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Cinici, sarcastici, ossessionati... Quante somiglianze tra Poe e Lou Reed

LIBERAL BIMESTRALE
di Stefano Bianchi
Anno III n°16 - Febbraio - Marzo 2003

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cop16_thNegli anni Sessanta, avvinghiato anima e corpo ai Velvet Underground, Lou Reed ha cantato di tossici, pusher e puttane esiliati nei sobborghi newyorkesi. Nei Settanta, attraverso l’album Transformer, ha sgranato rosari di storie androgine e di rock in make-up, mentre con Berlin ha esplorato fino alla consunzione l’odio fatale di due amanti mitteleuropei. Poi, in perenne equilibrio fra l’intelletto della letteratura e la crudezza del rock & roll, ha forgiato con voce declamatoria e lancinanti bordate di chitarra elettrica un neorealismo di strada fatto di rumori assordanti (Metal Machine Music), jazz slabbrato (The Bells), cronache di una metropoli sul viale del tramonto (New York), di un pugno d’amici perduti per sempre (Magic And Loss), d’irrequietezze e cicatrici esistenziali (Ecstasy). Fin da quando memorizzava poesie con Delmore Schwartz alla Syracuse University, Lou Reed capì che il sentiero artistico da percorrere non poteva prescindere dalla fisicità del rock e dal potere della parola. In seguito, da ingordo lettore di William Burroughs e di Hubert Selby, ha iniettato nelle sue canzoni/poesie il loro stesso sangue prosaico di delirio e perdizione. All’appello maudit, prima o poi, era destino che rispondesse Edgar Allan Poe, l’indiscusso narratore del macabro. Nel 1845 pubblicò The Imp Of Perverse, racconto di un omicidio nel quale analizzava l’attrazione umana verso la trasgressione e l’autodistruzione. «La sicurezza del male e dell’errore di ciascuna azione - ebbe modo di scrivere - è spesso la forza inconquistabile che ci affascina, e sola ci affascina nel proseguire. È un istinto radicale e primitivo». Parole pesanti come macigni, per Lou Reed. E terribilmente attraenti. «Ho riletto Poe per pormi di nuovo gli stessi quesiti: chi sono? Per quale oscuro motivo sono destinato a fare cose che non dovrei?», ha dichiarato il musicista. «Troppe volte mi sono trovato a combattere con l’impulso del desiderio distruttivo e dell’automortificazione». E così Poe, due anni orsono, si è trasformato in POEtry, una piéce teatrale elaborata col regista Robert Wilson. «Quando mi è stata data l’opportunità di far rivivere lo scrittore con musica, parole e danza, mi sono gettato nel progetto come un mastino a caccia di un osso insanguinato».
Ora torna sul luogo del delitto con il doppio cd The Raven, un viaggio visionario nell’horror gotico del romanziere «che meglio di chiunque altro - puntualizza Reed - riesce a sintonizzarsi col battito cardiaco del nostro nuovo secolo fatto di ossessioni, paranoia, omicidi premeditati. Ho trascinato Poe fuori dai libri, beneficiando del suo straordinario linguaggio e appropriandomi del suo potere immaginativo». L’album, che riprende e amplia il canovaccio di POEtry, è Lou Reed allo stato puro: una coppia di chitarre lancinanti, un rock-blues possente, frustate di funk, intermezzi cameristici e interludi da polveroso kabarett. Gomito a gomito con la sua voce da beffardo, nevrile sessantenne, spiccano il sassofono jazz di Ornette Coleman (nel brano Guilty), gli exploit recitativi di Willem Dafoe (The Raven) e Steve Buscemi (Broadway Song), la presenza avanguardistica di Laurie Anderson in Call On Me, le tessiture gospel dei Blind Boys Of Alabama (I Wanna Know: The Pit And The Pendulum) e il contributo speciale di David Bowie in Hop Frog, ispirato al racconto che sviscera la tenebrosa vicenda di un giullare che si vendica del suo crudele padrone. Con disarmante, scheletrica essenzialità, The Raven fa idealmente collidere Edgar Allan Poe e Lou Reed: entrambi americani, cinici, sarcastici, ossessionati e affascinati dalla morte.

The Raven, Reprise/Wea, 23 euro circa

 

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