Con Achille Castiglioni, morto nel dicembre scorso, è scomparsa un’autentica icona dell’industrial design del Ventesimo secolo. Ripercorrere la sua lunghissima carriera, attraverso le pagine del libro di Sergio Polano, Castiglioni - Tutte le opere 1938-2000, è come entrare in più di mezzo secolo di storia delle nostre case, dei nostri uffici, della nostra vita. Grandi cose, ma ancor più sbalorditive le piccole che abbiamo utilizzato nel semplice quotidiano, forse ignorando che erano le creazioni di un maestro come Castiglioni. Nato a Milano nel 1918, laurea al Politecnico, è subito all’opera con i fratelli Livio e Pier Giacomo. Il sodalizio con quest’ultimo, costante fino al 1968, produrrà alcuni degli oggetti-simbolo più riconoscibili di quegli anni. Nel 1944, l’apparizione alla settima Triennale di Milano del Rr 126, apparecchio radio rivoluzionario, ne decreta l’ingresso nella storia del design. Nel 1950 i tavoli con cavalletti Leonardo e Bramante traggono entrambi ispirazione dal concetto più antico di tavolo da lavoro e diventano a loro volta un archetipo. Per lo sgabello Sella, classe 1957, Castiglioni recupera un semplice sellino di bicicletta da corsa, appoggiato su una struttura basculante, «sempre in piedi»; per il Mezzadro, l’elemento ready-made è un sedile da trattore in lamiera verniciata con i colori degli attrezzi agricoli.
Radicalmente contrario alla figura del designer «artista», all’oggetto bello destinato al consumismo d’élite, Castiglioni ha sempre lavorato sulla reale utilità del prodotto e sulla riproducibilità seriale, al suo uso per la collettività; l’estetica finale è il prodotto di un’operazione culturale complessa, frutto di un lungo e articolato lavoro di equipe. Titolare della cattedra di Arredamento e disegno industriale al Politecnico, vinse durante la sua carriera ben sei Compasso d’oro, l’Oscar italiano del design. Tra le sue lampade riconosciamo oggetti ben noti: Arco, che ha illuminato 40 mila tavoli da pranzo in tutto il mondo, dagli anni Sessanta ai Novanta, mantenendo doverosamente la distanza orizzontale di due metri dalla luce alla base di marmo in terra; un esempio geniale di oggetto «pensato». Taccia, sempre del 1962, definita allora la Mercedes delle lampade, progettata come un motore automobilistico, senza alcuna debolezza estetica, risulta ancora oggi bella come una scultura. Ancora la Parentesi, assemblaggio di elementi essenziali: un cavo di acciaio, un porta lampada, un gancio, un contrappeso di piombo e naturalmente una lampadina orientabile in infinite soluzioni di luce; vincerà il Compasso d’Oro del 1979. Inevitabile citare anche la poltrona Sanluca, del 1960, commissionata da quell’imprenditore illuminato che è stato Dino Gavina, reinterpretazione ironica della poltrona stile Settecento dei salotti borghesi; le lampade Frisbi del ’78, disco diffusore in metacrilato e Brera, del 1992, uovo luminoso sospeso, citazione di Piero della Francesca. Il Musem of Modern Art di New York dedicherà al maestro, nel 1997, la più grande mostra mai realizzata per un designer italiano mentre le sue creazioni sono presenti nei più importanti musei del mondo. Ma il vero oggetto simbolo del suo concetto di design, secondo Castiglioni, è un piccolo interruttore rompitratta, progettato nel ’68 e realizzato in quindici milioni di esemplari: «Nessu-no, nei negozi di materiale elettrico, ne conosce l’autore… e spesso quando entro in una stanza d’albergo in giro per il mondo, e allungo la mano per cercare l’interruttore dell’abat-jour, trovo il nostro rompitratta».
Sergio Polano, Castiglioni - Tutte le opere 1938-2000, Electa, 478 pagine, 103,29 euro