Quando si presentò in pompa magna all’Acadé-mie Française, con dotti e ambiziosi propositi, non gli perdonarono quella sua debolezza mondana, la sua divagante e deliziosa Storia dei gatti, che oggi ce lo rende così memorabile e simpatico. E derisero il suo discorso d’accettazione con una parodia: Le Miaou, où très docte et sublime harengue miaulée par le Sei-gneur Raminagrobis. Al punto che quando l’ambizioso Paradis de Moncrif si decise a pubblicare le proprie Opere Complete preferì dimenticare d’aver partorito quest’opera, non di giovinezza ma piuttosto di debolezza. Perché era un uomo di delicati appetiti e talenti, piuttosto che di genio. Così lo raccontava per lo meno il suo tollerante amico D’Alembert, proprio quello dell’Encyclopédie: «Agli studi seri preferì i talenti gradevoli: la poesia, la danza e la musica. Coltivò persino la scherma». Nato un anno prima di Marivaux, nel 1687 ed educato nel clima lasco e tartufesco di Luigi XIV, nonostante si cimentasse in ogni possibile forma poetica ed erudita, dai versi eroici agli opéra-ballet, dai memorabilia alla Valerio Massimo alle pantomime, per uno strano e felice contrappasso della storia, è arrivato sino a noi grazie a questo singolarissimo libro, che i pedanti non gli avrebbero mai perdonato, riempiendolo di vituperi e lazzi. Infatti, quando morì Voltaire, che da buon opportunista lo corteggiava, sapendolo molto influente a corte, un poco ingenuamente Mon-crif domandò all’Accade-mia di prenderne il ruolo di storiografo della monarchia. E si sentì rispondere: Historiogra-phe? Non, historiogriffe. Al-ludendo alle griffe, alle zampe, alle unghiate di gatto. E Moncriffe, sarebbe stato ribattezzato a vita, maliziosamente.
Così il suo libro uscì anonimo, nel 1727, e forse è più noto alla storia dell’arte che non della letteratura, grazie alle gentili incisioni del conte di Caylus (da Coypel): un altro singolare personaggio rococò, imparentato con Mme de Maintenon e mecenate-biografo di Watteau. Per questo, possiamo qui considerare questa deliziosa parade apologetica un libro caro agli amatori di arte. Tanto più che l’intelligente casa editrice Medusa, specializzata nei testi di riflessione sull’arte, ha deciso di proporre una bella edizione illustrata, convocando illustri gatti della pittura, da quello di Lotto che sgattaiola via elettrizzato dall’arrivo dell’angelo annunziante, ai felini pensierosi delle stampe giapponesi, che piacevano a Valloton e Mallarmé, antologizzando quelli originali e araldici da Coypel. E se è vero che per scherno Moncrif era chiamato «l’Omero dei gatti», il cui «Parnaso sta su sulle grondaie», lui non si faceva scrupolo di decretare, che se Omero non s’era vergognato di descrivere una battaglia tra rane e topi e Luciano tessere un elogio della mosca, ma perché mai non si doveva cantare il fascino di quell’animale «possente e dolce, freddoloso e sedentario», che sarebbe diventato poi il protagonista d’un sonetto sonnolento di Baudelaire? Se, come ricorda Sergio Ferrero, questo libro è degno di stare accanto al delizioso volumetto sui Gatti tuttofare di Eliot, a ragione, in una brillantissima ouverture rococò, il curatore Basilio Luoni lo imparenta alle fantasie umoresche di E.T. Hoffmann e al suo gatto savant, il Cavaliere Murr: in una fragranza impalpabile e fantasiosa, che pare ogni volta dematerializzarsi. Come il gatto del Cheshire di Alice nel paese delle Meraviglie, che svanisce, lasciando soltanto dietro di sé la coda vezzosa del suo sorriso stampato nell’aria.
F. A. Paradis de Moncrif, Storia dei gatti, Medusa, 158 pagine, 42 euro