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Storia di una guerra che deve finire

LIBERAL BIMESTRALE
di Giancarlo Galli
Anno V n. 33 - Dicembre 2005 - Gennaio 2006

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Banche, potere & politica», con ambientazione l’Italia, è un tema che, a pieno titolo, potrebbe aspirare a far da filo conduttore a un serial televisivo, con i risvolti di un inquietante thrilling che lascia in sospeso la soluzione finale, ammesso esista. A suivre, insomma, come nei fumetti… Oggi, all’inizio del Terzo Millennio, assistiamo sgomenti e perplessi a drammatici accadimenti. Il governatore della Banca d’Italia sotto accusa per abuso d’autorità e scarsa vigilanza, un ceto politico trasversalmente diviso e che offre manifesti segni d’impotenza; avventurismi bancari a catena, regole del mercato maltrattate o peggio. Immagine del Paese a pezzi, l’Alta finanza internazionale che ci ha posti se non ancora in quarantena, «sotto osservazione» con prognosi riservata, come avviene per i malati dalle contraddittorie sintomatologie. «Febbre a 40°, polso filiforme», scrivono il Wall Street Journal e il Financial Times, medici severi, impietosi, e anche frettolosi. Il dì seguente, infatti, il paziente urla a gran voce di essere in eccellente forma. Mettendo alla berlina i luminari, denunciando l’ipocrisia interessata: sostengono che le nostre banche sono incurabili. Non sarà per arraffarne l’eredità? Opinione non peregrina, che raccoglie ampi ancorché obliqui consensi. Facendo sventolare gli stendardi della «difesa dell’italianità», quasi che globalizzazione, Unione europea, libera circolazione dei capitali, non esistessero al di là del bla-bla-bla delle tavole rotonde, delle messe comunitarie che si celebrano nelle cattedrali di Bruxelles-Francoforte-Strasburgo, affollatissime di diplomatici e disertate dalle masse. 

Ultimamente, sulla già indigesta torta, qualcuno ha ritenuto, con chissà quali intenzioni, di sovrapporre una ciliegina avvelenata da ottocentesca ideologia; lo scontro fra finanza laica (o meglio, laicista, ebraico-protestante, massonica) con la finanza cattolica. A rendere l’idea dell’assurdo clima: quando gli olandesi dell’Abn-Amro si sono mossi alla conquista dell’Antonveneta, peraltro con assoluta trasparenza e lealtà, m’è accaduto fra Roma (Banca d’Italia), Lodi (la Popolare di Giampiero Fiorani) e Padova, sentire più d’uno argomentare: «Gli olandesi? Ricordati da dove venivano gli untori della peste manzoniana…». Un farneticare che ha lasciato crepe nelle anime più sprovvedute. Verità è che per tentare di capire qualcosa di ciò che avviene nell’attuale triangolo Banche-Potere-Politica, bisognerebbe avere il coraggio storico-intellettuale di tornare alle origini, al momento dell’Unificazione nazionale. 1861.
Nel 1861, anno dell’Unità (capitale Torino), a differenza del resto d’Europa, nella nostra ridente penisola che s’estende (con acrobatici e truffaldini plebisciti), dalle gelide Alpi ai caldi mari di Ulisse, non v’è traccia di banche moderne. Quelle esistenti, modellate sul pulviscolo degli Stati e principati pre-unitari, hanno caratteristiche neofeudali. Battono moneta virtualmente senza controlli, assai poco curandosi di un corretto rapporto con le loro riserve auree e argentee. Lo Stato della Chiesa, ridotto a Roma e a una parte del Lazio, orgogliosamente mantenne la Banca dello Stato Pontificio; il Veneto restava provincia dell’Impero austroungarico. Dovremmo deciderci ad ammetterlo. Cavour aveva in testa oltre all’unificazione politica (ma è acclarato che avrebbe preferito fermarsi alla Toscana), quell’unificazione monetaria già affermatisi nelle Nazioni in via di coagulo oltre le Alpi che riteneva indispensabile. Dovette inchinarsi innanzi ai particolarismi. Garibaldi conquistò il Sud, non i capisaldi del potere: Banco di Sicilia e Banco di Napoli. Idem per Siena e Firenze. Fosse sopravvissuto, forse… Ma la Storia non la si scrive coi «se». In quel di Milano, la città dei leggendari banchieri «lombardi» del Rinascimento, esisteva sì una Borsa (voluta da Napoleone che minacciò i renitenti affaristi locali di mandarli alla guerra), ma asfittica. Giusto per calmare le ire del principe. Aggiungiamo: il patriottismo di Carlo Cattaneo, dei mazziniani, dei garibaldini, di quella miriade di altri eroi del Risorgimento che (giustamente), continuiamo a celebrare, capivano meno di nulla in finanza. Eterna «dimenticanza» dei politici e dei guerrieri che, evidentemente, mai avevano avuto il tempo per leggere Adam Smith o Carlo Marx. Il Conte Camillo Benso di Cavour, vero statista, dall’assenza di Banche & Borsa era al contrario angosciato. Facendo di necessità virtù, bissò e rilanciò con coloro che, a Londra, aveva già trattato da ministro del Regno di Sardegna. Chiedendo prestiti agli Hambro e ai Rotschild. Emettendo obbligazioni al favoloso «tasso reale» del 7% (essendo i titoli collocati al di sotto della parità) a Londra, Parigi, Berlino. La borghesia entusiasta acquistava, i banchieri gongolavano per le provvigioni. Vogliamo ammettere una volta per tutte che la rete ferroviaria italiana, da Nord a Sud e della quale siamo tuttora debitori, venne costruita con prestiti esteri? Non certo con le obbligazioni delle banche locali. Finanziariamente, un Paese esterodipendente.
Viviamo in una terra dagli indecifrabili costumi, e l’amiamo. Credo che le femmine infedeli siano le più amate. Ha mai, una bella donna ragionato di soldi? Avesse avuto un minimo di discernimento, di consuetudine con la contabilità della Famiglia d’Italia, il garibaldin-mazziniano Francesco Crispi, poi passato armi e bagagli e cuore al servizio della monarchia sabauda, avrebbe fatto di conto. Ma è siciliano, di sangue passionale. Che importa se non disponiamo dei mezzi di Francia, Germania, Gran Bretagna? Vogliamo anche noi Colonie! Arriverà il disastro di Adua. In Roma, c’è tuttavia un ministro tosto, scorbutico com’è nel Dna dei piemontesi. Nel caos di quel fine Ottocento, Giovanni Giolitti, mette a segno (nella generale distrazione) due colpi da manuale. Primo, crea la Banca d’Italia, società per azioni posseduta da enti pubblici; secondo, convince dei banchieri mitteleuropei a fondare la Banca Commerciale Italiana e a imprimere un rinnovato slancio al Credito Italiano, fondato a Genova da ebrei russi interessati al controllo delle linee di navigazione. Corre l’anno del Signore 1894. In Roma-capitale i governi si fanno e disfanno. Giolitti, destinato a restare alla ribalta per un quarto di secolo (sino all’arrivo del Fascismo), non batte ciglio. Con buon motivo, avendo internazionalizzato il nostro sistema finanziario. Nessuna gratitudine, ovviamente. Al contrario. Se il Parlamento a maggioranza liberal-massonica-laicista, con la minoranza socialista altrimenti affaccendata, pare disinteressarsi alla vicenda, vi è chi coglie il segno del vento giolittiano. Si tratta dei cattolici, ancora alle prese col Non expedit di Pio IX, il Pontefice cui il 20 settembre 1870 hanno sottratto il residuo lembo di sovranità, mandando in frantumi l’ultimo Stato teocratico dell’Occidente moderno. I francesi, poi, s’apprestano a varare (1905), una legge che sancisce la totale separazione fra Stato e Chiesa, espropriando i beni religiosi con robespierriana determinazione. Puntualizzazioni importanti, utili a decifrare anche le polemiche presenti. In Vaticano un magnifico pontefice (Leone XIII) sembra avere inaugurato una nuova stagione della cristianità. La sua sensibilità sociale che si manifesterà nella storica enciclica Rerum Novarum, entrerà nelle antologie: fra il liberismo e il socialismo, una «terza via»…
Recuperiamo Giolitti. Di fronte a scandali bancari a catena che nel caso della Banca romana lo vedrà chiamato in causa, imponendosi un radicale riordino del sistema creditizio, promuove (10 agosto 1893), la costituzione della Banca d’Italia. Infatti, nel primo trentennio dell’Unità sebbene la Banca Nazionale del Regno d’Italia esistesse sulla carta, il criterio della pluralità degli Istituti d’emissione aveva continuato a prevalere. Il vero colpo d’ala di Giolitti, fu però l’avere fatto nascere la Banca Commerciale Italiana (futura Comit). Si dovrebbe riflettere, anziché scandalizzarsi per il paventato arrivo dello straniero. Giolitti, per molti versi europeista ante-litteram, aveva scarsa stima dei banchieri italiani; si rivolse pertanto all’estero, in un delicato equilibrio diplomatico consorziando sei banche tedesche, tre svizzere, tre austriache, due francesi. Fra queste, il Wiener Bank Verein, la Bleichroeder, la Dresdner Bank e la Disconto Gesellschaft di Berlino, il Crédit Suisse e la Banque de Paris et des Pays-Bas (Paribas). A calmare i circoli nazionalisti, la presidenza è affidata a un nobile lombardo, il conte Sanseverino Vimercati, che accetta di far da paravento e parafulmine in cambio di un centinaio di azioni e dell’opportunità di dare lustro al suo salotto. In pratica i «padroni» della Commerciale sono due dinamici banchieri mitteleuropei israeliti, Otto Joel e Frederick Weil, che obtorto collo accoglieranno il pressante invito di Giolitti a inserire nella ragione sociale l’aggettivo «italiana». Giolitti aveva imposto a Joel e Weil un preciso compito: far compiere un salto di qualità, nel senso della modernizzazione, a un’Italia con aspirazioni da Grande Potenza, quindi determinata a gettare alle ortiche i panni di Cenerentola in un’Europa la cui egemonia era oggetto di contesa fra la declinante Francia (umiliata nel 1870 a Sedan) e la Germania marchiata dal Cancelliere Bismarck. Impegno rispettato, come emerge dai documenti dell’Archivio storico della Comit, recentemente confluito in quello del Gruppo Intesa. Vi si può leggere: «Sin dagli inizi, la Bci assunse una funzione stimolante e promotrice della vita economica e finanziaria del Paese. Essa creò via-via nei centri industriali e agricoli più importanti, numerose filiali e dipendenze, e in pari tempo iniziò un vasto programma di espansione all’estero, sia in modo indipendente che con la collaborazione di banche estere, che la portò a operare in quasi tutti i Paesi dell’Europa centrale e dei Balcani, nel vicino Oriente, negli Stati Uniti d’America e nell’America del Sud. L’azione della banca fu determinante, nel ventennio precedente la prima guerra mondiale, nel promuovere la creazione in Italia di una moderna struttura industriale. In particolare le imprese idroelettriche, le industrie tessili, le chimiche, siderurgiche e meccaniche, cantieri navali e trasporti marittimi ebbero nell’Istituto un appoggio fattivo e costante».
Sulla «qualità» della Commerciale di quel periodo (1894-1914), nessuno ha mai potuto avanzare critiche. Eppure, essa fu, da subito, oggetto di feroce ostilità. Politica e ideologica. «Banca tedesca», come la si definiva, nonostante il Patto che ci legava agli Imperi Centrali (Austria e Germania), veniva guardata con sospetto dai circoli nazionalisti, che già miravano a Trento e Trieste. Joel e Weil resistettero, caparbiamente mantenendo la cittadinanza tedesca, sino alla primavera del 1915. Quindi cedendo le redini al nipote Joseph (poi Giuseppe) Toeplitz, cittadino italiano dal 1912, convertitosi al cattolicesimo onde convolare a nozze con la bellissima e ricchissima aristocratica belga Anne de Gran Ry. Promuovendo la Commerciale, e proprio a Milano, Giolitti ha commesso un madornale errore: inimicarsi i cattolici ambrosiani. Incomprensibile, se non mettendo nel conto ingenuità e buonafede, amore per il Paese, di uno statista che lavorava per riconciliare i cattolici, ancora alle prese col Non expedit di Pio IX e il trauma di Porta Pia, con lo Stato unitario. Probabilmente non ebbe la saggezza di sondare il Vaticano, Leone XIII regnante. Risultato finale, la reazione del cardinale arcivescovo di Milano, Andrea Ferrari. D’assoluta intransigenza. Sua Eminenza, figura di fede e azione, era letteralmente ossessionato da incombenti fantasmi: il laicismo dai risvolti massonici, gli ebrei. Pertanto, nella Commerciale colse i contorni di una congiura per emarginare i cattolici; e reagì. Febbrili consultazioni presso la Curia, sfociarono nella stesura di un documento nel quale si affermava che per «contrapporre allo strapotere laico-massonico un contropotere finanziario cristiano», non sarebbe stata sufficiente una presenza nelle Casse di Risparmio, nelle Banche Popolari, nelle Casse Rurali. Occorreva agire a tutto campo. E furono la Banca San Paolo a Brescia e, soprattutto, il Banco Ambrosiano a Milano.
Si cominciò così a parlare di «finanza laica» e «finanza bianca», in una polemica vieppiù aspra, alimentata non tanto dai gesuiti di Civiltà cattolica e dall’Osservatore Romano, quanto dal quotidiano milanese L’Osservatore cattolico, diretto da don Davide Albertario, impavido prete (finì anche in galera) che l’Enciclopedia Cattolica pubblicata nel secondo dopoguerra, definisce «… per trent’anni, dopo il 1870, il più brillante giornalista e il più efficace polemista al servizio della causa cattolica in Italia». Per il reverendo Albertario, portato in palma di mano dal suo Cardinale, sebbene trattato con prudenza e talvolta insofferenza in Vaticano, non v’erano dubbi. La costituzione della Commerciale costituiva un’inaccettabile provocazione: un covo di pluto-giudo-massonici. D’altronde, lo aveva scritto in un articolo, intitolato «Gli ebrei nel mondo». Testualmente: «Questa bella razza d’individui, arriva attualmente al numero di 6.377.602 (…). In Italia ve ne hanno 26.289 per nostra buona sorte e comune letizia. Imperocché sono eglino veramente i nostri padroni. (…) Gli ebrei padroni nostri, o lettori. Li troverete al Senato, nel Parlamento, nelle Pubbliche amministrazioni, nelle Camere di commercio, nel giornalismo, dappertutto».
Esistevano dunque tutti i presupposti per una «guerra finanziaria», fra laici e cattolici. Se non esplose, pur la contrapposizione continuando a covare sotto la cenere, i meriti vanno equamente distribuiti. Joel e Weil, al pari di Giolitti, erano arciconvinti che le banche non s’inventano. In un’epoca di grande dinamismo e forte sviluppo, come in seguito ebbe a raccontarmi Raffaele Mattioli, «i miei predecessori lasciarono che l’intransigenza del cardinal Ferrari e don Albertario si sbollisse, e inoltre…». Si potrebbe financo giungere a sostenere che fu Santa Romana Chiesa a porgere, evangelicamente, l’altra guancia. Provvidenziale artefice Bernardino Nogara, aristocratico lombardo nato a Bellano (Como), nel 1870. Che sin dall’infanzia vedrà passare per casa «don Achille», giovane pretino di tredici anni più anziano, fratello maggiore insomma; brianzolo di Desio, destinato a salire sul Soglio di Pietro: Pio XI. (6 febbraio 1922). Stando alla leggenda, ma valli a decifrare i disegni della Provvidenza!, Bernardino era un discolo patentato che rifiutava di servire Messa, e studiava, studiava… Don Achille, anziché spazientirsi, ogni volta che tornava dal seminario lombardo di Roma, se lo portava con sé. Sul Bisbino, il Resegone, la Grigna. «Non c’è bisogno di essere preti per servire la Chiesa», gli avrebbe spiegato. Convincendolo: «Ami la scienza? Seguila, impara!, ma tornerai…». Bernardino si laureò, transitando dal Politecnico di Zurigo, prendendo dimestichezza con le lingue, oltre che con la fisica e la matematica. Monsignor Achille, che s’era nel frattempo fatto strada, scoprì nell’animo del protetto una duplice lealtà: verso la Chiesa e lo Stato italiano. E lo introdusse nei circuiti della diplomazia, facendo in modo che l’Ingegnere venisse aggregato all’ambasciata di Costantinopoli. Con quali incarichi, non sappiamo. Con tutta probabilità, gerarchicamente irrilevanti, come si conviene per un «duplo». Resta, incontrovertibile, la «missione» di Bernardino Nogara. Allorché (1911) scoppia la guerra con l’Impero Ottomano per il controllo della Libia, delle isole del Dodecanneso, mentre la diplomazia ufficiale fa frettolosamente i bagagli, lui resta, ospite della legazione svizzera. Incaricato di tutelare sia gli interessi della Banca Commerciale di Toeplitz che del Vaticano, in un’area che include i luoghi santi della Palestina. Dovrà passare mezzo secolo per decifrare, anche se parzialmente, l’enigma. All’assemblea annuale della Commerciale, nel salone d’onore di Piazza Scala in Milano, il presidente Raffaele Mattioli, apre la seduta profondamente commosso. «Voglio ricordare l’ingegner Bernardino Nogara, vice presidente dall’estate 1945 sino alla morte, il 15 novembre 1958». Prosegue: «La nostra banca, che coltivava con lui sino da tempi lontani molteplici e cordiali rapporti e ne aveva apprezzato tutto il valore, fu particolarmente lieta quando, nel 1929, conclusi i Patti Lateranensi, ne vide riconosciuti i grandi meriti con la chiamata da parte di Sua Santità Pio XI ad assumere la direzione dell’Amministrazione Speciale della Santa Sede che tenne per ben venticinque anni».
Riassumendo. Questa Commerciale, voluta da Giolitti, portata avanti da due banchieri israeliti, potenziata da Toeplitz (con molti dirigenti ebraici che vi troveranno rifugio nel periodo delle persecuzioni razziali), certamente laica ai confini del laicismo, fortemente indiziata di massoneria, grazie a Bernardino Nogara, è stata per decenni punto di riferimento del Vaticano. Da un’assai complessa documentazione, risulta fra l’altro che la Santa Sede affidò alla Commerciale e non, come sarebbe lecito immaginare, al Banco Ambrosiano, il miliardo e settecentocinquanta milioni di lire, qualcosa come tre-quattro miliardi di euro attuali, ottenuti «a risarcimento» col Concordato del febbraio 1929. Evidentemente, il Cardinal Ferrari, troppo zelante, s’era sbagliato: ecco la conclusione più ovvia. Senonché l’intuizione della necessità di un contropotere finanziario cattolico, che trovò in Pio X (Papa Giuseppe Sarto, trevigiano, regnante dal 1903 al 1914), il suo alfiere, andò prendendo forma. Più che contrapposizione ideologica, una sorta di «spartizione» delle aree d’influenza. Ai laici l’Alta finanza, ai cattolici la microfinanza, ancorata al territorio. Un’impresa che, benedetta da Pio X, ebbe in don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare col dirompente ingresso dei cattolici in politica dopo la prima guerra mondiale, il massimo artefice. Se il Banco Ambrosiano resterà per oltre mezzo secolo un nano dormiente nei confronti della Commerciale e del gemello Credito Italiano (anch’esso di matrice mitteleuropea), una miriade di Istituzioni bancarie legate al territorio, alle parrocchie, in ultima istanza alla Chiesa, finiranno nel secondo dopoguerra in orbita democristiana. «Finanza laica» e «finanza bianca», senza ammetterlo (ci mancherebbe!), marciarono insomma di conserva. Prima di riprendere la questione, facciamo però un passo a latere, occupandoci di finanza & politica.
 nternazionalità, culto dello sviluppo e dei connessi rischi, indipendenza dalla politica in senso stretto («ispiratori» e «referenti» sì, «padrini» mai), stavano alla base del pensiero liberal-liberista dei banchieri dell’epoca. Con un duplice convincimento: le guerre finiscono, i politici e i governi passano, i banchieri continuano…; per superare le tempeste, flessibilità, piegando se necessario (ma non troppo!), la spina dorsale. Cotanta superiorità intellettuale e castale, supportata dal convincimento che, in materia finanziaria, i politici siano dei boriosi dilettanti. Giolitti, l’amico Giolitti, era un neutralista. Che importa? Le banche colgono nella Grande guerra una straordinaria opportunità di profitto finanziando le industrie belliche, dalla Fiat alla Terni all’Ansaldo, sino ad assumere partecipazioni nel capitale. Giunge al potere Benito Mussolini, e per un lustro, a dispetto di quei gerarchi che chiedono il «cambio della guardia» nelle banche, il Duce non muove un dito. Detesta Giuseppe Toeplitz, ma non osa toccarlo. Toeplitz gli assicura il sostegno della City londinese (e di Winston Churchill), ha finanziato la rete autostradale e la Fiera Campionaria di Milano, il Lido di Venezia che prenderà a ospitare i festival cinematografici. L’idillio si spezza con la Grande crisi dell’autunno 1929. Importata dagli Usa, sbarca in Europa e Italia nella successiva primavera. Commerciale, Credito, Banca di Roma, si trovano con l’acqua alla gola, a rischio di fallimento. Tuttavia, nemmeno le «piccole banche» sono esenti da colpe. Predicar bene, razzolare nella speculazione… Ecco quel che avviene. Mentre i maggiori Istituti vengono assorbiti dal neonato Iri (Istituto per la ricostruzione industriale), in pratica nazionalizzati pur conservando la struttura di società per azioni, per il centinaio di banche cattoliche esistenti, si sceglie un’altra strada. Col trasferimento delle loro esposizioni debitorie in un «Istituto di liquidazione»: salvataggio che costerà allo Stato 145 milioni. Il Vaticano, inizialmente disponibile a offrire 50 milioni per riparare ai danni di quegli Istituti che «contro i divieti della Santa Sede» vedevano implicati vescovi e personaggi ecclesiastici, nulla sborsò. Ciò, in cambio dell’assicurazione del Pontefice, portata a Mussolini dal gesuita padre Tacchi-Venturi, che il Vaticano si sentiva impegnato ad «aiutare l’azione del governo». Qualcuno ha però da pagare, e prendono a saltare teste. Per i cattolici, don Luigi Sturzo, lasciato solo, nell’esilio americano. Dirà Mussolini al Senato (18 dicembre 1930): «Un prete siciliano si pose in capo di conquistare l’Italia (…) Aveva creato e, diciamolo pure, potenziato, un’infinita serie d’Istituti di credito (…) Di questa vasta, ambiziosa impresa, non restano che le rovine, che io vado raccogliendo».
In realtà, queste banche mantennero pressoché intatte l’indipendenza, pur evitando di mettersi in evidenza per non irritare il possente gerarca Italo Balbo, massone, che denunciava il «cedimento ai preti». Ma il Vaticano aveva una limitata fiducia nei suoi banchieri di periferia; e a evitare rischi diretti promosse la trasformazione della Pontificia amministrazione in una vera banca (il futuro Ior, varato in segreto il 27 giugno 1942), col potere, in epoca di proibizionismo valutario, di trattare e investire su scala mondiale, le offerte in dollari, sterline, marchi, provenienti dalla cristianità universale. Anche cautelandosi con l’invio di lingotti d’oro in banche svizzere. Comunque, in Italia, per quasi tre lustri, sarà Pax bancaria. Fra il fascismo e i cattolici, fra il fascismo e la vecchia, altrettanto gattopardesca, classe dirigente liberale. Muore alla vigilia del Natale 1930 Bonaldo Stringher, direttore generale della Banca d’Italia, legato a Giolitti (scomparso due anni prima), e al sempre indomito Giuseppe Toeplitz. Probabilmente sarebbe finito sotto accusa per scarsa vigilanza, abuso d’ufficio… Verrà ricordato con parole di circostanza, e la nomina in via Nazionale di un burocrate in camicia nera, Vincenzo Azzolini, per il quale si conia il titolo, ancora in auge, di governatore. (Azzolini, defenestrato nel 1944 dopo la Liberazione di Roma, sarà processato e condannato con l’infamante accusa di avere consegnato l’oro della Banca d’Italia ai tedeschi. La sua detenzione, condoni e amnistie propiziando, risulterà breve). Rapporti coi cattolici, governance della Banca d’Italia, risultano peraltro questioni minori nello schema di riassetto del sistema bancario nazionale. «Irizzato», ma sotto quale guida? Potrebbe andare diversamente se il Duce non avesse eletto a privilegiato consigliere finanziario, quotidianamente ricevendolo, Alberto Beneduce: già socialriformista con Francesco Saverio Nitti, già antifascista sino al delitto Matteotti (1924), 33 massonico, futuro suocero di Enrico Cuccia. Etichettature a parte, Beneduce ha la finanza nel sangue. È l’inventore dell’Iri, l’artefice dei «prestiti nazionali», l’aedo pragmatico della rivalutazione della lira (25 per un dollaro, 90 per una sterlina), che affascina Mussolini. Poiché il Duce vuol togliere di mezzo Toeplitz senza indispettire la City londinese, ha pronto il successore: Raffaele Mattioli, che di Toeplitz è il segretario particolare. Valoroso volontario sul Carso, legionario dannunziano a Fiume, intimo di John M. Keynes a Cambridge. Ipso facto, il Duce accetta la proposta di Beneduce. Infischiandosi dei pettegolezzi di altri cortigiani: filo-monarchico, filo-inglese, senza nemmeno una camicia nera nel guardaroba! La personalità di Mattioli s’impone. Non accetta ordini da Azzolini, e a Roma va di rado e con malavoglia, lascia che a presiedere la Commerciale siano altri: a lui basta comandare. La leggenda vuole che quando si trovò, in presenza di Beneduce, al cospetto di Mussolini nella Sala del Mappamondo a Palazzo Venezia, ebbe a spiegargli il principio della separatezza fra politica e finanza; col Duce a ribattere: «Voi mi chiedete di non rompervi i coglioni…». Di rimando: «Perfetto, Eccellenza». Vero (forse), verosimile (certamente), l’aneddoto del quale il figlio Maurizio va tuttora orgoglioso sebbene lui stesso non ponga la mano sul fuoco, rende l’idea dei rapporti fra il Duce del fascismo e il Sommo banchiere: il progresso economico disgiunto dalla sudditanza politica.
Lasciamo correre il calendario, il susseguirsi di eventi vieppiù drammatici. Agosto 1943. Raffaele Mattioli, che aborre le ferie («tempo sprecato»), e a Milano vive in affitto in un appartamento della Commerciale, s’è deciso per accontentare i familiari, all’acquisto con mutuo di un cascinale in Toscana. Era solito ripetere che è «l’imprevedibile a decidere del destino degli uomini», sostenendo che glielo avevano insegnato i «compaesani» Gabriele (D’Annunzio) e Benedetto (Croce). M’avrebbe un quarto di secolo più tardi maliziosamente raccontato: «Volevo restare in ditta, a Milano, a difendere il salvabile, come l’ultimo dei Moicani…». Si lasciò convincere, e passando da Roma, in un incontro con Maria José di Savoia, percepì i contorni dell’imminente tragedia nazionale. Salvare il salvabile o salvare soprattutto se stesso? Chissà. L’etica di un grande banchiere è polivalente, sfaccettata. Ripiega nel suo eremo, convocando d’urgenza un giovanotto dagli occhi cerulei, a nome Enrico Cuccia. Lo apprezzava, diffidandone. A ben soppesare, non gli era mai andato a genio: troppo silenzioso e scaltro. Eppure… Lui, «don Raffaele», che alla Commerciale aveva accolto ebrei e antifascisti patentati sfidando gerarchi e prefetti, financo l’Ovra, aveva dovuto patire più di un diktat. Il «biondino» che a Roma si filava la signorina Idea, figlia non bellissima del capataz Beneduce, l’avevano spedito in Africa orientale, a far le pulci sui traffici del vicerè Rodolfo Graziani. Si diceva per conto della Monarchia che impose poi il Duca d’Aosta, ma Mussolini? Poi, glielo avevano messo alle costole, in Commerciale, il ceruleo Enrico. Semplicemente a offrirgli un ancoraggio? Strano. Il giovanotto era senza pretese, eccetto una: l’Ufficio esteri, con passaporto diplomatico. E quella riunione carbonara con Adolfo Tino, Ugo La Malfa, nel suo ufficio in Piazza Scala a Milano, ad assicurare che per «i soldi non c’è problema»? Evidente stoccata dei promotori del Partito d’Azione clandestino, quando le Armate dell’Asse marciano verso il Nilo, il Caucaso. Il dottor Cuccia andrà a Lisbona, a convincere gli americani, l’ambasciatore Kennan, che qui vi è un antifascismo repubblicano, determinato. Così avevano sancito in un verbale che la clandestinità impediva di scrivere. Ma che aveva un valore morale ben superiore al «nero su bianco». Trascorso oltre mezzo secolo, un 27 luglio all’Abazia cistercense di Chiaravalle alle porte di Milano, dove i non immemori andavano a ricordare Raffaele Mattioli lì sepolto, passando dalla Chiesa al cimitero, Enrico Cuccia che avevo biografato, dopo avere fatto altrettanto con Mattioli, mi toccò di gomito. «Lei non ha colto quel che ci divideva, la differenza che intercorre fra il passato e il futuro…».
 Raffaele Mattioli, il gran banchiere dal cuore monarchico che finanziava gli azionisti repubblicani, da ineguagliabile gattopardo, riteneva che i cambiamenti non dovessero mutare gli equilibri preesistenti. E in ottica nemmeno tanto breve, colse nel segno. Dopo l’8 settembre 1943, Cuccia al seguito, Mattioli ripiega su Roma, convinto dell’imminente arrivo degli Alleati. Rintanato nella succursale capitolina, stabilisce rapporti privilegiati con Alcide De Gasperi andando spesso a fargli visita in Vaticano; con monsignor Giovanni Battista Montini (futuro Paolo VI), segretario di Pio XII. Dalla Liberazione di Roma alla conclusione delle ostilità, Mattioli calamita l’intero ceto politico. Liberale, ascoltato dai democristiani, è apprezzato da Togliatti anche per avere custodito nei forzieri della Commerciale i diari di Antonio Gramsci. Nell’autunno del 1944, il governo di Ivanoe Bonomi decide d’inviare a Washington una delegazione onde ammorbidire gli americani; e Mattioli sarà, in pratica, il regista. Rientrato dagli Usa, Luigi Einaudi (a sua volta tornato dalla Svizzera e nominato governatore della Banca d’Italia), gli fa ponti d’oro. Rifiuta pure cariche ministeriali, unicamente pretendendo di restare in Commerciale. I dubbi sul suo collaborazionismo sono ormai dimenticati. Venti mesi di «romanità» hanno politicamente raffinato e scafato il banchiere. Mentre Beneduce era stato l’ispiratore della dittatura, Mattioli farà ancora di più, con la nascente democrazia. È l’artefice di un segreto patto: alle forze popolari (cattolici e socialcomunisti), la gestione politica del Paese; agli esponenti laico-liberali la salvaguardia dei pilastri economico-finanziari. In concreto: a lui le grandi banche; ai cattolici e, se ci riusciranno, alle sinistre, le microbanche di risparmio, cooperative, rurali. I tempi incerti, impongono il classico piede in più scarpe. Coi monarchici, sino al referendum del giugno 1946; con le sinistre del Fronte Popolare sino al dilagare della Dc il 18 aprile 1948. Opportunismo e trasformismo? Si evitino giudizi superficiali!: Mattioli si riteneva (non a torto), espressione di un ceto dirigente liberale insostituibile. E quel che fece dalla plancia di comando della Commerciale per la ricostruzione del Paese, lo dimostra. Mentre il liberismo di stampo giolittiano e crociano è vestigia del passato, Mattioli s’immerge nel presente. Con sulle spalle una pesantissima responsabilità dopo l’ingloriosa fine elettorale del Partito d’Azione. C’è però chi di «don Raffaele» diffida. Nell’ala filosovietica e rivoluzionaria del Pci, Pietro Secchia; fra i democristiani il potentissimo ministro degli interni Mario Scelba. «Far fuori» Mattioli, pretendono: un po’ come i gerarchi con Mussolini. De Gasperi e Togliatti dovranno sudare sette camicie, ma anche questa prova viene superata. Per un quarto di secolo, Raffaele Mattioli sembra ergersi maestoso (talvolta pavoneggiante) ad arbitro delle vicende finanziarie italiane. Purtroppo, inconsapevole che la Commerciale è un gigante dai piedi d’argilla.
L’essere tenuto in odore d’eresia da parte di vasti settori dell’italica «democristianità» (ne sa qualcosa, oggi, Berlusconi), è avere sulla testa la cinica spada di Damocle. I dicì passano, la razza è eterna. Nulla a che fare, o assai poco, con l’etica, l’ideologia in senso stretto. È questione di potere! Mario Scelba è uscito di scena, Alcide De Gasperi pure. Ma sorgono altre stelle: Emilio Colombo; soprattutto Giulio Andreotti. A costoro, quest’idea che l’Alta finanza sia appaltata dai liberali, magari massoni, ripugna. «Contropotere», invocano, alla maniera, ricordiamocene, del cardinal Andrea Ferrari. Il ragionamento non fa apparentemente una grinza: perché governando l’Italia (e piuttosto bene, a giudicare dai risultati, dal «miracolo economico» degli anni Cinquanta-Sessanta), dovremmo lasciare le leve della finanza ad altri? In Vaticano il richiamo della foresta fa proseliti; lo stesso monsignor Montini, mandato a Milano da Pio XII col quale aveva perduto la sintonia, è incerto. Rieccoci pertanto alla riesumazione degli stendardi della «finanza bianca». Se Michelangelo Virgillito in Borsa è quasi folcloristico, col 10% dei guadagni spediti ai santuari mariani, con Michele Sindona e Roberto Calvi, siamo di fronte alla panzerdivision del revanscismo bancario cattolico. Forse disattenti i pontefici, certamente attentissimi altri esponenti della Curia. Monsignor Marcinkus, allo Ior. Complicata la cronistoria, interpretabili gli intenti. Di sicuro: togliere di mezzo, per dare un esempio, Raffaele Mattioli. Privato degli antichi protettori, malato ma ancora lucidissimo, il gran banchiere è buttato giù dal piedistallo. Siamo nel 1972. Morrà presto più per crepacuore che per cancro alla prostata. Si eviti tuttavia d’incolpare i «democristi» dell’apparente delitto di lesa maestà. Raffaele Mattioli aveva certo ben speso i suoi talenti, laicamente intesi, ma fatto il suo tempo. Curiosa e intrigante, l’insipienza dei politici, perennemente in ritardo: non s’erano accorti che Mattioli contava ormai pochissimo, poiché il potere, quello cogente, era già fuoriuscito dalla Commerciale di Piazza Scala per rifluire altrove: duecento metri più in là, in un altro santuario, e che santuario!, quello della Mediobanca di Enrico Cuccia.
 Enrico Cuccia, ascendenti siculi, nato a Roma nel 1907, morto nel 2000. Il suo nome tutt’ora incombe e in molti tirano una linea sul calendario. a.C., d.C. Prima di Cuccia, dopo Cuccia. L’affetto e la stima immensa che a lui mi legano, possono ovviamente rendere il giudizio partigiano. Tuttavia, se la finanza italiana ha avuto un gigante, ritengo non sussistano dubbi. Conservo le parole di Cesare Merzagora, quando andai a trovarlo su uno yacht a Montecarlo dove s’era rifugiato dopo che il Parlamento gli aveva negato il Quirinale: «Mattioli fu un semidio, Cuccia è il dio…». Sobbalzò. «O un demonio…». Mediobanca nasce, a Milano, il 10 aprile 1946, dopo laboriosa gestazione. Cuccia è uomo scomodo, enigmatico, assai poco italiano. Il suo modello è la finanza anglosassone, come gli ha insegnato il mitico Andrè Meyer patron della Lazard, la più celebre fra le banche d’affari internazionali nel triangolo Parigi-Londra-New York. È ormai provato che Mattioli accettò il progetto per togliersi di torno un discepolo divenuto ingombrante. Quanto ai politici, subiscono: come negare un «sì» a colui che ha gettato sul tavolo delle trattative il sostegno del grande banking straniero? Se Mattioli intendeva «continuare», Cuccia vuole «innovare». È però consapevole dei limiti del nostro capitalismo, rimasto nel profondo autarchico-statalista, uso a «privatizzare gli utili e a pubblicizzare le perdite». Mediobanca, nel Cuccia-pensiero, ha quindi, innanzitutto, il dovere di essere scuola. D’imprenditorialità. Se Mattioli può, a giusto titolo, passare alla storia come «il banchiere della ricostruzione», Cuccia è oltre: punta sull’Europa, sul mondo; con una Merchant bank (letteralmente, Banca d’affari), all’altezza della ciclopica sfida. Di politica & partiti, Enrico Cuccia non vorrà mai saperne. Certo, da ex azionista, ascolta il repubblicano Ugo La Malfa, Bruno Visentini. Ma a Mediobanca nessuno scucirà sovvenzioni. Il che lo rende un unicum. Con la Banca d’Italia di Donato Menichella ha messo le cose in chiaro: a voi la stabilità monetaria, a noi lo sviluppo. Formalmente è funzionario a stipendio dell’Iri, che controlla i tre paritetici azionisti, Commerciale, Credito, Banca di Roma. Tuttavia, appena può (1956) porta Mediobanca in Borsa, lasciando spazio nel capitale ai Pirelli e agli Agnelli, a esponenti stranieri. Mediobanca sarà etichettata quale «salotto buono» della finanza e dell’industria italiana. In realtà, un monastero laico, il cui abate prima di giungere puntualmente in ufficio alle otto, andava a messa, comunicandosi. Rifiutando tuttavia rapporti con la gerarchia ecclesiastica. Giansenista, insomma. Convinto che la grazia viene concessa soltanto ad alcuni eletti, per provvidenziale disegno. Il «mistero privato» di Enrico Cuccia, la sua proverbiale e assoluta riservatezza, i legami con l’Alta finanza internazionale, indussero molti, specie a Roma e in Vaticano, a considerarlo un nemico. 
Il generone politico democristiano e le sinistre, scomparsi i De Gasperi, i Togliatti, ne fecero il simbolo del capitalismo. Da abbattere. Non fosse intervenuta l’Alta finanza mondiale, negli anni Settanta sarebbe stato spazzato via, al pari di Mattioli. Quanto alla Santa Sede, mai gli perdonò di avere contrastato gli avventurismi di Michele Sindona e Roberto Calvi. In realtà, Cuccia rifiutava commistioni incestuose fra fede e finanza, fra fede e potere. Il che non gli impedì di mostrarsi il più umano fra i banchieri. Allorché il professor Giordano Dell’Amore, cattolicissimo presidente della Cariplo, venne imprigionato (per inesistenti malversazioni), al rilascio fu il solo a rendergli regolarmente visita, mentre gli «amici» s’erano dileguati. Cuccia, sotto molti profili, aveva sparigliato le carte. Gli assetti dell’economia nazionale più che a Palazzo Chigi, venivano decisi in via Filodrammatici, attorno alla sua modesta scrivania. (Ancora lì, senza che nessuno osi toccarla). In Mediobanca veniva il governatore Guido Carli; in Mediobanca si sceglievano i presidenti della Confindustria. S’organizzò, con esiti non fausti, la risposta alla demagogica nazionalizzazione elettrica: la creazione di Montedison, l’ascesa di Eugenio Cefis. Quanto agli industriali, valga per tutte la celeberrima battuta di Gianni Agnelli: «Quel che Cuccia vuole, Dio lo vuole!». La nostra storia economica non ha dubbi: in assenza di Cuccia-Mediobanca, la contestazione, il sindacalismo ruggente, il terrorismo, il capitolardo cattocomunismo Moro-Berlinguer, avrebbero cancellato ogni traccia di capitalismo in Italia. Ovviamente si può discutere sui prezzi pagati per tale salvataggio, ma il dato resta. Non disgiunto da un interrogativo tuttora senza risposta: Cuccia aveva il «senso dello Stato», democraticamente inteso, oppure riteneva che la finanza dovesse essere autonoma sino all’autoreferenzialità? In Mediobanca, c’è ancora chi ne parla. Cuccia che, tirato per la giacchetta, ricordava di non possedere un’azione, e nemmeno una barca; di non avere mai avuto amanti; di avere suggerito ai figli che si facessero strada, ovunque, fuorché in una banca, in una finanziaria, in un’azienda amica.
Il professor Ariberto Mignoli, impareggiabile giurista e mentore di Cuccia, da poco scomparso, sovente rievocava: «Vecchi e un po’ stanchi, ci riconfortavamo a vicenda leggendo quel passaggio dell’amato Goethe: “Oh dei, a vivere ho imparato, prorogatemi il termine”». L’obiettivo era una radicale riorganizzazione del sistema bancario, in ottica europea. Con Mediobanca a fare da pivot: controllando le Assicurazioni Generali e fondendo Comit e Credit, in un’unica entità. Presente nelle maggiori aziende, con gli Agnelli, i De Benedetti (Carlo), il fidatissimo Salvatore Ligresti, la Italcementi dei Pesenti, i Falck e i Marzotto, nel «salotto buono», il «suo» Istituto sarebbe divenuto punto incontornabile di riferimento della finanza e dell’imprenditorialità. Certo, Raul Gardini scalpitava, strizzando l’occhio a Craxi; l’ingegnere aveva tentato la carta del «fai da te», scalando il colosso belga Sgb, al pari dei Pirelli con la tedesca Continental. Ma li aveva riaccolti nell’ovile, riconfortandoli dopo gli smacchi patiti. Alle sofisticate antenne di Enrico Cuccia, incurante dei galoppanti acciacchi che lo affliggono e di un’età che dovrebbe indurlo a pensionarsi anziché accettare la carica di presidente onorario (con intatti poteri, in virtù del carisma), non sfugge, negli anni Ottanta che in Roma-capitale vi è chi s’è messo in marcia per sbarrargli la strada. Non il governatore di Banca d’Italia Carlo Azelio Ciampi, in gioventù con la tessera del Partito d’Azione (e alcuni legami sono indissolubili), col quale intrattiene cordiali anche se loschi rapporti com’è nel suo stile; non i partiti di sinistra, bensì un relativamente giovane (è del 1928), intelligentissimo economista democristiano: Nino Andreatta. Trentino, moroteo, Andreatta s’è convinto che la vecchia Democrazia Cristiana è prossima al capolinea. Quindi per i cattolici s’apre una stagione difficile, e tutta da inventare. Sostiene con gli amici, fra i quali spicca Romano Prodi, che bisogna attrezzarsi per una lunga traversata nel deserto. E lavora attorno a un preciso disegno, prendendo a prestito il cammino dei liberali. Ridotti ai minimi termini elettoralmente, costoro sono riusciti a conservare gran parte del potere reale installandosi nei gangli di banche & finanza, sfruttando i rapporti internazionali. «Lo hanno potuto fare, avendo una classe dirigente», martellava. La generosità umana, il personale disinteresse, l’acutezza di analisi di Andreatta dovrebbero servire da esempio a molti politici in circolazione. Potrebbe godersi i ministeri che occupa (prima il Bilancio e poi il Tesoro, nel 1981), e invece con coerenza agisce. Scoppia il bubbone del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi e le connessioni col Vaticano, lo Ior di monsignor Paul Marcinkus. Prudenza e opportunismo, sopperirebbero il basso profilo, la difesa di Calvi e una linea giustificazionista nei confronti della Chiesa. Al contrario, prende il toro per le corna. È cattolico ma non nasconde i peccati dei banchieri cattolici, irrita la Santa Sede obbligandola a risarcire una parte dei danni ma, risvolto della medaglia, s’oppone con assoluta fermezza alla liquidazione del Banco Ambrosiano auspicata da Cuccia. Portando al vertice dell’Istituto il pupillo Giovanni Bazoli da Brescia, professore universitario alla Cattolica di Milano. Mossa strategica: fallisce l’Ambrosiano, la lobby di Mediobanca non avrebbe più competitori, e la «finanza bianca», dopo un crack che faceva seguito a quello sindoniano, sarebbe stata cancellata dalla geografia finanziaria. Cuccia, presagendo, mal digerì lo smacco. Non drammatizzò ma ne patì: era il primo della sua lunga carriera. Chi gli stava attorno inutilmente argomentando che Bazoli era «il professor Nessuno»; che Andreatta avrebbe seguito nel tracollo la Dc, oltretutto essendosi inimicato la Chiesa, o almeno ampi settori della Curia, nonché l’episcopato statunitense estimatore di monsignor Marcinkus. Il sangue siciliano giocò a Enrico Cuccia un tiro mancino. La Dc venne sì spazzata dal ciclone di «Mani Pulite», ma il «professor Nessuno» rivelò doti straordinarie, ridando smalto e credibilità al Nuovo Banco Ambrosiano. E Andreatta, cavalcando l’effimero Partito popolare passava da ministero a ministero. 
Pertanto, Cuccia cercò la rivincita, con l’acquisizione del Nuovo Ambrosiano e fu nuovamente sconfitto, da una Legione straniera della quale nemmeno immaginava l’esistenza: il Credit Agricole francese, che strinse con Bazoli un patto di ferro. Non bastasse, un paio di madornali errori tattici: perde i contatti con la Banca d’Italia dove Carlo Azeglio Ciampi divenuto presidente del Consiglio in situazione d’emergenza (crisi della lira), ha ceduto la poltrona ad Antonio Fazio; consente ai più stretti collaboratori in Mediobanca di manifestare simpatie per la Lega di Umberto Bossi, quasi immaginando una «Repubblica padana» collegata alla Baviera, quindi all’Europa. In Mediobanca ha sempre prevalso una visione razional-illuministica della politica, per definizione «schiava» del potere finanziario. L’Italia di quel periodo fa eccezione, e presto Cuccia s’accorge di avere perso autorità e voce in capitolo. Ben sapendo che Ciampi avrebbe preferito Tommaso Padoa-Schioppa in via Nazionale, s’illude che Fazio sarebbe stato un governatore-travicello. Si trova invece di fronte a un coriaceo ciociaro che non fa riverenze. Quando si rende conto dell’accerchiamento, è troppo tardi. In sintesi estrema. Sebbene il regista Nino Andreatta, colpito da ictus, sia destinato (1999) a uscire di scena, il progetto cattolico di Reconquista del sistema bancario s’è concluso. Attorno al Nuovo Banco Ambrosiano (presto Gruppo Intesa), s’è coagulata una galassia che dopo avere inglobato col sommo gaudio di Giuseppe Guzzetti democristiano immarcescibile, innumerevoli Casse di Risparmio con in testa la Cariplo, finirà col prendersi pure la Commerciale. Il governatore Fazio agevolando, ma sino a un certo punto. Enrico Cuccia muore nel giugno 2000. Il corpo minato da una male incurabile ha ceduto, ma sino a pochi giorni dalla dipartita è rimasto in trincea; e chi gli è stato più vicino, come il professor Ariberto Mignoli, dirà, mi dirà: «È stato stroncato dalla consapevolezza della sconfitta. Voleva portare il sistema bancario in Europa, e stiamo ripiombando nel Medioevo…». Parole premonitrici. 

Poco opportuno e azzardato avventurarsi in giudizi e valutazioni sul presente, essendo lo scenario in pieno movimento. Con esiti per nulla scontati. Alcune cose, tuttavia, si possono e vanno dette.
Primo. L’ambizioso ma lungimirante disegno di Enrico Cuccia di creare, attorno a Mediobanca, un sistema finanziario e bancario con pari dignità in Europa è fallito. Con l’eccezione di Unicredito, diretta con sagacia dal laico Alessandro Profumo che è riuscito a conquistare la HVB, terza banca tedesca, siamo i «parenti poveri» del Continente. Guardati come potenziali prede, e considerati di limitata affidabilità per i comportamenti della Banca d’Italia, che Antonio Fazio ha eretto a feudo personale.
Secondo. La Reconquista da parte dei banchieri d’ispirazione cattolica del «Sistema», e ampiamente realizzata, non ha, almeno sin qui, prodotto quei risultati che erano nelle pulsioni etiche di chi l’aveva promosso. I risparmiatori hanno subito immeritate punizioni, tanto che le nostre banche, nel loro insieme, sono al tempo stesso fra le più esose, nei confronti della clientela, le più avare nel sostenere le piccole e medie imprese, con una «generosità» a senso unico, come dimostra la trasformazione dei debiti della Fiat in azioni.
Terzo. L’autoreferenzialità bancaria è pressoché assoluta. Controllano la Banca d’Italia che dovrebbe controllarle; controllano Borsa Italiana spa e i Fondi d’investimento; il ruolo delle Fondazioni bancarie è a dire poco ambiguo. In tale circuito, per nulla virtuoso, si sono scatenate le lotte di potere, senza esclusione di colpi bassi che occupano le cronache, giudiziarie incluse. Con al centro il «Caso Fazio».
Antonio Fazio, apprezzato tecnico della finanza, ottenne inaspettatamente la carica di governatore nel 1993, col passaggio alla politica di Carlo Azeglio Ciampi. La poltrona se la disputavano Tommaso Padoa-Schioppa (vicino a Ciampi) e Lamberto Dini. Per uscire dall’impasse, venne scelto il n° 3 di via Nazionale. Probabilmente pensando a un governatorato per l’appunto «tecnico» e di transizione. Fazio, cultore di San Tommaso, è stato il primo cattolico di stretta osservanza ad assurgere a governatore, ma la questione nemmeno si pose, poiché sembravano per sempre superate le divisioni ideologico-religiose. In aggiunta: anche Hans Tietmayer alla Bundesbank, Jean-Claude Trichet alla Banque de France, non nascondevano la loro religiosità. Idem per lo svizzero Philippe De Weck, presidente del direttorio dell’Ubs che, alla pensione, si prodigò per il risanamento dello Ior del dopo Calvi-Marcinkus. Era diffuso convincimento che Antonio Fazio non avrebbe mischiato il privato col pubblico impegno. Questione talmente ovvia da nemmeno prendere in considerazione, al pari di un’altra: la figura superpartes del governatore. Assolutamente indipendente, certo, ma non insensibile alle spinte che venivano dalla politica, dai gruppi economici e dall’opinione pubblica. Con incredibile superficialità, il Parlamento non prende in considerazione le «anomalie» dello statuto della Banca d’Italia. Il governatorato «a vita», l’insieme di lacci e lacciuoli che lo rendono praticamente inamovibile. Vi è però una giustificazione: nel dopoguerra, allorché un governatore s’era sentito in distonia, criticato, sottoposto a indagini giudiziarie (Paolo Baffi, i cui comportamenti sull’operato di Calvi risultarono anzi meritori), immediatamente presentava le dimissioni. Lo fece Guido Carli, in contrasto coi governi di centro-sinistra degli anni Settanta; lo stesso Ciampi, appena si diffusero voci negative sul suo operato durante la crisi della lira, ottenendo piena riconferma. Quindi, tutto lasciava credere che Antonio Fazio si sarebbe conformato alla tradizione, al minimo emergere di conflittualità. Piaccia o meno, Antonio Fazio era di altra pasta. Egli interpreta l’indipendenza della Banca d’Italia come un valore assoluto, del quale ha da rispondere solo alla propria coscienza e a Dio. Una sorta d’investitura divina, insomma, grazie alla quale tende a sacralizzare la sua carica e i suoi progetti. Dopo un avvio prudente, il governatore rapidamente manda in soffitta la divisa di arbitro dei predecessori, prendendo a recitare da protagonista. Il Berlusconi I° (1994) lo lascia indifferente: ha capito, con ragione, che non durerà. Con Romano Prodi, si pone presto in contrapposizione: fa le pulci ai bilanci, soprattutto s’atteggia a euroscettico. «Fosse stato per Fazio, non saremmo mai entrati nell’euro», sbotterà in una successiva intervista, da Bruxelles, Prodi. Vero, ma Fazio lo aveva sempre apertamente sostenuto, preannunciando quel «lungo Purgatorio» che s’è poi materializzato. Quell’atteggiamento di fronda, peraltro solo verbale, fa germogliare interrogativi sui disegni governativi. Prevale la tesi che si tratti di un’eccessiva preoccupazione per un progressivo svuotamento dei poteri della Banca d’Italia (come per tutte le banche centrali nazionali), a vantaggio della Banca centrale europea. Il venire meno della leva monetaria, l’impossibilità di svalutazioni competitive, risulterà infatti un handicap per il nostro export. Quindi Fazio aveva ragione, nel sollevare la questione; ma a che pro, avendo dovuto inchinarsi? Altra scuola di pensiero: il governatore si sta costruendo l’immagine di uomo senza complessi, il migliore per succedere nel 2007, o anche prima, a Carlo Azeglio Ciampi al Quirinale. 
Nel suo ambito, Fazio sta operando apparentemente molto bene, anche se la logica è tutta da discutere: una dopo l’altra le banche in difficoltà (dal Banco di Sicilia al Banco di Napoli, e parecchie altre) vengono salvate incorporandole in più solidi Istituti, usando l’arma preferita, la moral suasion. La romana Capitalia (risultato a sua volta di svariate concentrazioni), condotta dall’amico carissimo Cesare Geronzi, col quale si reca in pellegrinaggio nei santuari mariani, sembra il punto di riferimento privilegiato. Facendo rispuntare il dualismo Roma-Milano. Ama poco il Nord, Fazio, temendo che attraverso Mediobanca si formi un polo antagonista, come nell’era Cuccia. Scomparso Cuccia, resta il delfino Vincenzo Maranghi. Con sotterranee manovre, riesce a spingerlo alle dimissioni, dopo averlo accusato di voler consegnare l’Istituto agli stranieri. In aggiunta porta molti frequentatori del «salotto» di via Filodrammatici in quello di Capitalia. Accarezza pure l’idea di insediare Cesare Geronzi al vertice di Mediobanca, ma non ce la fa. Cesare resterà vicepresidente, come in passato, con un ex uomo-Fiat, Gabriele Galateri di Genola, alla guida. Dovrebbe sentirsi soddisfatto, il governatore. Invece è turbato dalla presenza, sempre al Nord, di Giovanni Bazoli, dominus del Gruppo Intesa. Per anni gli ha consentito di espandersi, ma a sentirsi scarsamente ripagato in devozione. Bazoli è un cattolico troppo fiero della sua autonomia, alieno dal mischiar fede e affari. È inoltre divenuto con all’incirca il 25%, il primo azionista di Banca d’Italia, e ogni 31 maggio, all’assemblea, fa una sorta di relazione parallela… Quindi decide di contrapporgli qualcun altro, mettendo gli occhi su Giampiero Fiorani della minuscola Banca Popolare di Lodi che, nel volgere di un lustro, si trasforma da nano in gigante. E i politici? Fazio che non amava Prodi (legatissimo a Bazoli, ricordiamolo), s’è costruito una rete di amicizie trasversali. Non estranei gli interventi di Capitalia, diretti e indiretti, a favore di questo o di quello. Le squadre di calcio romane, ad esempio; più avanti la banchetta della Lega Nord in bancarotta. Nel 2001 loda Berlusconi. Gli avversari sono pochi, ma di stazza ragguardevole: Giulio Tremonti e Bruno Tabacci, «nordisti» che avevano difeso strenuamente la Mediobanca di Maranghi. Per qualche tempo, Giorgio La Malfa, poi arresosi non si sa a quali condizioni. D’un tratto, la bufera. Il crack dei Bond argentini, seguito dal disastro Cirio+Parmalat, danno ragione a coloro che accusavano la Banca d’Italia d’insufficiente vigilanza. Il governatore cerca di minimizzare e sembra esservi riuscito; l’annunciata legge per la tutela del risparmio includente il ridimensionamento della Banca d’Italia, la fine del mandato a vita, finisce su un binario morto. Ma c’è chi attende, implacabile, sulla riva del fiume; di un fiume a nome Europa. Fazio, con brillante intuizione, aveva nobilitato la sua strategia di potere col principio dell’«italianità». In sostanza, proteggere il nostro patrimonio bancario, e di riflesso industriale, dal rischio di una «colonizzazione». Impossibile o quasi contestarlo, anche perché il pericolo era reale. Transitorio, però. L’intero Sistema Italia, doveva sì attrezzarsi per respingere gli assalti, non certo rinchiudersi in un provincialismo autarchico. Fazio non s’è reso consapevole che in un’Europa che nonostante tutti i suoi problemi esiste, la sua strategia s’era imbolsita. Inoltre, il suo centralismo teocratico irritava. Astutissimo, aveva consentito che gli «stranieri» entrassero nell’azionariato di alcune banche, restando però minoritarie. Non poteva bastare, e non è bastato. Logorando poi il carissimo Giampiero sull’Antonveneta, ha risvegliato persino i dormienti, come i potentati di Bruxelles; e la magistratura s’è messa in moto. Il resto, è cronaca, dal finale in bilico.
Sui danni che possono venirne al Paese, sarebbe azzardato e fuorviante avventurarsi in previsioni, congetture. Tuttavia, osservando a mente fredda lo spettacolo, c’è da chiedersi dove Antonio Fazio trovi la grinta per resistere nonostante lo abbiano invitato ad andarsene l’establishment economico-finanziario, l’opinione pubblica attraverso i media, gli stessi sindacati della Banca d’Italia, buona parte del ceto politico. Mancanza di sensibilità? Certo, nel comune sentire; ma Antonio Fazio ha preso al balzo la zattera di salvataggio offertagli (in carenza di leggi e regolamenti adeguati): il richiamo «alla coscienza» che gli permette di continuare impavido. In aggiunta, da autorevoli voci (Giulio Andreotti, Opus Dei), abbiamo sentito quel che non avremmo mai voluto sentire: Antonio Fazio attaccato «in quanto cattolico». Insinuante argomentazione, che ha gettato nello sgomento l’intera business-community internazionale, e non solo il Wall Street Journal e il Financial Times. Ipotesi di riesumazione degli ottocenteschi steccati fra «finanza bianca» e «finanza laica», che vorremmo al più presto smentita. Non se la meritano né la Chiesa né i cattolici, né l’Italia. Ma per far prevalere il bene comune urge che oltre ad Antonio Fazio anche i politici mettano termine alle sin troppo interessate ipocrisie (penso agli ex comunisti, alla privilegiata Unipol nella scalata alla Bnl). Ritenere che con i problemi che abbiamo, si possa alimentare un'irresponsabile guerra fra bande finanziarie, è pura follia autolesionista. 
 

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