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La terza era

Liberal Fondazione
di Agostino Saccà

Anno II n. 14 - Ottobre-Novembre 2002

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Come a tante cose che arredano la modernità, anche alla televisione accade di essere considerata con disposizioni opposte: per un verso, la distrazione quotidiana con cui si può aprire un frigorifero o salire in macchina, per l’altro, la preoccupazione allarmata di chi la sovraccarica - giustamente - di grandi responsabilità politiche, culturali ed etiche. Non si tratta di scegliere tra questi atteggiamenti. A chiunque, credo, possa accadere di inaugurare la giornata tra un caffè e una doccia con Uno Mattina e, poi, nello stesso giorno, in una pausa mensa o a cena tra amici prendersela con vizi e le perversioni del mezzo: la tv è pericolosa per i giovani, volgare, ha rinunciato alle idee, non riesce a rinnovarsi... Dobbiamo prendere atto di questa duplice percezione e della particolare tonalità con cui si segnala in questo periodo. Quella ambiguità, infatti, che contraddistingue il rapporto con le tecnologie e, in fondo, i valori del moderno, si complica nel caso della televisione con una domanda di rinnovamento che si accompagna a un potenziale distacco dal mezzo, con una richiesta di comunicazione che fa sentire come logora e ripetitiva la tradizionale mappa del discorso televisivo.Non saprei dire se questo moto oscillatorio sia divenuto un diffuso senso comune o se sta subendo un’accelerazione inedita, certamente rappresenta la spia di un malessere e di un disagio. Sappiamo anche che, spesso e proprio per il cortocircuito mediatico che fa slittare in modo inestricabile la realtà sull’apparenza, un sentimento collettivo può semplificare un quadro complesso, al punto da non cogliere più le differenze che pur ci sono. E, tuttavia, non possiamo sottrarci a una riflessione che, se coinvolge chiunque si occupi del medium, diventa un obbligo fondante per la Rai, e trasforma in norma di comportamento le responsabilità che sancisce la legge e che le riconoscono gli utenti.
Potremmo mettere in campo dei numeri e ricordare che il contratto di servizio tra il Ministero della Comunicazione e l’azienda impone che almeno per il 65% l’offerta sia composta da generi di servizio. E potremmo anche elencare tutti i puntuali doveri in cui viene declinata la missione di servizio, dalla programmazione speciale per disabili e fasce deboli, per i cittadini stranieri o per l’estero, alla rete parlamentare, dai servizi per la mobiltà ai servizi multimediali, alle quote di investimenti su fiction e cinema.
Nessuna di queste prescrizioni può avere, però, forza e produrre effetti non semplicemente burocratici, se non viene sostenuta da una cultura del servizio pubblico, che funzioni da bussola, orienti nelle scelte, e soprattutto faccia percepire agli utenti che la Rai è nel tempo del Paese. Cosa vuol dire? Vuol dire rialimentare la Rai non con un appello alle buone intenzioni e a valori tanto indiscutibili quanto astratti, ma rimetterla finalmente nella sua storia e, attraverso questa, nella storia nazionale. Vuol dire, in particolare, fare di questa genealogia il piedistallo realmente culturale che nel presente permetta di raccordare il deposito del passato al progetto del futuro.
E, allora, facciamo quel passo indietro che ci consente di capire come tra gli anni Cinquanta e Sessanta la diffusione della tv in Italia abbia rappresentato una soglia ulteriore su cui far camminare un complesso e frastagliato processo d unificazione e adeguare il Paese al dinamismo dei consumi e dei modelli di vita della modernità. È in quel momento - ed è bene ricordarlo - che una discontinuità sostanziale si salda - potremmo dire hegelianamente, ma senza troppa fiducia negli automatismi della dialettica - a una linea storico-antropologica di lunga, lunghissima durata. Quella che resta a volte nascosta rispetto agli eventi clamorosi e che trasporta da un secolo all’altro un senso profondo della religione della fede cristiana, la cellula familistico-clientelare della romanità, il «particulare» di Guicciardini, le tradizioni e l’immaginario del mondo contadino, le lingue e le culture locali. Non è certo il caso di aprire qui un dibattito storico, ma è comunque necessario ricordare come il cammino verso l’unità del Paese sia ancora relativamente recente. L’Italia, a differenza di altri Paesi europei, la raggiunge tardi e sconta la difficoltà di radicare un valore su una sensibilità comune. Dopo l’Impero romano, bisogna aspettare la stagione dei Comuni per vedere attivarsi un circuito virtuoso tra istituzioni politiche, autonomie locali e sviluppo culturale ed economico. Quella proliferazione - in tutta la penisola - va poi a coagularsi in un sistema di corti, scrigni di magnificenza, raffinatezza e di machiavelliche diplomazie, che da un lato collaborano a produrre una nuova percezione dell’uomo e del mondo, dall’altro, però, finiscono per diventare la variabile dipendente e il laboratorio conflittuale delle relazioni fra le grandi potenze europee. È (anche) questo che spiega il ritardo - ammesso poi che ci sia un orologio storico che preveda orari e scadenze - e che ci fa tornare in mente i cavalieri di Barletta, il Saggio storico di Vincenzo Cuoco sulla rivoluzione di Napoli, le tessiture cavouriane, le preoccupazioni federaliste di Cattaneo, la discrasia D’Azegliana tra Italia e italiani... Insomma, questo passato, sospeso tra vischiose frantumazioni e uno strabiliante equilibrio tra locale e universale, ha finito per condizionare a lungo la pulsione nazionale. E se non lo rimettiamo al centro del nostro sguardo non riusciamo a vedere bene il presente, e tanto meno lo spessore problematico di quella televisione che con la sua immediatezza a tempo pieno sembra rimuoverne ogni strato. Solo così possiamo cogliere il valore dello sviluppo della televisione. Che non è un deus ex machina (o ex video), ma ha rappresentato - in quell’alba mediale che va dal dopoguerra agli anni del cosiddetto «miracolo economico» - un potente generatore di trasversalità in una realtà tagliata da differenze verticali nella lingua e nel costume, nella cultura e nell’economia, e spesso per inveterata abitudine storica abituata a sentire più la lontananza (e la intercambiabilità) del potere piuttosto che il valore dell’istituzione e il senso collettivo della politica. È lì che si è manifestata la potenza antropologica del medium, rappresentata e celebrata nel marchio simbolico e materno della Rai. Oggi quel periodo ci sembra sideralmente lontano. Più che costruire un’identità sembra sia arrivato il tempo di proteggerla da flussi globalizzanti e il Paese appare ondivago tra il bisogno di uno slancio in avanti e la paura di indebolire le proprie radici, tra il senso di insicurezza e la necessità di un’appartenenza. Sullo sfondo di passaggi epocali che consumano illusioni rettilinee e progressive della storia, riemerge una complessità che a volte ci fa sentire la difficoltà di ritrovare una chiave di lettura. 
Cosa c’entra le televisione e la Rai in tutto questo? In questi anni più di una voce si è levata a criticare gli eccessi della tv e abbiamo assistito a un frenetico movimento centripeto che nel piccolo schermo ha risucchiato sistemi di rappresentazione sociale e il tempo quotidiano, i riti e gli eventi, insomma quella tessitura che intreccia il tempo e ne scandisce gerarchie e organizzazione. Oggi cominciamo, forse, a renderci conto come questo potere della tv nasca anche sulle debolezze antiche di un Paese in cui non si leggono troppo giornali, in cui i livelli di istruzione e di cultura restano fermi da decenni, in cui la scomparsa o la crisi delle élites culturali tradizionali non ha ancora prodotto nuovi livelli di elaborazione e sviluppo culturale collettivo. Siamo, cioè, arrivati al punto in cui quello della tv si rivela uno strapotere che ne sposta il ruolo dinamico e innovativo, e rischia di far reagire sul presente in modo imprevedibile vecchie e nuove fragilità, di accentuare debolezze storiche e di lasciare inevasa una domanda diffusa, disarticolata e tuttavia potente, di riconoscimento e dialogo, di approfondimento e conoscenza. Ecco il paradosso: una tv straripante e al tempo stesso debole, un pubblico ancora immenso, ma inappagato e forse in parte preso dalla tentazione di allontanarsi. E, allora, da questo punto di vista, a chi tocca se non alla Rai di farsi carico di questa contraddizione? Abbarbicata nella storia del Paese, compagna assidua e motore di cambiamento, la Rai deve percepirsi nella sua storia che per tanti versi la riconduce a quella del Paese. Non è un’operazione semplice, ma è proprio questo il filo trasversale che, nella frammentazione della quotidianità, tiene insieme i comportamenti che abbiano assunto: la televisione della Rai è a disposizione di una società che deve riconfermare e rinsaldare le ragioni dello stare insieme e, insieme, non rimuovere i fili delle tante storie che la intessono e attrezzarsi per avanzare nella globalità e nelle derive, a volte drammatiche, tra culture diverse. Quando si dice che la Rai è un patrimonio per il Paese bisogna intendersi. Le metafore che si coagulano nel divenire della lingua traducono un sentimento collettivo. Non è forse un caso, dunque, che nella sua lunga durata l’azienda sia diventata una mamma, da cui ci si sente protetti e da cui si esige molto. Questo legame profondo va difeso nel solo modo oggi possibile: lavorare a una corrispondenza con il Paese, intensa e duttile, umile e consapevole. Nelle condizioni straordinariamente mutate e mutanti del presente, il servizio pubblico può e deve essere vissuto come un punto d’appoggio, un deposito di strumenti interpretativi, un luogo di imparziale rappresentanza, una mappa del territorio e delle sue tensioni. Di quel territorio che oggi si va disegnando al confine tra heimat e immigrazione, concretezza geografica e virtualità mediatica, radici e reti.
Sociologi illustri chiedono alla televisione di fare un passo indietro. Il servizio pubblico è pronto a farlo. Ma non per dare campo più libero al competitor. Il servizio può fare un passo indietro rispetto all’eccesso e alla massificazione: urlare di meno, ascoltare, aprirsi alle differenze, coniugare le lentezze immemori del tempo con le accelerazioni dell’attualità. Mettere insieme, collegare. Ritrovare la storia per avanzare nel futuro.
 

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