, però alcune puntualizzazioni sì, perché sono intimamente convinto che le colpe non stanno mai da una sola parte. Ricordo che quando si elesse il presidente della Rai, obiettivamente a me sembrava che il curriculum professionale di Baldassarre, ex presidente della Corte costituzionale, fosse un profilo di garanzia sufficiente per ottenere un voto unanime così come è stata la tradizione. Votarlo per poi metterlo alla prova e se non fosse stato all’altezza votarlo negativamente nelle successive occasioni. In realtà, anche in quella prima occasione, destinata inevitabilmente a lasciare tracce, si è arrivati in un voto di 3 a 2. Quando parlo di fatti personali, mi riferisco alle interviste o agli articoli in cui vengono messe in discussione le capacità del presidente o ne viene stigmatizzato il comportamento, cioè continui attacchi pubblici a cui Baldassarre non può certo non replicare. Quanto alla richiesta di una seduta straordinaria del Cda, dico solo che, se ci fossimo sentiti per telefono, confrontando le agende avremmo verificato che in realtà era solo un anticipo di due giorni rispetto alla data già programmata. Un conto è chiedere una riunione del Cda, verificarne la possibilità e poi formalizzare la richiesta in modo corretto, un altro conto è scrivere una lettera e poi dirlo alla stampa, perché in questo modo appare un fatto diverso, non una richiesta di collaborazione, ma una puntura di spillo, un attacco politico, quello che sia, su un problema che, onestamente, ci vedeva tutti coinvolti. Naturalmente riconosco il rapporto importante che abbiamo avuto nella discussione, in particolare con Donzelli. Per quello che riguarda gli aspetti tecnici, voglio ricordare che in una delle ultime riunioni del Cda a Zanda sono state affidate delle deleghe, che stavano a cuore anche a me, ma che è giusto che eserciti lui. Deleghe che riguardano il centro del problema della gestione della Rai e questo mi sembra un segnale importante di trasparenza, di fiducia e di riconoscimento al contributo che Zanda saprà dare. E poi, lasciatemi dire che non c’è proprio nessun intento di nascondere nulla: quando parliamo di contratti arrivati all’ultimo secondo, questo è un problema della struttura che stiamo cercando di risolvere. Se una trasmissione sta già andando in onda, dobbiamo approvare i contratti, ma dobbiamo anche fare in modo che in futuro questo metodo non si ripeta. Su questo sono in sintonia con Zanda e lo è anche Baldassarre. Abbiamo assunto un atteggiamento diverso rispetto al passato Cda e le strutture della Rai cominciano a rispondere. E questo è un compito che è stato affidato a Zanda, con la delega che gli è stata attribuita.
liberal. Cambiamo argomento. Che cosa pensate della riforma Gasparri approvata dal Consiglio dei ministri? Ritenete che il disegno di legge risponda alle esigenze di concorrenza e di apertura del mercato radio-televisivo? Come giudicate i nuovi meccanismi di nomina del Cda ipotizzati?
Zanda. Penso che il disegno di legge Gasparri sia un elemento positivo di questa fase, anche se non possiamo esaminarlo isolatamente. Questa è una fase in cui nel giro di pochi mesi c’è stato il messaggio del presidente Ciampi, c’è stato il ddl Gasparri, tra breve sarà presentato un disegno di legge che Maccanico sta elaborando per conto del centro-sinistra e, infine, si concluderà il dibattito sulla legge sul conflitto di interessi. Cioè quattro passaggi molto rilevanti, anche per la democrazia nel Paese. Al ddl Gasparri riconosco il merito di aver espresso, in modo sistematico, una posizione su una materia così importante, anche se vi sono parti più apprezzabili e parti che non condivido. Cito, ad esempio, la questione della privatizzazione della Rai. Sono arrivato alla conclusione che una parte consistente della Rai vada privatizzata, non per motivi tecnici, ma perché è l’unico modo per rompere il monopolio di fatto che si è creato dopo le elezioni del 2001, determinato dalla concidenza, nella persona di Silvio Berlusconi, della carica di presidente del Consiglio e di leader di una grandissima maggioranza parlamentare e di proprietario di Mediaset. Questo monopolio può essere rotto solo creando una concorrenza, concorrenza che in questo momento non c’è o che comunque non è piena come dovrebbe essere. La privatizzazione prevista dal ddl Gasparri non raggiunge questo scopo perché non ha tempi prestabiliti, perché fissa il limite dell’1% per l’acquisto, un modo perché ci siano tanti azionisti, senza che nessuno comandi. Così continuerà il controllo pubblico. Trovo invece molto importante l’indicazione sulla separazione, nel bilancio della Rai, nella contabilità aziendale, dell’utilizzo delle risorse che vengono dal canone da quelle che vengono dalla pubblicità. Questa sarebbe una rivoluzione copernicana. Ho chiesto che l’argomento venga discusso subito dal Cda perché noi potremmo decidere questa piccola-grande novità da soli, senza aspettare l’approvazione della legge Gasparri.Quanto alla nomina del Cda, se ho capito bene, il meccanismo non cambia molto rispetto all’attuale, perché i consiglieri verrebbero espressi dai presidenti di Camera e Senato e poi nominati dal ministro dell’Economia che è l’azionista.
liberal. No, non è esatto, la vera nomina spetta alla Commissione di vigilanza, che deve addirittura votare con i due terzi…
Zanda. Sì, va bene, ma penso che il problema non sia costituito da chi nomina i consiglieri e anzi personalmente ritengo giusto che lo facciano come oggi i presidenti dei due rami del Parlamento. Il problema è costituito dal fatto che chi decide la composizione del Cda non ha poi alcun potere di intervento, come quelli che hanno gli azionisti. Questo è il meccanismo da correggere, mentre non vedo la ragione di aggiungere il livello del ministro dell’Economia.
Donzelli. Ci sono alcune questioni su cui il ddl Gasparri è molto criticabile. La prima riguarda il fatto che viene dato per scontato che l’assetto di Mediaset non si tocca al ribasso, viene completamente cioè sorpassato un preciso vincolo della normativa fin qui esistente, cioè l’alienazione di una delle tre reti generalista di Mediaset. Questo è un punto che viene dato addirittura per scontato, mentre invece il progetto insiste sulla opportunità di articolare la Rai, diciamo di spacchettarla, suddividendone le diverse funzioni e restituendone parti significative al mercato. La cosa mi trova favorevole ma il primo difetto sta nell’adoperare due pesi e due misure a proposito della consistenza quantitativa dei due gruppi che competono. La seconda questione, sempre relativamente a Mediaset, sta nella determinazione di questo famoso tetto del 20% come limite complessivo per le dimensioni dei gruppi nel settore radio-televisivo. Come è noto il ddl Gasparri non distingue più tra radio e televisione da un lato e carta stampata dall’altro, fissa un unico limite cumulativo che riguarda l’insieme delle risorse disponibili. Ho fatto fare qualche conto e qualche simulazione. Allo stato attuale, tanto per essere chiari, il gruppo Mediaset arriverebbe, secondo questa simulazione, ad avere una posizione che ricopre il 16,5% del totale. Vi sarebbe quindi lo spazio per comprarsi un grande giornale, forse il più grande, e aggiungerne forse un altro. Diciamo che il tetto del 20% potrebbe configurare una situazione nella quale il gruppo Mediaset, tanto per parlarci chiaro, si può comprare il Corriere della Sera e portarsi a casa anche il Messaggero.
Zanda. Se glieli vendono…
Donzelli. Comunque, questo è un modo di non determinare alcun tetto e, oltretutto, cade in una situazione, come è già stato ricordato, gravata dall’anomalia rappresentata dalla posizione di conflitto di interessi del presidente del Consiglio. Vi è poi un altro problema nel ddl Gasparri: si sceglie un modello, il cosidetto modello della public company della Rai, cioè l’apertura a partecipazioni di minoranza con il limite dell’1%, che prefigura il persistere anche molto forte e accentuato del controllo pubblico da parte del governo. L’azionista Tesoro, anche in presenza di molte minoranze, resterebbe comunque il punto di riferimento gestionale per tutto l’aspetto Rai. Questo elemento, connesso con quello del meccanismo di nomina del Cda determinerebbe una sorta di ulteriore governativizzazione della Rai che, secondo me, è molto pericolosa. Il meccanismo che il ddl Gasparri propone è quello di eleggere il Cda da parte dell’azionista Tesoro nell’ambito di una lista predisposto dai presidente di Camera e Senato, lasciando una forte discrezionalità all’organo ministero. E’ vero, come avete obbiettato, che poi viene prevista una sorta di ratifica da parte della Commissione parlamentare di vigilanza: però essa riguarda soltanto il presidente e comunque nell’insieme c’è un’accentuata propensione a ribadire il controllo governativo sulla Rai, indipendentemente da chi abbia la maggioranza. Per giunta non si tocca il punto che è veramente essenziale, cioè il conflitto permanente, continuo, intrinseco che l’attuale normativa disegna tra il Cda e il direttore generale. Io dico spesso, sorridendo, che anche due fratelli, se fossero messi nella condizione di essere uno presidente e l’altro direttore generale della Rai, dopo cinque o sei giorni litigherebbe come matti, perché la struttura della decisione in Rai è stata pensata in modo tale da contrapporre virulentemente queste due figure, visto che il Cda non può deliberare nulla che non venga proposto dal direttore generale,il quale a sua volta ha solo un potere di proposta.
Staderini. Secondo me, il disegno di legge è molto apprezzabile perché vede insieme tutti i problemi sia della Rai che del mondo di comunicazione, avvia il discorso del digitale terrestre, che è la vera sfida da qui al 2005, e in contemporanea con la definizione del contratto di servizio che si sta mettendo in opera e che riguarda proprio il prossimo triennio. Quindi è importante che il ministro che sta seguendo la legge di sistema sia anche quello che cura il contratto di servizio. Qui trovo una serie di elementi importanti anche per lo sviluppo della Rai sul versante tecnologico.
E’ stato definito un ddl aperto ai contributi e alle riflessioni e mi sembra che dovrebbe essere visto anche come una importante opportunità di definire, come cerca di fare, alcuni concetti di pluralismo del servizio pubblico sui quali la riflessione deve essere molto attenta.
Sulla privatizzazione io sono piuttosto scettico, credo a un sistema misto, come quello pubblico-privato nella sanità, come è nell’esperienza degli altri paesi europei che vede la presenza di una televisione pubblica insieme con la televisione privata. Sono scettico perché il servizio pubblico richiede investimenti, non può essere sempre a caccia dell’audience, non può scendere al ribasso della qualità dei programmi, deve inseguire il prodotto di qualità, deve avere un ruolo nella formazione, tutti obbiettivi che possono avere effetti devastanti per la pubblicità. Aggiungo che il ruolo della televisione sul piano della mediazione politica con le istituzioni è importante ed è destinato a crescere, perché la centralità del Parlamento si va affievolendo, perché la capacità di mediazione politica dei partiti si riduce, perché c’è una personalizzazione della politica e, quindi, mantenere un controllo del pubblico sulla televisione è un fatto positivo e non negativo. La stessa ipotesi di composizione del Cda potrebbe andare in questa direzione: quando parla di nuovi soggetti significare dare spazio anche a delle rappresentaze minori che oggi non possono essere rappresentate in una formula a cinque. Probabilmente saranno appesantiti i lavori del consiglio ma se ne guadagnerà in pluralismo. Nel ddl Gasparri si prevede una garanzia, per i partecipanti alla public company, di una presenza nel consiglio di almeno due membri. Ma la più importante garanzia – lo ribadisco anch’io - è che il presidente deve avere i due terzi dei voti della Commissione parlamentare di vigilanza, meccanismo che dovrebbe assicurare, diciamo, il massimo del pluralismo. Circa il limite del 20%, io ho sentito delle dichiarazioni di Fedele Confalonieri secondo il quale questo tetto, se è un limite importante per l’Italia, indebolisce la concorrenzialità rispetto ai grandi gruppi internazionali. In ogni modo è una proposta aperta, piena di problemi di contorno, che il Parlamento dovrà battezzare.
Nel complesso, così com’è, questo disegno di legge dovrebbe sbloccare l’attuale situazione e consentire, sul piano teorico, la rottura dell’attuale monopolio e comunque liberare per il settore televisivo risorse in questo momento immobilizzate.
liberal. Nel palinsesto presentato dal direttore generale Saccà alla Commissione parlamentare di vigilanza, con le presenze di Morandi, Benigni, Corrado Guzzanti, lo stesso Biagi, il pluralismo sembra ampiamente garantito. Anzi, forse è persino spostato a sinistra. Basta l’assenza di Santoro a giustificare allarmi tanto ripetuti? Insomma ritenete giusto che la Commissione di vigilanza arrivi a discutere del merito dei contratti e della collocazione nel palinsesto dei singoli professionisti piuttosto che giudicare se sia comunque garantito o meno il pluralismo di opinioni nella programmazione televisiva della Rai?
Zanda. Penso che non sia giusto che la commissione parlamentare giudichi scelte gestionali della Rai. Penso però che la Commissione parlamentare, avendo dei poteri di indirizzo ed avendoli esercitati sul pluralismo, in modo particolare con direttive molto chiare, debba vigilare con grande tensione a che il pluralismo venga rispettato. E evidentemente se dovesse verificare che questo non accade, allora è giusto che vada ad occuparsi anche del concreto dell’esercizio aziendale, perché è vero che non deve far gestione ma è anche vero che non può nemmeno rimanere sulle nuvole.
Donzelli. No. Penso che in astratto il Cda della Rai debba occuparsi specificamente di questo o di quel contratto. Il fatto anomalo che ha deviato nel corso di questi primi mesi di consigliatura, il fiume dal suo giusto corso, è la dichiarazione bulgara del presidente del Consiglio Berlusconi. Si può discutere circa l’opportunità che in condizioni normali la Commissione parlamentare di vigilanza eviti di occuparsi di specifici casi, ma questo non può più valere nel momento in cui si determina, come si è determinata, una pressione impropria, esterna e incredibilmente forte nei confronti di un’azienda che dovrebbe essere rispettata nell’autonoma costruzione dei propri palinsesti. Lì sì che la Commissione esercita un suo preciso dovere nell’accertare che il Cda e tutte le strutture operative della Rai non restino condizionate dall’esterno.
Staderini. Quelle dichiarazioni di Berlusconi – al di là della sintesi dei titoli giornalisti – insistevano su un concetto: che la Rai non avesse più trasmissioni policitizzate come quelle di Santoro, Biagi e Luttazzi. Comunque sia, si è scatenato il finimondo. Su questo argomento sono particolarmente sensibile perché, come si sa, Santoro ha annunciato di citarmi in tribunale per aver votato contro una proposta di inserire nel palinsesto la sua trasmissione Sciuscià, anche al Cda il palinsesto viene mostrato perché ne prenda atto, senza avere alcuna possibilità di incidere, se non chiedendo qualche spiegazione in più. Sul problema specifico, a una proposta di inserire nel palinsesto Sciuscià io ho votato - insieme con il presidente e con il consigliere Albertone - e tutti e tre siamo sull’orlo della causa civile con Santoro. Anche alla luce di questo episodio, penso che così come il Cda non ha voce in capitolo sul palinsesto, ancor meno lo deve avere la Commissione parlamentare di vigilanza. Non bisogna guardare a questa o quella trasmissione, nè alla visibilità di questo o quel conduttore, ma a come la Rai assicura o no il pluralismo dell’informazione. Purtroppo, nei cambi di guida della Rai, ogni volta ci sono delle “epurazioni” che non sempre sono riconducibili a ragioni politiche, ma dipendono anche dalla qualità. Vengono chiamate “epurazioni”, ma in realtà sono cambiamenti di persone, con conduttori che escono e nuovi personaggi che entrano con la speranza che si affermino. Il lavoro della Commissione dovrebbe tener conto di questa logica e attenervisi.
Zanda. Ma la questione Santoro-Biagi travalica la commissione parlamentare di vigilanza, travalica qualsiasi normale atteggiamento gestionale, perché tocca la dignità dell’azienda. Nessuna azienda pubblica o privata da me conosciuta, ad un invito pubblico del capo del governo a cacciare due dei suoi principali collaboratori, reagirebbe con una decisione diversa dalla riconferma. Mi sono divertito di chiedere a molti direttori di giornali e telegiornali non della Rai che cosa avrebbe fatto la loro azienda e cosa avrebbero fatto loro personalmente, se il presidente del Consiglio fosse venuto in televisione a chiedere l’allontanamento di un loro inviato, del Corriere della Sera, di Repubblica o del TG5. Tutti m’hanno detto che non avrebbero mai accettato l’ordine e avrebbero immediatamente confermato allo stesso posto, alla stessa ora, con lo stesso incarico, il loro collaboratore. La Rai non lo ha fatto. Dopo sei mesi stiamo ancora discutendo, in una situazione di contraddizione assoluta, perché le dichiarazioni di Baldassarre in Commissione parlamentare di vigilanza a favore di Biagi e Santoro non si contano. Se avessi un milione di lire per ogni volta che ha parlato Biagi e Santoro sarei ricco. Ma noi siamo ancora a discutere. La Rai doveva confermarli e basta per un fatto di dignità, non c’era una discussione di merito da fare.
liberal. Però in nessun giornale, succede che un giornalista occupi uno spazio informativo di rilievo, usandolo per una battaglia politica e, soprattutto, entrando in contrasto con l’editore. Anche nei giornali la linea viene decisa, o quanto meno concordata, con l’editore.
Donzelli. Però, io su questa vicenda, vorrei aggiungere un argomento di natura aziendale. Biagi e Santoro erano titolari di programmi bandiera dell’azienda, programmi che facevano anche da punto di riferimento, da pilastro nella struttura di raccolta dell’audience dei rispettivi palinsesti…
Zanda. Posso interrompere Donzelli per dirgli che dopo Max e Tux non deve maramaldeggiare?
Donzelli. Non maramaldeggio. Ricordo però che per mesi ci siamo sentiti dare delle motiviazioni sulla sostituzione di questi programmi che sarebbero stati inadeguati e inefficaci ai fini di un contrasto della concorrenza, mentre la realtà dice che dal momento in cui questi programmi sono stati tolti, e anche per il modo abborracciato, sfilacciato, casuale, non professionale con cui sono stati sostituiti, noi ci troviamo di fronte oggi non più solo al problema di Biagi e Santoro, ma al problema della tenuta degli ascolti di Rai in alcune sue reti, in alcune sue fasce di programmazione che sono essenziali. Di questo i vertici aziendali devono rispondere. E’ come la storia del bilancio generale di questo paese, si può pure dire che tutto va bene, Madama la marchesa, ma poi viene il momento delle statistiche, che sono un elemento di parametro di valutazione oggettiva, e allora si è chiamati a rispondere.
Staderini. Programmi bandiera? Ma l’azienda, cambiando, vuole cambiare anche il tipo di bandiera, soprattutto se la bandiera va nelle piazze a fare i girotondi, sventolando quel tipo di trasmissione. Un tipo di trasmissione fazioso, politicizzato e non pluralista. Proprio su questo si è concentrata l’attenzione del Cda, dei direttori di rete, sul tipo di trasmissione e sulla sua collocazione. E’ evidente che i livelli di audience dovranno essere rispettati e che se, ci sono errori, se ne trarranno tutte le conseguenze. Però qui nessuno sta cacciando o ha intenzione di cacciare Santoro e Biagi. Si è parlato della collocazione e delle trasmissioni, tanto che con Biagi l’accordo sul nuovo contratto c’è e credo che verrà definito, e che con Santoro si sta studiando una trasmissione su Rai tre. C’è un’accentuazione polemica di parte, c’è una strumentalizzazione politica di questa situazione, c’è del vittimismo, come nella puntata di Sciuscià in cui Santoro ha cantato Bella ciao. A me non sembra che sia possibile accusare di fascismo chi vuole discutere del modo di fare una trasmissione o della sua faziosità. Non ho nulla contro Santoro, però dico che bisogna definire le regole di una trasmissione, che una trasmissione può anche cambiare. Il pluralismo non significa che Santoro fa la sua trasmissione e allora, per bilanciarlo, ne mettiamo un’altra di analogo tono, fazioso contro fazioso. Non possiamo arrivare al punto da dover vedere cinquanta trasmissioni per assicurare il pluralismo. L’imparzialità sta all’interno di ciascun programma. Alle dichiarazioni pronunciate da Berlusconi in Bulgaria, Baldassarre ha reagito in modo molto deciso, molto convincente tanto che nel Cda lo abbiamo tutti apprezzato. Poi si è discusso anche con Santoro, ma una soluzione non si è trovata. E non sempre – lo ripeto - la ragione sta da una parte.
Zanda. Due brevi osservazioni. Sul concetto di pluralismo, cito un giudizio di Marco Follini che ha detto, parlando di Santoro, che per la Rai è meglio un’opinione in più che un’opinione in meno. Poi voglio ricordare che la televisione è una bestia molto particolare. Oggi, un grande giornalista che uscisse dalla Rai dove va? La condizione che ho prima definito di monopolio di fatto ha delle precise conseguenze: tutti i giorni ci sono giornalisti che escono da un giornale e vanno da un altro, ma la televisione non è così. Oggi chi esce perché è malvisto dal monopolio dove va? Questo è un altro dei motivi per cui la Rai avrebbe dovuto confermarli tutti e due allo stesso posto e alla stessa ora perché lo spostamento di orario è una cosa importante. Chiunque abbia lavorato anche per pochi giorni in un giornale o in una tv sa bene che l’ingresso o l’uscita di un giornalista può dipendere da dove viene collocato il suo articolo. Ci sono persone che firmano un contratto soltanto se è garantita la posizione.
Staderini. Io non la vedo esattamente così. Nella ricerca di una televisione più obiettiva, lasciando come ha detto Follini una voce in più, bisognava innanzitutto definire delle regole e stabilire dei modi di comportamento e poi decidere una trasmissione. E su questo finora non è stato possibile trovare una soluzione. Nessuno vuole azzittire, allontanare o uccidere Santoro che può benissimo essere ospite e partecipe di mille trasmissioni, esprimendovi la propria opinione. In discussione è un tipo di trasmissione, dichiaratamente faziosa.
liberal. Andrebbe poi aggiunto che da un po’ di tempo Santore si mostra come un leader politico…
Donzelli. Però qui non ci si è limitati a proporre cambiamenti di formula, di programma, di collocazione oraria e persino di rete. Io ricordo che, dopo che il direttore della Rete Due aveva detto di non voler ospitare trasmissioni di Santoro, il Cda nella sua maggioranza ha commentato che prendeva atto con dolore di questo fatto, perché non si poteva imporre a nessun direttore di rete di ospitare Santoro. Quando il direttore della Rete tre ha dichiarato che lui era pronto ad ospitare Santoro, gli è stato risposto che certo lo poteva fare ma che avrebbe dovuto trovarsi i soldi da sé perchè la Rai non gli garantiva la copertura finanziaria, ma quando il direttore della Rete tre ha dato la disponibilità, da gennaio, a prendere Santoro sul suo budget, neanche di fronte a tutto questo si è cominciato a discutere dell’eventualità di un format nuovo, di una trasmissione nuova, di un palinsesto qualunque. E’ del tutto evidente e non si può girare attorno al problema, che qui c’è un blocco esplicito che peraltro si legge negli occhi, nelle espressioni, nelle facce, tutte le volte che si parla di questa questione.
Staderini. No non sono d’accordo perché la disponibilità che ha manifestato il direttore della Rete tre è una disponibilità reale e per quanto ne so sta lavorando su un progetto.
liberal. Se proviamo a fare un primo bilancio di questi mesi di informazione dopo le nuove nomine delle direzioni dei telegiornali, trovate che l’informazione della Rai sia cambiata o piuttosto pensate che sostanzialmente ci si sia mossi su una linea di continuità editoriale?
Staderini. Come dicevo prima, in questo momento non c’è ancora un progetto culturale che dia il profilo di una nuova Rai. Mi sembra che ci sia continuità sia nei telegiornali, sia nelle trasmissioni di intrattenimento che in quelle di approfondimento. Io invece spero che tutti insieme possiamo contribuire a dare un forte segno di discontinuità. Migliorare la qualità della Rai, in qualche modo, significa costringere - una costrizione accettata volentieri - Mediaset a migliorare la propria qualità, a non inseguire l’audience giocando al ribasso ma cercando di inseguirla verso l’alto. La televisione in passato ha avuto una funzione pedagogica, non ha caso si dice che ha insegnato la lingua agli italiani. Questo è un ruolo ancora importante, di fronte ai linguaggi che si diffondono, da quello della tecnica a quello dell’economia. L’Italia è un paese che ha un tasso di scolarità molto basso, in metà delle case non c’è un libro, due italiani su tre non sanno interpretare un testo scritto, mentre stiamo entrando in un contesto europeo e mondiale nel quale invece la competitività è assicurata dalla competenza, dalla conoscenza. Qui ha un ruolo il servizio televisivo, soprattutto quello pubblico e dobbiamo svolgerlo con grande determinazione.
Donzelli. Per il modo stesso con cui sono costruiti i palinsesti televisivi, ancora oggi stiamo vedendo una Rai che è quella progettata prima. Diciamo che siamo nella fase finale di utilizzo di quelli che erano gli impianti di palinsesto precedenti. Adesso cominceremo a vedere i risultati della nuova gestione. Sui telegiornali - anche per il fatto che due direttori su tre, sia pure uno dei due su una testata diversa sono rimasti, oltre al fatto che l’intera struttura giornalistica è rimasta invariata - penso che ci sia una sostanziale continuità, rispetto al passato. Non ci sono novità di tipo particolare e neppure punti di crisi o di tensione. Sulle reti c’è invece una maggiore difficoltà, perché - e questo lo diceva anche Staderini - non abbiamo neanche cominciato a fare il ragionamento su quello che può essere l’indirizzo complessivo di politica editoriale dell’azienda. La mia sensazione è che dietro la facciata di un po’ di trionfalismo in eccesso che c’è ogni tanto nelle dichiarazioni dello stesso direttore generale, si noti la sostanza di un affanno, di una rincorsa affannosa del concorrente, di una specie di sindrome per la quale c’è la preoccupazione che il confronto non si tenga, non si regga. C’è bisogno di uno sforzo che riporti la Rai alla essenza della sua tradizione di marchio, che è indelebilmente, inequivocabilmente legata alla sua funzione, fortemente di servizio pubblico. Qui c’è un problema: bisogna riuscire a capire come la Rai può reinterpretare il proprio ruolo e recuperare la sua grande tradizione in maniera tale da costruire una proposta editoriale che vuol dire culturale, di intrattenimento, di informazione, che non sia banalmente ricalcata – lo ripeto - su quella della concorrenza. Questo è il problema vero. Io non penso affatto che ci sia quale piano preordinato del capitale che vuole spostare audience da Rai a Mediaset per arricchire Mediaset e fregare la Rai, ma il risultato effettivo che rischiamo di ottenere è proprio questo, cioè di lasciare alla televisione commerciale lo smalto della sua iniziativa senza riuscire a contrapporle niente che sia lo smalto della nostra iniziativa. E questo, piano piano, può diventare un problema di dimensioni colossali.
Staderini. Io penso che il multimediale ci aiuterà, ci saranno dei canali dedicati. Ma portare cultura in televisione non significa relegarla in un canale tematico e destinarla ai colti, la cultura deve passare nelle televisioni generaliste, deve trovare uno spazio, deve essere vista. Oggi invece col telecomando salto la trasmissione e la uccido, abbattendone l’audience. Il giornale è venduto lo stesso anche se salto la terza pagina e nessuno si rende conto se è stata letta o no. Allora con la televisione bisogna progettare delle forme di comunicazione che favoriscano un’apertura alla cultura. Ed è quello che non abbiamo ancora fatto in questi mesi di lavoro del Cda, ma che dobbiamo fare.