LIBERAL BIMESTRALE di Piero Melograno Anno V n. 34 - Marzo - Aprile 2006
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La «fabbrica del programma» ha sede in un opificio dismesso alla periferia di Bologna, a un tiro di spingarda da quella mitica sezione del Quartiere Bolognina dove Achille Occhetto pronunciò le fatidiche frasi destinate a far dissolvere il Pci al pari di Dracula il vampiro alla luce del sole. Nella «fabbrica», il Professore si è personalmente dedicato, per lunghi mesi, all'elaborazione del programma elettorale della coalizione di centrosinistra. La messa in scena è stata perfetta. Nei locali del pensatoio unionista è transitato, a turno, il fior fiore dell'establishment di sinistra (che è poi la grande maggioranza dell'establishment tout court): intellettuali d'antan, maîtres à penser, banchieri, finanzieri e imprenditori, personalità politiche, comici, finidicitori, saltimbanchi, nani e ballerine. Le riunioni si svolgevano con precisi punti all'ordine del giorno. A discuterli erano invitati quanti, esperti della materia in discussione, potessero dare un contributo. Una perfetta organizzazione andava a prelevare gli ospiti alla stazione ferroviaria o all'aeroporto, li caricava su confortevoli pulmini che li accompagnavano alla «fabbrica». Colà erano ricevuti dal Professore, fatti sedere intorno a un tavolo e sollecitati a esporre brevemente le proprie idee sul tema all'esame, mentre Prodi prendeva appunti sul portatile. Alla fine, i nostri - fieri di aver portato un contributo alla riscossa antiberlusconiana - venivano reimbarcati sui pullman e condotti a destinazione. Chi si prendesse la briga di ricostruire le cronache di quelle epiche giornate, potrebbe imbattersi in un articolo, a firma di un noto intellettuale liberal (quelli che attualmente svolgono il ruolo di «specchio per le allodole» a suo tempo ricoperto dagli eletti nella Sinistra Indipendente), nel quale si raccontava di un meeting di economisti, nei locali della «fabbrica», durante il quale non era mai stata pronunciata la parola «sindacato». La circostanza, secondo l'autore dello scritto, stava a dimostrare due cose: in primo luogo, che il «pensatoio» del centrosinistra era tanto moderno da non darsi troppa cura di un sindacalismo un po' vetero; in secondo luogo, che, in mancanza di un rinnovamento della propria cultura, i sindacati correvano il rischio di divenire irrilevanti anche per la sinistra. Finalmente, il D Day del programma è arrivato e gli italiani - se hanno tempo e la forza fisica necessaria per sorbirsi un tomo di 281 pagine fitte fitte - sono stati messi in grado di valutare il distillato delle opere di tanto ingegno. A scorrere le pagine del Programma dell'Unione, però, è impossibile sfuggire alla sensazione di un déja vu. In pratica, si avverte pesantemente la mano del sindacato e non solo - come vedremo - in materia di economia e lavoro. E non si tratta delle posizioni comuni al sindacalismo pluralista, rappresentato dalle tre sigle storiche alle quali si è aggiunta l'Ugl, quale succursale della Cgil. No. Il «grande fratello» che ha «dato la linea» è la confederazione «rossa» di Guglielmo Epifani, nel senso che il «Programma» è una riscrittura ampliata delle Tesi per il XV Congresso della Cgil, in corso mentre scriviamo, per concludersi, in marzo, a Rimini. Il che propone, innanzi tutto, alcune considerazioni di carattere politico per quanto riguarda il livello di condizionamento, anche culturale, che una parte del movimento sindacale continua a esercitare sulla coalizione di centrosinistra. E spiega tanto la puntigliosità e la tecnicalità delle soluzioni proposte (quasi si trattasse di una piattaforma rivendicativa), quanto la scarsa attenzione agli aspetti della sostenibilità economica di una linea che si preoccupa solo di integrare, aggiungere, ampliare e migliorare, senza porsi il problema di riequilibrare e redistribuire. In altri casi, si può ritenere che la cinghia di trasmissione abbia funzionato in senso contrario: dall'Unione alla Cgil. Ma procediamo con ordine, scusandoci con i lettori per le inevitabili esigenze di sintesi. Cominciamo dal titolo dei due documenti. Prodi vuole perseguire «il bene dell'Italia»; alla stregua di un buon geometra, Guglielmo Epifani intende «riprogettare il Paese». Sia il «Programma» sia le «Tesi» volano alto, lambendo i massimi sistemi. Si vede che il «programmismo» è la malattia infantile del post-comunismo. - La Costituzione Unione e Cgil condannano all'unisono le riforme costituzionali del centro-destra (il sindacato si è persino impegnato nella raccolta delle firme). Unione: «Una riforma costituzionale incoerente che lacera il Paese e contrappone i territori con la cosiddetta devolution... Non vogliamo riscrivere la Costituzione ma tutelarla (e la Commissione presieduta da Massimo D'Alema nella precedente legislatura?, ndr), anche elevando il quorum necessario per modificarla, così da scongiurare future riforme a colpi di maggioranza (e quella del Titolo V imposta dal centrosinistra come venne votata?, ndr)». Cgil: le modifiche costituzionali vanno abrogate. «Esse, infatti, sono lesive dell'idea di democrazia e di coesione sociale che perseguiamo». Sia l'Unione che la Cgil ammettono, però, che la riforma del Titolo V «operata nella passata legislatura» deve essere rivista e corretta, «per una chiara attribuzione di funzioni normative e amministrative». - L'Onu Anche l'Organizzazione delle nazioni unite viene tirata in ballo nei documenti dell'Unione e della Cgil, con dovizia di argomenti simili, allo scopo di sollecitarne la «riforma in senso democratico». Una proposta è addirittura identica: si tratta dell'istituzione di un «Consiglio di sicurezza economico, sociale e dell'ambiente», affiancato al Consiglio di sicurezza in senso proprio, con il compito di mettere la museruola agli organismi internazionali (Fmi, Banca mondiale, ecc.) che peccano di liberismo eccessivo. - L'Unione europea Un sacco di salamelecchi sono rivolti, nel Programma e nelle Tesi, alle «magnifiche e progressive sorti» della Ue, salvo prendere le distanze (nelle Tesi) dalla Direttiva Bolkestein. In sostanza, sia l'Unione, sia la Cgil guardano all'Europa dei 15 tronfia e benestante, disposta soltanto a regalare un bel «marameo» all'idraulico polacco. Unione: «L'Europa deve saper garantire al suo interno standard sociali omogenei, promuovere l'insieme dei diritti sociali e la lotta all'esclusione, anche per evitare che, specie con l'allargamento, si possa effettuare una sorta di concorrenza al ribasso (ma potranno mai i nuovi Paesi fare una concorrenza al rialzo o alla pari?, ndr) che deprimerebbe il livello dei diritti e delle tutele». Cgil: «Per modello sociale europeo (diverso - si sottolinea - dall'abominevole modello anglosassone, ndr) s'intende un modello di sviluppo sostenibile che tiene insieme crescita economica, coesione sociale e qualità ambientale, attraverso politiche pubbliche adeguatamente finanziate da un fisco equo e progressivo, contraddistinto storicamente da una presenza forte e organizzata del sindacato». - Politiche fiscali Alcune pennellate in un affresco di grandi dimensioni. Unione: viene proposta una politica fiscale che realizzi, tra le altre cose, «l'uniformità del sistema di tassazione delle rendite finanziarie a livello intermedio tra l'attuale tassazione degli interessi sui depositi bancari e quella sulle altre attività finanziarie». Cgil: «Aumento della tassazione delle rendite finanziarie e immobiliari... Un allineamento parziale al 23% della tassazione delle rendite darebbe addizionali pari a 4,5 miliardi di euro». - I diritti dei migranti Da ambedue i documenti piovono bordate abrogazioniste contro la legge Bossi-Fini. Interessante è notare, tra le tante assonanze, l'identica proposta riguardante l'istituzione di un «permesso annuale per la ricerca del lavoro». - Lavoro e pensioni Le indicazioni dell'Unione e della Cgil in tema di occupazione ruotano intorno a un'affermazione di principio: il lavoro normale è quello subordinato a tempo indeterminato. È evidente la contiguità col Documento della Cgil, nel quale si afferma esplicitamente che tale tipologia rappresenta «la normale forma di lavoro e di assunzione per l'ordinaria attività di impresa». Ovviamente, anche il Programma di Romano Prodi deve misurarsi con il provvedimento-simbolo del nuovo corso lavoristico: la legge Biagi. Mentre nelle Tesi si parla esplicitamente di «ribaltarne l'intera filosofia», nel dibattito dell'Unione è passata la linea del «superamento» della legge Biagi (ribattezzata - con molto cattivo gusto - legge Maroni, mentre la Cgil la indica come legge 30), nel senso che verrebbero aboliti alcuni istituti (tra cui lo staff leasing e i contratti di inserimento), mentre la manovra di carattere strutturale sarebbe rivolta a estendere, il più possibile, al lavoro atipico i diritti e gli ammortizzatori sociali riconosciuti a quello dipendente. - Rappresentanza e rappresentatività sindacale Il significativo irrigidimento del mercato del lavoro viene aggravato dalla rimessa in campo di un disegno (che i governi di centrosinistra non riuscirono a portare a termine nella XIII Legislatura) di «sindacalismo obbligatorio», grazie a un intervento legislativo sulla rappresentanza e rappresentatività sindacale, da realizzarsi in armonia con quanto previsto nel pubblico impiego. Questo aspetto, contenuto a chiare lettere nel programma unionista, merita una particolare sottolineatura, perché Prodi non si è accontentato di copiare dalle Tesi, ma ha sposato addirittura le posizioni della minoranza di sinistra della Cgil, racchiuse in una tesi alternativa. La maggioranza della confederazione che fa capo a Epifani è assai prudente in proposito (si parla nelle Tesi di soluzione «endosindacale»), nella consapevolezza della contrarietà della Cisl nei confronti degli interventi di carattere legislativo, se essi non recepiscono interamente accordi sindacali. - La questione retributiva Singolare per un programma politico è pure l'ampio riferimento ai criteri di una nuova politica retributiva (ma non dovrebbero essere le parti sociali a decidere in proposito?) che - in piena assonanza con talune teorie sindacali - volta le spalle al mitico Protocollo del 1993. Da notare che, ripetutamente, si annuncia la restituzione automatica del fiscal drag (come se l'inflazione fosse ancora quella degli anni Settanta) e si vagheggia di un recupero del reale potere d'acquisto come se l'Istat, in tutti questi anni, avesse lavorato per il re di Prussia. Unione: bisogna superare il criterio dell'inflazione programmata per garantire la copertura dell'inflazione reale e distribuire una quota d'incremento della produttività. Cgil: occorrono regole, parametri e criteri di riferimento per tutti i contratti collettivi nazionali, a partire dall'inflazione effettiva e prevedendo altresì l'utilizzo di quote di produttività. - Pensioni Anche la parte sulle pensioni (dove è intervenuta un'altra importante riforma del governo di centro-destra) è molto dettagliata (e poco attenta ai problemi di ordine finanziario). È bene avvertire subito che la questione del taglio di cinque punti del «cuneo» in busta paga ha avuto più rilievo nelle esternazioni di Prodi che nel programma (dove si parla in termini generali di riduzione del cuneo fiscale, come del resto nelle Tesi). Il che meriterebbe parecchi chiarimenti dal momento che l'unica aliquota in grado di sopportare una riduzione, graduale, ma così massiccia, è solo quella pensionistica, con inevitabili ricadute sia sul finanziamento della previdenza pubblica, sia sul tasso di sostituzione delle pensioni erogate col sistema contributivo. Senza indicazioni equipollenti circa le misure sostitutive, l'Unione propone, al pari della Cgil, l'abolizione dello «scalone» dell'età pensionabile (da 57 a 60 anni) atteso nella notte di S. Silvestro 2007. L'asso nella manica di ambedue i documenti riguarda l'aggiustamento - tramite riconoscimenti figurativi - della storia contributiva del lavoro «intermittente». Le diverse anime della coalizione e della confederazione, poi, hanno sottoscritto una tregua armata con la previdenza complementare (considerata dalla sinistra radicale un attentato al primato del welfare statalista), in cambio del conferimento all'Inps di un ruolo improprio di regia sull'intero sistema pubblico e privato e sul conferimento del tfr. Va infine fatto notare che tanto l'Unione, quanto la Cgil propongono un inasprimento delle aliquote contributive dei lavoratori autonomi e di quelli atipici (a regime del 19%) allo scopo di allinearle con quelle dei dipendenti (pari al 32,7%). In questo modo, si dice, verrà meno la convenienza dei datori ad avvalersi di rapporti lavorativi che non siano alle dipendenze e a tempo indeterminato. In pratica, è come alzare l'asticella del salto in alto, dimenticando che una linea siffatta può indurre non a saltare ma a passare al di sotto (nel nostro caso, a intensificare quel lavoro nero che si afferma di voler combattere).
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Altre convergenze tra i due documenti riguardano il ruolo (rivalorizzato) dell'intervento pubblico in economia, il ripensamento sulle liberalizzazioni, un'ostilità alle esternalizzazioni dei servizi della pubblica amministrazione (un tema che è stato al centro del Congresso della Funzione pubblica della Cgil). Ma vi sono anche delle omissioni significative. Che il programma dell'Unione abbia dimenticato di accennare alla Tav (benché stia scritto che «sviluppare le reti infrastrutturali in Europa è una componente essenziale di una strategia della crescita basata sulla conoscenza») è cosa nota e ha suscitato parecchie polemiche. Nessuno si è accorto, invece, di una vistosa dimenticanza della Cgil. A meno che non ci sia sfuggito, in nessuna delle 63 pagine delle Tesi vi è traccia della richiesta - presente nel Programma - del ritiro delle truppe italiane dall'Iraq. La confederazione se la cava con un atto di fede nell'articolo 11 della Costituzione. Se qualcuno avesse voglia di continuare nella ricerca delle fonti del Programma dell'Unione potrebbe andarsi a rileggere i capitoli riguardanti la giustizia, la sicurezza, il conflitto di interessi, le autorità indipendenti alla luce delle espressioni più giustizialiste e girotondine emerse negli ultimi anni. Ma questo è un altro discorso e altri sono i suggeritori.
cida». Non sopravvive più neppure il suo mito.
Credo che Venezia, dove sono stato invitato a partecipare ai Colloqui organizzati dalla Fondazione liberal e che sempre in questa città si svolgono, sia il luogo ideale per ragionare su Israele. Da secoli è la porta d’ingresso dell’Oriente verso Occidente. Israele, in fondo, è una sorta di piccola Venezia, è un punto dell’Occidente in un mondo che non è ancora occidentalizzato, e che in Medio Oriente ha una sua reale esistenza. Ma occorre porsi una domanda: la condizione umana oggi è la stessa a Venezia e in Israele? Contrariamente a quanto molti ritengono, non credo che Israele e che il conflitto israelo-palestinese costituiscano un’eccezione nel mondo moderno. Come ha giustamente rilevato il mio amico Renzo Foa, Israele «è una democrazia assediata» e guardando a questa democrazia assediata si pensa all’Europa come a una sorta di democrazia non assediata: non credo che ciò corrisponda a verità, basta considerare il problema energetico, il ricatto sul petrolio che Putin ha già giocato contro l’Ucraina, la Georgia, e che molto presto riguarderà la Polonia e i Paesi Baltici e forse anche l’Unione europea (d’altro canto esiste già una grande alleanza di GasProm con il petrolio e il gas algerino, libico, dell’Uzbekistan). In breve, l’idea di una democrazia assediata non è così errata se si applica all’Unione europea. A questo si aggiunge la questione del Mediterraneo che negli anni Cinquanta un grande scrittore francese, Albert Camus, contrapponeva come luogo della gioia di vivere, del sole, della felicità e dell’armonia, all’Europa franco-russo-nichilista-terroristica, l’Europa come luogo del terrore, a partire da quello rivoluzionario francese fino ad arrivare al terrore leninista-rivoluzionario-nichilista. Oggi il Mediterraneo è un luogo in cui il terrorismo si rivela come rischio elevatissimo, anche se alcuni continuano a sognare un’Europa al di fuori della storia, trasformata in vacanza, come il filosofo tedesco Peter Sloterdijk, secondo cui l’Europa è già fuori dalla storia, in anticipo su tutti i Paesi, soprattutto l’America, per la sua più che ragionevole volontà di evitare guerre, di non preoccuparsi della difesa nazionale e del rischio che comporta vivere in vacanza al di fuori dalla storia. Esiste dunque una grandissima inversione che rende il sogno mediterraneo di Camus il sogno europeo di oggi. Bisogna dunque convincersi che Israele non rappresenta un’eccezione, e che la condizione umana è la stessaa Venezia, a Gerusalemme e a Tel Aviv. Da sempre grandi uomini di Stato hanno pensato di trovare la soluzione definitiva ai problemi del Medio Oriente. Lo hanno fatto Carter e Clinton, lo fanno oggi due statisti, grandi nemici tra loro, ma entrambi sul punto di scomparire dalla scena mondiale: Blair e Chirac, che come ultimo atto della loro carriera vogliono pronunciare le parole dell’angelo della pace in Medio Oriente, come se il Medio Oriente fosse una bolla e fosse sufficiente essere molto saggi e fare la spola tra Gaza e Tel Aviv per risolvere tutti i problemi. Perché i problemi del Medio Oriente sono la chiave di volta dell’ordine mondiale. Il ministro degli Esteri italiano D’Alema ha parlato del contagio che deriva dal conflitto mediorientale che spiegherebbe il terrorismo universale. Attenzione, forse non siamo di fronte a qualcosa di così eccezionale, forse bisogna rinquadrare tutto in maniera diversa, forse è il caos del mondo che si manifesta nel conflitto tra palestinesi e israeliani, forse Israele è lo specchio, piuttosto che la causa, di tutto il male e di tutto il bene che esiste nel mondo.
I due anni di guerra condotta dalla Russia contro il piccolo popolo ceceno che conta meno di un milione di abitanti, hanno fatto più vittime che i cinquant’anni di conflitto tra Palestina e Israele. Ci sono state molte più vittime in Cecenia, e Grozny, la capitale, è stata due volte rasa al suolo, cosa mai più accaduta a opera di un esercito europeo dopo Varsavia. Nonostante questo, ci sono stati molti più dibattiti riguardo alla Palestina. E non perché i palestinesi sono musulmani, anche i ceceni lo sono, ma sicuramente perché vengono uccisi dagli israeliani, mentre i ceceni vengono uccisi dai russi. Si possono avere molte più vittime in Cecenia, e in maniera molto più cruenta, senza che la cosa rivesta molta importanza, perché non sono gli israeliani a uccidere i ceceni. Esiste una sproporzione legata all’idea che la fonte del contagio, il cuore del problema è costituito da Israele, quindi la fonte del contagio è il conflitto israelo-palestinese. Ma questo conflitto non spiega nulla, non spiega le vittime di Hamad, non spiega la guerra tra Iran e Iraq - che è una guerra anch’essa terribile per le popolazioni, tenuto conto delle vittime di quella del ‘14-’18 - non spiega il terrorismo algerino e islamico. Esiste l’idea di una sorta di zona magica in cui sarebbe sufficiente, per far regnare la pace mondiale, far sparire Israele: è un’idea mistica e folle. Tutto questo mi fa venire in mente quelle persone che un tempo prendevano delle bambole e le pungevano con aghi per agire a distanza su qualcuno a cui volevano male; abbiamo grandi uomini che dicono di voler risolvere il problema israelo-palestinese come se fossero in una bolla, e altri uomini che dicono di volerlo risolvere eliminando Israele. Tutte queste persone sembrano avere un comportamento magico, prendono una questione locale - malgrado tutto, di questo si tratta - per considerarla come la fonte di tutti i mali e la chiave dell’ordine mondiale. Occorre accettare l’idea che Israele non è la fonte di tutti i mali o del bene universale, ma che è semplicemente uno specchio del disordine mondiale.
Ma, andando al cuore della questione, cosa significa la condizione umana oggi? Questa non vuole essere una domanda filosofica… La sfida di Ahmadinejad e del governo iraniano che desidera dotarsi dell’arma nucleare e che dice di voler cancellare Israele dalla carta geografica, va presa sul serio oppure è solo una provocazione? Gli israeliani che prendono queste dichiarazioni seriamente sono ossessionati dalla Shoa e dal genocidio, quindi hanno ragione di ritenere che esista un grande pericolo in queste parole. La seconda domanda da porsi è: se viene soppresso Israele, l’ordine del mondo sarà migliore? Avremo la pace in quel caso? Si possono immaginare altre forme di soppressione di Israele, si potrebbero far emigrare tutti gli israeliani in Europa, ad esempio, che fu così accogliente con loro. Uno scrittore ebreo di New York ha riflettuto ironicamente su questo punto in un suo libro, affermando: «Sì, è la diaspora, quindi lasciamo Israele». Ma è una questione molto seria quella che si pone nei corridoi del ministero degli Esteri francese: in fondo il regno cristiano di Gerusalemme è esistito per un secolo e poi è scomparso. Israele esiste già da cinquant’anni, dobbiamo soltanto aspettare perché questo cancro in Medio Oriente, che è causa di ogni male, scompaia allo stesso modo. Dunque, bisogna prendere Ahmadinejad seriamente per quanto riguarda Israele e anche per quanto riguarda l’Europa? Perché in effetti i missili dell’Iran hanno una portata che può probabilmente arrivare a Venezia, in Europa. D’altro canto questi missili vengono forniti dal mercato internazionale, particolarmente dai compagni russi, e sicuramente possono subire anche miglioramenti tecnici. La mia risposta è sì, dobbiamo prendere seriamente tutto questo.
E motivo questa mia risposta attraverso voci che oggi sono scomparse. La prima viene da una dichiarazione resa nel ’68 da un amico di Papa Paolo VI, il filosofo francese Jean Guitton, che era piuttosto orientato a destra ed era naturalmente cattolico: «Ormai la metafisica e la morale - disse Guitton - non sono più relegate nella coscienza privata, non dipendono più dalle religioni. La filosofia e la morale lasciano il segreto delle coscienze e degli oratori, s’iscrivono nell’esperienza, nella politica, nei problemi internazionali, nei problemi strategici». Guitton dice una cosa davvero sorprendente: l’assoluto è disceso sulla terra. Quando è un cattolico a dirlo, in generale allude al Cristo. Ebbene, è disceso sulla terra tramite il terrore, l’evidenza sostituisce la fede, il ragionevole è esigibile. «Pericolo di morte»: queste parole sono scritte in maniera invisibile ovunque. La situazione è cambiata da allora, oppure viviamo sempre sull’orlo dell’abisso come è stato detto per cinquant’anni a proposito della politica della dissuasione, della deterrenza? Un altro filosofo, Jean-Paul Sartre, nell’ottobre del ’45, cioè due mesi prima di Hiroshima e sei mesi dopo l’apertura dei campi della morte di Auschwitz, scriveva alludendo alla comunità umana, che la comunità che è diventata guardiana della bomba atomica è al di sopra del regno naturale, perché è responsabile della propria vita e della propria morte, quindi ogni giorno e in ogni istante dovrà permettere di vivere. C’è chi considera Ahmadinejad, soltanto un folle. È sbagliato. La bomba atomica non era, all’epoca di Hiroshima, a disposizione del primo alienato venuto. Questo folle dovrebbe poprio essere un altro Hitler, un nuovo führer: di questo secondo führer, come del primo, saremmo tutti responsabili. Nel momento in cui è finita la seconda guerra mondiale, il cerchio si è chiuso in ognuno di noi, l’umanità ha scoperto la propria possibile morte e si è assunta la responsabilità della propria vita e della propria morte.
Tutto ciò è finito? Questa vita sull’orlo del baratro appartiene al passato oppure oggi è ancora più presente perché l’abisso si è ampliato? Abbiamo pensato che fosse finita insieme alla guerra fredda, con la scomparsa dei due blocchi, con il superamento delle grandi guerre e con la supremazia della razionalità. È stato Fukuyama a sostenerlo. Ma almeno da dieci anni abbiamo capito che non è vero che tutto è finito, lo hanno capito tutti quelli che non avrebbero voluto vedere un genocidio in Ruanda, il ritorno della guerra, il crollo delle Torri a Manhattan. Ma molti europei continuano appunto a non voler vedere. Il nuovo paradigma è sempre il terrore, la politica sull’orlo del precipizio. Ma le caratteristiche intrinseche del terrore sono cambiate: siamo passati dal terrore nucleare a quello del terrorismo, un terrorismo universale. Quello che non cambia è il fatto che viviamo in un’epoca tragica; anzi si potrebbe perfino dire che il Ventesimo secolo, in paragone, è stato un’epoca più felice perché i due pericoli ai quali alludono Guitton e Sartre - Auschwitz e Hiroshima - erano separati. Chi aveva le capacità di causare Hiroshima non aveva il fanatismo di chi che ha creato Auschwitz. Persino Stalin, quando ha avuto la bomba atomica, è stato frenato dalla seconda guerra mondiale, perché era troppo preoccupato della sua possibile sconfitta nel ’42 per ricominciare una guerra come se nulla fosse. Quando Mao Tse Tung chiarì che sarebbe stato sufficiente lanciare una bomba atomica ovunque perché almeno un terzo dei cinesi morissero grazie alla deterrenza, ma che i due terzi sopravvissuti avrebbero governato il mondo, ebbene a quel punto l’alleanza sovietica con Mao Tse Tung fu subito rotta. Nel Ventesimo secolo sono esistiti due tabù che hanno garantito la pace per cinquant’anni: Auschwitz e Hiroshima, e l’utilizzo della bomba atomica a fini di deterrenza è stato pensato per evitare Hiroshima, ritenendo che tutto la frenesia, la ferocia, la brutalità dell’uomo rivelata da Auschwitz costituiva un pericolo permanente. Gli esperti atomisti che redigevano la newsletter degli scienziati atomici avevano un orologio con la lancetta piccola sempre su mezzanotte mentre la lancetta più lunga si avvicinava o si allontanava rispetto alla mezzanotte atomica; in altre parole, la sopravvivenza dell’umanità era un conto alla rovescia e i due blocchi si mettevano d’accordo per evitare che la lancetta lunga arrivasse su quella corta.
Oggi siamo di fronte a un cambiamento: siamo passati dall’era della deterrenza nucleare all’era del terrorismo generale, dal terrorismo limitato a quello allargato. Proverò a descrivere questo paradigma in quattro punti. Il primo: vi sono ovunque, oggi, persone capaci di un fanatismo stile Auschwitz. Immaginate Mohamed Atta che lancia il suo aereo contro le Torri di Manhattan e immaginate che il suo sguardo incroci lo sguardo di una giovane donna che si occupa per esempio della pulizia delle toilette nelle torri di Manhattan. La donna si chiede: «Perché? Perché noi? Perché io?». Cosa potrebbe rispondere Atta? Certo, non ha nulla da dire, ma cosa potrebbe rispondere? La stessa cosa delle SS interrogate da Primo Levi in un lager. «Perché?», chiese Primo Levi? Un SS risponde: «Qui non c’è alcun perché». Credo che Atta avrebbe dato la stessa risposta. Nel terrorismo odierno c’è qualcosa che lascia aperte le porte di Auschwitz. Non sono del parere che questo terrorismo dipenda solo dal fanatismo religioso. Piuttosto da quella forma di nichilismo, del «prendere quello che vuoi», senza riguardi per nessuno, che accomuna i bambini africani - che non sono islamici ma che hanno in mano a tredici anni dei kalashnikov - allo spirito dell’armata russa in Cecenia. Get what you want!, prendi quello che vuoi, diceva una scritta su un braccialetto da polso di un soldato russo che ho incontrato in Cecenia, riferendosi a canzone dei Rolling Stones. Che però diceva: you can’t get what you want, non puoi prendere ciò che vuoi. Il terrorismo esercitato in Africa, in Cecenia, dai terroristi islamici, dal narco-marxismo dell’America Latina, è oggi un fenomeno universale. Alla fine della politica della guerra fredda, alla fine dei due blocchi, non è corrisposta la scomparsa dei guerrieri. La guerra fredda era fredda per noi ma era calda per tutto il pianeta: non vi sono mai state tante rivoluzioni, controrivoluzioni, dittature, sovvertimenti di regime quante ce ne sono state in quell’epoca. E i guerrieri sono sempre qui.
Secondo punto di questo nuovo paradigma è l’incontro tra la potenza nucleare di Hiroshima e la capacità di Auschwitz. Ahmadinejad ne è un esempio evidente perché dice che Auschwitz è una religione della Shoa, è una menzogna, un mito. E in fondo l’arma nucleare è un’arma come le altre, tutto dipende a quale fine la si utilizzi. Ahmadinejad immagina una guerra santa, una jihad nuclearizzata. Fine dunque del tabù di Hiroshima, fine del tabù di Auschwitz e incontro tra la capacità di Hiroshima e il fanatismo di Auschwitz. Un incontro generale. A Manhattan sono crollate le Torri gemelle ma se i terroristi fossero riusciti ad attaccare una centrale nucleare avremo avuto una Chernobyl deliberata. La capacità di Hiroshima e di Auschwitz si coniugano oggi anche se non si possiede la bomba atomica, a maggior ragione quando la si ha. Ciò non significa che Ahmadinejad la userebbe immediatamente, senza pensarci, ma se si autorizza l’Iran ad armare Hezbollah questo potrebbe creare disastri. Terzo punto: l’eliminazione del tabù di Hiroshima e di Auschwitz non riguarda soltanto gli Stati canaglia e i gruppi criminali. Putin ha dichiarato che la cosa più negativa per la Russia nel Ventesimo secolo è stato il dissolvimento nel ’91 dell’Unione Sovietica. Non la seconda guerra mondiale, non i campi di morte di Hitler, devastanti per l’intera Europa. Ciò significa che oggi esistono dei leader che non sono più ossessionati dai tabù di Auschwitz e di Hiroshima, che appartengono a un’altra generazione e che trafficano con l’Iran o con la Corea del Nord, in armi, razzi, missili, materiale nucleare. Dunque, non solo Stati canaglia e gruppi criminali, ma anche sponsor che giocano con il fuoco lasciando ad altri il compito di accendere la miccia. Penso che vi siano molti di questi Stati e la Cina e la Russia non è che siano molto rassicuranti. Dopo tutto la Corea del Nord e l’Iran non hanno trovato protettori, che pure esistono e sono sponsor attivi. Quarto punto: non c’è una internazionale del terrore, ma un mercato universale del terrore sì. La Corea del Nord ha traffici con l’Iran che a sua volta ha traffici con la Russia e con il Pakistan. Tra sunniti e sciiti, tra marxisti stalinisti e religiosi islamisti - come in passato tra il colonnello argentino e i generali brasiliani - vi è una sorta di commercio universale del male. Viviamo attualmente in un mondo dove non si vuole più costruire ma dove coloro che vogliono distruggere pensano a prendere tutto in mano. Confrontiamo Krushev e Putin: Krushev credeva ancora di poter raggiungere e superare gli Stati Uniti, lo aveva affermato; Putin sa che, se tutto va bene in Russia, riuscirà a raggiungere il Portogallo solo tra una quindicina d’anni, ma la sua potenza non deriva dalla capacità di costruire, bensì dalla capacità di distruggere, di nuocere e di trafficare con il ricatto del petrolio, con il mercato delle armi a capacità termonucleare. Questo modo di affermarsi è preoccupante non per l’ordine del mondo ma per il mantenimento del suo disordine.
Concludendo, la situazione di Israele e la situazione dell’Europa non sono diverse. Viviamo su un pianeta in cui la capacità di nuocere è condivisa universalmente da individui che non hanno più quei tabù che garantivano la deterrenza e che l’hanno garantita per cinquant’anni. Si crede che la deterrenza sia automatica, che se Ahmadinejad ha la bomba atomica non è poi così grave perché l’Iran in quel caso sarebbe soltanto un’altra delle grandi potenze nucleari contro la quale potrà essere esercitata la deterrenza. Ma la deterrenza non ha mai portato un equilibrio automatico, ci sono stati periodi di squilibrio, di guerre, di crisi che sono arrivate molto vicine all’esplosione, come quella di Cuba. Bisogna perciò che vi siano dei freni e che ritornino dei tabù un tempo costituiti da Hiroshima e Auschwitz, altrimenti deterrenza ed equilibrio diventano sempre più fragili. È per questo che il tentativo di accedere alle armi nucleari da parte dell’Iran è molto pericoloso. Questo significa che ci troviamo in una situazione disperata? Niente affatto. La pace è qualcosa che non si ottiene chiudendo gli occhi, bensì la si ottiene aprendoli bene. I rischi che ho analizzato, il nuovo paradigma del terrore generalizzato, è sotto gli occhi di tutti, basta solo volerlo vedere. La guerra in Libano, per esempio, non è una guerra tra due blocchi - il blocco dell’islam e il blocco occidentale. All’inizio di questa guerra abbiamo avuto la sorpresa di vedere diversi Paesi che non sono democrazie, come l’Arabia Saudita, l’Egitto, la Giordania, schierarsi contro Hezbollah. Esiste perciò una scissione all’interno di quello che stupidamente viene chiamato l’islam senza cognizione di causa. Ci sono musulmani che capiscono che le prime vittime del terrorismo islamista sono proprio i civili musulmani. Ad esempio in Iraq, ogni mese, il numero di vittime civili, appunto vittime del terrorismo, supera il numero totale di vittime dell’esercito americano dall’inizio della guerra, che si aggira intorno alle tremila. Non si tratta affatto di una situazione simile a quella del Vietnam, ma piuttosto di una situazione simile a quella somala. In Somalia infatti a morire sono i civili somali per mano di guerriglieri somali, e questo avviene da quindici anni. Esiste quindi la possibilità di trovare alleati per la pace nel mondo che chiamiamo musulmano. Non è sufficiente definirsi umanisti, l’umanesimo attualmente sembra essere schierato dalla parte dei pacifisti che hanno manifestato a Roma, che affermano di essere contrari alla forza e a favore di quei buoni sentimenti umanistici secondo cui si dovrebbe abbandonare l’Iraq e disinteressarsi di Israele. Al contrario, bisogna recuperare l’idea umanista della difesa delle popolazioni civili, bisogna essere in grado di sostenere i civili ceceni e i civili del Darfur che vengono sterminati dai terroristi sotto bandiere diverse, a volte islamiste, a volte razziste o nazionaliste. È questo il vero problema, la reale sfida da affrontare: sapere da che parte sta la giustizia. Il futuro dell’umanità si gioca proprio su questo punto e, nel mondo musulmano, si gioca con le donne, quelle donne che non vogliono che i loro figli diventino dei terroristi o che desiderano, come molte donne in Iran e Algeria, resistere al terrorismo dando prova di eroismo, un eroismo rarissimamente osservato nella storia dell’umanità. Ebbene, bisogna essere accanto a quelli che lottano per la libertà e contro quelli che opprimono con qualsiasi mezzo. C’è una fortissima forza di oppressione nel mondo ma ci sono anche moltissime persone che si rivoltano contro questa forza, che non desiderano che i loro figli vengano armati a tredici anni, che vogliono invece che vadano a scuola, anche quando abitano in bidonville. È al fianco di queste persone che conquisteremo la pace. È per questo che il problema della condizione umana nel nostro pianeta è proprio lo stesso ovunque, non è diverso a Tel Aviv, a Gerusalemme e a Venezia.
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