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Gioco al massacro

L’irresponsabile azione della magistratura impedisce all’Italia di chiudere la transizione:
e ora è cominciata la partita finale

di Gaetano Quagliariello

Liberal numero 18 - Gugno/Luglio 2003

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Tutto ha inizio nel 1978. Un anno così eccezionale, che non è neanche possibile affermare: una volta ogni morte di Papa. Perché nel 1978 di papi ne morirono due, in rapida successione: Paolo VI e, subito dopo, Giovanni Paolo I. Si esaurì allora la prima Repubblica e di quella fine l’assassinio di Aldo Moro fu solo l’emblema più evidente. Quell’anno, in realtà, entrò in crisi la centralità dei partiti che, senza soluzione di continuità, avevano costituito il fulcro della vita istituzionale del Paese dalla sua Liberazione in avanti. Si esaurì la stagione della solidarietà nazionale, che aveva rappresentato la traduzione, insieme estrema ed esasperata, della formula consociativa. L’uccisione di Moro determinò la fine dell’escalation terroristica, che era stata una premessa necessaria all’accordo tra i due maggiori partiti. Il Partito comunista rimase senza proposta, creando uno spazio nel quale avrebbe potuto svilupparsi più agevolmente il tentativo di mettere in crisi il cosiddetto bipartitismo imperfetto. I referendum che si svolsero nella tarda primavera - quello sulla legge Reale e quello sul finanziamento pubblico - portarono allo scoperto il sentimento antipartitico che covava da tempo nel Paese, ma che nel corso degli anni Settanta aveva trovato manifestazioni mai così dirette ed evidenti. Leone fu la vittima di quei risultati. La sua «cacciata» rappresentò l’ultimo atto d’imperio dei partiti sulle istituzioni formali dello Stato. Al presidente non venne neppure concesso di difendersi pubblicamente. L’intervista rilasciata all’Ansa (a un’agenzia giornalistica, per non compromettere il prestigio presidenziale con un giornale) fu sostanzialmente «bloccata» dalla segreteria Dc. I più lucidi tra gli uomini politici di allora compresero che questo tentativo dei partiti di risalire la china nei confronti della pubblica opinione aveva già il segno della disperazione. Li portava a pagare il prezzo di certificare l’esistenza di una questione morale che, seppure si era tentato di scaricare sulle spalle di un capro espiatorio «eccellente», avrebbe finito inevitabilmente per coinvolgerli.

*****

Si aprì allora un limbo della storia che durò un «decennio lungo»: dal 1978 al 1992. Nulla era più come prima ma ciò non portò alla compiuta definizione di una nuova stagione. Le istituzioni formali avevano ripreso vigore e ricercavano un rapporto diretto con l’opinione pubblica. Le prudenze di Leone e dei suoi predecessori, se confrontate con le disinvolte «esternazioni» di Pertini, appaiono cose di un altro mondo. Il bipartitismo fu insidiato dall’iniziativa dei laici e, con più vigore, dal craxismo. Anche per questo divenne sempre più imperfetto. Si tornò a parlare di riforma delle istituzioni, tema che dalla sconfitta della legge elettorale del 1953 era rimasto un tabù. Ci si soffermò, in particolare, sul rafforzamento del potere esecutivo. Il fatto che i tre presidenti del Consiglio che segnarono con i loro nomi gli anni Ottanta - Spadolini, Craxi, De Mita - fossero anche segretari di partito, designa efficacemente il difficile trasferimento di poteri dai partiti verso le istituzioni «ufficiali»: i partiti non erano più sufficienti a garantire l’equilibrio; tuttavia, di essi non era ancora possibile fare a meno. Valutata in una prospettiva storica, l’azione di questi tre governi presenta più linee di continuità che punti di rottura, a dispetto di antagonismi personali che sono divenuti caratteristici di quella fase. Gli esecutivi più consapevoli degli anni Ottanta sembrano condividere la percezione della necessaria modernizzazione del sistema, e persino delle linee guida di riforma. La loro azione, inoltre, pare scontrarsi con la persistenza di forze radicate e con antiche abitudini che, a livello diffuso, operano in senso contrario al loro sforzo di riforma. In Parlamento il metodo consociativo continua a prosperare, quasi indisturbato. La maggior parte della legislazione si svolge in Commissione in sede deliberante. Presuppone, dunque, la regola dell’unanimità e, anche per questo, comporta un inevitabile ampliamento della spesa pubblica. La stessa dinamica è favorita dall’involuzione del sistema partitico. Il «nuovo principe», in realtà, ha già smarrito lo scettro del comando. Con la notevole eccezione del Pci, si assiste a un progressivo sgretolamento della struttura piramidale di comando dei partiti. In luogo di un vertice che comanda sui quadri intermedi i quali, a loro volta, comandano sulla base, si stabilisce una sorta di deregulation orizzontale. Si formano potentati più o meno indipendenti, che gestiscono il rapporto con limitati segmenti di società civile definiti in senso territoriale o corporativo, che pretendono nella loro area di competenza una più o meno totale autonomia. È questo il prezzo che esigono per concedere ai leader nazionali mano libera sulle «riforme di struttura». E la loro richiesta è agevolata dalla connivenza della società civile che, in una fase di forte crescita economica e di sostanziale mancanza di limiti all’espansione del debito pubblico, trova lo scambio assolutamente conveniente. Il prezzo di tutto ciò è pagato dal sistema. Gli effetti delle riforme dall’alto in gran parte vanno perduti. L’autonomia della cosiddetta società civile viene compressa in spazi sempre più angusti. Vengono meno i corpi intermedi e, in un’epoca segnata dal progressivo indebolimento delle appartenenze ideologiche, lo scambio illegale si fa pratica di massa, corrodendo la complessiva tenuta morale della nazione.

*****

La situazione resse fino a che i margini di evoluzione del sistema non furono del tutto compromessi. La stagione della presidenza del Consiglio di Bettino Craxi, in particolare, incarnò una felice ambiguità: penetrare nei gangli più profondi del sistema per cercare di modificarlo dall’interno; allearsi con la Dc ricercando attivamente lo «sfondamento a sinistra». L’ambiguità era però sopportabile fino a quando la prospettiva della modernizzazione restava ben evidente. Una volta persa la presidenza del Consiglio, però, dell’azione di «rottura e contenimento» intrapresa dal leader socialista rimase solo il contenimento. Craxi, inevitabilmente, da fattore di destabilizzazione si trasformò in elemento di conservazione di una situazione che, nel frattempo, mostrava sempre più i suoi limiti strutturali. Il rallentamento della crescita economica; i vincoli di bilancio posti dalla prospettiva d’integrazione europea e, più di ogni altra cosa, la fine della guerra fredda, determinarono la perdita degli ultimi elementi di tenuta del sistema. I settori più moderni e produttivi collocati in particolare nella parte settentrionale del Paese, iniziarono a trovare lo scambio con la classe politica non più conveniente. Per loro, la prospettiva della modernizzazione passava ormai decisamente attraverso una rottura del sistema. Nacque così la questione settentrionale, innescando una reazione a catena. La classe politica, sentendosi sempre più insicura, era costretta a concentrare le proprie risorse simboliche e materiali in quella parte del Paese che ancora riusciva a controllare. La circostanza produsse, da un canto, la progressiva meridionalizzazione del ceto politico; dall’altro il crescente e inevitabile passaggio all’opposizione del Nord. Va considerato, inoltre, che dopo l’89 il voto si era definitivamente liberato. Neppure un «residuo» del fattore K dava una mano ai vecchi partiti egemoni per resistere.
Fu su questo retroterra che, dieci anni fa, ebbe inizio quell’azione dei giudici passata poi alla storia con il nome di Tangentopoli. I giudici si limitarono a dare la spallata finale a un sistema già disfatto da contraddizioni interne, che non riusciva più a governare. Per spiegare la virulenza del fenomeno occorre innanzitutto una premessa: le illegalità da perseguire erano «di massa». Lo sgretolamento interno dei partiti aveva reso le loro violazioni della legge non più controllabili dal vertice della piramide. Soltanto il Pci si sottraeva a questa regola. Esso non era stato certamente estraneo a fenomeni di finanziamento illecito della politica. I suoi reati, però, erano più difficili da perseguire e da stigmatizzare. In parte perché l’acquisizione di risorse da parte di Paesi nemici era pratica tollerata in nome di una malintesa par condicio alimentata dall’offuscamento del sentimento nazionale. In parte, anche, in quanto in quel partito i meccanismi di obbligazione interna, di obbedienza e di controllo si erano allentati ma non erano venuti meno, così come era accaduto altrove. L’azione dei magistrati fu poi avvantaggiata da due contingenze: la prima è che quell’azione offriva l’occasione per un lavacro di coscienza di massa, da parte di un Paese che, in realtà, aveva tollerato e partecipato al sistema che stava andando a rotoli. Tra quanti dieci anni fa scesero in piazza a sostegno dei magistrati, e persino tra quanti lanciarono il loro simbolico obolo contro Craxi, vi erano minoranze che ricercavano coscientemente un risultato politico ma anche tanti che le tangenti le avevano pagate, e che finalmente potevano celebrare la loro liberazione: liberazione interiore, innanzi tutto. Avendo finalmente individuato chi li aveva costretti a peccare, si trovarono metaforicamente in prima fila al momento nel quale era possibile, e non più rischioso, scagliare la prima pietra.
La seconda circostanza è che quell’azione offriva una possibile uscita dal sistema: quella di una rivoluzione giacobina per via giudiziaria. Questa soluzione restò forte fino a quando la magistratura si propose di perseguirla direttamente. S’indebolì, inevitabilmente, quando essa si affidò alla mediazione di una parte politica. Una fonte insospettabile, come il procuratore di Milano Gerardo Colombo, ha giustamente notato che il rapporto tra magistrati e opinione pubblica si modificò quando i primi non vollero, o non furono in grado, d’incastrare i comunisti. Fu a questo punto che nella transizione italiana si produsse una svolta. Si creò uno «spazio» politico per la riorganizzazione di una nuova destra e, indirettamente, le possibilità di una diversa via d’uscita che avrebbe presupposto, in luogo dell’«ortopedia» sociale proposta dalla magistratura, una meno traumatica «ortopedia» istituzionale, affidata prevalentemente al bipolarismo e alla pratica maggioritaria.

*****

Si è trattato, in ogni caso, di una soluzione inconsapevole, insidiata e indebolita. Inconsapevole: in quanto accettata dalla classe politica, senza che essa fosse nata da un preventivo esame di coscienza su quanto era accaduto. Il bipolarismo è stato innescato dalla discesa in politica di Silvio Berlusconi, e ancor oggi appare legato a questa evenienza. È stato lui, in realtà, a provocare nel 1994 la contrapposizione bipolare, senza nemmeno rendersene conto fino in fondo. Insidiata: in quanto il progetto giacobino non è stato portato a termine ma non è stato nemmeno sconfitto. Esso ha semplicemente ampliato il suo raggio d’azione, individuando nel fenomeno Berlusconi non già un coacervo di antiche, cattive abitudini e di positiva modernizzazione, quanto il cardine dell’immoralità del vecchio sistema che avrebbe impedito l’affermarsi della virtù, ormai a portata di mano. Indebolita: in quanto una parte politica - la sinistra - resta incapace di scegliere tra la soluzione istituzionale e quella giudiziaria. Non è in grado di difendere del tutto la debole legittimazione maggioritaria del nuovo sistema, contando sul fatto che quei meccanismi presto gli concederanno un’ulteriore possibilità. Non è in grado nemmeno di schierarsi risolutamente con i magistrati, facendo definitivamente prevalere la sua anima giacobina. Si affida, pericolosamente, all’eterna illusione della terza via: appoggiare il tentativo della «soluzione finale» per via giudiziaria, impegnandosi successivamente a moderarne e gestirne politicamente gli esiti.
È questa una strada pericolosa. Quando si giunge alla stretta finale le posizioni terze sono inevitabilmente spazzate via. E poi il clima sociale è oggi mutato: il Paese ha meno bisogno di capri espiatori e, per un profondo senso di colpa, l’atteggiamento nei confronti di quanti sono accusati di aver versato denaro non è lo stesso di quello che si ebbe nei confronti di quanti i soldi li avevano presi. Resta il fatto che, nell’inconsapevolezza dei più, si sta giocando un drammatico finale di partita. Questo Paese da venticinque anni non è più in grado di fare i conti con la sua storia. E affermare che Previti non è Craxi risulta tanto scontato quanto superfluo. Al punto da far ritenere che ciò serva a nascondere il nocciolo della questione sulla quale questa nuova stagione di processi, sentenze, interrogatori induce a riflettere: come dieci anni fa, in Italia la lotta politica ruota ancora intorno al nodo del suo rapporto con la giustizia. Se il governo scelto dagli italiani nel 2001 riuscirà a compiere il suo corso fisiologico, sarà forse possibile consolidare una soluzione oggi ancora troppo debole e trovare un tempo di recupero per quell’esame di coscienza collettivo che manca almeno da un quarto di secolo. Se il combinato disposto dell’azione giudiziaria e dell’alibi della salvaguardia del prestigio internazionale costringerà il Primo ministro alle dimissioni, si aprirà una fase drammatica nella quale ogni violazione alle normali prassi politiche verrà giustificata in nome del fine da conseguire. Non si può sapere chi prevarrà in questo gioco al massacro. Si sa già, però, che a uscire sconfitto sarà il Paese. La sua precaria unità verrà compromessa da una nuova e lacerante ferita, che questa volta renderà inevitabile la decadenza.

 

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