David Mamet è diventato, con il passare degli anni, un crocevia di flussi culturali, raccogliendo in sé - tutti insieme e senza sforzo apparente - i ruoli diversi di un intellettuale moderno. Egli è sceneggiatore e regista, drammaturgo e produttore, poeta e romanziere, attore e in qualche modo «filosofo» dello spettacolo. Insomma un’icona che ha già attraversato almeno due epoche, intese come movimenti creativi, del cinema, del teatro e della letteratura; e con una particolarità, quella di vivere queste sue esperienze come fossero il riflesso di una sorta di «multimedialità» autorale sempre molto specialistica all’interno dei vari specifici di riferimento. Non melassa artistica ma precisa e seria perlustrazione dei singoli percorsi.
Dunque uno dei pochi geni del nostro tempo. I tre usi del coltello è sostanzialmente un saggio. Che cammina, per così dire, sul crinale che separa l’autoritratto dalla lezione di cinema. Sul piatto sceneggiatura, regia e recitazione, divise per saggi-capitolo nel segno della doppia fusione fra scuole (francese e italiana da una parte, americana dall’altra) e mestieri (regista e sceneggiatore rigorosamente non scissi nell’identità di autore del film). La prima parte si intitola, come l’intero libro, I tre usi del coltello e realizza una illuminante panoramica sul lavoro della sceneggiatura, intesa come insieme di bersagli da colpire attraverso il racconto di una storia; la seconda, Dirigere un film, si compone di una vivace trascrizione-rilettura di una serie di lezioni tenute dall’autore alla Columbia University; le terza, Vero e falso, passa attraverso lo studio di una funzione troppo spesso accantonata nella saggistica di genere, quella dell’attore e della sua maschera: con una importante bivalenza di prospettiva, legata da una parte all’attore vero e proprio, dall’altra a chi (il regista) quell’attore deve dirigere in base alla funzionalità di questo o quel modulo di recitazione rispetto al testo.
Questi i contenuti. Che potrebbero anche sembrare standard se a occuparsene non fosse, appunto, David Mamet. Vale a dire un autore capace di sorprendere sempre, di divertire, spiazzare con il suo modulo di scrittura affascinante e costantemente innovativo.
Facendo finta di nulla, come sempre, restando in piena oggettività e tralasciando collegamenti diretti fra il proprio lavoro e le sostanze del volume. Tutto molto semplice, ma anche molto intrigante, paradossale e suggestivo. È il Mamet-Premio Pulitzer di Glengarry Glen Ross, del resto, che scrive; il Mamet teatrale di Perversioni sessuali a Chicago o di Oleanna; quello cinematografico di Sesso e potere o di Hannibal, del Verdetto o del Postino suona sempre due volte; il Mamet regista, infine, di Homicide, di La casa di giochi, dello squisito e più recente Hollywood, Vermont. Insom-ma lui.
Così apparentemente svagato e abbastanza grande da essere in grado di restare «dietro le quinte» anche quando si capisce che senza il suo «segno» un’opera non potrebbe mai essere - o diventare - un capolavoro. La differenza è tutta lì: e leggendo le pagine di questo libro è facile comprendere dove sia il punto che separa la norma dall’eccezione, il cliché dall’originale.
David Mamet, I tre usi del coltello. Saggi e lezioni sul cinema, Edizioni Mini-mum Fax, 228 pagine, 14,5 euro